Storia di Sassuolo

Storia di Sassuolo

 

Il territorio di Sassuolo è lambito dal fiume Secchia, ed è a carattere torrentizio. Nel periodo romano la località era chiamata Gabellus. Dal 250 d.C. fu chiamata Secies, Sigla e Sitala, con riferimento, forse, all'antichissimo Sechiena, un paese preesistente a Sassuolo, che è attraversato da due torrenti di una certa rilevanza, il Vallurbana e il Fossa, sito al confine con il comune di Formigine. Altro corso d'acqua, che all'altezza della frazione San Michele si diparte dal Secchia, è il Canale di Modena (sulle cui sponde sorgevano un tempo numerosi mulini oggi quasi totalmente scomparsi) utilissimo per l'irrigazione dei campi soprattutto nei periodi di siccità.

I due terzi del territorio sono costituiti i da una pianura di origine alluvionale posta a circa 90 metri sul livello del mare, il rimanente è costituito dalle fertili colline della parte sud-est del territorio, alle cui spalle si innalzano i monti dell'Appennino modenese e reggiano, che toccano la massima quota in località Casa Rotta dove raggiungono i 433 metri sul livello del mare, per poi digradare dolcemente verso la pianura nel paesaggio tipico dei calanchi, dovuto alla natura prevalentemente argillosa del suolo.

In questo scenario diviso tra pianura e collina, con sullo sfondo le montagne più alte, la posizione di Sassuolo si può definire abbastanza felice e non priva di bellezze naturali cantate da vari poeti tra i quali Alessandro Tassoni (Modena, 1565 – Modena, 1635) nella Secchia Rapita ("ma dove lascio di Sassuol la gente / che suol de l'uve far nettare a Giove, / laddove è il più bello e più lucente, / là dove il ciel tutte le grazie piove? / Quella terra d'amor, di gloria ardente, / Madre di ciò ch'è più pregiato altrove [...]) e il poeta sassolese Domenico Gazzadi.

Il toponimo della cittadina sembra trarre origine dal latino Saxolum, denominazione a sua volta composta da saxum, sasso, e da solum, terreno, e pertanto legata alla natura sassosa del luogo. Alcuni studiosi, attribuendo al termine solum il significato di "solo, solamente", traducono l'intera denominazione con la frase "un sasso solo", che sarebbe da riferirsi al rialzo del terreno, o meglio alla motta emergente su un territorio occupato dal letto del Secchia, sulla quale si sarebbe stabilito un primitivo nucleo di abitanti. Secondo altri studiosi, il toponimo deriverebbe da saxum oleum, da quell'olio di sasso o petrolio che anticamente era presente nella zona ed è stato citato anche da Lazzoro Spallanzani. biologo e scenziato nato nella vicina Scandiano. Tuttavia la versione più accreditata è quella che pone in relazione il toponimo col luogo roccioso o sassoso, come testimonia anche la scritta che dal XVI secolo accompagna lo stemma di Sassuolo, costituito da tre colli, dalle cui valli si innalza il motto "Sic ex murice gemmae" ("da roccia o terreno roccioso sono sorte gemme").

E fu quasi certamente su uno sperone roccioso lambito dalle acque del Secchia fino al XVI secolo, che all'epoca di Matilde di Canossa sorse un castello. Le piene del fiume, apportando terra e ghiaia, modificarono nel tempo la configurazione del luogo, rialzando il letto fluviale e trasferendolo poco a poco più ad ovest. La parte rocciosa della quale ora non vi è più traccia, perché ricoperta da vari strati di terra argillosa, doveva ospitare anche una parte del borgo, come dimostra la denominazione di "via del Sasso" data un tempo ad una via del vecchio abitato.

I primordi di Sassuolo risalgono certamente al periodo eneolitico (il periodo di transizione fra l'età della pietra e quella del bronzo), come dimostrano alcuni reperti archeologici. Ed anche se le notizie storiche di Sassuolo non vanno oltre il X secolo, gli storici concordano nel far risalire l'origine della cittadina ai Romani e nell'indicare Sechiena come un insediamento preesistente, ubicato più o meno nella stessa posizione e distrutto da Annibale.

Plinio il Vecchio narra che Sassuolo fu distrutta al tempo dei Romani, intorno al 90 a.C., da un terremoto con epicentro alle vicine Salse di Nirano. Probabilmente, in seguito, fu devastata dalle invasioni barbariche e sommersa intorno all'anno 600, come narra Paolo Diacono, da un'"inondazione [...] che uguale non s'era vista dopo quella di Noè". Queste calamità avrebbero verosimilmente privato di una documentazione scritta fino all'anno 980, al quale risale il primo documento storico su Sassuolo: una permuta di terreni intercorsa tra Giselberto, figlio del fu Raimondo, longobardo e conte di Sassuolo, e la badessa Berta del Monastero di Santa Giulia di Brescia. Alla transazione sono presenti come "tassatori" due Sassolesi citati come i "buoni uomini Natale e Uberto de loco Saxolo". Dal documento Sassuolo risulta facente parte del contado di Parma, "in comitatu parmense", e non di quello di Modena: probabilmente ciò dipende dal fatto che Sassuolo, almeno fin dal tempo dei Bizantini, era legata ad un centro della montagna facente parte del comitato parmense, forse Verabulo o Verabio, situato presso Carpineti. Comprova ciò un documento carolingio conservato nell'Archivio di Stato di Modena, con il quale Carlo Magno, nell'assegnare al vescovo di Reggio i confini di quella diocesi, vi incluse anche i territori dell'Appennino modenese che un tempo avevano fatto parte della giurisdizione di Verabulo, tra cui Sassuolo.

Sassuolo diventa libero comune

Il secondo documento riguardante Sassuolo è del 1035: con esso l'imperatore Corrado conferma i privilegi della Chiesa di Parma, concessi con un diploma del 1029, dopo la morte del conte Bernardo. Tra i territori del comitato di Parma concessi ai canonici è inclusa la proprietà di Sassuolo. Ma già nel 1039 Sassuolo è oggetto di una permuta e viene ceduta dalla Chiesa al marchese Bonifacio di Canossa; resterà sotto il dominio della famiglia fino al 1115, anno della morte di Matilde.

Sassuolo in quel periodo è una piccola corte, cioè un organismo rurale autonomo e chiuso, legato alla giurisdizione di Carpineti. La situazione rimane tale e quale anche dopo la morte di Matilde, sotto Arrigo V, impadronitosi dei territori della contessa. Ma, morto Arrigo V nel 1125 ed eletto papa Onorio II nello stesso anno, questi reclama i beni di Matilde e li cede ad un certo Alberto. Il suo successore Innocenzo II accorda nel 1133 i beni allodiali matildici all'imperatore Lotario, in cambio di un canone annuo.

Morto Lotario, inizia la lotta per l'indipendenza comunale e tra le varie corti che si staccano dalla giurisdizione di Carpineti, nel momento in cui (intorno al 1160) è feudatario un certo Gherardo detto de' Carpineta, vi è anche Sassuolo, guidata da qualche influente personaggio discendente da quel conte Giselberto che nel 980 era signore della città. L'indipendenza della cittadina, assurta al rango di libero comune, è provata dal giuramento di fedeltà che nel 1178 i consoli di Sassuolo prestano al comune di Modena e dall'alleanza che essi stringono con i Modenesi per la reciproca difesa.

La dominazione della famiglia dei Della Rosa

Non abbiamo dati certi per stabilire in quale anno Sassuolo sia divenuta libero comune, ma è sicuro che il suo affrancamento avviene nel clima di progressiva decadenza dell'autorità imperiale. Il patto di amicizia con Modena viene rinnovato il 13 ottobre 1187, senza oneri di tasse, cosa abbastanza eccezionale rispetto alle condizioni stabilite in materia dalla città di Modena nei riguardi di altri piccoli comuni. La clausola sta ad indicare che, all'epoca, Sassuolo, pur essendo libero comune è dominata da signori locali, i "cattani" o capitani o feudatari, ai quali deve fedeltà prima che a Modena. Chi siano questi signori non si sa con certezza: si tratta probabilmente della famiglia dei Da Sassuolo o dei Della Rosa, un'unica famiglia con i De Magreta, della quale si ha notizia dopo la metà del XII secolo.

I Della Rosa, anche se signori di un piccolo paese come Sassuolo, dove dettero inizio al periodo delle signorie, sono all'epoca una delle famiglie più bellicose del Modenese e godono di una certa notorietà e fiducia, tanto che i suoi membri sono chiamati a ricoprire la carica di podestà in diversi importanti comuni, come Parma, Ferrara, Piacenza, Reggio, Brescia, Bologna, Todi, Bergamo; col sorgere delle fazioni dei guelfi e dei ghibellini, si inseriscono per due secoli da protagonisti nelle sanguinose lotte fra i due partiti e tra i signori di Modena città ("intrinseci") e i signori del contado ("estrinseci"). Sono proprio i guelfi "estrinseci", tra i quali i Della Rosa, che cacciati da Modena il 30 luglio 1284, si raccolgono a Sassuolo rendendola una vera e propria fortezza circondata da mura e da un profondo fossato. Il 15 settembre dello stesso anno, a Colombaro, ha luogo uno scontro in campo aperto ed in questo, così come nel successivo avvenuto a Montale il 20 settembre, prevalgono i Della Rosa e i loro alleati. Stipulata con difficoltà la pace per intervento del podestà di Parma, gli "intrinseci" rientrano a Modena dopo quattro anni di esilio forzato. La pace viene rotta da Tommasino e Manfredo dei Della Rosa: la reazione degli avversari è violenta e nel settembre del 1287 il borgo di Sassuolo viene occupato, saccheggiato e incendiato.

Nel 1288, la cittadina viene comunque ricostruita, mentre Modena decide di sottomettersi al governo e alla signoria del marchese Obizzo II d'Este che riammette a Modena tutti gli esuli guelfi. I Della Rosa si schierano a fianco di Azzo VIII, primogenito di Obizzo (morto nel 1293), e quindi a capo del Ducato estense, ivi compresa Modena. Nel 1306 però Sassolo, figlio di Manfredino della Rosa, seguito poi anche dal padre, partecipa alla congiura contro gli Estensi e contribuisce all'instaurazione di un governo repubblicano a Modena resa libera. I Della Rosa partecipano in seguito anche alla lotta per il potere interno ed accrescono via via, con abilità bellica e politica, il loro potere e la loro influenza, acquistando nel 1309, per 700 lire modenesi, il Castello di Fiorano e rendendolo una fortezza inespugnabile. In tal modo Sassuolo acquista di riflesso maggiore influenza sui territori circostanti e comincia a sostenere il ruolo di fulcro di tutta la Valle del Secchia. Si può affermare che in quest'epoca comincia, sotto i Della Rosa, la futura importanza di Sassuolo come centro della montagna reggiano-modenese.

Con la discesa in Italia di Arrigo VII, avvenuta nell'ottobre del 1310, costituitasi la lega anti-imperiale dalla quale i Della Rosa o Da Sassuolo vengono esclusi, questi danno vita nel 1316 ad una nuova lega, iniziando un'altra guerra contro i guelfi "intrinseci" che, dopo due anni di tregua, ricomincia nel 1318, quando i Sassolesi, uniti a Passerino Bonacolsi, attaccano Modena dalla quale vengono ricacciati dopo essere entrati in città. In quell'anno i Della Rosa che, fino ad allora sono riusciti ad allargare i propri domini e ad evitare vere e proprie sconfitte, subiscono gravi e pesanti disfatte e si preparano a sostenere lo scontro col fanatico ghibellino Passerino Bonacolsi, al quale rifiutano di sottomettersi, fortificando (dopo aver reso inespugnabile il Castello di Fiorano) il Castello di Sassuolo che circondano nel 1319 di una nuova cerchia di mura. Il nuovo complesso viene definito "castello nuovo" ed ingloba il preesistente "castello vecchio", formando un unico complesso ben fortificato.

Nel 1321 i Della Rosa, che possiedono anche il Castello di Montebaranzone, già celebre ai tempi di Matilde di Canossa, fortificano anche quello di Montegibbio. Francesco Bonacolsi, figlio di Passerino, attacca Sassuolo nel 1325 e quando si rende conto che il castello è inespugnabile sfoga la sua rabbia sul territorio circostante, portandovi lutti e distruzioni. Ma nell'estate, ricevuti rinforzi, Bonacolsi ottiene la resa dei Della Rosa e stipula una convenzione che salva la vita ai vinti ma che facilita la resa degli altri castelli della famiglia la quale conserva come estremo baluardo il Castello di Montebaranzone. I Della Rosa riottengono però i loro possedimenti con l'aiuto del guelfo Versuzio Landò, condottiero dell'esercito pontificio accorso in loro aiuto contro il Bonacolsi che viene sconfitto ed ucciso, mentre i suoi figli e i suoi fratelli, presi prigionieri, vengono fatti morire di fame dai signori della Mirandola.

Restaurato il loro dominio, i Della Rosa, in capo a due anni, sotto la guida di Obizzo del fu Manfredino, ricostruiscono i castelli di Fiorano e Montegibbio e, approfittando dello stato di miseria nel quale si erano venuti a trovare alcuni Fioranesi, acquistano negli anni 1326-'28 molte terre ed edifici a Fiorano.

Con la discesa nel 1326 di Ludovico il Bavaro, che rialza il morale dei ghibellini, i Della Rosa, esclusi da Modena, il cui governo era affidato a Manfredo Pio, si alleano con i pontifici e compiono continue scorrerie nel territorio contro i Modenesi.

Nel 1330, con la discesa, sollecitata dal papa, di Giovanni di Boemia, figlio di Arrigo VII, Guido e Manfredo Pio gli si sottomettono e ottengono tra le altre promesse quella che i Da Sassuolo e i loro alleati siano obbligati a rimanere tre miglia lontani da Modena e sborsino un tributo di tremila fiorini ogni anno. Sorge però una lega di principi italiani contro il Boemo e di essa fanno parte anche gli Estensi che nel 1336 ottengono la signoria di Modena e riammettono in città tutti gli esuli e i fuorusciti, tra i quali i Della Rosa, che, dopo poco, riottengono da Obizzo d'Este la signoria di Sassuolo, essendosi conquistata la piena fiducia degli Estensi, che in quegli anni hanno sempre al loro fianco negli episodi più importanti e significativi, un Della Rosa. Scesi nelle terre del Modenese i Visconti, signori di Milano (negli anni che vanno dal 1354 al 1360), i Della Rosa subiscono la perdita del Castello di Fiorano che riconquistano definitivamente nel 1355, con l'inganno, corrompendone il custode.

Bernabò Visconti invia nel 1357 Galasso Pio, suo alleato, contro i signori di Sassuolo. Il Pio compie molte scorrerie ed atrocità. I più potenti feudatari modenesi formano una lega, lo sconfiggono e lo ricacciano a Carpi da dove però egli riapre le ostilità nel 1358. Gli Estensi propongono allora la pace e sia Galasso Pio che Bernabò Visconti accolgono la proposta. In realtà la pace si avrà solo nel 1364, dopo vari episodi di guerriglia, con la rinuncia di Bernabò a qualunque pretesa nei riguardi di Modena, e durerà fino al 1370. In quell'anno Bernabò, volendo strappare Reggio al marchese d'Este, cerca alleati e li trova anche nei signori di Sassuolo. Niccolò II d'Este, abbandonato dai suoi alleati, stringe un accordo con i Visconti, ma nel successivo anno 1371, ingaggiato il tedesco Landò e la sua compagnia di ventura, lo invia contro il Castello di Sassuolo tenuto da un presidio militare mandato in difesa dei Della Rosa da Bernabò. Il Landò tradisce gli Estensi accordandosi con Bernabò, dopo aver conquistato una parte di Reggio, ma gli Estensi non si danno per vinti e, nel 1373, rinsaldate le fila e cercati nuovi alleati, hanno la meglio sulle truppe viscontee. La sconfitta segna la fine dei Della Rosa. Gli stessi Sassolesi infatti, stanchi della guerra e delle tristi conseguenze subite per colpa dei Della Rosa, chiudono la porta del castello alle spalle di Manfredino della Rosa, recatosi a Firenze, e si danno agli Estensi, dopo avere respinto il tentativo di rientrare a Sassuolo compiuto dal Della Rosa.

La prima dominazione degli estensi

Da quel momento Sassuolo passa quindi, per volontà dei suoi stessi abitanti, sotto gli Estensi, i quali concedono vari privilegi ed esenzioni come quella da ogni onere reale e personale e da ogni tassa per 15 anni. Il comune dà agli abitanti di Sassuolo l'Isolario del Secchia, i beni dei Della Rosa e una casa a Modena perché vi trovino alloggio i Sassolesi qui mandati per affari concernenti la comunità, nonché la possibilità di acquistare ogni anno dodici moggi di sale da Ferrara senza dover pagare alcun dazio o tassa per il trasporto. Chi ha subito danni ad opera dei Della Rosa viene risarcito e reintegrato nei propri diritti: nel complesso i Sassolesi prima sotto Niccolò II, poi, dopo la sua morte, nel 1388, sotto il fratello Alberto V, fino al 1393, godono di un ventennio di pace.

Morto Alberto e succedutogli il figlio naturale Niccolò III, di appena dieci anni, cominciano i tentativi per togliergli il potere. Il primo è quello dello zio Azzo, subito appoggiato dai Della Rosa e da altri ribelli che presto riconquistano i castelli di Montebaranzone e di Montegibbio. Niccolò III affida la sua difesa ad Azzo da Castello modenese che nomina custode di Sassuolo e signore di Spezzano e Formigine. Ma, morto questi nel 1395 per un banale incidente in un torneo, i ribelli hanno mano libera. Francesco della Rosa compie vari tentativi per riavere Sassuolo, cercando alleati anche tra i Bolognesi, ma, fallito varie volte il suo intento, si associa ad un gruppo di Sassolesi traditori e, col loro aiuto, riconquista Sassuolo, divenendone signore e restando tale fino al 1408, quando muta atteggiamento verso i marchesi di Ferrara e, da accorto politico, riallaccia con loro buone relazioni. Ciò gli permette di rimanere a capo del suo feudo dietro una semplice promessa di fedeltà della quale però Niccolò III dubiterà sempre, al punto che, nel 1417, Francesco verrà fatto prigioniero e sarà tradotto a Ferrara dove morirà, probabilmente non per cause naturali.

Con Francesco si conclude la signoria dei Della Rosa, famiglia guerriera e inquieta che per due secoli ha tenuto il feudo di Sassuolo, realizzando molte opere degne di nota, tra le quali il nuovo borgo, l'ampliamento (se non la costruzione), all'inizio del Trecento, della Chiesa di San Giorgio, protettore della città, e l'edificazione della Chiesa di San Francesco (dedicata al Santo d'Assisi, recatosi nel 1217 in visita a Sassuolo), all'interno del castello, dopo che, nel 1314, era stata fatta abbattere la fatiscente Chiesa di Santa Croce.

Niccolò III, ripresa Sassuolo, asseconda la volontà dei Modenesi e nel 1419 assoggetta a Modena la cittadina e la sua podesteria: Sassuolo ha così due padroni, gli Estensi e il comune di Modena, con il quale in passato non sono corsi certo buoni rapporti. Anche l'autorità del podestà locale viene limitata e subordinata a quella del podestà di Modena, al quale vanno sottoposti anche i giudizi per i crimini che oltrepassino il valore di dieci lire marchesane. Inoltre Niccolò nomina podestà di Sassuolo un uomo di sua fiducia, Nascimbene Grassaleoni. Questi, che fa costruire il primo mulino di proprietà signorile, rimane podestà fino al 1426, dopo di che Sassuolo viene governata dai propri podestà; nel 1429 Niccolò emana nuovi statuti riguardanti i vari ufficiali della comunità: il massaro, i consiglieri, il notaio, il messo, i saltari, gli stimatori, i visindari.

Nel 1432 però Niccolò III concede nuovamente l'amministrazione di Sassuolo ad un uomo di sua fiducia, nella persona dell'ex segretario ferrarese Jacopino Giglioli: è una scelta sbagliata e, solo dopo tredici mesi, il Giglioli, sospettato di ribellione, viene imprigionato a Ferrara ed impiccato.

Fallito l'esperimento si torna di nuovo ai podestà, con i quali finalmente la vita nella podesteria di Sassuolo assume un ritmo regolare e tranquillo, a parte la vertenza riguardante le acque del Secchia che nel 1436 Reggio cerca di ottenere per sé, contro il comune di Sassuolo che aveva acquistato il diritto di prelievo delle acque nel 1373. Niccolò III sana la vertenza con un decreto del giugno 1436 che riconferma fra l'altro a Sassuolo la proprietà dell'isola grande del Secchia. Sotto il dominio di Niccolò viene edificata a Sassuolo, su un'altura, nel 1422, la Chiesa dedicata a San Paolo che sostituisce la vecchia omonima chiesa, già eretta in parrocchia nel 1073; viene poi ingrandita la piccola Chiesa dedicata alla Madonna del Macero, in località Quattroponti, e, probabilmente, viene edificato il primitivo Ospedale intitolato a Santa Maria e a San Giorgio che risulta già esistente nel 1427.

Morto Niccolò nel 1441, gli succede il figlio naturale Leonello che, educato da Guarino Veronese nelle discipline umanistiche, e nell'arte militare da Braccio da Montone, continua la politica del padre cercando di conservare la pace fra i suoi sudditi: colto e amante delle lettere e delle arti, protegge i letterati e i dotti e cerca di diffondere l'istruzione elementare e superiore. Sotto il breve regno di Leonello non si registrano guerre, ma una terribile peste nel 1448. Nei riguardi di Sassuolo Leonello si dimostra giusto ed equilibrato e nel 1444, rendendosi conto dell'importanza strategica della cittadina, dà inizio ai lavori per la costruzione dì massicce mura intorno al paese, sovvenzionando l'acquisto della calce e dei mattoni e la direzione dei lavori. Egli interviene a più riprese per la prosecuzione dell'opera spesso interrotta, stimolando i Sassolesi che contribuiscono malvolentieri alle spese. Inoltre si interessa di vari problemi inerenti l'economia e, nel gennaio 1450, in seguito ad un'inondazione causata dalla rottura degli argini del Secchia, emana una grida per far sì che tutti i comuni attraversati dal fiume rispondano all'obbligo di contribuire alle "rapparazioni de Secchia", come già disposto dal padre Niccolò.

Morto prematuramente Leonello nel 1450, gli succede il fratello Borso che mostra per Sassuolo una particolare predilezione e la sceglie come luogo di villeggiatura. A tale scopo decide di erigere una villa dentro il vecchio castello. Non si sa quando i lavori abbiano avuto inizio, ma è certo che nel luglio del 1458 sono già vicini alla fine o addirittura ultimati, perché Borso ospita nella nuova abitazione di Sassuolo Lodovico Gonzaga, duca di Mantova. Da allora Borso trascorre a Sassuolo gran parte dell'anno.

Borso concede a Sassuolo il Collegio dei notai, un privilegio che eleva la cittadina al rango dei centri più importanti degli Stati estensi, anche se Sassuolo aveva già i suoi notai fin dal 1360, ai tempi dei Della Rosa. Il duca fa inoltre affrescare dal pittore modenese Carlo Calati la Madonna del Merlo, su un bastione delle mura cittadine (da cui la denominazione "del Merlo"), al fine di proteggere Sassuolo dalle inondazioni del Secchia.
Nel 1485 una piena eccezionale abbatte anche il bastione recante il dipinto, che viene trovato intatto, in seguito, in mezzo alle rovine, portato nella Chiesa di San Giorgio e qui custodito, finché non verrà eretta un'apposita cappella, a sud del borgo, su una piccola altura, dove sarà trasferito.

Nello stesso giorno della morte di Borso, avvenuta il 20 agosto 1471, i Sassolesi giurano fedeltà al nuovo signore, il fratello Ercole I, che, proseguendo nella politica dei predecessori, e, preferendo la pace alla guerra, emana vari provvedimenti riguardanti Sassuolo, tra i quali quello che regola la distribuzione delle acque del Secchia e quello che prevede la compilazione di nuovi statuti per meglio ordinare la comunità. Provvede inoltre alla difesa della cittadina e nel 1476 fa disporre l'erezione di una cittadella fortificata che viene ricavata dai fabbricati della vecchia Rocca. Le spese gravano su Sassuolo e sugli altri comuni della podesteria. L'interno della cittadella, una volta ultimata, sarà decorato da Raffaele Calori, Angelo Erri, Giovanni Abate, Ludovico Lucca e Domenico Carnevali.

 

Il dominio della famiglia Pio

All'epoca di Ercole I risale il passaggio di Sassuolo sotto i Pio di Carpi (a titolo di "feudo nobile") in cambio di metà delle terre di Carpi. Inizia così per Sassuolo la signoria dei Pio che durerà fino al 1592. Gilberto Pio investito del suo nuovo feudo non vi metterà mai piede perché, gravemente ferito nella guerra contro Cesare Borgia, morirà il 26 settembre del 1500, all'età di 45 anni, dopo aver ricevuto, il 10 dello stesso mese, la formale investitura del nuovo feudo.

Ercole I concede l'investitura dello Stato di Sassuolo al figlio primogenito di Gilberto, Alessandro. Essendo però A lessandro ancora un ragazzo, la responsabilità del governo ricade sulla vedova di Gilberto, Eleonora Bentivoglio, che il 20 gennaio del 1501 si trasferisce con i figli a Sassuolo per prendere formalmente possesso del nuovo feudo, con soddisfazione dei Sassolesi che si vedono così liberati dalla sottomissione alla città di Modena disposta da Niccolò III. Eleonora interviene in varie occasioni con provvedimenti in favore dei Sassolesi, quali l'esenzione dai dazi ed i calmieri. Fa inoltre venire in città i Servi di Maria o Serviti per l'assistenza spirituale alla popolazione.

Nel 1505 Alessandro, ormai in maggiore età e marito di Angela Borgia, emana i primi provvedimenti contro l'esercizio dell'usura da parte degli ebrei e in merito all'acquisto di un nuovo orologio "conveniente e decoroso, che suoni le ore e possa udirsi per tutta la terra". Finisce con Alessandro la pace per Sassuolo, che si trova coinvolta in vari episodi di guerra, prima nel 1506 perché questi si schiera con i Bentivoglio contro il papa, che vorrebbe addirittura far mettere a sacco la cittadina, poi, nel 1510, quando viene occupata dai pontifici schierati contro gli Estensi.

Nel 1511 Sassuolo viene di nuovo sottomessa a Modena con un breve papale. I Pio compiono vari tentativi presso il papa per riottenere il loro feudo, ma, visto vano ogni sforzo, nel 1515 Alessandro aiutato dai Rangoni assalta Sassuolo durante la notte e la riprende con la forza.

Insediatosi di nuovo nei propri possedimenti, Alessandro emana vari provvedimenti relativi alle Costituzioni o Capitoli per il Collegio dei notai e all'organizzazione del suo stato in cinque podesterie. Inoltre nel 1517 dispone che abbiano inizio i lavori per la costruzione di una nuova piazza, quella che poi sarà chiamata Piazza dell'orologio, ai cui lati fa erigere il Palazzo della Ragione o del Giusdicente e l'Osteria della Posta. In quello stesso anno Alessandro muore appena trentenne e la reggenza toma nuovamente ad Eleonora Bentivoglio che però si mostra incapace di governare.

In tale periodo Sassuolo è travagliata anche dalle guerre intestine tra la famiglia dei Caula e quella dei Mari, lotte che vedono il proprio culmine nel 1523 e si concludono con l'allontanamento dei Mari dalla città e l'elezione di un nuovo podestà (nel 1524). Questi, nel 1526, accoglie la richiesta da parte del giovane Gilberto Pio, figlio di Alessandro, circa la compilazione di nuovi statuti, che però non vengono emanati a causa di ulteriori eventi bellici, a seguito dei quali Sassuolo e i Pio tornano a riconoscere la loro dipendenza feudale dagli Estensi.

La pace torna finalmente a Sassuolo nel 1530 e durerà fino al 1557. Gilberto Pio in tale periodo fa apportare delle migliorie al palazzo ricavato entro la Rocca, restaurandolo ed ordinandone la decorazione a fresco a Domenico Carnevali aiutato da Pellegrino Cavedoni, padre del più famoso pittore sassolese, Giacomo Cavedoni. Le spese comportano l'imposizione di nuove pesanti tasse e la maggiorazione dei prezzi di alcuni generi di mercato. Gilberto II, uomo dal carattere difficile e dominato da forti passioni, ha tre mogli, numerose amanti e si comporta da tiranno con i suoi sudditi; quando nel 1554 muore di idropisia, non lascia rimpianti nella popolazione. Durante il suo regno Sassuolo ospita per ben due volte papa Paolo III, nel giugno e nel luglio 1543, in occasione della sua venuta a Busseto per incontrare l'imperatore Carlo V. Non avendo lasciato eredi maschi, gli succede per sua stessa disposizione il ventenne cugino Ercole I, la cui elezione viene approvata con soddisfazione dal duca di Ferrara e dalla comunità sassolese.

Nel 1566-67 Ercole Pio, su richiesta di Ercole II d'Este, che teme l'invasione degli Spagnoli, fa consolidare la Rocca e, abbattuto il vecchio borgo, fa innalzare contromuraglie e fa scavare profondi fossati. La perizia e la competenza di Ercole Pio salvano Sassuolo dall'attacco che i Lanzichenecchi tentano invano per due volte. Egli si dimostra però anche un buon governante e fa emanare nuovi statuti che, preparati dal grande giurista sassolese Lazzaro Ferruzzi, vengono approvati nel 1561 e stampati nel 1562 dalla stamperia degli eredi di Cornelio Gadaldini, installatasi nel Convento dei Padri Serviti di San Giuseppe. A questi statuti generali si affiancano quelli che regolano la vendita del sale, detti della Salina ed anch'essi stampati nel 1562, e quelli che regolano il Collegio dei notai, del 1564.

Intanto nel 1559 Ercole Pio fece erigere il Monte di Pietà e il Monte della Farina, istituzioni entrambe create a vantaggio dei poveri e come reazione alla troppo esosa usura praticata da usurai di religione ebraica. Fa inoltre apportare alcuni miglioramenti alla residenza signorile di Sassuolo e fa ricostruire il ponte che porta alla Rocca. Durante tali lavori viene abbattuta la primitiva Chiesetta di San Francesco per costruirvi la Cancelleria dello stato. Il duca dota Sassuolo anche di un bel parco che sorge in località Casiglia, a nord del paese e a fianco del Secchia. Ercole Pio, principe stimato e benvoluto, muore di tifo a Zara nel 1571, combattendo contro i Turchi, e le sue spoglie vengono tumulate a Sassuolo col compianto dei sudditi. La reggenza dello stato per disposizione dello stesso Ercole Pio, venne assunta dal ventenne fratello Enea, fino alla maggiore età del figlio Marco. Quest'ultimo fu fratellastro di Marianna de Leyva y Marino (1575-1650), la manzoniana monaca di Monza, figlia della madre Virginia Marino (1541-1576) e del suo secondo marito il conte Martino de Leyva.

Enea Pio, che nel 1573 sposa Laura di Gaspare Obizzi, è molto apprezzato per le sue doti di intelligenza e di animo, e prosegue la condotta di governo intrapresa dal defunto fratello. Fa restaurare la Chiesa di San Giorgio, ricostruire la Chiesa di San Francesco e nel 1570 apre le porte di Sassuolo ai Francescani Cappuccini e ai Francescani Conventuali, ma non compie grandi opere pubbliche, distratto com'è anche dai frequenti incarichi di fiducia che, per la stima di cui gode, gli affidano i vari principi regnanti.

Il nipote Marco Pio, educato a Ferrara dalla nonna Lucrezia Rovella, e cresciuto con un temperamento spensierato e ribelle, sposa nel 1587, con grande pompa, appena ventenne, Clelia Farnese, mettendo subito in luce le sue manie di grandezza e una sfrenata ambizione. Egli, divenuto signore dello Stato di Sassuolo, amava apparire letterato ed intrecciava relazioni con Torquato Tasso, al quale è legato da amor fraterno, con l'Ariosto, il Quarengo, il Fontanelli ed altri. Fortemente attratto dalle armi, chiese ed ottenne dal papa di essere inviato contro i Turchi, in Ungheria, da dove torna nel 1596. Cercò di primeggiare , anche in campo religioso: fonda l'Arciconfraternita del SS. Crocifisso e promosse nel 1596 un grande pellegrinaggio alla Madonna della Chiara di Reggio. Amante del lusso e dello sfarzo, voleva stare al passo con i grandi signori e chiese al papa il titolo di duca e all'imperatore quello di principe, cercando nel contempo di sottrarsi al vassallaggio degli Estensi: ma questa sarà la causa della sua rovina e della fine della signoria dei Pio. Morto infatti Alfonso II d'Este e succedutogli Cesare, si instaurò tra Marco Pio e l'estense una vera e propria guerra fredda che si concluderà con un attentato. All'uscita dal Castello di Modena (dove gli Estensi si sono trasferiti nel 1598 da Ferrara), il 10 novembre 1599 Marco Pio venne ferito gravemente; il 27 novembre, dopo pochi giorni, morirà nel Palazzo Ducale ed il suo corpo imbalsamato verrà accompagnato a Sassuolo.

Sotto Marco Pio, il cui governo fu funestato dalla terribile carestia del 1590, si realizzarono a Sassuolo il Convento e la Chiesa dei Padri Cappuccini, si concluse la fortificazione del paese, e si erige l'"Aguglia"; sul suo piedistallo Marco Pio fa collocare una lapide, tolta nel secolo successivo, dedicata a "Marcus Pius de Sabaudia / Principis Saxoli". Il monumento da allora è considerato l'emblema di Sassuolo: i suoi abitanti verranno indicati per secoli come "quei dell'Aguglia". Inoltre Marco dona alla seconda Chiesa di San Francesco il prezioso Crocifisso scolpito in legno che da quattro secoli costituisce il tesoro più caro dei Sassolesi. L'amore di Marco per le lettere si concretizza nell'istituzione di un'accademia letteraria, quella degli "Unanimi" che però perisce con lui. Il duca Cesare d'Este, fortemente sospettato di aver fatto assassinare Marco Pio (come dimostrano anche il suo scarso impegno nel far catturare gli attentatori e l'aver obbligato Enea Pio a restare chiuso nel castello fino alla morte di Marco, impedendogli di tornare a Sassuolo), invia nella cittadina il conte Sassi che, il 29 novembre, riceve dalla comunità il giuramento di obbedienza; i vari impiegati e dignitari locali vengono inoltre sostituiti con persone notoriamente contrarie ai Pio. Nonostante ciò la maggior parte dei Sassolesi continua a proteggere la famiglia. Enea, visti falliti i tentativi di mediazione, accusa legalmente Cesare d'Este, ma dopo nove anni finisce col perdere la causa e nel 1609 Carlo Emanuele di Savoia autorizza il passaggio dello Stato di Sassuolo ai duchi estensi di Modena, previo esborso ad Enea di 215.000 ducatoni.

Il ritorno degli estensi

Gli Estensi terranno così Sassuolo, a parte qualche breve parentesi, fino all'Unità d'Italia. Cesare, cercando di accattivarsi i Sassolesi, si dimostra premuroso nei loro confronti e riconferma privilegi, immunità, esenzioni già concesse alla comunità sassolese dal marchese Niccolò e dai suoi successori. Dispone inoltre che nessun Sassolese possa essere citato fuori dal proprio foro, che ciascuno sia libero di espatriare e che siano aboliti i dazi imposti dai Pio sulle candele, sulla carne, sulle pelli di pecora e sui cappelli di paglia. Cesare, infine, nel 1605, in occasione della sua prima visita a Sassuolo, restituisce alla comunità il giuspatronato sulla Chiesa di San Giorgio.

Il più grande atto di benevolenza verso Sassuolo è però quello di sceglierla come luogo di villeggiatura per la famiglia ducale che vi si reca per la prima volta nel settembre del 1609. L'amministrazione di Sassuolo viene affidata da Cesare a persone di sua fiducia, pur lasciando in vigore gli statuti emanati da Ercole Pio. Durante il suo governo si realizzano a Sassuolo varie opere pubbliche tra le quali il nuovo ospedale con la Chiesa di Sant'Anna, un nuovo convento per le monache clarisse e la Collegiata di S. Giorgio. Francesco I, succeduto appena diciannovenne al padre Alfonso III, che va in convento dopo solo sette mesi dalla successione al padre Cesare, continua la politica del nonno nei riguardi di Sassuolo: lo Stato viene ridimensionato cedendo più di una podesteria a nuovi feudatari, ma gli vengono annessi Pigneto, Frignano e Montefiorino; si impongono nuove tasse e balzelli e si introducono i monopoli dell'acquavite, del sapone, del corame e del tabacco. La peste del 1630-31, che miete più di cinquecento vittime, la carestia subentrata alla peste e la successiva epidemia del 1648 mettono a dura prova l'economia della città. Durante la peste viene costruita da padre Felice Reggiani, per celebrarvi la Messa, la Chiesetta dei Cinque Ponti, con un'unica navata e tre altari, che sarà poi restaurata nel 1735 e soppressa nel 1783, perché rimasta priva di officiatura.

Nel 1642 viene iniziata la costruzione della nuova Chiesa di San Giuseppe, al posto del vecchio omonimo oratorio ormai mal ridotto. I lavori vengono ultimati nel 1647 e l'edificio che ne risulta è, nonostante i rifacimenti verificatisi nel corso del tempo, quello tuttora visibile. Il campanile viene completato nel 1648 e dotato di due campane. Sotto il pavimento del vecchio Oratorio di San Giuseppe avevano trovato sepoltura i Pio di Sassuolo. Sotto il pavimento della nuova chiesa vengono invece sepolti i membri delle principali famiglie sassolesi dei secoli XVII e XVIII.

La costruzione del Palazzo Ducale

La più grande opera di Francesco I in Sassuolo fu però il Palazzo Ducale che prese il posto della residenza signorile fatta erigere da Borso dentro la vecchia Rocca. Il duca estense scelse infatti Sassuolo come sua seconda residenza da utilizzare non solo nel periodo estivo e voleva che il Palazzo Ducale, insieme a quello di Modena, potesse gareggiare con le residenze illustri di altri principi del tempo.

Il progetto venne redatto dell'architetto romano Bartolomeo Avanzini (allievo di Gian Lorenzo Bernini, con il quale collaborò ai lavori per il Palazzo Barberini), lo stesso che nel 1632 firmò quello del Palazzo Ducale di Modena; i lavori hanno inizio nel 1634 sotto la soprintendenza del governatore di Sassuolo Sebastiano Marinelli. Nonostante che essi procedano con impegno, il palazzo sarà completato solo alla fine del Seicento. La residenza che Francesco I utilizzò per riposarsi nelle pause della sua intensa attività politica e per accogliere gli ospiti che allietava con mille svaghi tra cui la caccia, venne studiata nei minimi particolari, sia all'esterno (con piazze, giardini, fontane, peschiere, esedre e statue) sia all'interno (con sale, gallerie, enormi saloni decorati con affreschi, quadri, sculture e stucchi). Lavorarono nell'allestimento del palazzo artisti provenienti da ogni parte d'Italia e d'Oltralpe, tra cui lo stesso Bernini, il Boulanger e il Guercino. L'opera dell'Avanzini si compenetra con quella dei pittori e degli scultori nelle preziose nicchie della facciata, nella dilatazione illusionistica dello scalone, realizzato con effetto scenografico da Michele Colonna e da Agostino Mitelli, nella lunga Galleria di Bacco e nell'infilata degli ambienti dell'ala sinistra, decorati da artisti formatisi alla scuola di Guido Reni e del Boulanger.

 

Intorno al rudere dell'ampia vasca, ancora esistente nel prato spoglio dietro al palazzo, si può oggi immaginare un raro esempio di giardino all'italiana, di gusto tardo-rinascimentale, simile a quello di Villa d'Este a Tivoli. Nel già ampio parco, ulteriormente ampliato nel secolo successivo, trovano spazio i casini di delizie, poi trasformati via via nel tempo. Fra questi quello di San Michele (l'attuale Villa Cuoghi) conserva, dipinti a tempera sulle pareti, i palazzi e le delizie ducali quali erano fino alla metà del Settecento. E tuttora visibile nel parco la Peschiera, o "Teatro delle fontane", una splendida fontana nata dalla collaborazione dell'Avanzini e del modenese Gaspare Vigarani. Architettura, pittura e scultura creano nel cortile del palazzo il più significativo risultato a cui sia mai pervenuto il Barocco emiliano, con le scene delle gesta delle antiche divinità mitologiche e con la bella fontana del Raggi, eseguita su disegno del Bernini.

 

Mentre il Palazzo Ducale sta sorgendo, la comunità provvede nel 1646 al restauro della parrocchiale Chiesa  di San Giorgio. Lo stesso Boulanger interviene per dipingere il Santo patrono e l'organo viene riparato e rimesso in funzione dal carpigiano Giulio Savani. Francesco I, nello stesso periodo, fa disegnare dall'Avanzini una nuova chiesa dedicata a San Francesco, per sostituirla alla vecchia e modesta chiesetta già esistente e fatta costruire dai Pio sui resti di quella fatta erigere dai Della Rosa. Ricevuta l'approvazione della confraternita, Francesco I fa erigere a sue spese l'edificio che viene ultimato nel 1653. La chiesa ha quattro altari ed è decorata dagli affreschi di Agostino Mitelli e di Angelo Colonna, diretti dal Boulanger, autore degli scudi delle volte. Nel 1658 Francesco I ospita per tre giorni nel suo Palazzo di Sassuolo, con grande sfarzo, Cristina, figlia del re di Svezia.

 

Torre dell'orologio

Francesco II, succeduto al padre duca Alfonso IV nel 1662, appena superata la minore età, soggiornerà a lungo nel Palazzo Ducale di Sassuolo, dove morirà nel 1694, all'età di soli 34 anni. Tuttavia, durante il suo breve regno hanno luogo varie realizzazioni edilizie di rilievo. La più importante è la Torre dell'orologio sulla piazza principale: per reperire i fondi che servono alla sua costruzione Francesco II emana nel 1676 un'apposita grida che impone una tassa sui redditi dei Sassolesi. L'orologio pubblico per l'"abbelimento" della piazza del "ducal Palazzo" viene costruito dal 1679 al 1680 e in quello stesso anno viene fusa la campana della torre. La balconata con ringhiera in ferro, per l'annuncio al pubblico degli avvisi o delle disposizioni e gride del governo e della comunità, viene sistemata sulla facciata prospiciente la piazza della nuova Torre dell'orologio. Al di sopra della balconata viene collocata, in un'apposita nicchia, la statua della Beata Vergine che già nel 1622 dominava la piazza.

 

Viene inoltre costruita in quel periodo la nuova Chiesa di San Prospero, ultimata nel 1680 con il trasferimento dell'immagine della Madonna della Lagrima dal vecchio oratorio che viene distrutto. Sono di quel periodo le quattro statue a grandezza naturale di San Prospero, Santa Daria, San Giovanni Battista e San Girolamo. Detta anche Chiesa del Cimitero Vecchio, oggi essa è posta al centro di un elegante cimitero neoclassico, opera dell'ingegnere ducale di origine sassolese, Giovanni Lotti. Fra le tombe ne spiccano alcune ottocentesche in ceramica di produzione locale. Nel 1690 inizia la costruzione del nuovo coro e del presbiterio nella Chiesa di San Giorgio, su disegno dell'architetto Antonio Paltrinieri, che dirige anche i lavori. Gli stalli lignei sono realizzati dal falegname modenese Parenti. Allo stesso Antonio Paltrinieri nel 1695 viene affidato l'incarico di progettare e dirigere i lavori per il Teatro Civico. Il 1° settembre del 1696 il teatro viene inaugurato, anche se non ancora ultimato, alla presenza della corte ducale. Nel 1687, per renderlo più confacente ad una parrocchiale divenuta anche collegiata, viene ricostruito in soli quattro mesi un nuovo campanile per la Chiesa di San Giorgio.

 

Gli ultimi rappresentanti degli Este

 

Intanto nel 1694 a Francesco II, morto senza eredi, succede il parente più prossimo, il principe Rinaldo, cardinale d'Este. Egli giunge a Sassuolo per la prima volta nell'estate del 1696 con la duchessa sua sposa, accolto dall'entusiasmo dei Sassolesi. Il duca stabilisce con la città un ottimo rapporto che manterrà anche negli anni successivi, superando perfino la legittima protesta dei Sassolesi al suo progetto di incamerare l'isolano del Secchia, proposito che finirà con l'abbandonare nel 1737. Dopo i primi anni di pace, il dominio del duca viene coinvolto via via durante il suo regno nelle guerre di successione spagnola (1700-1714), polacca (1733- 1738) e austriaca (1740) e Sassuolo subisce di conseguenza, a più riprese, occupazioni straniere, soprattutto francesi. Anche in questo periodo non mancano comunque le opere di un certo rilievo: la costruzione di un nuovo oratorio nel Cimitero delle Carandine, per trasferirvi il fonte battesimale dalla Chiesa di San Giorgio, e l'edificazione della nuova Chiesa della Madonna del Macero che ha inizio nel 1706 e vede la partecipazione della comunità che erige un altare dedicato a Sant'Antonio, compatrono di Sassuolo dal 1635. In quel periodo viene inoltre restaurata la Chiesa di San Giorgio e nel 1731 iniziano i lavori per l'erezione del nuovo Convento dei Cappuccini; nel 1737 comincia poi la costruzione della nuova Chiesa dei Cappuccini.
 

Il successore di Rinaldo, il figlio Francesco III, che ama soggiornare a Sassuolo come i suoi antenati, mostra tutta la sua munificenza verso la città e, oltre a riconfermarle i suoi statuti, privilegi, diritti e concessioni, fa sistemare definitivamente la Piazza dell'orologio e dà impulso a tutta l'edilizia sassolese: trasforma l'ospedale-ospizio per i pellegrini in un vero e proprio ospedale, fa costruire la strada che collega Sassuolo con la montagna modenese (la via Vandelli), concede alla ceramica sassolese la privativa per tutti gli Stati estensi e alla città il titolo di "Nobilterra" nel 1753, fa costruire, dal 1756 al 1762 la nuova Chiesa di San Giorgio e dal 1773 al 1775 fa erigere un nuovo teatro degno della corte ducale, utilizzando i muri laterali di quello vecchio.

 

L'opera del figlio di Francesco, il duca Ercole, col quale si estingue la linea maschile legittimata della casa d'Este, viene interrotta nel 1796 dalle folate della Rivoluzione francese che lo costringono all'esilio di Torino, dove muore nel 1803. Durante il suo regno, aveva concesso lo stemma ducale al- l'Accademia dei Filarmonici, aveva ri-confermato alla comunità i privilegi, fra i quali l'Archivio notarile, aveva promosso lo sviluppo dell'istruzione e aveva fatto costruire le facciate delle Chiese di S. Giorgio e di S. Spirito e il selciato della Piazza dell'orologio e della Piazza del Mercato.


Con la venuta dei Francesi, nel 1796, Sassuolo dapprima quasi indifferente alla Rivoluzione, viene via via coinvolta negli avvenimenti: innalza l'albero della Libertà e costituisce la nuova giunta municipale formata da 12 cittadini repubblicani. Pochi mesi dopo viene eretto nella Piazza dell'orologio un monumento alla libertà, in marmo di Carrara, progettato dall'architetto Giuseppe Soli di Vignola. Inoltre vengono soppressi la Collegiata di San Giorgio, la Chiesa di San  Francesco e il Convento delle Clarisse.

 

Intanto il governo francese incamera i beni ducali di Sassuolo, compreso il Palazzo Ducale, che, dopo poco (nel 1797), vengono messi all'asta. Gli anni che seguono, fino al 1814, sono contrassegnati dal dominio francese, interrotto solo nel 1799 dal ritorno degli Austriaci. Il territorio di Sassuolo, nell'ambito della suddivisione amministrativa della Repubblica Cispadana, viene nominato cantone e assegnato, con Guiglia e Vignola, al Dipartimento del Panaro. Nel 1802 i cantoni vengono mutati in distretti: Sassuolo diviene comune di seconda classe e quinto distretto. Viene soppresso il Collegio dei notai, viene aperto un cimitero pubblico nel sagrato della Chiesa di San Prospero e l'Ospedale di Sant'Anna viene trasferito nell'ex Convento delle Clarisse ed affidato ad una "Commissione di Pubblica Beneficenza"; viene soppresso anche il Convento dei Cappuccini di Sassuolo e, dopo varie vicende, si risolve l'annosa questione dell'uso delle acque del Secchia tra Sassuolo e Modena con la firma di una convenzione nel 1814.

 

Quando Francesco IV, con la Restaurazione, riprende possesso dei Ducati estensi, i suoi rapporti con Sassuolo non sono certo come quelli dei suoi predecessori, anche se la cittadina festeggia nel 1814 il ritorno degli Estensi e nel 1819 la nascita di Francesco V. Sassuolo è uno dei 26 comuni frutto del riordinamento, e, come comune di seconda classe, dipende per la vigilanza tutoria dal governatore della città e della provincia di Modena. Una parte dei Sassolesi rimane contraria agli Estensi e già nel 1821 si costituisce in Sassuolo una "vendita" di carbonari; nel 1831 i Sassolesi iscritti alla Carboneria partecipano ai moti di Modena del 3 febbraio. Successivamente processati, vengono condannati all'ergastolo dai tribunali speciali estensi.

 

Anche tra Francesco V, succeduto al padre nel 1846, a soli 27 anni, e Sassuolo i rapporti non migliorano: i Sassolesi dopo i moti del '31 sono per lo più visti come nemici da combattere. Dopo i moti del 1848, seguono altre condanne di patrioti sassolesi che hanno combattuto contro l'Estense, ma la lotta contro Francesco V continua senza sosta fino alla sua fuga da Modena avvenuta l'11 giugno del 1859.

 

Con Luigi Carlo Farini, designato governatore delle provincie modenesi, e dopo le elezioni politiche e comunali, il mandamento di Sassuolo viene ridotto nella sua estensione, nonostante le proteste della municipalità; dopo il referendum per l'annessione dell'Emilia al Regno sabaudo, entra a far parte del Regno del Piemonte e dal 1860, da piccola capitale di uno stato, Sassuolo diviene uno dei tanti comuni-mandamento della nuova Italia.

 

Dal 1860 al 1914 due partiti si susseguono nel governo della cosa pubblica: il partito liberale conservatore, che governa fino al 1902, e il partito radicale che, sorto nel 1890 e spalleggiato dai democratici e dai socialisti, si sostituirà ai liberali nel governo della città. Le tasse imposte dai liberali e la loro presa di posizione in materia religiosa irritano la popolazione e nel 1872 scoppiano dei disordini per il dazio sui consumi. Durante il governo liberale, nel 1863, viene costruita la strada Sassuolo-Montegibbio, sorge la Società di Mutuo Soccorso (1862), viene ampliato il cimitero (1865) e viene completato rimpianto di illuminazione a gas della cittadina; dal 1870 al 1872 si costruisce il ponte sul Secchia e la toponomastica delle vie e piazze del paese viene mutata. Dal 1880 al 1883 si realizza la ferrovia Modena-Sassuolo e nove anni dopo la ferrovia Sassuolo-Reggio.

 

Fra il 1855 e il 1909-10 si costruiscono le Terme della Salvarola, le cui acque erano state cantate al tempo di Francesco III, per le loro prerogative salutari, dal celebre sassolese Giovanni Battista Moreali. Dal 1902, col governo dei democratici, tra i quali sono presenti i socialisti, che avevano cominciato ad organizzarsi a Sassuolo nel 1896, si realizza la costruzione del Politeama (1906); seguono il servizio automobilistico tra Sassuolo e Montefiorino (1907), l'asilo infantile (1908), le nuove scuole e l'impianto di una linea telefonica tra Sassuolo e Formigine (1909), il macello pubblico e la nuova via Umberto I (1910). Inoltre vengono istituite la Mutualità scolastica nel 1909 e le Scuole Tecniche nel 1912.

 

I democratici vengono però sconfitti alle elezioni del 1914 e alla vigilia della prima guerra mondiale il comune è amministrato dai clericali. Nel momento in cui Sassuolo sta avviandosi, sia pure lentamente, verso un sensibile miglioramento in tutti i campi, il sopravvenire della guerra del 1915-18 (alla fine del conflitto, nel 1922, Sassuolo innalzerà un monumento ai Caduti), delle lotte di classe e infine dell'avvento dell'autarchia durante il fascismo, bloccano ogni progresso e la cittadina dovrà aspettare la fine della seconda guerra mondiale per avviarsi di nuovo verso una decisiva ripresa.

 

Già dalla metà degli anni Trenta Sassuolo ha però assunto un ruolo predominante nell'ambito dell'industria, con quasi il 50% della popolazione attiva impegnata in quel settore, anche se con pesanti condizioni di lavoro. Manca in effetti in quegli anni una direzione politica e sindacale capace di educare un potenziale così vasto in funzione antifascista. Ma questo privilegiare l'industria a danno dell'agricoltura e la conseguente incontrollata immigrazione, che fa scattare nel 1939 le restrizioni della "legge contro l'urbanesimo", porteranno nel periodo bellico alla mancanza dei generi di prima necessità ed il centro commerciale della valle del Secchia patirà la fame più dei vicini piccoli centri agricoli. Sassuolo tuttavia saprà essere all'altezza della situazione al momento opportuno, mandando per prima una sua "banda di ribelli" sui monti. La popolazione era allora di poco più di 12 mila abitanti.


Quel paese dai tetti rossi, finita la guerra, si trasformò lentamente nell'importante cittadina industriale che rappresenta oggi il principale centro dell'industria della ceramica e che ha aggiunto nel dopoguerra uno sviluppo edilizio e demografico sorprendente, passando nel 1961 a 23.500 abitanti, rispetto ai circa 6000 di un secolo prima e agli attuali 40.000 circa.

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