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arte e cultura
> Bambini al museo

Bambini al museo
Segue articolo di Laura Panarese per
Informagiovani Italia
Illustrazione sulla sinistra
di Claudia Saputo
"Il più grande
ostacolo alla comprensione di un'opera d'arte è quello
di voler capire […]"
Bruno Munari
Come vede l’arte un bambino?
Domanda difficile. La vede dal basso, nel senso della
comprensione (oltre che della statura…)? O la vede da un
punto di vista privilegiato, quello di chi non ha quasi
condizionamenti nè pregiudizi di gusto o di qualità?
Fino a poco tempo fa questi argomenti non erano oggetto
di particolare attenzione; ora però il bambino sta
conquistando un posto nelle sale dei musei del mondo
sulla scia di una serie di fenomeni interessanti: la
nascita della didattica museale per bambini,
strumento privilegiato per bambini che vanno al museo; il
diffondersi della didattica dell’arte e dei laboratori
creativi nelle scuole per l’infanzia e primarie; il
proliferare dei Children’s museums
che solo ultimamente stanno sorgendo sul territorio
mondiale.
E’ scientificamente dimostrato
che dal punto di vista dell’apprendimento, dello
sviluppo del senso sociale, dell’emotività i primi anni
del bambino sono i più ricchi, determinanti per il
formarsi del carattere e del gusto che manterrà da
adulto. Senza scendere in dettagli clinici, nei bambini
affetti da disturbi comportamentali o da patologie di
varia natura coinvolti in percorsi d’arte (museali ed
extra-museali) sono stati riscontrati notevoli
miglioramenti. La visione, la spiegazione, l’interazione
e la pratica creativo-laboratoriale sono alla base di
ogni didattica dell’arte per bambini. Rispetto alla
didattica per adulti, che pure si sta modificando in
senso sempre più pratico, quella per bambini deve
catturare l’attenzione del piccolo spettatore facendo
poco ricorso alla tradizionale “lezione frontale” ed
usando invece stimolazioni multiple che gli consentano
di capire i vari livelli di lettura dell’opera, dal
visivo, al tattile, agli altri livelli sensoriali,
passando per il gioco, l’esercizio del gusto, la pratica
della fantasia, l’interazione positiva con il manufatto
d’arte.
Gemme della didattica museale
per bambini sono la Galerie des enfants del
Centre Pompidou di Parigi,
l’Education Department della londinese
Tate Modern,
il MoMA’s Education Department di New York,
il Sackler Center for Arts Education del
Guggenheim,
sempre a New York, per citarne alcuni; in Italia hanno
conquistato una certa fama internazionale la didattica
della GAM di Bologna,
quella del Mart di Trento e Rovereto,
quella del Castello di Rivoli
(Torino); interessanti realtà quelle del Laboratorio
d’Arte delle romane
Scuderie del Quirinale, del Palazzo delle Papesse
a Siena e del
Museo Explora di Roma.
Non è un caso si tratti per lo
più di musei d’arte contemporanea, strutture quasi
sempre nuove sia nel contenitore che nel contenuto,
perciò più facili da vivere per un bambino. Le ragioni
sono logistiche (è più semplice pensare a percorsi
ludico-creativi all’interno di un luogo apposito,
piuttosto che negli spazi a rischio di un
edificio antico), ma anche di affinità: spesso i bambini
approcciano in modo più diretto ed intuitivo un’opera
d’arte contemporanea rispetto ad un manufatto
archeologico o ad un dipinto antico dalle mille
declinazioni di senso e di stile. Di solito le proposte
di didattica per bambini si rivolgono ai singoli o alle
scolaresche; per lo più la conoscenza del museo avviene
unendo la spiegazione di alcuni aspetti dell’opera,
quelli funzionali al raggiungimento di un obiettivo
cognitivo o di un risultato creativo, alla pratica
laboratoriale, sia verbale che attiva, in cui con
supporti visivi, tecnologici, materiali da utilizzare il
bambino si può cimentare nella pratica dell’arte,
sentendosi, si auspica, più vicino all’artista, meno
intimidito dall’opera e dal museo che la contiene. E’
questo il senso più profondo della
didattica museale per
bambini. Non solo formarne la sensibilità, prepararli ad
una crescita più consapevole, oltre che ricca, ma anche
“svecchiare”, mi si passi la parola, l’immagine diffusa
del museo come luogo polveroso, immutabile, silenzioso,
spesso noioso.
Tuttora molte persone si stupiscono o si
infastidiscono quando vedono gruppi di bambini
accendersi davanti ad un dipinto o ad una scultura
oppure lavorare con le mani e con la fantasia davanti ad
esse; si potrebbe danneggiare, il rumore disturba chi
guarda in silenzio, qualche contatto fisico di troppo
poi non ne parliamo… E’ un problema solo adulto: i
bambini nella maggior parte dei casi mostrano una
naturalezza totale, una spontaneità inaudita ed anche
una certa serietà quando gli si chiede di dire la loro,
di cogliere un dettaglio, di azzardare un’ipotesi, di
fare senza o con le regole qualcosa di ispirato alle
nozioni apprese, alle emozioni provate davanti alle
opere.
Alcuni esempi per capire: la
GAM di Bologna, museo d’arte contemporanea. Qui si
pratica la didattica per bambini secondo il metodo di
Bruno Munari (1907-1998), designer ed artista, educatore
e scrittore, che in Italia ha iniziato per primo a far
“giocare con l’arte” i bambini nei musei e nelle scuole.
Bellissima a mio parere l’esperienza estetica
fatta col pubblico più giovane durante la
mostra In silenzio ad alta voce (Claudio
Parmiggiani, 2003). Il percorso guidato era scandito da
rituali, gesti, parole, emozioni, tutto ciò che rende
speciale qualunque esperienza, in questo caso quella
estetica della mostra. Lo stupore accompagnava ogni fase
del percorso; i bambini venivano invitati, entrando, ad
indossare le scarpe del silenzio, scarpe leggere
che gli avrebbero permesso di entrare in una dimensione
altra, un mondo che non fa paura, né annoia, ma incanta,
insegna, comunica, un mondo in cui la bellezza è tale
che star zitti ad ascoltare non affatica. In questo modo
i bambini non solo si sentivano tutti uniti
nell’esperienza estetico-sensoriale che stavano per
vivere, ma facevano del silenzio e dell’educazione quasi
un gioco, un gesto magico, un trucco segreto per non far
rumore, da custodire gelosamente anche in futuro.
Molto stimolanti
sono poi le proposte tecnologiche interattive che molti
musei, soprattutto stranieri, fanno ai bambini. Ad
esempio il Moma:
i bambini possono frequentare il museo da casa in
modo divertente, istruttivo, curato nei dettagli con la
stessa serietà con cui si tratterebbe il catalogo di una
mostra. Preziosa la proposta audiovisiva per “I tre
musici” di Picasso e “La notte stellata” di Van Gogh:
andando con la freccia sulla superficie del dipinto, si
sentono i suoni che fa il quadro, oltre a vederne i
colori e le forme; per i tre musici il fatto è
intuitivo, meno per la notte piena di stelle: che rumore
fanno le stelle? Il bambino può sbizzarrirsi ad
immaginarlo, lasciandosi cullare da quello che gli viene
suggerito, un suono di natura, di vento, ma anche di
campane lontane che dal paese innalzano la loro voce
fino al cielo: un concerto “sinestetico”, una sinergia
magica tra occhi e orecchie, con un pizzico di fantasia.

Come può tutto questo non
migliorare la crescita di chi si affaccia appena alla
finestra della vita? Lasciamoci illuminare da Kandinsky:
“I primi colori che
mi colpirono furono un verde chiaro e vivace,il bianco e
il nero, il rosso carminio e il giallo ocra. Sono
impressioni che risalgono a quando avevo tre anni”.
Non tutti i piccoli fruitori
dell’arte diventeranno i padri fondatori
dell’astrattismo, tuttavia sono convinta che l’arte
renda migliori ed ancora più convinta che male proprio
non ne faccia…
articolo di Laura Panarese per
Informagiovani Italia
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