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 VISITARE REYKJAVIK : INFORMAZIONI E PICCOLA GUIDA

  Breve storia di Reykjavik

  Esperienza notturna a Reykjavik

Reykjavik primo distributore a idrogeno

 

 

 

E' stata chiamata in modo auto ironico la capitale più calda d'Europa. Una compagnia pubblicitaria, un po' artificiale, presente su giornali e riviste ne ha messo in luce la passione per gli islandesi per il divertimento notturno per i tanti pub, locali e discoteche della città. Ma Reykjavik non è solo questo. Nel 2000 è stata per un anno Città Europea della Cultura, un riconoscimento della intensa vita culturale che vi si ospita quotidianamente.

Reykjavik ha il meglio di due mondi antico e moderno: le qualità di una  società protesa verso il futuro  vanno a braccetto con la convivenza con una natura bellissima incontaminata che comincia dalle immediate vicinanze della città. In Islanda, seconda isola europea in estensione, è la natura a dominare incontrastata il paesaggio dando l’impressione che, unico luogo in Europa, sia l’ultimo territorio dove l’uomo deve lottare con la natura piuttosto che conservarla. Gli straordinari scenari e la scarsità di vegetazione creano un ambiente naturale introvabile nel resto del mondo.

La più nordica di tutte le capitali ha come cornice il maestoso Monte. Esja, che sembra controllare pacificamente  la città e le achque del nord atlantico della baia di Faxafloi. In un giorno di sole la Snaefellsjokull appare cristallina nell'orizzonte ad ovest della città.

Reykjavik è un posto indimenticabile da visitare, sia che il viaggiatore voglia un posto per rilassarsi privo delle tante incongruenze di ogni città moderna, sia che abbiate semplicemente bisogno di ricaricare le batteria per il futuro che vi attende.

Reykjavik si estende attorno a una  penisola con una visione panoramica delle montagne  e dell'oceano atlantico da quasi tutti i punti della città. In estate, una delle cose più suggestive che si possono fare e sedersi da qualche parte nel porto a mezzanotte e guardare il sole sprofondare lentamente all'orizzonte, poco prima di risalire subito dopo.  Ci sono molti posti come questo? Non credo.

La popolazione della città è di circa 180,000 abitanti, includendo anche i paesi limitrofi. Anche se Reykjavik non è propriamente una metropoli non potrete non notare subito il grandissimo cosmopolitismo della gente. Tutti parlano Inglese, tanti parlano francese, tedesco e anche italiano. Quasi tutti i giovani passano uno o due anni della loro vita in giro per il modo prima di ristabilirsi in Islanda.

Reykjavík non è solo la capitale, ma anche la città più grande della Repubblica Islandese, punto focale di affari, trasporti, commercio e comunicazioni e centro accademico e culturale dell'Islanda. Con teatri, concerti, gallerie d'arte, bar, ristoranti e centri commerciali, Reykjavík ha qualcosa da offrire ad ogni visitatore.

Come detto il nome della città vuol dire "baia del vapore" perché allora, come ancora oggi, l'acqua calda geotermica abbonda sotto il suolo. I vichinghi sapevano già sfruttare questo dono della natura, per i bagni e per il bucato, mentre oggi viene usato per riscaldare le case. Infatti tutta la città è riscaldata in questo modo, il che le dà anche il titolo di "capitale più pulita del mondo". Un modo piacevole per incontrare la gente di Reykjavík è  visitare una delle piscine geotermali. Andare in piscina infatti è uno stile di vita per gli islandesi, e ciascuna piscina ha i propri habitué; mattina, mezzogiorno e sera.  Un gran numero di persone approfitta dell'abbondanza naturale di acqua. Il numero di visitatori arriva a 1,75 milioni all'anno, una cifra rivelatrice per uno stato di 300,000 abitanti.

Musei e parchi di Reykjavik


Museo d'arte di Reykjavík - Harbour House
Tryggvagata 17 - 101 Reykjavik
Tel. +354 511 5155
Fax +354 562 6191
Orario: ogni giorno 11-18 / Giovedì 11-19

Museo d'arte di Reykjavík - Museo di scultura Ásmundur Sveinsson
Sigtun - 105 Reykjavik
Tel. +354 553 2155
Fax +354 562 6191
Orario: Maggio-Settembre: ogni giorno 10-16
Ottobre-Aprile: ogni giorno 13-16

Visite guidate
Visite guidate disponibili su richiesta; informazioni e prenotazioni al numero +354 552 6131 o tramite e-mail; listasafn@reykjavik.is

Museo folcloristico di Reykjavík – Árbæjarsafn
Árbær – 110 Reykjavik
Tel. +354 577 1111
Fax +354 577 1112
Orario: Giugno-Agosto: mar-ven 9-17. Sab-dom 10-18. Chiuso lunedì.
Settembre-Maggio: visita guidata: Lunedì, Mercoledì, Venerdì. 13-14

Parco di divertimenti e zoo di Reykjavik
Laugardalur - 104 Reykjavik
Tel. +354 575 7800
Fax +354 575 7801
Orario: Maggio-Agosto: ogni giorno 10-18
Settembre-Aprile: ogni giorno 10-17. Chiuso di mercoledì in inverno

Località sciistiche di Reykjavik
Le montagne Blafjoll e Skalafell
Tel: + 354 561 84 00/ 566 7095
Orario: Gennaio-Aprile
Lunedì-venerdì 12-21 e sabato e domenica 10-18.

Piscine termali all'aperto
Laugardalur

Laugardal - 104 Reykjavik
Tel. +354 553 4039
Orario: Aprile-Settembre: lunedì-venerdì 6:50-22, sabato-domenica 8-20
Ottobre-Marzo: lunedì-venerdì 6:50-21:30. sabato-domenica 8-19

Vesturbær
Hofsvallargata - 107 Reykjavík
Tel. +354 551 5004
Orario: Aprile-Settembre: lunedì-venerdì 6:30-22. sabato-domenica 8-20
Ottobre-Marzo: lunedì-venerdì 6:30-21:30. sabato-domenica 8-19

Árbær
Fylkisvegur – 110 Reykjavík
Tel. +354 510 7600
Orario: Aprile-Settembre: lunedì-venerdì 6:50-22:30 sabato-domenica 8-22
Ottobre-Marzo: lunedì-venerdì 6:50-22:30. sabato-domenica 8-20:30

Breidholt
Austurberg 5 – 111Reykjavik
Tel. +354 557 5547
Orario: Aprile-Settembre: lunedì-venerdì 6:50-22. sabato-domenica 8-20
Ottobre-Marzo: lunedì-venerdì 6:50-22. sabato-domenica 8-20

Grafarvogur
Dalhus – 112 Reykjavik
Tel. +354 510 4600
Orario: Aprile-Settembre: lunedì-venerdì 6:50-22:30. sabato-domenica 8-22
Ottobre-Marzo: lunedì-venerdì 6:50-22:30. sabato-domenica 8-20:30

Kjalarnes
Kléberg – 116 Kjalarnes
Tel. +354 566 6879
Orario: Aprile-Settembre: lunedì-venerdì 15-21. sabato-domenica 11-17
Ottobre-Marzo: lunedì-venerdì 17-21. sabato-domenica 11-15

Piscine termali coperte
Sundhöllin

Barónsstígur – 101 Reykjavik
Tel. +354 551 4059
Orario: Aprile-Settembre: lunedì-venerdì 6:30-21:30. sabato-domenica 8-19
Ottobre-Marzo: lunedì-venerdì 6:30-21:30. sabato-domenica 8-19.
 

Breve storia di Reykjavik

L'Islanda fu abitata da prima da immigranti Norvegesi e Celti nel 9th e 10th secolo. Secondo la leggenda  Ingolfur Arnarson, ovvero il primo abitante dell'isola, costruì una fattoria nella penisola dove oggi si trova  Reykjavik.  La città fu chiamata così dal nome della colonna di vapore che usciva dalla zona, cosa che doveva avere fatto una enorme impressione nei primi abitanti.  La parola “Reykjavik” significa letteralmente “baia fumosa.”

Molti secoli dopo, nella metà del 18th secolo una pissola cittadina si stava formando nell'attuale penisola di Reykjavík. Questa nuova città ebbe i diritti municipali nel 1786.

Il parlamento islandese fu costituito per la prima volta nell'anno 930 e per lungo tempo si tenne a  Thingvellir, fino a che fu spostano a  Reykjavik nel 1845, e la città diventò capitale del stato. Tutavia è solo dopo la fine della guerra che Reykjavik ha cominciato veramente a svilupparsi fino all'attuale grandezza.  


L'occupazione delle truppe brittanniche e americane durante la seconda guerra mondiale ha avuto un grande impatto in Islanda. Come conseguenza si è creata una richiesta di lavoro nella capitale che attirato tanti abitanti della campagna. Questo fenomeno di accentramento è tutt'ora in corso. 
 

Esperienza notturna islandese a Reykjavik

Dove accidenti sono finito, in un video di George Michael' Un deejay con la frangetta scomposta cerca di fare il suo lavoro divincolandosi dalla stretta di una ragazza molto bionda che gli si è appesa al collo e che sbanda pericolosamente contro la gran bolla di vetro viola che sorge dalla consolle. Un tipo a cui mancano le ante e i cassetti si agita come un matto sopra un cubo scandinavo, una ragazza giapponese con un cappello da cowboy mi invita a salire sopra un banco assieme a lei e ad altri tre esaltati, una bionda con gli occhiali da Charlie's Angels e una canottiera bianca balla con le mani piantate contro il banco del bar, cantando a squarciagola verso il barman nero che sta lanciando una bottiglia di birra a una mora sui trampoli in mezzo alla sala.
Sono in un fottuto video di George Michael, e mi sto divertendo parecchio.
Quando vai a Reykjavik ti dicono due cose. La prima è che è la città più cara del mondo. E tu dici, vabbè, sarà come Londra, o come la Norvegia. Non ci siamo capiti. Reykjavik è la città più cara del mondo. Dieci minuti di taxi costano trentamila lire, un hamburger quindicimila, una rivista ventimila. Tutto o quasi è importato, e questo è il risultato. La seconda cosa che ti dicono è che a Reykjavik c'è la vita notturna più vita notturna del mondo. Reykjavik nightlife, dicono le guide. Reykjavik nightlife, dicono le riviste. Reykjavik nightlife, dicono quelli che ci sono stati. E tu dici, vabbè, sarà come Parigi, o Siviglia, o Tallinn. Non ci siamo capiti.
Quando scendi dall'aereo e sali sul taxi, il tipo ti squadra e domanda "Sei venuto per la nightlife?". È un tassista antropologo, "O venite per la wildlife o per la nightlife, e lei non ha le scarpe da trekking e non ha lo zaino". La compagnia aerea locale ha delle tariffe che si portano fin qui pacchi di giovani americani, ma anche inglesi e tedeschi, che si fanno un weekend di montagne, o uno di locali, o l'uno e l'altro, e dopo possono anche partecipare alle olimpiadi. A un certo punto dello scorso decennio, non si sa come, Reykjavik si convinse di essere una città dalla vita notturna scatenata. Le cose, se ci credi, succedono (Altobelli, che era una schiappa formidabile, si convinse di essere fortissimo e diventò fortissimo) e presto cominciarono a sbarcare rockstars, modelle, set fotografici. Tutto fu pompato ben bene, Bjork e le luminose notti estive aiutarono, e così nacque la Reykjavik nightlife.
Ma se la guardi la mattina, Reykjavik ti frega. Nella capitale dell'Islanda ci stanno 170 mila persone, come a Livorno (l'Islanda in tutto ha 260 mila abitanti, meno della provincia di Livorno). Una cittadina dolcemente distesa su lievi declivi davanti alla sua baia, con i suoi sobborghi, più estesa di Livorno perché qui una casa di tre piani è considerata alta. Non granché bella, se non fosse per mari e montagne tutto intorno e una manciata di casette pittoresche e colorate in centro. E il laghetto centrale ghiacciato fino ad aprile, dove starnazzano ininterrottamente centinaia di cigni e anatre, alla faccia del freddo e di quelle vigliacche di Central Park (e forse sono le stesse, il che spiegherebbe molte cose, altroché). Un corso principale con tutte le vetrine, un centro commerciale più in periferia. Tempo variabile, continuamente: "se non ti piace il tempo, aspetta cinque minuti", dice una logora battuta locale. La gente cammina su e giù per il corso - suono di sottofondo, ruote chiodate sull'asfalto - e tutto sa di isolamento vero (l'Islanda è il paese più isolato dell'Occidente) ma senza complessi: siamo in capo al mondo e ce la caviamo benone, grazie. Sa anche di posto di donne: anche se il presidente della repubblica ora è di nuovo un uomo, la sensazione è che quelle che comandano siano loro, a vederle in giro, saranno anche le facce adulte e forti: gli uomini sembrano ospiti con le pattine. In Islanda una percentuale pazzesca di bambini (quasi il 70%) nasce senza che i genitori siano sposati, ma il tasso di natalità è bassissimo. Sarà, allora devono aver cambiato abitudini nei mesi scorsi: in un giorno conto quarantasette passeggini, di cui uno matrimoniale. Ma qui i bambini se li portano fuori tutto il tempo, alla faccia del freddo: a Reykjavik non esiste l'inquinamento atmosferico. E la città è piena di locali decisamente hip (si dice così, pare che "trendy" sia passato di moda). Prendi un caffè e pensi che ti vedrai su Wallpaper del mese dopo. A volte li scambi per saloni di parrucchieri ­ e spesso lo sono, c'è pure una scuola in cima alla salita - quieti, spogli, luminosi, minimali, covano. Covano. Perché tu non lo sai ancora, ma il venerdì pomeriggio, a Reykjavik, sta per succedere qualcosa.
Cominci a bere verso le sei: gli islandesi si portano avanti a casa loro, o da amici, con quello che costa una birra è meglio organizzarsi (e fino a dodici anni fa c'era il proibizionismo). Dalle nove in poi sul corso si srotolano colonne di auto e pedoni che cominciano il giro, ma il runtur vero e proprio (il pub crawling, lo chiamano gli inglesi) parte tra le dieci e le undici. I quieti locali del pomeriggio sono gremiti, la gente parla e ride così forte che la musica non si sente. Bar, caffè, birrerie, discoteche, sono praticamente tutti nel giro di cento metri intorno al corso, una buona ventina, e le strade sono affollate da giovani andature in progressiva trasformazione. Quando saranno le quattro, sarà difficile vederne uno che cammina dritto, anche perché dovrà scansare i cocci di vetro disseminati su tutti i marciapiedi. La prima vittima, giovane assai, la incontro prima di mezzanotte: sta appoggiato al muro fuori dal Gaukur à Stöng e i suoi amici cercano di spiegargli chi è. Dentro già ballano, mentre all'Astro ­ lì dietro ­ stanno appena aprendo le porte alla fila in attesa. C'è un distributore automatico di gomme americane, profilattici, lecca lecca, macchine fotografiche usa e getta e dentiere da vampiro fosforescenti.
Al Kaffibarin un ragazzo indiano ubriaco mi spiega che non c'è abbastanza gin nel mio gin tonic e se lo porta via per andare a discutere con la ragazza del bar: meglio, grazie a lui starò in piedi una mezz'ora in più. L'avrò letta sei volte questa stronzata che un socio di questa bettola era Damon Albarn dei Blur, e alla fine ci avrei anche creduto se non fosse stato per Luca Rastello ­ il mio consulente di cose islandesi - che mi ha spiegato che è una balla inventata dal proprietario d'accordo con Damon Albarn, che ogni tanto ci capita. Metà di quelli che sono pigiati qui dentro parla inglese, e vengono da qualsiasi posto. Gli islandesi parlano inglese anche loro come se niente fosse. Il deejay si ostina a mettere dischi malgrado il posto sia grande in tutto sei metri per sei, banco, tavoli e una trentina di persone compreso lui. Per dargli respiro, mollo l'indiano e me ne esco. E me li faccio tutti, uno per uno. Al Vegamót una ragazza con grossi problemi di stabilità e di alito mi parla di suo marito: se ne è andato dicendo di non sopportarla quando è ubriaca. Lei non è ubriaca, naturalmente, e infatti mi racconta tutta la trama della Febbre del sabato sera. Quando sta attaccando con Grease, decido di cambiare locale. Per strada una dozzina di ragazzi sono ancora sobri abbastanza da giocare una vera partita di pallone con una bottiglia di plastica. Passano due in una Golf con le casse montate sopra il tettuccio e gridano qualcosa, ma la musica è così forte che nessuno se li fila. Sono quasi le due quando arrivo all'Astro, progettato dal designer inglese Michael Young, dove si fa salotto in due grandi sale una sopra l'altra e si balla in una terza. Eccome se si balla, e il genere è quanta-bella-gente. Come in un fottuto video di George Michael. Alle tre passate giro l'isolato ed entro al Thomsen, meno affollato. "È un po' presto, la gente qui viene dopo le quattro". Per strada, è ancora pieno di viandanti come se fosse capodanno. Ci dovrebbero fare una storia di Asterix, a Reykjavik - "Asterix e l'Islanda" ­ con Obelix che si guarda in giro mentre tutti ballano sui cubi di ghiaccio e dice "sono pazzi questi islandesi". Non fosse che qui, ai tempi di Asterix, non c'era anima viva. Mi passa davanti una limousine lunga come un peschereccio dai cui finestrini si sbraccia una bionda che avevo già visto al Rex, seguita da una telecamera. La limo è targata R-O-Y-A-L, roba che neanche Puff Daddy. È il paese dei balocchi, e io ho esagerato con i gin tonic. Così mi siedo su un gradino a guardare quelli che sono saliti sul tetto accanto all'Astro, tre tizi in maniche di camicia alle cinque del mattino di un inverno islandese. Se loro sono sul tetto, allora io posso costeggiare il lago senza finirci dentro e arrivare in albergo. Domani sarà sabato sera, e ho appuntamento con la cowboy giapponese all'Astro, verso le tre.

Tratto dal weblog di Wittgenstein.it

Apre a Reykjavik il primo distributore pubblico di idrogeno 

Il primo distributore pubblico di idrogeno d'Europa sta sulla Vesturlandsvegur, una ampia strada a 5 chilometri dal centro di Reykjavik che conduce verso il Grande Nord. Gli islandesi ci passano davanti incuriositi solo dal fatto che nessuna auto ancora si ferma e "fa carburante". Per ora è una stazione di servizio come un'altra, con un piccolo bar che vende sigarette e caffè, qualche dolce e poco altro.

Ma il prossimo 24 aprile, che in Islanda è una data importante perché coincide con il "primo giorno dell'estate", la Fuel Hydrogen Station erogherà il primo pieno di idrogeno. Saranno tre autobus pubblici a nutrirsi del gas del futuro. Uno di questi è il Fly Bus, la navetta che porta e prende passeggeri dal piccolo aeroporto di Reykjavik al costo di dieci euro a testa. Essere passeggeri su questo bus sarà un po' come viaggiare nel futuro: un futuro silenzioso, pulito, economico. Il futuro che l'Althingi, il Parlamento islandese, ha già disegnato per i suoi 285.000 cittadini: l'Islanda sarà il primo paese "no oil" del mondo.

Hjalmar Arnason, presidente della Commissione parlamentare che ha la responsabilità politica del piano, illustra i tempi tecnici dell'"Hydrogen economic plane". "In coincidenza con l'inaugurazione del distributore, tre bus pubblici inizieranno il loro servizio.

Costano circa 400mila euro ognuno, ma, mano a mano che verranno costruiti, contiamo di arrivare a 30 unità entro il 2005, il loro prezzo di abbatterà. In questo modo l'intero parco del trasporto pubblico islandese andrà a idrogeno. Inquinamento zero. Rumore zero. Ci piace molto pensare a Reykjavik come alla prima "città del futuro"".
Piaceva anche a Jules Verne, che descrivendo nel 1874 una possibile Islanda in "L'isola misteriosa" fa dire a uno dei suoi personaggi che "un giorno l'acqua sarà impiegata come combustibile". È esattamente ciò che gli islandesi intendono fare. Il procedimento è semplice: energia idroelettrica e geotermica qui sono disponibili in grande ed inesauribile quantità, da esse si ottiene energia elettrica, l'energia elettrica ottenuta si utilizza per dar vita al processo di elettrolisi, la separazione dell'acqua in ossigeno e idrogeno. L'ossigeno viene disperso nell'aria, l'idrogeno viene condotto con dei tubi ai distributori. Verrà utilizzato per il trasporto (pubblico, privato e per i pescherecci, la pesca rappresenta la prima fonte di reddito dell'Islanda) e per i servizi cittadini. Il migliore dei mondi possibili, energeticamente parlando. Ma realizzabile?

Arnason sorride. Negli uffici della Iceland New Energy, il consorzio misto pubblico privato che governa l'impresa (51 per cento pubblico, il rimanente diviso fra Shell, Daimler Chrysler e Hydro, una grande compagnia norvegese di energia), il business plane non lascia spazio a incertezze. "La nostra prima tappa si chiama Ectos, ed è il funzionamento a idrogeno dei bus pubblici. Il costo è di circa 7 milioni di euro, tre dei quali finanziati dalla Ue il resto da aziende domestiche e investitori stranieri. La seconda tappa (entro il 2007) è creare un mercato di auto a idrogeno, per trasformare l'intero parco auto islandese da benzina e gasolio a idrogeno. La terza tappa (entro il 2015) è alimentare a idrogeno i motori dei nostri pescherecci, che producono un terzo delle emissioni di gas inquinanti nel nostro paese. La quarta tappa (2030) è vendere il nostro idrogeno al resto d'Europa: l'Islanda spende circa 10 miliardi di euro all'anno per acquistare petrolio. L'obiettivo è diventare la prima nazione "no oil" del pianeta. Vorremmo e qualche volta ne parliamo fra di noi, tradendo un pizzico di presunzione che l'Islanda possa essere definita la "Kuwait del Nord". Solo che al posto dell'oro nero, noi venderemo gas idrogeno".

Quando il prossimo 24 aprile scienziati, uomini d'affari, politici che si occupano di idrogeno arriveranno da ogni parte del mondo al Nordica Hotel di Reykjavik per partecipare al summit "Produrre idrogeno disponibile al pubblico", il Laboratorio Islanda riceverà la consacrazione internazionale. Isolanazione ponte fra Europa e America, l'Islanda si assume il compito di trascinare idee e forza economica verso un mondo no oil. George Bush, nell'ultimo discorso sullo stato dell'Unione, ha affrontato il problema con chiarezza: "Obiettivo dell'America è guidare il mondo nello sviluppo di automobili pulite, con motori a idrogeno". E ha elargito 1,2 miliardi di dollari in cinque anni per la ricerca. I petrolieri non hanno commentato, i produttori di automobili che hanno diversi prototipi pronti a passare ai test su strada hanno esultato. Perfino l'Italia, dove certo gli investimenti sulla ricerca non hanno mai brillato per generosità, ha deciso di mettere mano al portafogli. Ministero per la ricerca scientifica e università e ministero dell'Ambiente hanno messo a disposizione della ricerca sull'idrogeno 70 milioni di euro per i prossimi tre anni. Spiega Fabio Orecchini, docente di ingegneria all'Università La Sapienza di Roma, che andrà al summit di Reykjavik: "L'economia all'idrogeno non è un concetto virtuale, è un concetto concreto, che può essere realizzato in tempi brevi. Basta crederci, lavorarci.

Per l'Italia, che non ha risorse energetiche proprie, sarebbe la chiave di un nuovo sviluppo. Abbiamo grandi risorse di energia solare, possiamo attingere da qui l'energia necessaria per ottenere milioni di tonnellate di idrogeno, sufficiente a mandare a idrogeno fino a 35 milioni di veicoli, l'intero parco auto italiano".

Tratto dal quotidiano la Repubblica

 

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