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Unità d'Italia
 

Unità d'Italia - Italiani che amano l'Italia

 

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La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.

 

Cantava Francesco De Gregori nella sua canzone "La storia", ed è proprio così, la storia siamo noi, la storia è fatta da noi, donne e uomini che conducono una vita, la propria vita, e che spesso sono costretti a combattere con qualcosa di più grande di loro, con avvenimenti che non dipendono dalla propria volontà, ma che segneranno la loro vita per sempre. Quest'anno si festeggiano i 150 anni dell'unità d'Italia, conosciamo tutti gli eventi che hanno portato all'unità della nostra bella nazione? Gli ideali risorgimentali che si diffusero da nord a sud, grazie a uomini quali Garibaldi, Mazzini, Cavour, che hanno reso possibile questa grande, e a tratti impensabile impresa. Ma altrettanto eroici sono stati i garibaldini, quegli uomini che sono partiti al seguito di Garibaldi, per un ideale, quegli uomini che hanno messo in gioco il bene più importante di ognuno di noi, la propria vita. Un grande merito, in ogni guerra, va sempre ai soldati, e così è stato per la nostra unità. Ma oggi ci vogliamo chiedere cosa sia realmente la tanto citata Unità, cosa significa realmente essere uniti? Cosa significa essere italiani? Dai testi di storia ho potuto imparare la storia del risorgimento e della prima guerra mondiale, entrambi questi episodi hanno contribuito ad affermare quel valore che noi chiamiamo unità. Coloro i quali hanno combattuto in ambedue i periodi hanno dato sviluppo all'idea di Italia, ma soprattutto di Italiani, uniti per un ideale e uniti per la salvezza di una nazione. Questi ideali venivano trasmessi ai bambini delle scuole, che ancora piccoli dovevano capire l'importanza di sentirsi italiani. Ogni volta che penso a questo mi vengono in mente le parole di zia Mena, che quando ero piccola amava prendermi sulle ginocchia e recitarmi l'ode di Vincenzo Monti "Bell'Italia", che ancora sapeva a memoria. Aveva imparato questa, tante altre poesie e altri frammenti di strofe quando era a scuola, e nonostante avesse studiato solo fino alla quinta elementare, e fossero passati settant'anni da quando era sui banchi di scuola, le recitava a memoria come se le avesse imparate ieri. Chiudo gli occhi e rivedo nei suoi occhi quell'emozione nel recitare i suoi pezzi, quella convinzione affermata in quei valori, quando pronunciava parole come "Italia", "valore", "vittoria", i suoi occhi si illuminavano e la sua voce diventava diversa, aveva un tono più deciso, convinto, perché lei credeva in quei valori, lei credeva nell'Italia, era fiera di essere italiana. Credo che quelle poesie siano il ricordo più bello che io oggi ho di mia zia, ma soprattutto l'esempio più fervido che io abbia di unità d'Italia.

 

Mio nonno partecipò alla Seconda Guerra Mondiale, una volta mi raccontò la sua storia, quest'esperienza per lui così sofferta. Mio nonno aveva solo diciannove anni quando dovette partire per la guerra, lui era nato nel 1924 e il suo fu l'ultimo anno di reclutamento. "Non avevo idea di quello che mi stava succedendo" mi disse "io ero sempre stato a Cirò, in Calabria, che ne sapevo io che cosa significasse combattere, che cosa fosse la guerra? Sapevamo che eravamo sempre in pericolo, per via dei numerosi bombardamenti, ma quando partii, non sapevo minimamente a cosa sarei andato incontro". Mio nonno aveva gli occhi verdi, proprio come i miei, quel giorno, mentre mi raccontava queste cose, quegli occhi erano così lucidi, così tremanti, da quegli occhi traspariva una grande sofferenza. E' incredibile come le parole riescano a trasmetterti emozioni così forti, così grandi, mentre lui parlava, io potevo solo immaginare nella mia mente, quello che lui aveva passato, ma lui, mentre parlava, ripercorreva esattamente quell'esperienza, passo dopo passo, parola dopo parola, mio nonno mentre parlava con me, stava rivivendo la guerra. Lui combatté per poco, al nord, nel reparto corazzieri. "Mi ricordo ancora il giorno che ci dissero che eravamo liberi, che ce ne potevamo andare, eravamo felici, eravamo ragazzi, ragazzi che avevano vissuto qualcosa più grande di loro stessi, qualcosa che in un modo o nell'altro ci aveva cambiati, e forse per sempre. Impiegai quindici giorni per raggiungere casa, mangiavamo quello che trovavamo nei campi. Quando finalmente arrivai a casa, non puoi immaginare la sensazione che ho provato, come era bella casa mia, la mia terra, il mio sole. Quello che avevo vissuto mi faceva vedere le cose in modo diverso, tutti quei compagni conosciuti durante la guerra, che in quel momento non c'erano più, le crudeltà viste, i corpi ammassati, gli spari. Ogni sparo che sentivo immaginavo che potesse porre fine alla vita di un uomo. Questo mi balzava in mente quando sono arrivato a casa. Forse di una cosa devo ringraziare la guerra, forse senza di essa non avrei vissuto la vita, così come ho fatto. Tutte quelle vite perse senza un motivo mi hanno fatto amare di più la mia, mi hanno fatto capire che la vita è un dono prezioso, la cosa più importante che abbiamo e dovremmo viverla giorno per giorno, senza se e senza ma. Ogni giorno in più è un'esperienza di vita in più". Questo è il racconto di mio nonno, un suo frammento di vita che allora volle regalarmi, e che rimarrà mio per sempre.

 

Pietro Lagioia è un arzillo novantenne di San Nicola dell'Alto, un paese in provincia di Crotone, anche lui, quando era ancora un ragazzo visse l'esperienza della guerra. "La guerra signorina" mi dice guardandomi tremante "è qualcosa che ti cambia per sempre". Il signor Pietro è un amante della storia, e come tale conosce molto bene la storia d'Italia, "anche io ho dato un contributo all'unità d'Italia, perché io come migliaia di soldati abbiamo combattuto e sofferto per la nostra amata patria". Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943, all'epoca Pietro aveva solo 24 anni, fu richiuso in un campo di concentramento ad Hannover. Pietro vuole raccontarci la sua esperienza perché ama l'idea che qualcuno in futuro possa leggere quello che lui ha vissuto e possa, in un modo o nell'altro arricchirsi di quella lettura. "Il campo di concentramento è senza dubbio l'esperienza più devastante che ho vissuto durante la guerra. In quel campo ho visto amici uccisi a fucilate per niente, per essersi fermati un momento a riposare, persone che vedevo il mattino, quando uscivamo dagli alloggi, ma che la sera non tornavano più a dormire nei loro letti, se letti si possono chiamare. Mi ricordo il freddo che faceva in quel campo, noi eravamo vestiti con abiti leggeri, abbiamo dovuto subire soprusi, dovevamo lavorare 12 ore al giorno, senza mai fermarci, e ci davano da mangiare pochissimo. Quando sono uscito da quel campo sono rinato, tutta quella crudeltà mi aveva fatto male, ero solo un ragazzo, e se ci ripensavo mi veniva da piangere. Il giorno della liberazione è stato uno dei giorni più belli della mia vita, perché ho assaporato il valore della libertà, finalmente ho capito che significava essere libero. Durante l'intera esperienza della guerra, però, sono riuscito a scrivere, su fogli qua e la, perché sentivo l'esigenza di scrivere, scrivere per me era una liberazione, l'unico modo di evadere da quella realtà così crudele, così poco comprensibile per un ragazzo di ventiquattro anni." Nello studio del signor Lagioia, ci sono, infatti, oltre a tantissimi libri di storia ed approfondimenti culturali, anche varie carte, confessioni, e alcune risalgono proprio all'epoca della guerra. Molti fogli sono andati persi, ma alcuni, in modo quasi inspiegabile, Pietro è riuscito a conservarli. Prova a leggere uno di quei fogli, ma la sua voce arrivata fino a un certo punto, si spezza, non riesce più a continuare. E' un'emozione troppo forte per lui, rivivere quei momenti provoca una sensazione così forte che non può continuare. Su quei fogli ci sono le confessioni di un ragazzo, di un giovane che ha dovuto combattere, che ha dovuto convivere quotidianamente con la morte. La guerra ti segna, la guerra permea chi l'ha vista, la guerra cambia le vite, le cambia a tal punto, che a quasi settant'anni di distanza, ancora non si riesce a dimenticarla, e forse non si dimenticherà mai, perché chi ha vissuto la guerra non potrà mai eliminare dalla sua anima un'esperienza simile, così totalizzante e così straziante.

 

Ho voluto offrire questi tre esempi, perché sono esempi che hanno lasciato un segno nella mia vita. Io quando penso all'unità d'Italia penso anche a loro. Questi sono racconti di vita, che devono essere condivisi, perché la memoria è un bene collettivo, un bene che va salvato e protetto. Le emozioni che a me hanno trasmesso queste persone, non saranno le stesse che trasmetteranno a altri, ma credo che saranno ugualmente coinvolgenti, perché ognuno di noi vive le emozioni in maniera differente, ma il sentimento che da origine a quell'emozione è identico e rimarrà tale per sempre. Ivo Nardi dice che "Possiamo dare infinite interpretazioni ad un riflesso confuso nell'acqua. Ma l'immagine che dà origine a quel riflesso, è soltanto una". Siamo proprio noi giovani che dobbiamo riappropriarci di questo passato, di quello che siamo stati, solo così sapremo realmente ciò che potremo essere, ciò che poi saremo. Questo articolo, così come canta Roberto Vecchioni, lo voglio dedicare "ai ragazzi e alle ragazze che difendono un libro, un libro vero. Così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendoci il pensiero".

 

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