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La città toscana di Arezzo ha circa 92.000 abitanti ed è capoluogo della omonima provincia, situata in una conca a nord-est della Val di Chiana. È attivo centro commerciale e agricolo, con industrie tessili, calzaturiere e meccaniche; importante l'artigianato orafo; conserva un notevole patrimonio artistico, tra i migliori in toscana. Il suo glorioso passato è testimoniato da monumenti romanici, gotici e rinascimentali.
Il territorio del
comune di Arezzo si estende per 384,53 kmq, occupando un'area
prevalentemente pianeggiante ma anche con zone di collina e di montagna. La
città, principale polo di sviluppo sulla direttrice Firenze-Roma, sorge su
un'altura dal dolce rilievo, al centro di un'ampia valle che costituisce il
naturale punto di convergenza dei bacini del Valdarno di Sopra, del
Casentino, della Val di Chiana e dell'alta Valle del Tevere. In origine
forse fondata dagli umbri e poi centro etrusco, non ha subito variazioni al
proprio territorio comunale dall'unità d'Italia a oggi.
Tracce di antichissime mura situate sul colle di Castelsecco fanno
ipotizzare una primitiva Arezzo fondata dal popolo umbro; certo è che fu
anticamente una delle più potenti lucumonie etrusche. Alleata di Roma sin
dalla fine del IV secolo a.C., passò sotto il diretto dominio romano nel II
secolo a.C. e venne quindi coinvolta nelle guerre civili, subendo danni e
distruzioni al tempo del conflitto tra Mario e Silla, avendo scelto, come
molti altri municipi toscani, di parteggiare per il primo. Ripopolata con
una colonia di seguaci di Silla e nel 60 a.C. da una nuova colonizzazione di
romani decretata dai triumviri, Arezzo dovette assumere in epoca imperiale
l'aspetto di città romana economicamente florida; superate le persecuzioni
del IV secolo, nel V può considerare compiuto il suo processo di
cristianizzazione. Dopo una grave decadenza durante la prima parte del
Medioevo è appunto con la vicenda di una lunghissima disputa tra la sua
diocesi e quella senese per il possesso di una quantità di chiese rurali
(documentata per la prima volta nel 714) che la città di Arezzo si
riaffaccia con una certa vivacità sulla scena della storia. Se questo
conflitto, che accanto a motivi religiosi e patrimoniali sottintendeva di
sicuro anche ragioni politiche, si protrasse con interventi di papi e di
imperatori fino al XII secolo, a partire dal IX secolo i vescovi aretini
dovettero rivestire il ruolo di massime autorità anche nella vita civile. A
metà dell'XI secolo compare per la prima volta nei documenti superstiti il
titolo di vescovo-conte e pochi decenni dopo è il popolo cittadino a
proporsi anch'esso con le sue prime forme di organizzazione comunale, in
parte usufruendo della protezione vescovile e in parte assumendo crescenti
atteggiamenti antagonistici, riuscendo tra l'altro a imporre al vescovo (in
modo definitivo dal 1203) di abbandonare la sua residenza fortificata sul
colle di Pionta e di prendere dimora nella pieve di Santa Maria all'interno
dell'abitato urbano.
Nel frattempo Arezzo aumentava il proprio distretto, cosicché a metà del
Duecento dominava su un territorio che comprendeva la Val Tiberina fino ai
confini di Città di Castello, la parte più bassa del Casentino, il Valdarno
fino a Laterina, la Val di Chiana fino a Lucignano, l'area cortonese fino al
Trasimeno; e aveva, come gli altri grandi comuni toscani, vicende politiche
interne assai vivaci e conflittuali, con gli scontri per il predominio nel
comune tra la parte ghibellina (capeggiata dalle schiatte signorili degli
Ubertini e dei Tarlati) e la parte guelfa (capeggiata dai Bostoli). Se nel
corso del primo ottantennio del Duecento i mutamenti di segno politico
furono più o meno sincroni e omogenei a quelli di Firenze, nel 1287 i
magnati guelfi e ghibellini si coalizzarono abbattendo, con il fondamentale
sostegno del vescovo Guglielmino degli Ubertini, il regime guelfo-popolare.
Era l'occasione propizia per Siena e Firenze, le quali nel 1288 dichiararono
guerra alla rivale, cercando di conquistarla. Sconfitti i senesi presso
Pieve al Toppo, le forze aretine dovettero soccombere, nella battaglia di
Campaldino, alla preponderanza dei fiorentini (1289). Firenze tuttavia non
riuscì a trarre profitto dalla vittoria e assediò invano la città. Morto a
Campaldino il vescovo Guglielmino, dopo il presulato di Ildebrandino dei
conti Guidi, venne eletto alla cattedra vescovile nel 1312 Guido Tarlati,
nominato in seguito signore a vita della città. Più volte scomunicato e
dichiarato eretico, come ghibellino, dal pontefice Giovanni XXII, il vescovo
Tarlati rimase comunque al potere fino alla morte (1328), e designò suoi
successori al governo i fratelli Pier Saccone e Tarlato. La rivalità con
Buoso degli Ubertini, eletto nel frattempo vescovo di Arezzo, la ribellione
delle città soggette, la guerra con i guelfi perugini, le inimicizie delle
altre grandi famiglie aretine, determinarono nell'arco di un decennio una
situazione insostenibile per i Tarlati, tanto che Pier Saccone fu costretto
nel 1337 a riconoscere il predominio fiorentino su Arezzo.
Riconquistata la propria autonomia in seguito alla cacciata del duca d'Atene
da Firenze (1343) e repressi i vari tentativi di stabilire nella città una
signoria - come quello messo in atto, nel 1377, dal vescovo Giovanni degli
Albergotti -, Arezzo si dette infine, nel 1380, al re Carlo di Durazzo, che
la governò tramite il suo Vicario Jacopo Caracciolo sino al 1384, quando
venne occupata dalle truppe del condottiero francese Enguerrand de Coucy,
sceso in Italia in aiuto di Luigi d'Angiò. Poco dopo Arezzo cadde
definitivamente in potere di Firenze, che riuscì a farsi consegnare la città
dal de Coucy per la somma di quarantamila fiorini d'oro. Da allora la città
visse un lungo periodo di decadenza e le effimere rivolte antifiorentine del
1409, del 1502 e del 1529 sono i segni tangibili del malessere di una
popolazione che si sentiva trascurata e depauperata. Ricevette cure più
attente sotto i Lorena e trasse un indubbio vantaggio dalla bonifica della
vicina Val di Chiana, realizzata grazie ai progetti del concittadino
Vittorio Fossombroni, cosicché per gratitudine verso la dinastia spodestata
(ma anche per la prevalenza di un ceto agrario particolarmente conservatore)
in seguito all'occupazione francese la città insorse, cacciando la
guarnigione napoleonica (1799), e dando vita a quel singolare movimento
sanfedista toscano che fu il «Viva Maria»; dopo la battaglia di Marengo,
nell'ottobre del 1800, Arezzo veniva comunque riconquistata e sottoposta a
saccheggio. Tornata sotto il governo granducale, poté giovarsi del fervore
di opere pubbliche che contraddistinse l'ultima fase del governo lorenese,
con l'istituzione della linea ferroviaria e il potenziamento e la
modernizzazione della rete stradale; passò infine a far parte del regno
d'Italia, dopo aver partecipato con una ristretta élite di cittadini alle
lotte risorgimentali. Lo sviluppo continuò tra Ottocento e Novecento, come è
dimostrato dalla forte crescita della popolazione, dal progressivo spostarsi
del centro cittadino verso la pianura con la costruzione di nuovi quartieri,
da varie iniziative industriali e commerciali.
Una brusca interruzione a questo processo evolutivo fu causata dal secondo
conflitto mondiale, quando per i bombardamenti aerei fu distrutto quasi il
60% degli edifici, con danni molto pesanti anche al patrimonio artistico,
mentre, essendo divenuta Arezzo una base logistica delle truppe di
occupazione tedesche, la popolazione partecipò con coraggio alla lotta
partigiana in città e in provincia, pagando un alto tributo di vittime nelle
azioni di guerriglia e nelle rappresaglie tedesche, la più feroce delle
quali avvenne nella frazione San Polo il 14 luglio 1944, due giorni prima
che la città venisse liberata dall'VIII armata. Con fervore ci si accinse
alla ricostruzione nel dopoguerra, e già negli anni cinquanta era ripreso in
pieno lo sviluppo, che tendeva ormai a conferire alla città nuovi connotati
sia sotto l'aspetto urbanistico, sia sotto quello economico, sia per quello
politico, giacché al definitivo declino del tradizionale ceto dirigente
cittadino di impronta agraria si faceva ora corrispondere scelte fortemente
orientate verso la sinistra.
La città nel corso dei secoli ha dato i natali a un gran numero di uomini
illustri: tra questi Caio Cilnio Mecenate, uno dei più autorevoli personaggi
della Roma augustea, la cui liberalità verso artisti e letterati è rimasta
proverbiale, il politico e uomo di governo Arrigo Testa, fiduciario di
Federico II, i poeti Cenne da la Chitarra (seconda metà XIII sec.) e
Guittone (1235-1294), il pittore e architetto Margaritone (seconda metà XIII
sec.), il cosmografo Ristoro (XIIII sec.), Francesco Petrarca (1304-1374),
il pittore Spinello Aretino (1346-1410), lo storico e funzionario politico
Leonardo Bruni (1374-1444), che fu segretario della repubblica fiorentina,
Andrea Cesalpino, filosofo e medico (1519-1603), lo scrittore Pietro Bacci,
detto l'Aretino (1492-1556), Giorgio Vasari, trattatista, architetto e
pittore (1511-1574), Francesco Redi, autore del Bacco in Toscana
(1626-1698), il musicista Marcantonio Cesti (1623-1669), Vittorio
Fossombroni, letterato, statista e ideatore della bonifica della Chiana
(1754-1844) e, infine, benemeriti esponenti dell'erudizione
sette-ottocentesca, Gian Francesco Gamurrini e Ubaldo Pasqui.
Nonostante gli interventi cui nel tempo è stata sottoposta, fino ai giorni
nostri, Arezzo , anche grazie alla sua collocazione, ha potuto salvaguardare
i caratteri ambientali ed architettonici del suo nucleo più antico,
arroccato sulla parte alta, mantenendo inalterata la sua conformazione
all'interno di un perimetro stradale che ripercorre l'antica cinta muraria
duecentesca. Nella visione complessiva dell'evoluzione dell'impianto urbano
ed architettonico si rileva una espansione a ventaglio dettata dalla
particolare collocazione con stratificazioni contigue dalla parte più antica
in alto, quella moderna sempre contenuta dalle mura trecentesche fino
all'espansione contemporanea che ha visto il territorio urbano fuoriuscire
dalle numerose porte della cinta muraria e diffondersi nella conca
sottostante.
La realizzazione dell'Autostrada del Sole negli anni '60 ed il successivo
ampliamento della ferrovia Firenze-Roma hanno posto Arezzo al centro della
viabilità nazionale, offrendogli grande facilità nelle comunicazioni e nei
trasporti. Opportunità che la concretezza degli aretini non si è lasciata
sfuggire sviluppando in pochi anni il passaggio da una economia
prevalentemente agricola ad una prevalentemente industriale che ne hanno
fatto un polo mondiale della produzione orafa.
Se avete la possibilità di visitare Arezzo tra la fine di agosto ed i primi
di settembre di ogni anno, avrete la possibilità di assistere ad una delle
manifestazioni di maggior notorietà che si svolgono in Toscana: la Giostra
del Saracino. Si svolge in Piazza Grande, nello sfondo del prevalente volto
medievale del centro storico, dove gli aretini si radunarono a parteggiare
fra i "cavalieri che corrono la lancia".
Per chi non dovesse avere l'opportunità di partecipare a questa rievocazione
storica di indubbio fascino, c'è sempre la possibilità di un tuffo nel
passato(più recente) della Fiera antiquaria. Manifestazione che si ripete
ogni primo fine settimana di ogni mese, con alcune centinaia di stendisti da
tutta Italia e visitatori che si riversano infaticabili per le irte strade
dell'antico centro cittadino.
Gran parte del centro cittadino è chiuso al traffico privato, con esclusione
per l'accesso agli alberghi da parte dei turisti. Ma il muoversi nella città
a piedi non è soltanto un imposizione amministrativa: è una scelta di vivere
quelle sensazioni che solo così si possono rubare e percepire dai selciati
delle strade, dai portali dei palazzi, dall'incombenza di quegli edifici
sorgono su per quei vicoli cosi stretti e scoscesi.
La cucina aretina è quella tipica rustica toscana a base di arrosti allo
spiedo e alla griglia. Fra le particolarità la zuppa di pollo, l'anguilla
all'aretina, il pollo grillettato, il sedano fritto ed i carciofi ripieni;
tutte queste specialità vengono proposte nei numerosi ristoranti e trattorie
della città.
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