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I
Bronzi di Riace
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Quella dei Bronzi di Riace
fu una scoperta sensazionale. Le due sculture furono infatti
ritrovate nel mare Ionio, a 300 metri dalle coste di Riace
in provincia di Reggio Calabria, nel 1972. Più precisamente
nell'Agosto del 1972 il sub Mariottini immergendosi al
largo di Riace scorge sul fondale un oggetto, che inizialmente
non riesce ad identificare, si avvicina e scopre che dal fondo
melmoso esce quella che lui identifica come una mano in bronzo.
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Mariottini segnalò il fatto alla Sovrintendenza e una
squadra di subacquei professionisti vennero inviati sul posto, con l'aiuto
di speciali apparecchiature e usando le dovute attenzioni i sub riportarono
in superficie una statua di bronzo. Proseguendo l'indagine della zona
interessata venne poi rinvenuta una seconda statua in bronzo.
L’eccezionalità del ritrovamento fu subito
chiara, date le poche statue originali di quel periodo che ci
sono giunte dalla Grecia. Furono trasportate a
Firenze dove fu
curato il restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure,
uno dei più specializzati laboratori di restauro del mondo.
Nel 1980 furono esposte in una mostra, che ebbe un successo
enorme, e quindi trasportate nel Museo archeologico di Reggio
Calabria dove sono tuttora esposte.
Una normale immersione subacquea quindi
compiuta da un sub professionista nelle acque di Riace così
come ce ne sono a centinaia nelle stesse acque ogni anno ha
dato inizio alla lunga storia di questa eccezionale scoperta
archeologica. Il mare di Riace restituisce alla terra e alla
storia due capolavori in bronzo che balzeranno subito agli onori
della cronaca come una delle scoperte più importanti del secolo.
Le statue sottoposte ad una prima operazione di restauro vengono
portate al museo di Riace dove si trovano tuttora. I bronzi
di Riace identificati inizialmente con le lettere A e B raffiguravano
degli imponenti corpi maschili nudi, uno apparentemente più
giovane e l'altro più maturo, la loro identità è restata all'inizio
celata: le ipotesi su di essa si susseguirono sino ad arrivare
a sostenere una loro provenienza greca come bottino riportato
a seguito della conquista romana.
Nel 1994 archeologi, restauratori e tecnici dell'Istituto
Centrale del Restauro e della Soprintendenza archeologica della
Calabria hanno avviato un delicato progetto di restauro
al fine di scongiurare la minaccia costituita dalla presenza
al loro interno di residui di terra e di sali dannosi. Lo svuotamento
delle statue, primo decisivo intervento, è stato eseguito con
l'ausilio di una sofisticata strumentazione che ha permesso
di entrare all'interno delle statue bronzee. L'esame ha rilevato
la presenza all'interno della statua B di una seconda statua
in argilla.
Dopo anni di ipotesi e di ricerche i due statuari guerrieri
di bronzo sembrano aver ritrovato la loro originaria identità.
Un recente studio ha inoltre rivelato il ruolo del bronzista
Agelada di Argo, maestro di Mirone e di Fidia.
Lo storico dell'arte Paolo Moreno ha avanzato la tesi
che gli autori dei bronzi fossero Agelada di Argo e Alcamene
di Lemno, tale tesi è nata dallo studio comparato della
decorazione del celebre tempio di Olimpia. Il bronzo
denominato A sembra mostrare notevoli somiglianze con l'Atlante
del tempio di Olimpia, realizzata presumibilmente da Alcamene.
Secondo lo storico il cosiddetto bronzo B sarebbe Anfiarao,
indovino del re Adrasto, costretto, secondo la leggenda,
a partecipare alla spedizione dei Sette a Tebe. Il bronzo
A invece sarebbe Tideo altro eroe della spedizione. I
due bronzi farebbero quindi parte di un gruppo statuario dedicato
a celebrare la leggenda dei Sette a Tebe accompagnati dai loro
discendenti ed epigoni. Secondo i versi di Eschilo, uno
dei tre grandi tragediografi greci, Tideo insulta l'indovino
Anfiarao, che si rifiutava di partecipare alla spedizione
contro Tebe, visto che ne prevedeva l'esito negativo. Adesso
i celebri bronzi non hanno solo un nome ma anche una leggenda
alle spalle, che spiega la loro postura l'espressione sui loro
volti.
L’analisi stilistica e quella scientifica sui materiali e le
tecniche di fusione hanno entrambe determinato la differenza
sostanziale tra le due statue: sono da attribuirsi a due
differenti artisti e a due epoche distinte. Quella raffigurata
a sinistra viene normalmente chiamata "statua A", mentre quella
a destra "statua B". L’attribuzione odierna, in base ai confronti
stilistici oggi possibili, è di datare la "statua A" al 460
a.C., in periodo severo; mentre al periodo classico, e più precisamente
al 430 circa a.C., viene datata la "statua B".
Si tratta di determinazioni che possono ancora essere modificate,
anche perché sappiamo davvero pochissimo di queste due statue.
Ignoti sono sia gli autori, sia i personaggi raffigurati, sia
la collocazione che avevano nell’antichità. Al momento possiamo
solo ritenere che si tratti genericamente di due atleti o di
due guerrieri, raffigurati come simbolo di vittoria.
Entrambe le statue sono raffigurate nella posizione definita
a chiasmo, presentandosi con una notevole elasticità muscolare.
Soprattutto la "statua A" appare di modellato più nervoso e
vitale, mentre la "statua B" ha un aspetto più rilassato e calmo.
Ma entrambe trasmettono una grande sensazione di potenza, dovuta
soprattutto allo scatto delle braccia che si distanziano con
vigore dal torso. Il braccio piegato doveva sicuramente sorreggere
uno scudo, mentre l’altra mano impugnava con probabilità un’arma.
La "statua B" ha la calotta cranica modellata in quel modo perché
doveva sicuramente consentire la collocazione di un elmo di
stile corinzio, oggi disperso.
Le statue furono con probabilità realizzate ad
Atene e da lì furono
rimosse per essere portate a
Roma, forse destinate
alla casa di qualche ricco patrizio. Ma il battello che le trasportava
dovette affondare e il prezioso carico finì sommerso dalla sabbia
a circa 8 metri di profondità. Non è da escludere che all’epoca
fu già fatto un tentativo di recupero, andato infruttuoso così
che le statue sono rimaste incastrate nel fondale per circa
duemila anni, prima che ritornassero a mostrarci tutto il loro
splendore.
Ma vediamo come venivano realizzate le statue in bronzo. La
tecnica può essere sintetizzata in questi passaggi. Per prima
cosa si modellava la statua in argilla. Su di essa, in una seconda
fase, veniva collocato uno strato di cera, dello spessore di
alcuni millimetri. Terza fase, il tutto veniva ricoperto da
altra argilla o terra refrattaria, per costituire un blocco
solido e resistente. A questo punto, attraverso un’opportuna
serie di fori, praticati nel masso finale per giungere allo
strato di cera, veniva colato il bronzo portato a temperatura
di fusione (circa 1000° C). Il bronzo, infilandosi in questo
masso composto all’interno e all’esterno della forma scolpita
da terra refrattaria, andava naturalmente a collocarsi lì dove
trovava la cera, la quale, a contatto con il grande calore del
bronzo fuso, si scioglieva e colava da opportuni fori ricavati
inferiormente. Quando il bronzo si raffreddava aveva preso tutto
il posto dove prima era la cera.
A questo punto si poteva liberare
la statua di tutta la terra refrattaria che la ricopriva. Appariva
la statua in bronzo, che però all’interno conteneva ancora l’argilla
usata per la prima modellazione. Si aveva ovviamente cura di
far sì che la forma non fosse totalmente chiusa, in modo da
poter liberare la statua dell’argilla interna. Nel caso dei
bronzi di Riace, ad esempio, le due figure sono aperte sotto
i piedi, fori che ovviamente non si vedono quando le statue
sono collocate in posizione eretta, e da questi fori fu possibile,
con paziente lavoro, asportare l’argilla interna. Non tutta
l’argilla si riusciva ad asportare, tanto che nel caso dei bronzi
di Riace recenti interventi di restauro interno, condotti con
microsonde radiocomandate, hanno permesso di asportare ancora
un quintale circa di argilla che era rimasto negli anfratti
interni delle due statue. Se le statue non erano fuse in un
unico blocco, il lavoro risultava più agevole. In questo caso
le parti venivano saldate a posteriori in punti appositamente
studiati per non influire nella visione dell’opera. Questa tecnica
era definita fusione "a cera persa". Di fatto questa tecnica
messa a punto dai greci è la stessa che si usa ancora oggi,
pur nella diversità dei materiali odierni e della evoluzione
tecnologica, a dimostrazione che il modello di procedura era
il migliore possibile.
Tale procedimento era dettato dalla imprescindibile necessità
di realizzare statue che fossero cave all’interno. Se una statua
in bronzo è di piccole dimensioni, nell’ordine di alcune decine
di centimetri, si può ragionevolmente realizzarle a blocco pieno.
In questo caso basta predisporre solo una forma cava al negativo,
che fungesse da formatura della statua. Quando però una statua
in bronzo raggiunge le dimensione di uno o due metri di altezza
non è più possibile di realizzarle a blocco pieno. Primo perché
richiederebbe molto metallo e ne verrebbe fuori una statua dal
peso incredibile; ma secondo, il motivo di maggior ostacolo,
è che una statua di così grandi dimensioni, una volta colata
nella forma, nella fase di raffreddamento, per effetto della
differente temperatura tra interno ed esterno con conseguente
divario di dilatazione e contrazione, sarebbe sollecitata a
tensioni interne così forti che ne determinerebbero automaticamente
la distruzione.
Le statue in bronzo erano quindi internamente vuote. Questa
circostanza permetteva di risolvere anche un problema particolare:
far mantenere le statue in verticale risolvendo eventuali squilibri
della forma finita con l’inserzione all’interno della statua
di opportuni contrappesi che ne determinavano il giusto equilibrio.
Quando però le statue in bronzo venivano copiate in marmo, il
problema dell’equilibrio non poteva più essere risolto con contrappesi
nascosti. In questo caso si ricorreva a diversi accorgimenti,
quali, il più comune, era di inserire dietro le figure tronchi
e arbusti che saldassero le membra inferiori in un unico blocco.
In questo modo si alterava l’immagine finale, anche se ciò non
produceva un risultato estetico del tutto negativo. Ciò è possibile
notarlo in tante statue greche i cui originali in bronzo non
ci sono pervenuti, perché sicuramente fusi per ricavarne il
bronzo per altri usi, e di cui ci rimangono solo copie in marmo
di età ellenistica o romana.
Massimo Vidale, dell'Istituto centrale del restauro
di Roma, ha detto che la novità più importante per capire
la tecnologia di realizzazione delle statue antiche di bronzo
si capisce da dentro e non dal di fuori. Da fuori, gli artigiani
rifinivano tutto e non si comprendono le tracce lasciate dal
lavoro. All'interno queste tracce ci sono: entriamo con le telecamere,
togliamo la terra di fusione con estrema delicatezza, gradualmente,
e questo ci consente di capire come gli scultori plasmavano
i modelli interni. Ciò ci apre prospettive di lavoro per il
futuro del tutto nuove e su cui nessuno aveva mai pensato. Abbiamo
capito che la terra dentro le statue è un elemento preziosissimo,
perché possiamo imparare le tecniche di manifattura e, pazientemente,
un po' per volta, possiamo ricostruire degli archivi sulle terre
di fusione e le loro proprietà chimiche che, nell'arco di qualche
decennio, ci potranno dire con certezza da dove vengono.
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