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VISITARE CACERES : INFORMAZIONI  PICCOLA GUIDA

 

Caceres è considerata la patria dei conquistadores, i condottieri che diedero alla Spagna il suo enorme impero coloniale, ma non solo. Dal 1986 è Patrimonio dell'Umanità Unesco. Per lungo tempo la via dell'argento, dapprima percorsa dai legionari romani, poi dai minatori diretti verso i porti del sud e le città del centro, ha attraversato l'aspra terra dell'Estremadura, collegando tra loro città variamente sparse. A quei tempi Caceres era una piazzaforte, difesa da una cinta di mura romane e, nonostante ciò, espugnata dalle armate dei mori ben quattro volte. Per altrettante volte fu riconquistata dagli eserciti cristiani, e nella si città continuò ad arricchirsi e a ostentare la sua prosperità in modo tale addirittura da urtare la sensibilità della regina di Castiglia: Isabella la Cattolica si recò personalmente a Caceres per richiamare alla moderazione la classe nobiliare del luogo, e ne fece distruggere le ricche dimore di famiglia. Unica eccezione fu fatta per il Palacio de los Golfines, in cui era stata ospitata. Sconfitta e spopolata, l'intera regione cade in abbandono, finché la scoperta del nuovo mondo e dei suoi favolosi tesori ne risollevarono le sorti. A chi non aveva niente da perdere, poco importava che la conquista di quei tesori richiedesse il superamento di molti ostacoli: emblematica fu la storia di Pizarro, il guardiano di porci, che divenne, dopo aver razziato il regno degli Incas, marchese de la Conquista

Proprio da questi borghi desolati, dalle terre tra la Sierra de Gredos e il Tago, sono partiti i celebri conquistadores che, diventati ricchi e potenti, costruirono severe dimore in granito rosso, sulle cui torri fanno i nidi ancora oggi le cicogne. I palazzi hanno grandi frecciate nude, coronate da cornicioni decorati con foglie d'acanto, e portano scolpiti, come un prezioso gioiello, il blasone di famiglia. Si indovina facilmente la diffidenza dei loro proprietari dall'assenza di finestre che danno sul esterno: queste nuove case erano in realtà nei forzieri, in cui venivano accumulati tutti i tesori provenienti dal Messico e dal Perù. La comoda e agiata vita che vi conducevano i loro abitanti si svolgeva all'ombra dei freschi patii interni, protetta da sguardi indiscreti. Quando si oltrepassa l'Arco di Cristo, una delle porte nei bastioni che chiudono la città vecchia, si entra in un altro secolo: dappertutto pesanti inferriate di ferro battuto, porte in quercia massiccia, strette finestre incastrate come pietre preziose fra cornici scolpite. Il lastricato lascia il posto all'acciottolato consulto delle viuzze, e nel silenzio risuonano i passi del visitatore che cammina per queste vie. Una cisterna di origine moresca riflette le sue molteplici volte nell'acqua, il sole di Montezuma splende su una blasone mentre il Palacio de los Golfines esibisce la sua facciata in stile plateresco, che sembra un ricamo di pietra. Appena fuori le mura, si è sviluppata, rispettose fiera di questa antica nobiltà, la città moderna, dalle larghe strade piene di gente, percorse dalle macchine che sfrecciano veloci, dove risuonano, sovrapponendosi, le voci e dove, di notte, passeggiano lentamente i nottambuli.

I forti venti del Nord sono deviati dalla barriera dei monti della Sierra de Gredos, ai cui piedi si distende la valle de la Vera. I campi di grano, i limpidi torrenti e gli aranceti dai fiori profumati incantarono Carlo V, che qui, dove è sempre primavera, venne a finire i suoi giorni. All'inizio egli portò nel monastero di Yuste tutta la pompa è l'etichetta della sua austera corte di Gand, insieme ai suoi 60 domestici, ma, col passare del tempo, i suoi costumi si fecero via via più spartani, e verso la fine della sua vita, il vecchio imperatore dormiva in una bara e stabiliva minuziosamente il cerimoniale del suo funerale, mentre misurava a grandi passi il chiosco e seriali di bosso.

Non lontano da Caceres, in un altro celebre monastero di montagna, viene venerata la famosa Madonna di Guadalupe, che protesse Alfonso XI di Castiglia quando stava per essere sconfitto dai mori a Salado. Da allora in monastero, da lui fondato in segno di riconoscenza per la grazia ricevuta, è stato abbellito per opera di tutti i suoi discendenti. I conquistadores Cortés e Pizarro lo arricchirono con gli ornamenti rubati agli idoli pagani rubati nel Nuovo Mondo e Cervantes vi portò le sue catene di galeotto. Nelle sue cappelle e gallerie, Zurbaran dipinse, con i suoi tipici lampi di luce, i ritratti dei monaci nel loro sai bianchi o neri, assolti al simbolo della sua arte in un capolavoro, l'Apoteosi di San Gerolamo.

 

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