Viaggio in Italia - Goethe

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Viaggio in Italia - Goethe

Quando intraprese il suo Viaggio in Italia (Italianische Reise) Goethe aveva da pochi giorni compiuto trentasette anni, era già noto in Europa per il clamoroso successo ottenuto col Werther e aveva raggiunto l'apice del successo di una straordinaria carriera, diventando consigliere e ministro del duca Carlo Augusto di Weimar; inoltre lavorava a quel tempo alle opere più significative della maturità, Ifigenia, Wilhelm Meinster e Faust. Che cosa lo spinse a lasciare Karlsbad come un fuggiasco alle tre del mattino del 4 settembre 1786, su una carrozza di posta diretta a Ratisbona? Che cosa lo attira a questa avventura in Italia, già vissuta nel sogno letterario di Mignon?

 

 

 

Viaggio in Italia - GoetheCon la limpida consapevolezza che sempre lo accompagna anche nelle intuizioni più profonde, Goethe lo scrive nella sua sosta di appena un giorno a Trento, l'11 settembre 1786: è il tentativo di riprendere interesse per il mondo, di comprendere "se si possono ancora cancellar le rughe" che si sono impresse nel suo animo. Rughe di tristezza, di assuefazione al suo ambiente corretto e deprimente, a quel mondo dove tutto appare in ordine nella triste assenza di una avventura. Tutto questo andava ben oltre il programma dei nobili tedeschi o anglosassoni, che affluivano verso un Sud neoclassico o preromantico, nel cosiddetto Grand Tour. L'Italia per lui è un mito, ed egli le si avvicina con la trepida prudenza con cui ci si accosta a una Trentoprova decisiva per la sua vita. Un presagio, presentimento o anticipazione gli viene incontro prima di giungere in Italia: sulla strade del Brennero incontra un povero arpista che gli chiede di accogliere sulla sua carrozza la figlia bambina, con la quale si reca alla fiera di Bolzano dove si esibiranno insieme, lui suonando l'arpa e le cantando. Così Mignon, che era già creatura del Meister, prende corpo sull'allora polverosa strada del Brennero. O è una creazione della sua fantasia? Con i poeti non c'è mai da fidarsi.

 

D'altra parte occorre  dire, ed è meglio dirlo subito, che in Viaggio in Italia non è l'insieme degli appunti di viaggio che Goethe andava raccogliendo giorno per giorno, anche nelle situazioni più precarie, ma una rielaborazione di essi, racchiusa in un arco di tempo poco di più di otto mesi, mentre il suo soggiorno in Italia durò nella realtà circa due anni. Inoltre prende la forma del romanzo epistolare, a Goethe già familiare dai tempi del Werther. Ma sopratutto è frutto di una riflessione sul viaggio stesso, sul senso che doveva avere nelle intenzioni e che ebbe nella realtà.

Statua Goethe - MalcesineSempre nella breve sosta a Trento Goethe scrive: "Qui mi trovo bene come se vi fossi nato e cresciuto e ora tornassi da una spedizione in Groelandia o dalla pesca alla balena." Ma questo presuppone l'esperienza di Roma e Napoli e la scoperta di quella patria ideale che sarà per lui l'Italia. Dove comincia l'Italia per Goethe? Dalle rive del Garda forse, dai dolcissimi fichi di Torbole, dalle avventure e disavventure: la mancanza di gabinetti nella locanda di Torbole ("A una mia domanda un servo risponde, indicandomi il cortile", "Dove?", gli chiesi, "Dapertutto, dove vuole."), l'arresto per sospetto spionaggio da parte della polizia asburgica a Malcesine, dove stava disegnando la rocca: "Il remare poco giovava contro il prepotere del Torbolevento e così dovemmo approdare a Malcesine. Si tratta del primo villaggio veneziano sulla costa orientale del lago di Garda ... Voglio sfruttare nel miglior modo possibile questa fermata, soprattutto per riprodurre il castello che giace vicino al lago ed è un bel soggetto per un disegno. Oggi, passandovi davanti, ne avevo fatto uno schizzo." Giunto nei pressi di Rovereto al confine tra la germanità e l'italianità disse: "Eccomi a Rovereto, punto divisorio della lingua; più a nord si oscilla ancora fra il tedesco e l'italiano. Qui per la prima volta ho trovato un postiglione italiano autentico; il locandiere non parla tedesco, e io devo porre alla prova le mie capacità linguistiche. Come sono contento che questa lingua amata diventi ormai la lingua viva, la lingua dell'uso!." Subito dopo fu la volta di Verona, la meraviglia di fronte all'Arena, il primo monumento dell'antica che vedeva.

Goethe ItaliaSe Vicenza lo conquista con le sue architetture palladiane e sansoviniane e la campagna del Brenta con lo splendore classicheggiante delle sue ville, Venezia lo seduce sopratutto  con la sua vita, quella spicciola delle calli e dei mercati e quella più artefatta dei teatri, dove la commedia dell'arte lo sorprende piacevolmente con l'incisiva popolarità della maschere. A Venezia vede per la prima volta il mare e non deve essere stata una visione da poco per un poeta.

Se a Venezia si ferma quasi due mesi, il viaggio da Ferrara a Roma, attraverso Bologna e Firenze si compie in meno di due settimane. A Ferrara, visiterà la tomba di Ludovico Ariosto ed il presunto luogo dove fu prigioniero Torquato Tasso. Il 17 settembre si reca a Cento, patria si uno dei suoi Raffaello - Santa Ceciliapittori preferiti Guercino (vedere a tal proposito l'articolo sui due Guercino dimenticati a Lucca: Chiesa Santa Maria Forisportam, tesoro dimenticato), dove il poeta sottolinea l'attaccamento degli italiani alla propria patria. Va detto che questo romanzo epistolare fu dato alle stampe molto dopo, nel 1816, quindi studiato e rielaborato, presumibilmente più volte. Il 18 notte è a Bologna, dove vede la Santa Cecilia di Raffaello, rimanendone molto colpito dalla sua bellezza. A Bologna ammira anche i dipinti di Carracci e di Guido Reni (che ritroverà anche a Roma), ma ahimè, davanti alla torre degli asinelli "spettacolo abominevole", elabora una sua teoria per spiegare come sia stata costruita, volutamente, inclinata. Non riesce tuttavia a resistere ad ammirare il panorama dall'alta dei suoi quasi 100 metri. Per fortuna il suo itinerario non comprendeva Pisa. A Firenze si ferma, secondo le sue note, solo due ore vedendo di sfuggita solo Duomo e Battistero e facendosi un giro al Giardino di Boboli; ad Assisi abbandonate alla sua sinistra "con disgusto, le enormi sovrapposizioni di chiese con campanili, babilonicamente ammassate, sotto le quali riposa San Franscesco", va a cercare Santa Maria sopra Minerva per vedere il tempio classico.

La scarsa sensibilità di Goethe e dei suoi contemporanei per il medioevo è universalmente nota, ma che neppure nomini Giotto o Cimabue quasi ci si offende. E leggiamo con un certo maligno piacere la brutta avventura che gli capita nella campagna di Assisi con un gruppo di sbirri papalini e come ne esca, non proprio eroicamente, affondando la mano nella sua saccoccia ben provviste di monete di buona lega.

RomaIl primo grande incontro con l'Italia è a Roma, ed è sopratutto un incontro con l'atmosfera romana, con un autunno che a lui, uomo del Nord, ricorda l'estate, e siamo all'inizio di novembre; anche l'incontro con gli oggetti di un'ammirazione prima percepita attraverso i racconti, tra l'altro di suo padre, con le rovine dell'Appia Antica, il Colosseo, le ville, le gallerie. E' la scoperta della Salute di Raffaello prima, degli affreschi di Michelangelo e per lui un'autentica rivelazione, e al suo confronto sbiadisce l'entusiasmo per i vari Carracci e Domenichino, che lo avevano tanto colpito. Qui incontra il pittore tedesco Tischbein, che dipinge Goethe, tra gli altri, il più celebre ritratto, quello del poeta avvolto in un ampio mantello, seduto su una colonna spezzata, sul più romantico degli sfondi. Tischbein gli sarà compagno di viaggio fino a Napoli. Poi sarà sostituito dall'altro pittore tedesco, Kniep. Mentre porta a termine la stesuta dell'Ifigenia, che spedisce agli amici in Germania per averne un giudizio, si lascia conquistare dall'atmosfera romana fino ad esserne quasi soprafatto: "Vivo qui in una serenità e una calma che da tempo non avevo provato."

Veduta di Napoli da Posillipo - TischbeinMa la vera rivelazione è Napoli, dove giunge verso la fine di febbraio. E' vero che la sistemazione alla locanda è difficoltosa e che il sole della primavera precoce non è sufficiente a sconfiggere il freddo nella stanza priva di stufa o camino. L'uomo del Nord scopre con grande meraviglia l'uso del braciere, con le poche braci coperte di cenere e il debole calore sufficiente appena a riscaldare le mani intirizzite. Ma Goethe non si arrende: si compra un cappotto da marinaio e se lo stringe alla vita con la corda con cui erano legati i bagagli. Così abbigliato procede alla conquista di Napoli "che si annunzia libera, allegra, vivace", con la sua folla in continuo movimento, le belle strade luminose, il mare, il chiaro di luna. La bellezza è tale che Goethe non ha abbastanza occhi per guardare, tuttavia osserva tutto con grande attenzione. L'escursone sul Vesuvio, spinta sull'orlo del cratere in fase di stanca eruzione, fino al punto in cui vapore e fumo tolgono il respiro, esalta in lui l'artista e il naturalista insieme: raccoglie minerali, pietre laviche, studia l'alternarsi della vegetazione sulle pendici del monte, ma sopratutto è attratto da quell'"informe orribile ammassamento che di continuo divora se stesso e dichiara guerra a ogni senso del bello."

NapoliLa vita di società tenta di inghiottirlo negli splendidi palazzi pieni di opere d'arte: mai come a Napoli l'arte gli appare frammista alla vita quotidiana, frequenta principi e principesse, conosce tra gli altri Lord Hamilton e la sua bellissima moglie, amante di Nelson. Pompei porta fino a lui un frammento di vita dell'antichità. Ma il fascino maggiore sta nella vita cittadina, nella sfilata delle carrozze eleganti in via Chiaia come nella folla di gente minuta che si accalca sul molo. Pulcinella, ciarlatani, frittaioli.

Come non sorridere all'immagine del solenne consigliere di corte Goethe incantato davanti ai friggitori di pasta che vecchie parrucche bionde dovrebbero travestire da angeli per la festa di San Giuseppe? E se la sua attenzione è attratta dalla bellezza naturale dell'ambiente, dal lussureggiare di pini e oleandri, non gli sfugge le perfezione dell'agricoltura, degli oliveti, vigneti e orti, curati come giardini. Lo colpisce inoltre la straordinaria pulizia di Napoli e domandandosi come facciano gli abitanti a tenere così pulite le loro strade, ne scopre infine il segreto: tutte le mattine prima dell'alba le vie della città si popolano di carretti a mano e tirati da asini, i quali raccolgono la spazzatura che durante il giorno la gente riversa sulle strade e la portano in campagna per venderla ai contadini come concime per gli orti. Si spiega così la pulizia di Napoli in tempi in cui i governi non amministravano la nettezza urbana e la straordinaria fecondità del territorio che produceva quegli splendidi ortaggi che aveva modo di apprezzare. In Campania visiterà anche Ercolano, Portici, Caserta, Torre Annunziata, Pozzuoli, Salerno e Cava de'Tirreni, città da cui rimase particolarmente affascinato.

In confronto a Napoli la Sicilia, che pure riserva tesori classici, sarà per lui quasi deludente. La decisione di recarsi in Sicilia è preceduta da una lunga esitazione e il distacco da Napoli è doloroso, Targa a Goethe a Palermocome può essere la rinuncia a un mondo che gli era apparso il più felice possibile. Ma è un viaggio per viaggiare e andare in Sicilia gli si prospetta come un dovere: "In questo viaggio imparo a viaggiare. Ma imparerò a vivere?" Sbarca a Palermo il 2 di aprile dopo cinque giorni di poco poetico mal di mare su una corvetta pulita, accogliente e ben costruita ma che ha, purtroppo, il difetto di essere un piccolo veliero in balia di un instabile mare primaverile. E se Palermo lo accoglie con un chiaro di luna che ancora una volta lo sorprende e lo incanta, la Sicilia si rivelerà, pur con tutto il suo abbaglio di arte classica e interessi mineralogici e botanici, inferiore alle sue aspettative.

Villa Palagonia - BagheriaAnche se Goethe non lo dice apertamente, svaniscono anche le sue speranze di trovare in Sicilia quella "Urpflanze" la pianta primigenia da cui tutte le altre sarebbero derivate. Lo splendore della vita sociale napoletana si riduce alle stravaganze dei signori, come il Principe di Palagonia Don Francesco Ferdinando Gravina II che descrisse come ''un signore allampanato, un vegliardo solenne e grave, tutto azzimato ed incipriato...che trasforma le sue ville in mostre di cattivo gusto": e l'accesso alle ville, che a Napoli era spettacolo offerto agli occhi di tutti, qui è sottratto alla vista da alti muri ininterrotti. La villa in questione era la stupenda Villa Palagonia a Bagheria, detta la villa dei mostri per via delle statue riccamente decorate che raffigurano vari personaggi mescolati con animali fantastici e figure caricaturali.

Il "buon governo" che aveva ammirato a Napoli, in Sicilia si trasforma nell'arbitrio dei potenti, a cominciare dal governatore che risiede a Messina, un vecchio gretto e collerico, incapace di dominare i suoi attacchi di bile. E quello che stupisce, nei confronti di Napoli, è l'incredibile sudiciume delle strade, dove la spazzatura viene deliberatamente lasciata giacere perché attutisca i soprassalti delle carrozze dei signori durante il passeggio.

Sicilia Ma se anche i templi di Agrigento sono a suo giudizio inferiori a quelli di Paestum, gli rimane tuttavia negli occhi la primavera siciliana, gli aranceti, le vallate coltivate a ortaggi, le grandi pianure dell'interno seminate a grano. Ancora più gli rimane nel cuore un'umanità che non è una popolazione come quella di Napoli, ma un insieme di figure e figurette che assumono spesso le dimensione dell'idilio: così la giovane donna che recandosi ai campi dietro il suo asino continua a far girare il fuso con le abilissime mani, o le fanciulle che in una casa di Girgenti arrotolano i maccheroni di pasta appena fatti sulle dita affusolate dando loro quella forma aggraziata e caratteristica che tanto colpì il poeta.  Il quale tra l'altro si rivela attento ai sapori e alle tenerezze delle lattughe e delle paste di grano con una capacità di intendere e giudicare che non avremmo mai sospettato in un palato nordico avvezzo a ben sostanziosi pasti. Nonostante tutto della Sicilia scrive: "L'Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto." Nell'isola visiterà anche Segesta, Selinunte, Caltanissetta, Catania e Taormina.

D'altra parte Goethe era venuto in Italia, alla fine della lettura di questo Viaggio ne abbiamo la stessa certezza che ne ha lui, sopratutto imparare a vivere e i multiformi sapori della povera cucina meridionale sono parte della vita e hanno molto da insegnargli, forse tanto quanto i tramonti al mare e l'arte del Rinascimento o le rovine classiche disseminate per l'Italia. Avrà impararato a vivere Goethe, in Italia? E' una domanda che non ha e non può avere risposta. Certo, l'autore del Viaggio in Italia, è un Goethe nuovo per il lettore, meno compassato e paludato e che, anche se ritratto nella più romantica delle pose dall'amico Tischbein, sa spogliarsi degli atteggiamenti romanticamente obbligati per discutere di fichi e lattughe.

Nel suo secondo viaggio in Italia nel 1790 il mondo, con la Rivoluzione Francese che minacciava tutto l'ordine costituito europeo facendo tremare le fondamenta dei palazzi aristocratici, e le certezze fino ad allora accumulate era cambiate, lui stesso era cambiato e i suoi occhi non riuscivano più a vedere le stesse cose. Scrisse quasi svegliandosi da un sogno: "L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, | ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. | Onestà tedesca ovunque cercherai invano, | c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; | ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, | e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé."

 

 

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