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Come
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Il Pantheon
di Marco Agrippa è una delle più importanti opere architettoniche al mondo:
una cupola in pietra dalle proporzioni perfette appoggiata su un elegante
tamburo di colonne e frontoni. La sua costruzione fu una impresa eccezionale
in cui la cantieristica romana mostrò il meglio delle sue maestranze e delle
sue tecnologie. Nella costruzione del monumento vennero impiegati, dal basso
verso l'alto, materiali sempre più leggeri. Sorge in piazza della Rotonda
vicino piazza Minerva. Così chiamato perché era un tempio dedicato a più
divinità. Fu restaurato da Domiziano ed è giunto a noi quasi integro nella
ricostruzione eseguita da Adriano nel 130 d.C. Nel 609 il tempio fu donato
dall'imperatore Foca a papa Bonifacio IV e fu trasformato in chiesa, cosa
che favorì la sua ottima conservazione fino ai giorni nostri. Quasi tutto
quello che vi si può ammirare risale pero ad epoca romana, persino la cupola
alta 43,4 m e la massiccia porta di bronzo. Il porticato è decorato
all'interno da pregiati marmi policromi e presenta nella facciata 16 colonne
monolitiche di granito che sono alte ben 14 m. L'interno presenta una pianta
circolare caratterizzato dalla maestosità della cupola a cassettoni. L'unica
apertura è al centro della cupola e crea un effetto luminoso che esalta la
grandiosità e l'armonia del monumento. Nel corso dei secoli il tempio fu
saccheggiato e subì notevoli danni, e all’epoca di papa Gregorio III vennero
asportate le belle tegole di bronzo dorato. Il Pantheon racchiude le tombe
di Raffaello e di Vittorio Emanuele II. Il Pantheon è il monumento romano
che vanta il maggior numero di primati: ha la cupola più grande di tutta la
storia dell'architettura; è il meglio conservato fra gli edifici della Roma
classica ed è l'opera dell'antichità più copiata ed imitata, non soltanto in
Italia.
"Volli che questo
santuario di tutti gli dei rappresentasse il globo terrestre e la sfera
celeste, un globo entro il quale sono racchiusi i semi del fuoco eterno,
tutti contenuti nella sfera cava"
(M. Yourcenar, Memorie di Adriano)
Le Terme di
Caracalla sono i bagni della Roma imperiale meglio conservati della
città. Si estendevano su 10 ettari, potevano accogliere 1600 persone, e
comprendevano anche botteghe, giardini, biblioteche e attrezzature sportive.
Le Terme di Caracalla sono uno dei più grandi e meglio conservati complessi
termali dell'antichità. Volute da Settimio Severo, furono inaugurate,
probabilmente nel 216 d.C. sotto il regno del figlio, Marco Aurelio Antonino
Bassiano detto Caracalla, nella parte meridionale della città abbellita e
monumentalizzata dai Severi con la via Nova e il Septizodium. Elio Sparziano,
nella sua Vita di Caracalla ci informa che l'imperatore costruì " thermas
eximias et magnificentissimas" e Polemio Silvio nel V secolo d. C. cita le
Terme di Caracalla come una delle sette meraviglie di Roma, famose per la
ricchezza della loro decorazione e delle opere che le abbellivano. I ruderi
delle terme, che si conservano ancora per la notevole altezza di oltre
trenta metri in numerosi punti, ci danno oggi solo l'idea della grandiosità
del complesso termale, secondo per grandezza solo a quello, successivo di
quasi un secolo, delle Terme di Diocleziano, ma le dimensioni dell'edificio
e la monumentalità degli ambienti, conservati per due piani in alzato, e per
due livelli in sotterraneo, ci permettono di immaginarne la fastosità.
Le terme vissero solo tre secoli, in quanto furono definitivamente
abbandonate dopo il 537 d. C., a seguito dell'assedio di Roma ad opera di
Vitige, re dei Goti, il quale tagliò gli acquedotti per prendere la città
per sete. A quel punto il complesso termale fu abbandonato e divenne il
cimitero dei pellegrini ammalatisi durante il viaggio a Roma e ricoverati
nel vicino Xenodochium di SS. Nereo e Achilleo: nel XII secolo le terme
furono cava di materiali per la decorazione di chiese e palazzi. Nei
protocolli notarili del XIV secolo il luogo è detto " palatium Antoniano" ed
era sicuramente adibito a vigne ed orti. Nel 1545 grandi statue furono
rinvenute durante gli scavi dei farnese e sensazione provocò il
ritrovamento, nella palestra orientale, del Toro Farnese, il famoso gruppo
colossale ricavato da un unico blocco di marmo, nel quale è rappresentato il
supplizio di Dirce legata al toro, che, nel 1786 fu trasportato a Napoli, fu
poi trasferito nel 1826 nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove è
tuttora conservato insieme agli altri capolavori provenienti dalle nostre
terme. Fra questi dobbiamo ricordare il celebre Ercole colossale in riposo
proveniente dal frigidarium, firmato sul basamento da Glykon, un altro
Ercole di grandi dimensioni fu trovato nel frigidarium delle Terme di
Caracalla , il c. d. Ercole Latino, dato per scomparso e poi riconosciuto
nella grande statua conservata nella Reggia di Caserta. Ercole era molto
amato dai Severi e molto presente nelle raffigurazioni delle Terme, in uno
dei più famosi capitelli figurati dell'antichità, sempre proveniente dal
frigidarium, infatti, il semidio è rappresentato in posizione di riposo
appoggiato sulla clava. In tempi diversi furono recuperati altri gruppi
famosi e numerosi frammenti architettonici, fra cui le vasche ora nel
cortile del Belvedere in Vaticano e le due splendide di granito grigio,
provenienti anch'esse dal frigidarium e riutilizzate dal Rainaldi come
fontane a Piazza Farnese. Sempre di granito era la colonna proveniente dalla
natatio e portata a Firenze nel 1563, dove fu eretta da Cosimo I de' Medici
in Piazza S. Trinità, dove ancora si trova.
Dopo gli scavi Farnese le grandi Terme vissero un lungo periodo di oblio,
poi, nel 1824 veri e propri scavi sistematici furono iniziati nel corpo
centrale che portarono alla luce, tra l'altro, i famosi mosaici pavimentali
con gli atleti attualmente conservati ai Musei Vaticani. Nel 1867 fu
rinvenuta una ricca domus di età adrianea, con pavimenti a mosaico e
affreschi di II stile alle pareti. Quelli della stanza più interessante, il
lararium, sono stati staccati e restaurati nel 1975 ed ora sono collocati in
un ambiente della palestra orientale.
Nei primi anni del Novecento si procedette all'esplorazione del recinto
perimetrale e di parte dei sotterranei, questi scavi portarono alla scoperta
dei vani compresi nella grande esedra occidentale, della Biblioteca e, nel
sottosuolo, del Mitreo e di quello che recenti studi hanno identificato in
un mulino ad acqua. L'esplorazione sistematica delle gallerie, in parte già
note dal Settecento e dall'Ottocento, iniziò nel 1901, per proseguire ad est
negli anni 1938-1939, in occasione dei restauri delle stesse per l'impianto
del palcoscenico del Teatro dell'Opera nel caldarium. I restauri furono
eseguiti dal Governatorato con l'assistenza della Soprintendenza ai
Monumenti del Lazio. Dopo questo periodo, i lavori più importanti nel
monumento sono stati senz'altro quelli degli anni Ottanta, quando il recinto
meridionale è stato completamente liberato dalla fitta vegetazione e dalle
case abusive che ancora lo occupavano parzialmente e l'edificio, restaurato
nel lato sud nelle cisterne e nella biblioteca SO e in quello est, nel c.d.
tempio di Giove, è stato finalmente restituito nella sua pianta originaria.
Per gli anni Novanta un momento significativo della storia delle terme può
senz'altro essere individuato nel 1993, anno dell' ultima stagione lirica
estiva del Teatro dell' Opera nel caldarium, dopo un' occupazione che datava
al 1938. Al 1996, data l'ultimo ritrovamento di statuaria nelle Terme di
Caracalla: una statua di Artemide acefala, stante, vestita di corto chitone,
utilizzata come basolo di strada in un restauro, forse databile al V secolo,
della pavimentazione delle gallerie sotterranee. La statua è dall'aprile
1997 esposta all'aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, insieme a
numerose altre provenienti dalle nostre terme . infine il 7 ottobre 1999,
cominciava il cantiere di smontaggio delle strutture in ferro del teatro
dell'opera, il cantiere si è concluso il 15 giugno 2000, restituendo
finalmente la visuale originale del caldarium e del monumento, libero da
superfetazioni improprie che l'occupavano da oltre sessanta anni.
La via Appia, che da più di duemila anni unisce Roma a Brindisi, è
costeggiata da monumenti, e in particolare sono da notare il Circo di
Massenzio e la Tomba di Cecilia Metella. La strada è anche conosciuta per le
sue catacombe, gallerie sotterranee di diversi chilometri scavate nella
roccia di tufo, nelle quali si ritrovavano e venivano sepolti i primi
cristiani di Roma. Fu la prima e la più importante tra le grandi strade
costruite da Roma. Chiamata a buon diritto la "regina viarum", essa nacque
alla fine del IV secolo a.C. per mettere in diretta e rapida comunicazione
Roma e Capua. L'anno di nascita della strada fu il 312: quello in cui fu
censore a Roma, Appio Claudio, il magistrato che la fece costruire
lasciandole il proprio nome. L'ideazione seguì un piano di concezione
sorprendentemente moderno, che lasciava da parte i centri abitati intermedi
(provvisti pero di appositi raccordi) e mirava diritto alla meta. La via fu
percio' realizzata, superando grosse difficoltà naturali, come le Paludi
Pontine, con importanti opere d'ingegneria. Il primo tratto, fino a
Terracina, era un lunghissimo rettifilo di circa 90 chilometri, di cui gli
ultimi 28 fiancheggiati da un canale di bonifica che consentiva di alternare
il tragitto in barca a quello sul carro o a cavallo. Dopo Terracina, la
strada deviava verso Fondi, quindi attraversava le impervie gole di Itri e
scendeva a Formia e Minturno. Superata poi Sinuessa (l'odierna Mondragone),
con un altro tratto rettilineo puntava a Casilinum (l'odierna Capua), sul
Volturno, da dove raggiungeva l'antica Capua (oggi S.Maria Capua Vetere). Il
percorso totale era di 132 miglia, pari a Km. 195, e si effettuava
normalmente con cinque/sei giorni di viaggio. In conseguenza dell'ulteriore
espansione di Roma nel Mezzogiorno, la via Appia fu più volte prolungata.
Dapprima, subito dopo il 268 d.C., fino a Benevento, poi al di la
dell'Appennino, fino a Venosa e quindi a Taranto. Finalmente, nel II secolo
a.C. fu estesa fino a Brindisi, porta dell'Oriente. Il percorso dopo
Benevento fu però a poco a poco sostituito da un itinerario alternativo, più
breve e più facile che attraversava tutta la Puglia passando per Ordona,
Canosa, Ruvo, Bari ed Egnazia. Nei primi anni del II secolo d.C. esso fu
trasformato in una vera e propria variante dall'imperatore Traiano che le
aggiunse il suo nome. Con la nuova via Appia Traiana era possibile andare da
Roma a Brindisi in 13/14 giorni lungo un percorso totale di 365 miglia pari
a poco meno di Km. 540. La via Appia era lastricata con grandi lastroni (o "basoli")
di pietra basaltica di forma variamente poligonale. La carreggiata aveva una
larghezza standard di 14 piedi romani (m. 4,15 circa) sufficienti a
consentire il passaggio contemporaneo di due carri nel doppio senso di
marcia. Due marciapiedi in terra battuta delimitati da un cordolo di pietra
e larghi ognuno almeno un metro e mezzo fiancheggiavano la carreggiata. Ogni
7 o 9 miglia nei tratti più frequentati (Km. 10/13) e ogni 10 o 12 miglia in
quelli meno importanti (Km. 14/17), si allineavano lungo la strada le
stazioni di posta per il cambio dei cavalli unitamente a luoghi di ristoro e
di alloggio per i viaggiatori. In prossimità dei centri abitati la strada
era fiancheggiata da grandi ville e soprattutto da tombe e monumenti
funerari di vario genere.
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