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Riflessi d'Istanbul - La porta dell'Asia

Una città carica di storia e brulicante di vita. Cerniera tra Oriente e Occidente, la metropoli turca continua ad affascinare i visitatori. Grazie alle sue atmosfere soffuse.

Un uomo anziano, occhiali, baffi e radi capelli bianchi, un vecchio completo dal colore indefinibile fa la posta all’ingresso dei servizi dei Musei Archeologici. Tutt’intorno a lui, nel corridoio, resti non identificati, ancora da studiare, pulire, catalogare. Forse esporre. Fuori, nell’ampio cortile, gatti ovunque; dentro, nel vasto ed elegante edificio che ospita le collezioni, un allestimento di grande ricchezza e modernità.

L’uomo è seduto, fermo, con lo sguardo fisso, perso chissà dove. Ogni tanto si alza e fa quattro passi. Poi torna a sedersi. Sembra un vecchio gatto spelacchiato, di quelli assorti, fermi a fissare chissà quale punto all’orizzonte. Ma il suo sguardo è opaco dietro le lenti, spento. Un’immagine di decadenza che in apparenza riflette lo spirito di questa città, che ha conosciuto i fasti dell’Impero Bizantino e di quello Ottomano e oggi non sembra riconoscersi più in nessuno dei due. Ma ne sente il peso. Il peso di questa duplice eredità, il peso di quasi 2.000 anni di storia, il peso di oltre 12 milioni di abitanti (la grande Istanbul) in continuo, vertiginoso aumento. Bisanzio è morta, Costantinopoli è morta.
Istanbul, invece, è brulicante di vita.

La rivoluzione di Atatürk
La sponda europea del Bosforo è ricca di edifici in legno. Alcuni sentono il peso degli anni, grigi, scrostati, in parte abbandonati. Ma molti sono vivi e vivaci, magari trasformati in alberghi e con il piano terra vivacemente colorato da insegne e scritte di empori. Un connubio costante tra vecchio e nuovo, dove solo il caos, di traffico e di colori, è costante. Istanbul resta una città piena di vita e di gioia. Una gioia molto mediterranea, che pure ben si sposa alla pacatezza e alla calma interiore di un popolo religioso senza essere più integralista.
Fu il presidente Mustafa Kemàl, detto Atatürk (cioè Padre dei Turchi), a partire dal 1922, a dare una grandiosa e brusca svolta alla Turchia, stabilendo che il Corano non dovesse più coincidere con la legge dello Stato. Nell’arco di 10 anni ricostruì completamente l’ordinamento legislativo della Turchia, che divenne così una moderna repubblica. Abrogò il sultanato, riformò il sistema giudiziario, introdusse l’alfabeto latino e il calendario gregoriano, istituì il matrimonio civile, concesse il voto alle donne. Innovazioni rivoluzionarie, oggi vissute con grande riconoscenza. Non c’è albergo, ristorante, museo, negozio che non abbia al suo interno una foto di Atatürk, ricordato con devozione quasi religiosa.

L’eredità di Costantino
Aylin, la nostra guida, è una bella ragazza turca, inevitabilmente mora. Parla un buon italiano, con un forte accento romano. Ha vissuto quattro anni a Roma e l’ha amata molto. È evidente da come descrive e racconta ladominazione romana a Costantinopoli. Ma Costantinopoli è come se fosse morta.
Dei cinque Fori (detti imperiali) costruiti tra il I secolo a.C. e il III d.C. rimangono pochi brandelli di storia, del grandioso ippodromo voluto da Costantino nel 324 d.C. solo due colonne e un obelisco (in realtà egizio). Solo le imponenti mura di cinta, lunghe sette chilometri, costruite da Teodosio II per difendere la città nel V secolo e resistite agli attacchi per 1000 anni, fanno ancora mostra di sé. E poi c’è Santa Sofia, uno dei simboli di Istanbul.
Nata come chiesa cristiana dedicata alla Divina Sapienza (in greco sofìa), col passare degli anni e purtroppo anche dei terremoti conserva poco dell’originario sfarzo bizantino. A partire dal 1453 (anno in cui cadde l’Impero Romano d’Oriente), le croci sono state cancellate o rimosse. Molti mosaici sono stati stuccati e coperti dalle eleganti decorazioni tradizionali delle moschee. Oggi non è più luogo di culto islamico, ma un museo, sintesi delle due culture religiose molto diverse.
Come altrove, anche qui ci si è trovati di fronte a una scelta difficile. Ripristinare l’architettura e le decorazioni originali bizantine, distruggendo le aggiunte successive, oppure preservare entrambe, laddove era possibile, in quanto espressioni artistiche e religiose del loro tempo? Alla fine si è scelta la seconda soluzione.

Due continenti, due culture
Sono molti i particolari che colpiscono di Istanbul. Il traffico intenso, il grande ponte Bogùaziçi, sospeso tra Asia ed Europa, percorso ogni giorno da quattro milioni di persone che devono pagare un pedaggio. Del palazzo Beylerbeyi (letteralmente Palazzo del Signore dei Signori), residenza estiva dei sultani sulla sponda asiatica, ricordo, più ancora dello sfarzo tutto europeo, delle 24 camere, dei 6 saloni, più dei cristalli di Boemia usati per i lampadari e dei vasi Ming che ne adornano gli ampi spazi, la brevità della sua realizzazione. Fu costruito tra il 1861 e il 1865. Una rapidità che non ha minimamente influito sull’eleganza, sullo stile o sulla scelta dei materiali. Il progetto originale è stato seguito in tutta la sua magnificenza, in tutto il suo sfarzo. Sembra una costante, questa. La mastodontica chiesa di Santa Sofia fu costruita in soli cinque anni, tra il 532 e il 537, la Moschea di Solimano il Magnifico tra il 1550 e il 1557, la Moschea Blu tra il 1609 e il 1616.
La Moschea Blu. Per i turchi è la Sultan Ahmet Camii. Per chi incontra per la prima volta l’architettura religiosa ottomana, ne è la più alta espressione artistica. Le sue elaborate decorazioni, la disposizione degli spazi, l’assenza di punti di riferimento “a terra” caratteristici delle chiese cattoliche, come l’altare, il tabernacolo o le croci, favoriscono la concentrazione di chi prega e attira irresistibilmente verso l’alto lo sguardo. Perché in una moschea tutto tende al cielo, al divino.

Luca Bonora

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