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Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, scrittrice e poetessa, fu una delle prime donne italiane del ‘900 a rivendicare i suoi diritti e mai come oggi sarebbe importante rileggere le sue parole e le sue convinzioni.

Una donna non è un diario, né un romanzo, né un’autobiografia, ma potrebbe forse definirsi un “esercizio di autoanalisi” in forma letteraria, probabilmente una severa riflessione sul proprio vissuto che Sibilla percorre a ritroso. La protagonista, privilegiata per nascita, più colta e più ricca delle sue coetanee, dopo un’infanzia serena si trasferisce con la famiglia in un paesino del meridione. Qui abbandona gli studi, perché il padre, libero pensatore e anticonformista, le offre un lavoro come segretaria nella fabbrica che dirige. Questa decisione suscita inevitabilmente molte critiche da parte della gente che non approva l’atteggiamento di Sibilla anticonvenzionale e sprezzante tra gli operai. Si notano dunque fin dal principio di questa storia i primi impulsi di audacia indipendente, da parte di Sibilla. Purtroppo però questo periodo di estrema libertà non dura a lungo. Sua madre conscia del mancato amore da parte del marito, tenta il suicidio, sopravvive ma rimane vittima di una progressiva demenza. La madre rappresenta da quel momento per Sibilla il paradigma femminile in disfacimento, senza ombra di riscatto della propria debolezza, che trova rifugio nel progressivo oblio della ragione. Contemporaneamente la scoperta di una relazione extraconiugale tra il padre e un’ex operaia conduce la protagonista a lasciarsi andare con un operaio che arriverà a stuprarla, ritrovandosi poi, suo malgrado, invischiata nella logica del matrimonio obbligato. Da questo matrimonio, subito rivelatosi tragicamente sbagliato, nasce il figlio, Walter che per dieci anni sarà, a suo dire, l’unico vincolo che la tiene legata alla vita. Ma il suo attaccamento per il figlio non basta a reprimere la sua depressione, la solitudine e la repulsione per la cruda e animalesca sessualità del marito. Tutte queste sensazioni la portano, in un momento di sconforto, a tentare il suicidio. Stava facendo la stessa fine della madre. Inevitabilmente Sibilla comincia a colpevolizzarsi e a ricercare la libertà, iniziando a concepire il matrimonio come la morte spirituale di ogni donna che innesca una mostruosa catena che da moglie sottomessa porta a cattiva madre, cattivo esempio per i figli da educare. Sibilla sente il bisogno di affermarsi e proprio qui inizia a germogliare l’idea di scrivere il suo libro in modo da dare esempio alle donne e mostrare loro una via d’uscita ... voleva riformare la coscienza dell’uomo e creare quella della donna.

I destini familiari la conducono a Roma dove, giovane redattrice di una rivista velleitariamente femminista, diventa ancora più cosciente che una donna deve poter esprimere anche al di fuori della sua famiglia, la sua identità e conquistarsi una sua vita indipendente e appagaante. Niente di più esatto.

Infine, Sibilla, ritorna al paese con il marito colpito da una malattia venerea per le su continue relazioni extra coniugali, prende la decisione della fuga verso Roma, lontana da suo marito e purtroppo anche dalla sua unica ragione di vita, suo figlio Walter. Sibilla sceglie così la via più dura e al tempo stesso essenziale per sé stessa. Inoltre, e anche su questo non posso fare a meno di darle ragione, secondo la protagonista, tutto questo dolore è necessario perché ai nostri figli si deve trasmettere la dignità prima di tutto e solo in questo modo essi possono comprendere come ci si comporta con la propria moglie che prima di tutto è una donna.

Da quel momento in poi Sibilla riacquista fiducia in se stessa, la sua dignità e il suo equilibrio mentale; trova lavoro e decise di scrivere questo romanzo per far capire al figlio che con la sua scelta non voleva abbandonarlo.

 

A decretare il successo e la straordinaria modernità di Una donna, non fu solo l’inquieto e ardente femminismo che traspira dalle sue parole, ma l’insanabile dicotomia tra la maternità così sospirata e ardita e “quelle membra che erano uscite da me, io le pensava istintivamente animate dall’identico mio soffio”, e la decisione finale di abbandonare al ripudiato marito la tanto amata creatura.

 

Questo libro è per me fonte di un’inesauribile forza e determinazione per libeare tutte le donne che tuttora vivono in ombra e per quelle che non credono di esserlo ma che in realtà non si rendono conto di quanto siano messe da parte e inespresse.

Il vero motore della storia è nella scelta finale di affrancamento, il bisogno quasi fisico di avere un’esistenza appagante, che nulla deve spartire con il senso di semplice e doverosa sopravvivenza. Trovo questo messaggio straordinariamente contemporaneo, questo testo così sofferto ma al contempo così autentico può supportarci per credere ancora e nonostante tutto, nelle nostre capacità e nella nostra voglia di autodeterminazione e autorealizzazione.

 

“Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d'oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile”.

 

Articolo di Valentina Calabrese per Informagiovani Italia