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Volterra
ha una storia plurimillenaria, avendo origini etrusche, con
il nome di Velathri. Importante città romana, divenne poi
libero comune nel XII secolo. In seguito entrò a far parte
dei domini fiorentini e in quelli del Granducato di Toscana
fino all'unità d'Italia. Conserva un ricco patrimonio
storico-artistico.
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Le
descrizioni di Volterra, offerte dalla letteratura di tutti i tempi ci
mostrano una città posta su un'altura, circondata da mura, dominante un
vasto e immenso territorio: e infatti da qualunque parte ci si avvicini alla
città, il profilo di Volterra, adagiata su un contrafforte collinare del
periodo Pliocenico, a m. 541 s. l. m. domina il territorio circostante
delimitato dal massiccio del Montevaso, dai cordoni dei Cornocchi e delle
Colline Metallifere. |
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La posizione privilegiata del colle, posto alla
confluenza della val di Cecina e della val d'Era, la naturale
difendibilità
del luogo nonché le caratteristiche ambientali e le risorse minerarie
presenti nel territorio, favoriscono fin dal periodo Neolitico i primi
insediamenti umani, sicuramente documentati dai copiosi reperti litici
rinvenuti sul contrafforte volterrano e in particolare nella zona di
Montebradoni.
Il periodo
etrusco
Ma si deve agli Etruschi nel secolo VII, se concludendo il
processo di aggregazione tra i vari insediamenti del colle volterrano, essi
danno vita alla città di Velathri costruendo nel IV sec. la grande cinta
muraria il cui perimetro, di oltre sette chilometri lascia supporre che
insieme all'habitat racchiudesse anche terreni a pascolo e a coltivazione,
capaci di assicurare alimenti in caso di prolungati assedi. Infatti,
Volterra, divenne una delle dodici lucomonie che formarono la nazione
etrusca, con un territorio che si estendeva dal fiume Pesa al mar Tirreno e
dall'Arno al bacino del fiume Cornia; inoltre, nel VI sec., divenne la più
importante base strategica della valle inferiore dell'Arno sia per la spinta
romana dal sud, sia per l'invasione gallica dal nord.
Il periodo
romano
Agli inizi del III sec., lo scontro decisivo del lago Vadimone
(283 a. C.) segnò la definitiva rinuncia dei popoli dell'Etruria alla lotta
contro Roma: Volterra sottomessasi ai Romani verso il 260, entrò a far
parte, insieme ad altre città, della confederazione italica. Da un noto
passo di Livio relativo agli approvvigionamenti che l'esercito di Scipione
ricevette da alcune città etrusche, durante la seconda guerra punica nel 205
a. C., sappiamo che Volterra contribuì con legnami per le navi e
principalmente con frumento, prodotto che presuppone una fondamentale
attività agricola di tipo estensivo. Nel 90 a . C. con la Lex Julia de
Civitate, Volterra ottenne la cittadinanza romana, fu iscritta alla tribù
Sabatina e costituì un florido municipio i cui supremi magistrati elettivi
ordinari e straordinari si trovano menzionati in varie iscrizioni. Scoppiata
la guerra civile, Volterra seguì le sorti del partito di Mario; la città
sostenne per due anni (82 - 80) un lungo assedio contro Silla, finché,
stremata, dovette arrendersi.
Le conseguenze
della sconfitta furono gravi, ma non irreparabili: grazie sia all'azione
moderatrice di Cicerone sia al grande potere economico e ai rapporti con
personalità di spicco della vita politica romana di alcune delle maggiori
famiglie volterrane che riuscirono a superare i torbidi, conseguenti
all'assedio e alle rappresaglie sillane (81 - 79 a.C. ); tra queste
soprattutto i Caecinae che sono in posizione spesso di prestigio, come A.
Caecinae Severus, consul suffectus nell'anno I a. C., al quale si deve la
dedica del teatro romano di Vallebona. Con l'ordinamento territoriale
augusteo, Volterra costituì uno dei municipi della VII ragione, l'Etruria e,
nel V sec., alle prime invasioni barbariche la città strutturatasi in forme
castrensi, era già sede vescovile a capo di una diocesi che ricalcava i
confini del municipium romano e della lucomonia etrusca e costituiva una
delle circoscrizioni ecclesiastiche più importanti della Tuscia Annonaria.
L'alto medioevo
Assoggettata dagli Eruli e dai Goti, ospitò successivamente un presidio
bizantino e, durante il regno longobardo, divenne sede di gastaldo, facendo
parte della dotazione del re. Nel periodo più oscuro delle invasioni, appare
la leggendaria figura del vescovo Giusto, patrono da Volterra, che, insieme
ai compagni Clemente e Ottaviano, si rese benemerito della città a causa di
imprese civili e religiose cui dette luogo durante la sua vita. Nei IX-XI
sec., per il favore degli imperatori carolingi, sassoni e franconi, inizia e
si sviluppa la signoria civile dei vescovi volterrani, che, esenti dalla
giurisdizione comitale e forti di privilegi e immunità, finirono per imporre
la loro civile autorità non solo in Volterra ma anche su molti popoli della
diocesi. Contemporaneamente, il risveglio economico generale, di cui
appare qualche barlume negli ultimi tempi longobardi, porta la città ad
essere il polo di focalizzazione non solo degli interessi religiosi, ma
anche della vita sociale, economica e giurisdizionale del contado: i quattro
mercati concessi dagli imperatori carolingi durante il IX sec. in
concomitanza ad altrettante feste religiose, oltre a dimostrare la ripresa
dei traffici e dei commerci nel territorio volterrano, rivestono una grande
importanza, essendo mercati franchi, esenti da gabelle.
Il libero
comune e i vescovi-conti
L'aumento della popolazione (dopo l'anno
Mille) al termine delle ultime invasioni ungare e la fine dei conflitti fra
Berengario I e Alberto marchese di Toscana che portarono alla quasi totale
devastazione di Volterra, provocano la nascita dei primi borghi che si
addensano ai margini della zona del Castello: il borgo di Santa Maria
(attuale via Ricciarelli) e il borgo dell'Abate (attuale via Buonparenti e
via Sarti), l'uno perpendicolare l'altro parallelo alle mura castellane. Ma
nella prima metà del XII sec. Volterra si organizza in libero comune, pronto
a lottare con il vescovo per il possesso della città e delle ricchezze del
suo territorio: consapevole che il maggior provento della città è la
produzione del sale di sorgente, acquista diritti sullo sfruttamento delle
Moie nonchè molti diritti sul'estrazione dello zolfo, del vetriolo e
dell'allume nella zona di Larderello, Sasso e Libbiano. La lotta tra il
vescovo e il comune fu lunga ed aspra ed ebbe il suo culmine con i tre
vescovi della stessa potente famiglia dei Pannocchieschi: l'esito dello
scontro fu favorevole al comune, ma ben presto Volterra dovette fare una
politica tutta rivolta alla sua conservazione e molto conciliante verso
Pisa, Siena e soprattutto verso Firenze.
Dal punto di vista urbanistico
si assiste ad una riorganizzazione dell'insediamento che configura in
maniera pressocchè definitiva la città. La prima iniziativa importante è la
edificazione della nuova cinta muraria che sostituì quella etrusca del IV
sec. a. C. troppo ampia per assicurarne le difese visto il numero della
popolazione residente: il lavoro occupò il comune fino dai primi anni dell
Duecento e impegnò ingenti risorse economiche. Contemporaneamente alla
costruzione delle mura nuove srgono il palazzo del Popolo, poi dei Priori e
la sistemazione della piazza dei Priori, la "platea communis" già chiamato
Prato.
E intorno al Prato sorgono fin dai primi anni del XIII sec. le
prime costruzioni a torre fra cui quella detta del Porcellino che diventò in
seguito la sede del Podestà. Il palazzo dei Priori iniziato nel 1208 da
maestro Riccardo, fu terminato nel 1257 sotto il Podestà Bonaccorso Adimari,
come si legge nella lapide appoista sulla facciata. Il complesso sorgeva
isolato: un chiasso, chiuso in epoca posteriore lo divideva dal Duomo;
l'accesso avveniva da due arcate che davano su di un ampio loggiato
terminato da un Arengo.
Anche il Duomo e il Battistero che costituiscono
l'altro nucleo urbano importante, subiscono grandi lavori di
ristrutturazione: l'ingrandimento e la decorazione esterna dellla facciata
della Cattedrale viene assegnata dal Vasari a Nicola Pisano nel 1254.
La guerra con
Firenze
Intanto, il contrasto tra il temporalismo ecclesiastico e le
istituzioni comunali favorì agli inizi del XIV sec. il sorgere di condizioni
adatte per l'affermazione di una Signoria e Ottaviano Belforti assunse il
ruolo di signore della città. Il governo personale dei Belforti finì
miseramente nel 1361, anno in cui, uno dei suoi membri, fu decapitato nella
pubblica piazza per aver pattuito la vendita della città a Pisa. Ma la fine
dei Belforti fu anche il disastro della città: i fiorentini, venuti da amici
per aiutare i volterrani a liberarsi della tirannide, pretesero, come
compenso, la custodia della Rocca e l'esclusione dai pubblici uffici di
uomini legati in qualche modo a Volterra, ad eccezione dei loro
concittadini. La repubblica volterrana, nonostante la formale proclamata
indipendenza, divenne suddita di Firenze, che sempre di più mostrava
interesse non solo alle ricchezze naturali controllate dalla città, ma anche
alla sua ubicazione che poteva costituire un fortissimo baluardo avanzato
contro la repubblica nemica di Siena: se ne ebbe una conferma, quando la
repubblica fiorentina estese anche al territorio volterrrano la legge sul
catasto, contrariamente ai patti convenuti tra due le parti. Seguirono gravi
agitazioni di popolo contro la legge e Giusto Landini, patrizio popolare,
pagò con la vita la sua opposizione alla politica egemonica di Firenze.
Antagonismi di interessi privati, rivalità e invidie, animosità ed
avversione di famiglie e di classi, l'interesse personale di Lorenzo dei
Medici cusarono l'inutile guerra delle Allumiere, terminata con il sacco di
Volterra nel 1472, ad opera delle milizie del duca di Montefeltro.
Assorbita nello stato fiorentino, la città fu sottoposta ad un duro
trattamento che provocò l'emigrazione di molte famiglie facoltose e la
conseguente alienazione dei beni a prezzo di fallimento. Il segno visibile
del dominio fiorentino in Volterra é la costruzione tra il 1472 e il 1475
del Mastio, la Fortezza voluta da Lorenzo il Magnifico per controllare
contemporaneamente la città e costituire una roccaforte verso il territorio
senese.
Il periodo
rinascimentale
Mentre si operava nelle difese, le grandi famiglie
volterrane dettero il via a numerose trasformazioni dei loro palazzi secondo
i modelli elaborati dalla cultura architettonica fiorentina. La probabile
presenza di Michelozzo nel cantiere del convento di San Girolamo a Velloso
(1445) e di Antonio da San Galllo il vecchio, nella ristrutturazione della
“Vendita? (attuale palazzo vescovile) potrebbe aver facilitato la diffusione
dei modelli fiorentini: case e palazzi come quelli delle famiglie Pilastri,
Ricciarelli, Minucci e Gherardi conoscono un rimodernamento delle facciate e
un adeguamento delle antiche torri al nuovo gusto diffuso dalla città
dominante.
Nel 1530, in
un'ultima disperata speranza di riacquistare le libertà perdute, Volterra si
ribellò ai fiorentini in guerra con i Medici, alleandosi con questi ultimi,
ma fu ripresa e nuovamente saccheggiata dal Ferrucci. Restaurati i Medici a
Firenze, Volterra perse definitivamente la propria indipendenza, e divenne
una delle città dello stato mediceo di cui seguì le sorti; ma con il dominio
granducale inizia per Volterra e il suo territorio un perido di lenta ma
progressiva decadenza che si protrarrà fino a tuto il XVIII secolo.
La
ripresa della lavorazione dell'alabastro verso la metà del XVI si realizzò
quasi esclusivamente come fatto d'arte e non si orientò verso indirizzi
commerciali. Anche il tessuto insediativo non mostra grosse trasformazioni;
si possono trovare alcuni interventi di completamento, come palazzo
Inghirami (facciata realizzata su progetto di Gherardo Silvani) e di nuove
costruzioni soprattutto religiose, fra le quali spicca la riedificazione
della chiesa dei SS. Giusto e Clemente.
Fino ai giorni nostri
Verso la fine del XVIII sec. e nella prima metà del XIX sec. si registrano
incrementi nell'agricoltura, nella commercializzazione dell'alabastro e un
decisivo miglioramento nei collegamenti viari; l'abitato urbano è oggetto di
un generale adeguamento e riordinamento: si ha la costruzione del teatro
Persio Flacco (1879), l'apertura della passeggiata dei ponti e della nuova
carrozzabile per le saline (1833) nonchè il restauro degli edifici posti
nella piazza dei Priori (1846).
Nella seconda metà
del secolo, dopo l'unità d'Italia, a parte alcune ristrutturazioni degli
spazi all'interno del centro storico per far posto agli uffici del nuovo
regno, l'intervento di maggior rilievo è la creazione dell'ospedale
psichiatrico (1888). Infine il 13 marzo 1879 con 2315 voti favorevoli, 44
dispersi e 78 contrari Volterra vota la sua annessione all'Italia unita,
pagando il suo contributo di sangue sia all'edifiazione dell'unità nazionale
nella guerra 1915-18 sia alla lotta di resistenza contro il fascismo. In
passato l'economia del terrritorio si basava soprattutto sulla estrazione
del rame, dell'allume, dell'alabastro e del sale che venivano lavorati nelle
manifatture volterrane ed esportati.
Oggi, con l'emigrazione avvenuta
nel secondo dopoguerra, l'industria si basa su piccole aziende artigianali
per la lavorazione dell'alabastro, sull'estrazione del salgemma, su qualche
industria metelmeccanica e chimica; la popolazione residente dalle 17879
unità nel 1951 è scesa a 13800 nel 1991.
Una delle fonti principali di reddito è attualmente il turismo: Volterra
infatti è in grado di mostrare non solo i grandi monumenti che hanno
caratterizzato i suoi 30 secoli di storia ma possiede e gelosamente conserva
tre strutture museali di notevole interesse storico artistico, il Museo
Guarnacci, la Civica Pinacoteca e il Museo Diocesiano di Arte Sacra.
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