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VISITARE SARAJEVO: UNA CITTA' CHE RINASCE
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Festivals e manifestazioni
a Sarajevo
Dopo aver sentito per anni
tutte le sofferenze a cui
Sarajevo andava incontro, ci si potrebbe giustamente chiedere se la
città valga una visita turistica. Però anche se è vero che la guerra è
andata vanti per anni e ha fatto danni ingenti, questi sono stati fatti più
sulla psiche dei suoi abitanti che non sulle costruzioni della città.
Bascarsija, il vecchio centro di Sarajevo è stato completamente restaurato
ed oggi è un'area molto bella e viva da visitare. Vicino a quest'ultima,
Ferhadija è la più elegante strada di Sarajevo, in stile mittel-europeo, con
café alla moda e eccentrici e negozi di ogni genere ricercati.
Solamente la zona dei palazzi governativi e le periferie risentono ancora
visibilmente dei danni della guerra. Durante l'assedio della città una
agenzia matrimoniale del posto pubblicizzava i suoi servizi così: "In questo
mondo di guerre e morte l'unica cosa che ha un senso è fare l'amore."
La nascita di questa città non
è avvolta nel mito come altre. Il suo fondatore Isa-bey Isakovic e il
suo grande benefattore che diede alla città il suo stile riconoscibile Gazi
Husrev-bey, sono conosciuti. Questi due signori non sperperarono la loro
saggezza e la loro ricchezza, ma costruirono ponti, mulini, bagni pubblici e
canali. In tutto questo si costruì una città.
Quando l'Europa stava
sperimentando il Rinascimento, c'erano solo tre o quattro villaggi tra la
valle tra Hum e il monte Trebevic, allora chiamato Zlatni.
Prima
della guerra, la ricca storia della città si manifestava nelle moschee, nei
mercati e nel vecchio e pittoresco bazar turco. Il lungofiume era rimasto
quasi inalterato dal 1914, data del fatidico assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando, e 70 anni dopo, quando Sarajevo tornò a richiamare
l'attenzione del mondo ospitando le Olimpiadi invernali del 1984, si
potevano ancora visitare i luoghi del conflitto. Per secoli a Sarajevo
erano convissuti pacificamente musulmani, serbi, croati, turchi ed ebrei:
una tradizione di tolleranza ridotta in cenere durante l'ultima guerra che
ha provocato 10.000 morti e 50.000 feriti. Nonostante i tre anni di
barbaro assedio, Sarajevo ha riconquistato un grado di normalità
accettabile: i tram funzionano, molti alberghi e molte caffetterie sono di
nuovo aperti e i turisti ricominciano lentamente ad affluire. I primi a
venire a Sarajevo sono stati i 'curiosi di guerra', interessati a vedere
subito i luoghi resi tristemente famosi dal conflitto, ma anche questa moda
sembra essere in declino. Forse con il tempo e un po' di fortuna Sarajevo
sarà di nuovo una metropoli vivace.
Storia della Bosnia
I primi abitanti della zona
furono gli illiri, seguiti dai romani che si insediarono vicino alle
sorgenti minerali nei pressi di Sarajevo. Nel 395 d.C., anno della divisione
dell'impero romano, il fiume Drina (che adesso segna il confine tra la
Bosnia-Erzegovina e la Serbia) divenne la linea di separazione tra l'impero
romano d'Occidente e d'Oriente. Nel VII secolo giunsero in zona le
popolazioni slave. Separatasi o comunque distintasi ben presto dalla Serbia,
la Bosnia si configurò come entità politica vassalla di Bisanzio, poi
dell'Ungheria, finché costituì un proprio stato che raggiunse la massima
espansione e potenza nel XIV secolo. I primi attacchi turchi risalgono al
1383, e nel giro di un secolo la Bosnia divenne una provincia turca con
capitale Sarajevo. Durante i 400 anni di dominazione turca la Bosnia fu
del tutto assimilata, e i popoli che vi vivevano (i croati cattolici e i
serbi ortodossi) abbandonarono il cristianesimo e si convertirono all'Islam.
Il paese divenne quindi zona di frontiera tra il mondo cristiano e quello
musulmano. Quando nei secoli XVI e XVII l'impero ottomano cominciò a
indebolirsi, i turchi rafforzarono il loro controllo sulla
Bosnia-Erzegovina, baluardo dell'impero. A metà del XIX secolo i movimenti
nazionalisti ripresero vigore tra gli slavi del sud, che si sollevarono
contro la Turchia costringendola, con l'aiuto della Russia, a cedere il
territorio. Il Congresso di Berlino del 1878 decretò l'affidamento di tutta
l'area all'amministrazione austriaca. Il risentimento per la nuova
occupazione straniera divenne ancora più forte nel 1908, quando l'Austria
tramutò l'affidamento in annessione all'impero asburgico. L'assassinio
dell'arciduca Francesco Ferdinando commesso da un serbo bosniaco nel 1914
portò l'Austria a dichiarare guerra alla Serbia. La Russia entrò in guerra
in difesa della Serbia, la Germania appoggiò l'Austria e in breve il mondo
intero fu coinvolto nel conflitto. Dopo la prima guerra mondiale la
Bosnia-Erzegovina fu annessa al regno di Iugoslavia e nel 1941 alla Croazia
fascista. Il governo fantoccio croato massacrò centinaia di migliaia di
serbi durante la guerra, procedendo a una vera e propria 'pulizia etnica'.
Con l'appoggio delle truppe russe e inglesi, le forze nazionaliste iugoslave
sotto il comando di Josip Broz Tito riuscirono nel 1944 a liberare il paese
dall'occupazione tedesca, e alla fine della guerra la Bosnia-Erzegovina
ottenne lo statuto di repubblica all'interno della Iugoslavia. Nel 1948, il
leader sovietico Josef Stalin propose l'unione della Iugoslavia con la
Bulgaria, ma Tito si oppose e il suo regime, pur comunista, si trovò fuori
dall'orbita sovietica. Nei 40 anni seguenti Tito e i suoi successori si
impegnarono a reprimere i disordini etnici e a difendere l'integrità della
Repubblica Iugoslava - Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Slovenia e
Montenegro. Alle prime elezioni libere della repubblica nel 1990, i
comunisti furono ampiamente sconfitti dai partiti nazionalisti serbo e
croato, che rappresentavano le rispettive comunità, e dal forte partito
musulmano favorevole a una Bosnia-Erzegovina multietnica. I partiti
musulmano e croato si allearono contro i nazionalisti serbi, e il 15 ottobre
1991 dichiararono l'indipendenza del paese dalla Iugoslavia, provocando le
dimissioni dei parlamentari serbi che crearono un proprio parlamento. Quando
la Bosnia-Erzegovina ottenne il riconoscimento internazionale e fu
frettolosamente ammessa all'ONU, il dialogo tra le due partì si interruppe.
Anche se la presidenza musulmana della Bosnia-Erzegovina garantiva i diritti
dei serbi, il governo di Belgrado spinse gli estremisti serbi a difendere i
serbi bosniaci dal 'genocidio'. Nell'aprile del 1992 scoppiò la guerra
civile, poco dopo che a Sarajevo i cecchini serbi avevano sparato contro
civili disarmati durante una manifestazione a favore della pace. I serbi
cominciarono le operazioni di 'pulizia etnica', espellendo con la forza la
popolazione musulmana dalla Bosnia settentrionale e orientale per creare un
corridoio di 300 km tra le zone di etnia serba della Bosnia occidentale e la
Serbia. Interi paesi furono terrorizzati, saccheggiati e spesso rasi al
suolo per impedire agli abitanti di ritornare, e chi si rifiutava di partire
veniva ucciso. In seguito durante la guerra entrambe le fazioni utilizzarono
la stessa tattica per sterminare il nemico. Nel frattempo, deterioratasi
anche l'alleanza precaria tra musulmani e croati bosniaci, questi ultimi
costituirono una propria organizzazione politica e militare proclamando, nel
giugno del 1992 a Mostar la Comunità Croata di Herceg-Bosna. A novembre
cominciarono violenti combattimenti tra croati bosniaci e musulmani, dopo
l'accordo di spartizione della Bosnia stipulato tra i presidenti yugoslavo e
croato. Il breve assedio croato del quartiere musulmano di Mostar è molto
meno noto dell'assedio di Sarajevo.
Nell'agosto del 1992, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU approvò l'uso della
forza per garantire l'arrivo a destinazione degli aiuti umanitari, e a
novembre 6000 soldati dell'ONU furono inviati in Bosnia-Erzegovina a questo
scopo. Nel gennaio del 1993, l'impotenza delle truppe delle Nazioni Unite
raggiunse il culmine: a un posto di controllo serbo il vicepresidente della
Bosnia-Erzegovina fu prelevato da un blindato dell'ONU e giustiziato sotto
gli occhi dei soldati francesi della forza di pace. A metà del 1993,
quando la 'pulizia etnica' serba era quasi completata, l'ONU cominciò a
discutere della creazione di 'zone di sicurezza' per i musulmani. Una di
queste enclave formalmente protetta dall'ONU, la città di Srebrenica, è
adesso tristemente famosa per il massacro del 1995, quando 6000 uomini
musulmani del posto furono strappati alla 'sicurezza' e gettati in fosse
comuni, senza provocare nessuna reazione da parte dell'ONU. Solo l'attacco
dei mortai serbi contro un affollato mercato di Sarajevo, che portò alla
morte di 68 civili, spinse l'ONU a cominciare ad affrontare seriamente i
serbi. Nell'agosto del 1995 - quando i serbi bosniaci si trovavano sulla
difensiva, ma i musulmani e i croati non avevano ancora deciso un affondo
per conquistare nuove terre - il presidente degli USA Clinton varò un piano
di pace. Una conferenza tra le parti, tenutasi negli Stati Uniti, portò a
una bozza di accordo secondo la quale il paese avrebbe mantenuto i confini
di prima della guerra ma sarebbe stato diviso in due entità separate: la
Federazione musulmano-croata della Bosnia-Erzegovina (Federacija Bosne i
Hercegovine) e la Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika
Srpska). Dopo la firma dell'accordo di dicembre, le truppe serbe e croate si
ritirarono oltre le linee previste, e una forza della NATO di mantenimento
della pace prese posizione tra i contendenti. L'attuale sistema di
governo della Bosnia-Erzegovina, stabilito dagli accordi di Dayton, fa del
paese una delle democrazie più complesse del mondo: il presidente condivide
la carica con altri due presidenti, eletti dalle rispettive comunità:
croata, musulmana e serba. Essi si alternano alla guida dell'organo
collegiale ogni otto mesi. I capi del governo sono tre presidenti del
Consiglio dei Ministri che nominano insieme i membri del consiglio. Oltre a
questo sistema di tripla presidenza, ci sono anche un presidente della
Federazione della Bosnia-Erzegovina e un presidente della Republika Srpska.
Le elezioni dell'ottobre 2002 sono state per la prima volta interamente
gestite dalle autorità bosniache senza l'OSCE (Organization for Security and
Cooperation in Europe). Sono stati eletti i membri della presidenza
tripartita Mirco Sarovic (serbo), Sulejman Tihic (bosniaco), Dragan Covic
(croato) a capo di una coalizione che rappresenta i rispettivi partiti
nazionalisti SDS-SDA-HDZ. Ma il nuovo primo ministro Adnan Terzic
(bosniaco), è riuscito a formare il governo soltanto a metà gennaio 2003,
dopo che la lista dei ministri è passata al vaglio dell'ufficio dell'Alto
rappresentante della Comunità Internazionale, lord Paddle Ashdown. Il 2
aprile 2003 l'esponente serbo della presidenza tripartita, Mirko Sarovic, è
stato costretto a lasciare l'incarico dopo essere stato accusato di non aver
impedito all'azienda serbo-bosniaca Orao di vendere illegalmente componenti
militari all'Iraq, violando l'embargo. All'epoca dei fatti contestatigli,
Sarovic era presidente della Repubblica Srpska (Rs, entità serba della
Bosnia).
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