Conrad Schumann e il salto verso la libertà

Conrad Schumann e il salto verso la libertà più famoso della Storia

Alle 04:00 pomeridiane del 15 agosto 1961, due giorni dopo che il regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) aveva cominciato, tra la sorpresa generale e l'incredulità dei suoi stessi commilitoni, a erigere il muro di Berlino, ecco il salto più famoso della storia. Il muro di Berlino avrebbe diviso per 29 anni la città, nessuno poteva saperlo allora, ma il  giovane soldato, di 19 anni, Conrad Schumann saltò il filo spinato posto al confine con Berlino Ovest, diventando un simbolo di libertà  grazie allo scatto del fotografo Peter Leibing che lo immortalò.

 

"I miei nervi erano al punto di rottura", ricordò successivamente Schumann in varie interviste. "Avevo molta paura. Poi ho saltato ... in tre, quattro secondi era tutto finito."

 

Il fotografo Peter Leibing, mescolandosi ai curiosi sul lato occidentale di Bernauer Strasse catturò quello che venne universalmente chiamato il "Leap of Freedom", il Salto della Speranza. Improvvisamente Schumann divenne un eroe del mondo libero, e nella sua terra d'origine, un traditore spregevole. Circa 2.100 soldati tedeschi dell'Est e poliziotti seguirono il suo esempio fino alla caduta del  muro di Berlino.

 

 

"Benvenuto in Occidente", gridavano le persone radunate nella parte occidentale di Bernauer Strasse. Il giovane soldato non era preparato alla notorietà e all'adulazione. Al suo arrivo al centro di raccolta, portato dalla polizia, disse semplicemente che gli era montata dentro una forte rabbia quando aveva assistito al triste spettacolo di un bambino tedesco orientale, trascinato brutalmente indietro dall'occidente, dalla polizia dell'est. "Non volevo vivere rinchiuso" aggiunse ancora frastornato dalla calca che aveva intorno che lo aveva già eletto, suo malgrado a icona umana.

Conrad Schumann anni dopoAnni dopo, nell'ennesima intervista "All'uomo della foto del salto a Berlino, hai presente? Quel soldato che saltava il filo spinato"  il suo ricordo, di quell'ormai lontano Ferragosto, era ancora nitido e pieno di emozione. Ne parlava come di "un sogno", riviveva "l'angoscia, il vuoto nella testa ossessionata da un solo pensiero, salvarsi, non morire lì, correndo", un proiettile lo poteva raggiungere in un attimo e lui lo sapeva bene. Tra i fotogrammi impressi per sempre nella mente ricordava le facce incredule dei suoi commilitoni e di chi assisteva alla scena dal lato occidentale, le lacrime dell'arrivo, le pacche sulle spalle dei militari americani.

Dalla fotografia, che da allora divenne un simbolo universale di libertà, riprodotta e riproposta milioni di volte tuttavia, non ricavò un soldo. "Come mi hanno spiegato gli avvocati, io sono un personaggio storico, l'immagine può essere pubblicata in tutto il mondo senza il mio consenso. Ma nemmeno il fotografo è diventato ricco" si consolava. Non venne neppure ricompensato, come ci si sarebbe forse aspettato, dalla sua nuova patria all'Ovest. Un eroe avrebbe potuto essere importantissimo per la macchina della propaganda occidentale, ma tutti i funzionari volevano da lui informazioni che non possedeva. Schumann, secondo la stampa tedesca, fu "spremuto come un limone" nei suoi interrogatori occidentali.

Bernauer Strasse fuga dalle finestreNon c'era da stupirsi che il giovane eroe si sentisse confuso, non sentendosi a proprio agio nel nuovo contesto, dove non conosceva nessuno e dove doveva ricostruirsi una vita da capo. Andò un po' alla deriva nella sua nuova vita a Berlino Ovest: cambiando lavoro frequentemente nei primi anni, trovando difficoltà che non aveva immaginato "l'estraneità da un mondo più difficile" disse e consolandosi con l'alcool. Nonostante questo, mai,  neppure nei momenti più difficili della sua vita all'Ovest, Conrad Schumann si era pentito della sua scelta: "Sono ancora orgoglioso di quello che ho fatto - aveva detto in una lontana intervista al Corriere della Sera - non c'era altra possibilità anche se ho corso un grande pericolo e ho tagliato ogni ponte col mio passato: ho perso la famiglia, gli amici, il lavoro, tutto". Era solo, a volte disperato, incompreso, ma aveva resistito alle tante pressioni per fare ritorno, soprattutto aveva resistito alle lettere dei suoi genitori che lo imploravano di rientrare: "Ho fatto bene. Allora non lo sapevo, ma dopo la riunificazione ho scoperto che le scrivevano sotto dettatura della Stasi". Ma forse la cosa più triste per lui, fu che dalle sue parti, nella Sassonia dove era nato e cresciuto, il suo gesto non era mai stato 'approvato'.  "Ci sono parenti e vecchi amici che ancora non mi vogliono parlare" disse una delle rare volte che tornò da quelle parti dopo la caduta del Muro.

Solitario e depresso, il suo unico contatto umano con la sua famiglia nell'Est era attraverso le lettere. Non aveva cambiato il suo nome né si era dato alla clandestinità, e ora la Stasi, la polizia segreta orientale tedesca, era sulle sue tracce. Rivolevano l'icona della Guerra Fredda indietro, per i propri scopi. La famiglia scrisse molte lettere chiedendo a Schumann di tornare a casa - tutto sarebbe andato bene. "Non mi sono mai sentito libero  fino al 9 novembre 1989  - giorno della caduta del Muro."

Dopo 10 anni passati a Berlino Ovest si trasferì in Baviera dove si sentì più a casa che in Sassonia. Esitò sempre anche a visitare la sua famiglia. Temeva una vendetta di ex dipendenti dell'ex Ministero della Sicurezza di Stato della DDR (la cosiddetta Stasi). Alla fine Schumann si sposò e si stabilì nel villaggio bavarese di Kipfenberg, vicino a Ingolstadt, ebbe un figlio e lavorò coscienziosamente sulla catena di montaggio dell'Audi per 27 anni. La foto che lo ha fatto entrare nei libri di storia, Conrad Schumann la teneva appesa al muro della stanza da pranzo, insieme a un'altra che lo ritraeva accanto a Ronald e Nancy Reagan che volevano una foto al fianco dell'uomo icona. I vicini a Kipfenberg lo descrivevano come un uomo tranquillo e ritirato. La famiglia era abbastanza benestante; avevano ereditato una casa dai suoceri. Poi, il 20 luglio del 1998, 37 anni dopo il suo salto, un sabato, qualcosa è scattato tutto insieme nella sua testa. Niente più speranza. Dopo un piccolo diverbio con la moglie, cose normali, Schumann lasciò la sua casa. Una breve corsa fino al bosco dove, poche ore dopo, è stato trovato dalla moglie appeso a un albero. Nessuna lettera d'addio.

 

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