Storia di Orta San Giulio

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Storia di Orta San Giulio

 

Al centro del Lago d'Orta, sorge l’isola di San Giulio, così denominata dal santo evangelizzatore che riposa nella sua basilica. Secondo la leggenda, raccolta negli Atti, San Giulio era originario dell’isola greca di Egina. Vissuto al tempo dell’imperatore Teodosio, intorno alla metà del IV secolo, giunse al termine della sua missione evangelizzatrice sulle sponde del lago. Mentre suo fratello Giuliano si fermò a Gozzano per fondarvi la Collegiata, San Giulio decise di raggiungere l’isola, navigando sul suo mantello disteso sulle acque. Trovandola invasa dai serpenti, li scacciò col suo bastone e vi costruì la sua centesima chiesa, dedicandola ai Santi Apostoli, assicurando così l’evangelizzazione della Riviera.

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Gli studi del monaco belga Reginald Grégoire dimostrano il fondo storico di questa tradizione, poiché assimilano la figura di San Giulio a quella di un cappellano dell’esercito bizantino che avrebbe ricevuto dall’imperatore Teodosio il mandato di costruire chiese. L’edificio fondato da San Giulio potrebbe forse identificarsi con quello di una costruzione orientata i cui resti, di epoca paleocristiana, sono stati ritrovati al di sotto dell’attuale pavimentazione della basilica odierna durante la campagna di scavi del 1984.

Gli scavi archeologici che hanno coinvolto l'isola dimostrato anche che la presenza umana a San Giulio è molto più antica e si attestata tra il Neolitico e l'Età del Ferro. Il nucleo originario dell'abitato sarebbe stato quindi abbandonato dopo il periodo romano. È possibile che l'isola fosse comunque abitata periodo precristiano. Questo spiegherebbe, sia il motivo per cui l'evangelizzatore decise di costruirvi, verso il 390, la prima chiesa, sia il simbolo adombrato dalla leggendaria infestazione di serpi e draghi. Tali rettili sarebbero quindi una allegoria del Male e, nel caso specifico, secondo i cristiani di quei tempi, del paganesimo.

L’isola fu dunque un dominio bizantino e continuò ad esserlo fino al tempo del vescovo Filacrio, deposto nella basilica nel 534. In seguito passò ai longobardi, che ne fecero la sede di un castrum, tenendo conto del suo fondamentale ruolo di argine difensivo tra l’Ossola e la pianura novarese. Nel 590 ne era a capo il duca Minulfo, che per non aver assolto al suo dovere nei confronti di un esercito franco invasore venne fatto decapitare da re Agilulfo come traditore.

Nell’VIII secolo San Giulio entrò probabilmente a far parte del ducato di Pombia, donato dai carolingi al vescovo di Novara. La successiva attestazione di opere fortificate sull’isola è indicata da Giancarlo Andenna in un diploma di Berengario I del 911, diretto a Leone, vicedomino della chiesa milanese. In seguito il possesso dell’isola fu conteso fra i vescovi-conti novaresi e Berengario II d’Ivrea, che nel 957 vi rimase assediato per due mesi da Litolfo, figlio di Ottone I,  imperatore del Sacro Romani Impero, giunto in aiuto ai vescovi. La sconfitta di Berengario non era definitiva, tanto che nel 962 lo stesso Ottone decise di affrontarlo. In questa occasione nel castello dell’isola si rifugiò Villa, moglie di Berengario, portando con sé tutti i tesori del palazzo di Pavia.

Secondo la leggenda la regina cinse il castello con una potente muraglia, anni fa ancora visibile, ma fu costretta alla resa. È proprio durante questo assedio, racconta Rodolfo il Glabro, che venne alla luce Guglielmo da Volpiano, futuro abate cluniacense, fondatore dell’Abbazia di Fruttuaria. Dopo la vittoria su Villa, Ottone riconsegnò il possesso dell’isola al vescovo di Novara e donò ai canonici della basilica le corti di Agrate e di Barazzola, in cambio della loro perpetua preghiera. Questo diploma, datato 29 luglio 962, rappresenta il primo documento della dominazione vescovile sull’isola e ad esso faranno sempre riferimento i vescovi per confermare i loro diritti. Il collegio canonicale, già documentato nel IX secolo, attesta inoltre l’importanza e l’antichità dei riti della basilica giuliana, che manterranno nei secoli il loro prestigio.

Nel corso dell’XI secolo l’isola servì sia da rifugio ai vescovi minacciati, come nel caso di Pietro III nel 1006, sia da sede sicura di amministrazione del territorio diocesano. Nel XII secolo la funzione difensiva dell’isola sembra passare in secondo piano rispetto alla funzione organizzativa della Pieve di San Giulio, da cui dipendevano i paesi della Riviera orientale. In questo periodo l’isola nella parte meridionale era occupato dalla basilica, dal chiostro e dalle case canonicali, in quello settentrionale, sarebbe sorto il dongione circolare (la torre più alta di un castello), sede ufficiale del vescovo e del suo castellano, delegato ad amministrare la giustizia.

La storia del borgo di Orta

È in questo ultimo periodo che il borgo d’Orta, posto di fronte all’isola nel punto in cui questa è più vicina alla riva, incominciò ad acquistare una certa rilevanza tra i paesi circostanti. La "villa" di Orta venne nominata per la prima volta nel diploma ottomano del 962, ma il suo toponimo è forse da collegarsi ad una divinità minore celtica. La sua espansione è in gran parte legata ai facile approdo per i pescatori e, in epoca medioevale, all’esercizio del diritte di mercato settimanale.

In seguito Orta divenne sede della Universitas Ripariae, il Consiglio dei borghi lacustri a cui il vescovo, ormai residente a Novara, aveva delegato la possibilità di governare attraverso regolari Statuti, per decidere dei provvedimenti amministrativi, giuridici e fiscali.

Nel 1190 il comune di Novara cercò di impadronirsi di Orta e della Riviera, ribellandosi all’autorità del vescovo e andando anche incontro alla scomunica. Nel 1219 venne imposto definitivamente ai novaresi di restituire le terre usurpate, ma i saccheggi proseguirono ancora, insieme ai tentativi autonomistici. Nel 1343 il vescovo Amidano concesse la prima riforma degli Statuti, evidentemente anteriori, cui seguirono successive revisioni nel 1401 e nel 1506. Approfittando della sede vacante, nel 1522 si registrò il primo tentativo di usurpare i diritti vescovili da parte di Francesco I Sforza e nel 1524 Anchise Visconti causò il primo saccheggio di Orta, colpevole di non aver pagato una multa di duemila zecchini-

Il vescovo di Novara, Giovanni Arcimboldo, decise di intervenire nel 1528, ponendo fine a una serie di prepotenze e saccheggi che avevano prostrato le comunità rivierasche. Cesare Maggio, colonnello di Carlo V, impose allora a Orta numerose contribuzioni; il vescovo si oppose, organizzando egli stesso la difesa e recandosi con tutti gli abitanti sull’isola, dove resistette all’assedio. Divenuta la situazione disperata, chiamò a raccolta tutti i rivieraschi della torre di Buccione e questi, sollevandosi, scacciarono le truppe imperiali.

Il dominio spagnolo fu un continuo susseguirsi di angherie e tentativi di infeudazione, da cui la Riviera si difese strenuamente. Il vescovo sostenne a lungo la causa per provare la legittimità dei suoi possessi, che gli vennero riconosciuti nel 1647, consentendogli di mantenere intatto il suo dominio ancora per alcuni anni. I diritti vescovili vennero definitivamente dismessi con l'avvento dei Savoia e con la convenzione firmata nel 1767 tra Carlo Emanuele III e il vescovo Balbis Bertone. Nel 1818 il vescovo rinunciò anche a ogni diritto feudale, riservandosi il possesso dei palazzi dell’isola e di Gozzano e consentendo che Orta e la Riviera si unissero al Piemonte.

 

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