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  Uno, nessuno e centomila - Pirandello

 

   

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 Pirandello, Uno nessuno e centomila

Certamente tra le opere più famose di Luigi Pirandello, "Uno nessuno e centomila". È un classico imperdibile e sempre odierno. È stata un’opera rivoluzionaria da quando è nata – agli albori del ‘900 - sino ad oggi. È la messa in scena di una filosofia di vita più che di un romanzo.

Il protagonista di questo romanzo è Vitangelo Moscarda, proprietario di una banca, che vive di rendita. Non è un caso se l’autore sceglie come protagonista un uomo che non è invischiato nel duro lavoro quotidiano, quel toccasana naturale, quel rimedio insostituibile a qualsiasi problema esistenziale! Il personaggio dell’opera è dunque un uomo che può permettersi di “cogitare”, ma con strani risultati: il “cogito ergo sum” di Cartesio viene ribaltato, riflettere significa scoprirsi irrimediabilmente soli nella propria in-esistenza.

Una mattina davanti allo specchio, Vitangelo Moscarda, su suggerimento della moglie, si accorge di un difetto al proprio naso, che non aveva mai notato. Da questo piccolo imprevisto il protagonista entra in un vortice di considerazioni senza uscita. Cosa vuol dire riconoscersi allo specchio? Tra i 18 ed i 24 mesi i bambini imparano ad assegnarsi un ruolo e a guardare l’immagine riflessa nello specchio come propria figura “virtuale”: non reale, ma legata alla realtà.

Realtà, realtà: questa parola rimbomba nella testa di Vitangelo Moscarda… L’intera umanità, per conoscere, ha bisogno di catalogare la realtà e di darle una forma; l’uomo è capace di discutere sui comportamenti delle mucche dopo aver analizzato un barattolino di carne simmenthal!! Se quel barattolino di latta fosse per tutti uguale, gli uomini avrebbero già raggiunto un traguardo di dimensioni indescrivibili, ma su questo punto, su questo “sassolino” che “aveva assunto le proporzioni d’una montagna insormontabile, anzi d’un mondo in cui avrei potuto senz’altro domiciliarmi.” la voce narrante si sofferma e si dipana in riflessioni interminabili.

La realtà è relativa: ognuno le fabbrica, a propria immagine e somiglianza, un contenitore diverso, personale; ognuno la incarta con un rivestimento speciale, le mette un fiocco particolare ed è convinto che il suo pacco sia quello giusto, quello migliore. L’eroico personaggio interpretato da Moscarda allunga smisuratamente le distanze con la quotidianità ed annulla le coordinate spazio-temporali - indispensabili alla lettura ed all’interpretazione dell’universo -; egli rifiuta non solo di farsi “insaccare” nei molteplici Moscarda creati dagli altri, ma anche, e soprattutto, di “auto-inscatolarsi”.

L’”usuraio” – come viene additato da molti Moscarda - persegue, dunque, l’obiettivo di sbrigliarsi dalla morte scaturita dalla fissità e dalla coerenza imposta dal mondo circostante. Nella più cupa solitudine, in quel “luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi”, egli può finalmente gridare nel silenzio del suo animo: LIBERTA’. Solitudine – libertà, un’equazione intramontabile!

“E io parlavo quasi senza pensare; o piuttosto, il mio pensiero parlava da sé, come per un bisogno di rilasciare la sua spasimosa tensione.”: il protagonista raggiunge una “non-dimensione”, perde totalmente consapevolezza di sé; ritorna all’archè dell’umanità, a vivere nelle cose esterne, a “rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.”.

Su questo, poi, si imbastisce una trama di “pazzia”, o meglio di “singolarità” della condotta del protagonista. In questa sua particolarissima condizione, Moscarda non cerca complici, non cerca compagnia, ma trova in Anna Rosa una sensibile confidente. Quasi con cinismo egli si diverte a farle cadere, pezzo per pezzo, il mondo in testa e a ricoprirla di una valanga di macerie: le fotografie, per esempio, “- Tutte morte, - le dissi.”; perché in una vita fluida, dominata dal “panta rei” di Eraclito, tutto scorre ed essa “non può mai veramente vedere se stessa”, ma soltanto un’immagine del suo cadavere, della sua “statua” non viva.

Ironici e spassosi appaiono gli esperimenti di Moscarda; ogni sua azione, anche la più futile e banale, acquista il sapore della scoperta e l’aspetto della marachella fatta di nascosto. Di nascosto non solo dagli occhi incomprensivi di Dida, ma anche da se stesso, cioè da “Gengè”, dal signor Vitangelo, dal pazzo e dall’usuraio: di nascosto in assoluto! Solo, libero, assolutamente. E così, per descrivere il relativo ci si avvale dell’assoluto e viceversa; l’unico modo per non scendere a compromessi con il linguaggio risulta non servirsi affatto di esso: “Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza il nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita (…) Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita…”. Vitangelo Moscarda non ama le definizioni, non ama i nomi e le catalogazioni, perché da esse non si scorge il naturale divenire della via.

Cosa sono, dunque, pazzia e normalità se non nomi astratti tradotti in immagini e imprigionati in convenzioni?


Articolo di Francesca Colasuonno per Informagiovani Italia