Il furto della Gioconda

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Il furto della Gioconda 

 

Vincenzo PeruggiaChiamatemi solo se rubano la Gioconda, disse il direttore del Louvre scherzando prima di andare in vacanza in quella afosa estate del 1911. Poco più di un secolo fa, per l'esattezza il 21 agosto 1911, venne rubato dal Museo del Louvre di Parigi, il quadro più famoso di tutti i tempi, la Gioconda di Leonardo da Vinci. Il furto non fu opera di un Arsenio Lupin o, come si era pensato, di una potenza straniera (come la Germania) o di qualche artista anarchico (come il poeta Appolinaire ingiustamente accusato, o il suo amico Pablo Picasso, che finse di non conoscerlo per evitare problemi con la giustizia), ma di un imbianchino italiano di nome Vincenzo Peruggia. Quest'ultimo, convinto che il dipinto appartenesse all'Italia, lo rubò uscendo dal museo a piedi con il quadro sotto il cappotto, lo tenne 28 mesi nella sua valigia tra camicie, canottiere e mutande, lo riportò quindi nel nostro paese, nella sua città, a Luino (era nato nelle vicinanze, a Dumenza) bella cittadina sulle rive del Lago Maggiore, e se lo tenne due anni appeso sopra il tavolo della cucina, dichiarando in seguito di aver passato momenti romantici con la Monna Lisa. Intanto tutta Parigi, e tutta la Francia, venivano messe sottosopra alla ricerca del quadro più famoso del mondo. La notizia del furto riempì le pagine dei giornali francesi con titoli come "Inimmaginabile", "Spaventoso", "Gli autori dei romanzi polizieschi indietreggerebbero di fronte a un fatto così irreale". Per trovare il dipinto si ricorse anche a famosi veggenti e occultisti.

La Gioconda è da sempre una donna con espressione pensosa e un delicato, appena accennato sorriso, spesso interpretato come enigmatico o criptico. Nessuna altra opera al mondo ha avuto una tale popolarità ed è stata riprodotta così tanto. Il dipinto, di per sé non molto grande (77x54 cm), fu eseguito ad olio, su legno di pioppo. L'identità della Gioconda, anche se non certa, pare riconducibile a Monna Lisa Gherardini, donna della piccola nobiltà rurale fiorentina, seconda moglie di Francesco Bartolomeo del Giocondo (da cui il nome di "Gioconda"). Altra ipotesi, un po' da giallo storico, è che Leonardo abbia composto un autoritratto dove si è auto-raffigurato in versione femminile. Secondo un'ipotesi più recente la Gioconda potrebbe raffigurare Bianca Sforza (già Dama con l'Ermellino di un altro famoso quadro di Leonardo che si trova ora al Castello di Wawel a Cracovia), primogenita del duca di Milano Ludovico Maria Sforza, conosciuto come Ludovico il Moro, morta avvelenata (altro mistero) nel 1496.

Leonardo dipinse la Gioconda probabilmente a Firenze, quando era alloggiato nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) vicino Piazza della Signoria. L'artista portò il dipinto con sé in Francia dall'Italia nel 1516, quando Francesco I lo invitò a lavorare ad Amboise vicino alla sua residenza, il Castello di Clos-Lucé. Qui, Francesco I gli comprò vari quadri tra cui la Gioconda; di conseguenza essa è legittimamente proprietà dello Stato francese. Il dipinto inizialmente fu per diverso tempo nel castello di Fontainebleau, quindi seguì i regnanti di Francia nella reggia di Versailles. Dopo la Rivoluzione Francese venne portato al Louvre. Napoleone lo fece addirittura mettere nella sua camera da letto, ma poi tornò al Louvre. Durante la guerra franco-prussiana (1870-1871), venne tolto dal Louvre e nascosto.  Leggi l'articolo sugli altri Capolavori del Louvre.

 

Veniamo ora al rocambolesco furto. Come già scritto, il 21 agosto 1911 Vincenzo Puruggia, che lavorava, e aveva lavorato, al Louvre, dove aveva partecipato ai lavori per la sistemazione della teca dove era custodito il dipinto, cominciò ad attuare il suo piano.  Conosceva bene le abitudini del personale del museo e le possibili vie di fuga.  Vie di fuga che non usò affatto. Era talmente improbabile come ladro, che dopo aver portato fuori il dipinto nascosto sotto il cappotto, nessuno pensò a lui. Anche se più tardi venne  dichiarato mentalmente disturbato, non era affatto stupido. Il giorno prima del furto del secolo, Parete vuota dopo il furto della Giocondaper dotarsi di un alibi convincente, Peruggia aveva organizzato una serata in un caffè con i suoi amici italiani, facendo molto tardi, fingendosi addirittura ubriaco e facendosi fare anche una multa per schiamazzi notturni. L'indomani, poco dopo le sette del mattino, il Peruggia uscì di casa senza farsi notare da nessuno, entrò al Louvre riuscendo ad evitare di farsi vedere dal custode (perennemente addormentato), si diresse verso il Salon Carrè dov'era custodita la Gioconda in quel periodo (ora si trova nella Sala degli Stati), staccò il quadro dalla cornice e se lo infilò dentro il giubbotto. Dopo pochi minuti l’imbianchino italiano era di nuovo nell'appartamento che condivideva con il cugino, nascose il dipinto sotto il tavolo di cucina e si rimise a letto facendo finta di non essersene mai andato.

Poco dopo, alle nove in punto Peruggia uscì nuovamente dal suo appartamento, facendosi notare dalla portinaia (alla quale disse di andare di fretta al lavoro perché la sera prima aveva alzato troppo il gomito e si era svegliato tardi). Una volta arrivato al Louvre si trovò di fronte al caos più totale. La notizia del furto del capolavoro di Francia aveva già fatto il giro della città, presto si sarebbe saputo in ogni dove. La polizia però brancolava nel buio; alcuni dicevano che la colpa della "sparizione" era da attribuire ai tedeschi (con i quali, come al solito, i francesi non erano in buoni rapporti), contro i quali pochi anni dopo sarebbero entrati in guerra; altri pensavano fosse stato un folle o magari un maniaco. La vicenda ebbe anche dei risvolti comici quando si venne a sapere che il sottosegretario alla Belle Arti, il giorno prima del furto, nell'atto di partire per le vacanze, si era raccomandato così ai suoi uomini: "non chiamatemi a meno che il Louvre non prenda fuoco o la Gioconda venga rubata". Il paradosso venne raggiunto quando lo stesso Prefetto di Parigi andò a perquisire la casa dove abitava il Peruggia (pratica usata per tutte le persone che lavoravano al Louvre), ed oltre a non trovare nessun indizio firmò il verbale della perquisizione sul tavolo dove era custodito il quadro.

La notte si consuma dolcemente
Sereno alfine m'addormento.
I tuoi occhi che vegliano il tuo amante
Non sono forse, mia bella indocile,
Le nostre stelle del firmamento?

Queste ultime sono alcune strofe di una poesia del poeta Guillaume Apollinaire, l'artista che il 7 settembre venne arrestato perché sospettato del furto del quadro. Il sospetto scaturiva da una invettiva del poeta contro l'arte del passato. Egli difatti aveva anche dichiarato di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all'arte nuova. Ma il prefetto di Parigi, dopo essersi fatto scappare il dipinto sotto il naso, prese un altro clamoroso granchio. Infatti l'arresto di Appolinaire (di padre italiano e di madre polacca) si basava in realtà su una calunnia da parte del suo ex amante Honoré Géri Pieret, che lo accusò per vendicarsi di essere stato lasciato, di aver ricettato alcune statuette antiche rubate dal museo. Le statuette, erano state realmente trafugate, ma con la Gioconda il poeta non c'entrava niente. Le statuette fenice finirono poi nelle mani di un amico di Appolinaire, un giovane Pablo Picasso, che poi cercò di sbarazzarsi della refurtiva dichiarando anche di non avere mai conosciuto il poeta. Finita la bufera iniziale Picasso ripensò in seguito in modo divertente a tutta questa storia coniando per gli amici una famosa battuta "Amici, vado al Louvre, serve qualcosa?". Insomma, tutta la faccenda stava diventando una tragicommedia. Dopo lo scandalo e gli 8 giorni di prigione Apollinaire volle dimostrare di essere un vero patriota francese (anche se, come diceva il suo amico De Chirico, si sentiva anche molto italiano e amasse il Bel Paese). Di li a poco scoppiò la Prima Guerra Mondiale, il poeta si arruolò volontario dove morì per le conseguenze di una ferita per una scheggia che l'aveva colpito.

Intanto al Louvre due nuovi protagonisti si erano affacciati al mondo dell'arte, spinti involontariamente dal furto della Monna Lisa.: il chiodo a cui era appesa la Gioconda, e lo stesso spazio vuoto dove si trovava il quadro, i quali erano divenuti essi stessi, opere d'arte, visti e ammirati in modo sacrale da migliaia di persone, molte delle quali non avevano mai visto il dipinto di Leonardo. Questa circostanza fu fonte di ispirazione di molti altri pittori tra cui Braque e in seguito Duchamp.

Il vero autore del furto della Gioconda, Peruggia, custodì il dipinto per 28 mesi  dentro una valigia di cartone, nascosta sotto il letto di una misera pensione di Parigi. Quando si chiudeva a chiave nella sua piccola stanza e tirava fuori dalla valigia di cartone la Monna Lisa, guardandola alla luce di una candela o alla luce del tramonto, si sentiva l'uomo più ricco (e forse più felice) del mondo. In seguito il "ladro imbianchino" tornò in Italia, nel suo paese d'origine, Luino, con la seria intenzione di "restituire" il quadro all'Italia, poiché pensava erroneamente che fosse stato "rubato" nel nostro paese durante il periodo napoleonico. In realtà la Gioconda era stata regolarmente acquistata dal re di Francia nel 1517, Francesco I, protettore di Leonardo da Vinci, per l'allora astronomica cifra di 4000 scudi d'oro.

Nel 1913 Peruggia, in difficoltà economiche, si recò a Firenze per provare a rivendere il quadro. Perruggia chiede un po' in giro circa qualche commerciante d'arte, poi si rivolge all'antiquario fiorentino Alfredo Geri a cui spedì una lettera firmata "Leonardo" in cui scrive "Il quadro (la Gioconda ndr) è nelle mie mani, appartiene all'Italia perché Leonardo è italiano". Nella stessa lettera chiedeva 500 mila lire per le spese sostenute. Aveva un senso dell'umorismo tutto suo, non c'è che dire! L'antiquario Geri, incredulo ma incuriosito fissò un appuntamento con il Peruggia all'Hotel Tripoli (che poi manco a dirlo diventò Hotel Gioconda), e chiamò come testimone anche l'allora direttore del museo degli Uffizi, Giovanni Poggi. I due non credendo quasi ai loro occhi si ritrovarono davanti il capolavoro di Leonardo, quello che tutte le polizie del mondo stavano ancora cercando. I due, con un pretesto, si fecero consegnare il dipinto chiedendo al Peruggia di avere tempo per analizzarlo. Perruggia approfittò allora per farsi un giro in città; poco dopo però, furono avvertite le autorità, e venne individuato e arrestato.

Il processo, che vedeva gran parte dell'opinione pubblica italiana a favore del Peruggia, si svolse il 4 e 5 giugno 1913 presso il Tribunale di Firenze, di fronte alla stampa internazionale. Con un pretesto si cercò di avvalorare l'infermità mentale dell'imputato, che per fortuna non passò (sarebbe finito in manicomio). Il medico psichiatra del tribunale che voleva avvalorare l'infermità pose al Peruggia un indovinello : "Su un albero ci sono quattro uccelli. Se un cacciatore spara ad uno di essi, quanti ne rimangono sull'albero? - Quattro! - rispose Peruggia. - Nessuno, tutti volano via!- tuonò il medico." La pena fu in definitiva abbastanza lieve, anno e quindici giorni di prigione, che vennero poi ridotti a 7 mesi e 4 giorni nel carcere ex monastero, delle Murate a Firenze.

La Gioconda esposta a FirenzeFinito il processo l'Italia era pronta a restituire la Gioconda alla Francia, ma non prima di esporla, per una specie di tournee di addio. Il quadro venne esposto prima agli Uffizi di Firenze, poi a Roma, all'ambasciata di Francia a Palazzo Farnese e poi alla Galleria Borghese. Rientrato in Francia il quadro venne accolto con tutti gli onori dal Presidente francese e da tutto il Governo.

All'uscita dal carcere delle Murate a Firenze, il 31 Luglio 1914, interrogato da una folla di giornalisti che lo aspettavano, l'imbianchino più famoso del mondo disse: "Vedano, ho avuto intenzione di riportare in patria il dipinto di Leonardo senza alcuno scopo interessato. Centamente se avessi immaginato quale accoglienza mi si preparava mi sarei guardato bene dal venire fin qui! Io avrei potuto tenere presso di me il dipinto, oppure, se fossi stato un ladro o uno speculatore, non mi sarebbero mancati i mezzi per venderlo all'estero. Però mi sembrava giusto aspettare una ricompensa che non fosse quella del carcere! Tutti hanno guadagnato più di me: l'antiquario Geri, il Governo e anche la stampa di tutto il mondo ed io ho guadagnato otto mesi di carcere...Oggi mi trovo privo di lavoro e, quello che è peggio, senza un soldo." Senza dubbio il furto di Peruggia contribuì al mito della Gioconda e a renderla ancora più riconosciuta a livello mondiale.

Scarcerato, il Peruggia, che era diventato una specie di star che firmava cartoline della Gioconda, partecipò alla Prima guerra mondiale e, dopo Caporetto, finì in un campo di prigionia austriaco. Terminata la guerra emigrò nuovamente in Francia, si sposò, ebbe tre figli e aprì un negozio di vernici nell'Alta Savoia. Morì in Francia a Parigi, con un documento falso nel 1925, l'8 ottobre giorno del suo 44 esimo compleanno, è sepolto nel cimitero di Saint Maur des Fosses: la sua unica figlia, Celestina Peruggia, morta nel marzo del 2011, ricordava come in paese da piccola la chiamassero manco a dirlo "Giocondina".

di M.Serra per Informgiovani-italia.com

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