Il territorio di
Sassuolo è lambito dal fiume Secchia, ed è a carattere
torrentizio. Nel periodo romano la località era chiamata Gabellus.
Dal 250 d.C. fu chiamata Secies, Sigla
e Sitala, con riferimento, forse, all'antichissimo
Sechiena, un paese preesistente a Sassuolo, che è
attraversato da due torrenti di una certa rilevanza, il
Vallurbana e il Fossa, sito al confine con il comune di
Formigine. Altro corso d'acqua, che all'altezza della
frazione San Michele si diparte dal Secchia, è il Canale
di Modena (sulle cui sponde sorgevano un tempo numerosi
mulini oggi quasi totalmente scomparsi) utilissimo per
l'irrigazione dei campi soprattutto nei periodi di siccità.
I due terzi del territorio sono costituiti i da una pianura
di origine alluvionale posta a circa 90 metri sul livello
del mare, il rimanente è costituito dalle fertili colline
della parte sud-est del territorio, alle cui spalle si
innalzano i monti dell'Appennino modenese e reggiano, che
toccano la massima quota in località Casa Rotta dove
raggiungono i 433 metri sul livello del mare, per poi
digradare dolcemente verso la pianura nel paesaggio tipico
dei calanchi, dovuto alla natura prevalentemente argillosa
del suolo.
In questo scenario diviso tra pianura e collina, con sullo
sfondo le montagne più alte, la posizione di Sassuolo si può
definire abbastanza felice e non priva di bellezze naturali
cantate da vari poeti tra i quali Alessandro Tassoni
(Modena, 1565 – Modena, 1635) nella Secchia Rapita ("ma
dove lascio di Sassuol la gente / che suol de l'uve far
nettare a Giove, / laddove è il più bello e più lucente, /
là dove il ciel tutte le grazie piove? / Quella terra
d'amor, di gloria ardente, / Madre di ciò ch'è più pregiato
altrove [...]) e il poeta sassolese Domenico Gazzadi.
Il toponimo della cittadina sembra trarre origine dal latino
Saxolum, denominazione a sua volta composta da saxum,
sasso, e da solum, terreno, e pertanto legata alla
natura sassosa del luogo. Alcuni studiosi, attribuendo al
termine solum il significato di "solo, solamente",
traducono l'intera denominazione con la frase "un sasso
solo", che sarebbe da riferirsi al rialzo del terreno, o
meglio alla motta emergente su un territorio occupato dal
letto del Secchia, sulla quale si sarebbe stabilito un
primitivo nucleo di abitanti. Secondo altri studiosi, il
toponimo deriverebbe da saxum oleum, da quell'olio di
sasso o petrolio che anticamente era presente nella zona ed
è stato citato anche da Lazzoro Spallanzani. biologo e
scenziato nato nella vicina Scandiano. Tuttavia la versione
più accreditata è quella che pone in relazione il toponimo
col luogo roccioso o sassoso, come testimonia anche la
scritta che dal XVI secolo accompagna lo stemma di Sassuolo,
costituito da tre colli, dalle cui valli si innalza il motto
"Sic ex murice gemmae" ("da roccia o terreno roccioso
sono sorte gemme").
E fu quasi certamente su uno sperone roccioso lambito dalle
acque del Secchia fino al XVI secolo, che all'epoca di
Matilde di Canossa sorse un castello. Le piene del
fiume, apportando terra e ghiaia, modificarono nel tempo la
configurazione del luogo, rialzando il letto fluviale e
trasferendolo poco a poco più ad ovest. La parte rocciosa
della quale ora non vi è più traccia, perché ricoperta da
vari strati di terra argillosa, doveva ospitare anche una
parte del borgo, come dimostra la denominazione di "via del
Sasso" data un tempo ad una via del vecchio abitato.
I primordi di Sassuolo risalgono certamente al periodo
eneolitico (il periodo di transizione fra l'età della pietra
e quella del bronzo), come dimostrano alcuni reperti
archeologici. Ed anche se le notizie storiche di Sassuolo
non vanno oltre il X secolo, gli storici concordano nel far
risalire l'origine della cittadina ai Romani e nell'indicare
Sechiena come un insediamento preesistente, ubicato
più o meno nella stessa posizione e distrutto da Annibale.
Plinio il Vecchio narra che Sassuolo fu distrutta al tempo
dei Romani, intorno al 90 a.C., da un terremoto con
epicentro alle vicine Salse di Nirano. Probabilmente, in
seguito, fu devastata dalle invasioni barbariche e sommersa
intorno all'anno 600, come narra Paolo Diacono, da
un'"inondazione [...] che uguale non s'era vista dopo quella
di Noè". Queste calamità avrebbero verosimilmente privato di
una documentazione scritta fino all'anno 980, al quale
risale il primo documento storico su Sassuolo: una permuta
di terreni intercorsa tra Giselberto, figlio del fu
Raimondo, longobardo e conte di Sassuolo, e la badessa Berta
del Monastero di Santa Giulia di Brescia. Alla transazione
sono presenti come "tassatori" due Sassolesi citati come i
"buoni uomini Natale e Uberto de loco Saxolo". Dal documento
Sassuolo risulta facente parte del contado di Parma, "in
comitatu parmense", e non di quello di Modena: probabilmente
ciò dipende dal fatto che Sassuolo, almeno fin dal tempo dei
Bizantini, era legata ad un centro della montagna facente
parte del comitato parmense, forse Verabulo o Verabio,
situato presso Carpineti. Comprova ciò un documento
carolingio conservato nell'Archivio di Stato di Modena, con
il quale Carlo Magno, nell'assegnare al vescovo di Reggio i
confini di quella diocesi, vi incluse anche i territori
dell'Appennino modenese che un tempo avevano fatto parte
della giurisdizione di Verabulo, tra cui Sassuolo.
Sassuolo diventa libero comune
Il secondo documento riguardante Sassuolo è del 1035: con
esso l'imperatore Corrado conferma i privilegi della Chiesa
di Parma, concessi con un diploma del 1029, dopo la morte
del conte Bernardo. Tra i territori del comitato di Parma
concessi ai canonici è inclusa la proprietà di Sassuolo. Ma
già nel 1039 Sassuolo è oggetto di una permuta e viene
ceduta dalla Chiesa al marchese Bonifacio di Canossa;
resterà sotto il dominio della famiglia fino al 1115, anno
della morte di Matilde.
Sassuolo in quel periodo è una piccola corte, cioè un
organismo rurale autonomo e chiuso, legato alla
giurisdizione di Carpineti. La situazione rimane tale e
quale anche dopo la morte di Matilde, sotto Arrigo V,
impadronitosi dei territori della contessa. Ma, morto Arrigo
V nel 1125 ed eletto papa Onorio II nello stesso anno,
questi reclama i beni di Matilde e li cede ad un certo
Alberto. Il suo successore Innocenzo II accorda nel 1133 i
beni allodiali matildici all'imperatore Lotario, in cambio
di un canone annuo.
Morto Lotario, inizia la lotta per l'indipendenza comunale e
tra le varie corti che si staccano dalla giurisdizione di
Carpineti, nel momento in cui (intorno al 1160) è feudatario
un certo Gherardo detto de' Carpineta, vi è anche Sassuolo,
guidata da qualche influente personaggio discendente da quel
conte Giselberto che nel 980 era signore della città.
L'indipendenza della cittadina, assurta al rango di libero
comune, è provata dal giuramento di fedeltà che nel 1178 i
consoli di Sassuolo prestano al comune di Modena e
dall'alleanza che essi stringono con i Modenesi per la
reciproca difesa.
La
dominazione della famiglia dei Della Rosa
Non abbiamo dati certi per stabilire in quale anno Sassuolo
sia divenuta libero comune, ma è sicuro che il suo
affrancamento avviene nel clima di progressiva decadenza
dell'autorità imperiale. Il patto di amicizia con Modena
viene rinnovato il 13 ottobre 1187, senza oneri di tasse,
cosa abbastanza eccezionale rispetto alle condizioni
stabilite in materia dalla città di Modena nei riguardi di
altri piccoli comuni. La clausola sta ad indicare che,
all'epoca, Sassuolo, pur essendo libero comune è dominata da
signori locali, i "cattani" o capitani o feudatari, ai quali
deve fedeltà prima che a Modena. Chi siano questi signori
non si sa con certezza: si tratta probabilmente della
famiglia dei Da Sassuolo o dei Della Rosa, un'unica famiglia
con i De Magreta, della quale si ha notizia dopo la metà del
XII secolo.
I Della Rosa, anche se signori di un piccolo paese come
Sassuolo, dove dettero inizio al periodo delle signorie,
sono all'epoca una delle famiglie più bellicose del Modenese
e godono di una certa notorietà e fiducia, tanto che i suoi
membri sono chiamati a ricoprire la carica di podestà in
diversi importanti comuni, come Parma, Ferrara, Piacenza,
Reggio, Brescia, Bologna, Todi, Bergamo; col sorgere delle
fazioni dei guelfi e dei ghibellini, si inseriscono per due
secoli da protagonisti nelle sanguinose lotte fra i due
partiti e tra i signori di Modena città ("intrinseci") e i
signori del contado ("estrinseci"). Sono proprio i guelfi
"estrinseci", tra i quali i Della Rosa, che cacciati da
Modena il 30 luglio 1284, si raccolgono a Sassuolo
rendendola una vera e propria fortezza circondata da mura e
da un profondo fossato. Il 15 settembre dello stesso anno, a
Colombaro, ha luogo uno scontro in campo aperto ed in
questo, così come nel successivo avvenuto a Montale il 20
settembre, prevalgono i Della Rosa e i loro alleati.
Stipulata con difficoltà la pace per intervento del podestà
di Parma, gli "intrinseci" rientrano a Modena dopo quattro
anni di esilio forzato. La pace viene rotta da Tommasino e
Manfredo dei Della Rosa: la reazione degli avversari è
violenta e nel settembre del 1287 il borgo di Sassuolo viene
occupato, saccheggiato e incendiato.
Nel 1288, la cittadina viene comunque ricostruita, mentre
Modena decide di sottomettersi al governo e alla signoria
del marchese Obizzo II d'Este che riammette a Modena tutti
gli esuli guelfi. I Della Rosa si schierano a fianco di Azzo
VIII, primogenito di Obizzo (morto nel 1293), e quindi a
capo del Ducato estense, ivi compresa Modena. Nel 1306 però
Sassolo, figlio di Manfredino della Rosa, seguito poi anche
dal padre, partecipa alla congiura contro gli Estensi e
contribuisce all'instaurazione di un governo repubblicano a
Modena resa libera. I Della Rosa partecipano in seguito
anche alla lotta per il potere interno ed accrescono via
via, con abilità bellica e politica, il loro potere e la
loro influenza, acquistando nel 1309, per 700 lire modenesi,
il Castello di Fiorano e rendendolo una fortezza
inespugnabile. In tal modo Sassuolo acquista di riflesso
maggiore influenza sui territori circostanti e comincia a
sostenere il ruolo di fulcro di tutta la Valle del Secchia.
Si può affermare che in quest'epoca comincia, sotto i Della
Rosa, la futura importanza di Sassuolo come centro della
montagna reggiano-modenese.
Con la discesa in Italia di Arrigo VII, avvenuta
nell'ottobre del 1310, costituitasi la lega anti-imperiale
dalla quale i Della Rosa o Da Sassuolo vengono esclusi,
questi danno vita nel 1316 ad una nuova lega, iniziando
un'altra guerra contro i guelfi "intrinseci" che, dopo due
anni di tregua, ricomincia nel 1318, quando i Sassolesi,
uniti a Passerino Bonacolsi, attaccano Modena dalla quale
vengono ricacciati dopo essere entrati in città. In
quell'anno i Della Rosa che, fino ad allora sono riusciti ad
allargare i propri domini e ad evitare vere e proprie
sconfitte, subiscono gravi e pesanti disfatte e si preparano
a sostenere lo scontro col fanatico ghibellino Passerino
Bonacolsi, al quale rifiutano di sottomettersi, fortificando
(dopo aver reso inespugnabile il Castello di Fiorano) il
Castello di Sassuolo che circondano nel 1319 di una nuova
cerchia di mura. Il nuovo complesso viene definito "castello
nuovo" ed ingloba il preesistente "castello vecchio",
formando un unico complesso ben fortificato.
Nel 1321 i Della Rosa, che possiedono anche il Castello di
Montebaranzone, già celebre ai tempi di Matilde di Canossa,
fortificano anche quello di Montegibbio. Francesco Bonacolsi,
figlio di Passerino, attacca Sassuolo nel 1325 e quando si
rende conto che il castello è inespugnabile sfoga la sua
rabbia sul territorio circostante, portandovi lutti e
distruzioni. Ma nell'estate, ricevuti rinforzi, Bonacolsi
ottiene la resa dei Della Rosa e stipula una convenzione che
salva la vita ai vinti ma che facilita la resa degli altri
castelli della famiglia la quale conserva come estremo
baluardo il Castello di Montebaranzone. I Della Rosa
riottengono però i loro possedimenti con l'aiuto del guelfo
Versuzio Landò, condottiero dell'esercito pontificio accorso
in loro aiuto contro il Bonacolsi che viene sconfitto ed
ucciso, mentre i suoi figli e i suoi fratelli, presi
prigionieri, vengono fatti morire di fame dai signori della
Mirandola.
Restaurato il loro dominio, i Della Rosa, in capo a due
anni, sotto la guida di Obizzo del fu Manfredino,
ricostruiscono i castelli di Fiorano e Montegibbio e,
approfittando dello stato di miseria nel quale si erano
venuti a trovare alcuni Fioranesi, acquistano negli anni
1326-'28 molte terre ed edifici a Fiorano.
Con la discesa nel 1326 di Ludovico il Bavaro, che rialza il
morale dei ghibellini, i Della Rosa, esclusi da Modena, il
cui governo era affidato a Manfredo Pio, si alleano con i
pontifici e compiono continue scorrerie nel territorio
contro i Modenesi.
Nel 1330, con la discesa, sollecitata dal papa, di Giovanni
di Boemia, figlio di Arrigo VII, Guido e Manfredo Pio gli si
sottomettono e ottengono tra le altre promesse quella che i
Da Sassuolo e i loro alleati siano obbligati a rimanere tre
miglia lontani da Modena e sborsino un tributo di tremila
fiorini ogni anno. Sorge però una lega di principi italiani
contro il Boemo e di essa fanno parte anche gli Estensi che
nel 1336 ottengono la signoria di Modena e riammettono in
città tutti gli esuli e i fuorusciti, tra i quali i Della
Rosa, che, dopo poco, riottengono da Obizzo d'Este la
signoria di Sassuolo, essendosi conquistata la piena fiducia
degli Estensi, che in quegli anni hanno sempre al loro
fianco negli episodi più importanti e significativi, un
Della Rosa. Scesi nelle terre del Modenese i Visconti,
signori di Milano (negli anni che vanno dal 1354 al 1360), i
Della Rosa subiscono la perdita del Castello di Fiorano che
riconquistano definitivamente nel 1355, con l'inganno,
corrompendone il custode.
Bernabò Visconti invia nel 1357 Galasso Pio, suo alleato,
contro i signori di Sassuolo. Il Pio compie molte scorrerie
ed atrocità. I più potenti feudatari modenesi formano una
lega, lo sconfiggono e lo ricacciano a Carpi da dove però
egli riapre le ostilità nel 1358. Gli Estensi propongono
allora la pace e sia Galasso Pio che Bernabò Visconti
accolgono la proposta. In realtà la pace si avrà solo nel
1364, dopo vari episodi di guerriglia, con la rinuncia di
Bernabò a qualunque pretesa nei riguardi di Modena, e durerà
fino al 1370. In quell'anno Bernabò, volendo strappare
Reggio al marchese d'Este, cerca alleati e li trova anche
nei signori di Sassuolo. Niccolò II d'Este, abbandonato dai
suoi alleati, stringe un accordo con i Visconti, ma nel
successivo anno 1371, ingaggiato il tedesco Landò e la sua
compagnia di ventura, lo invia contro il Castello di
Sassuolo tenuto da un presidio militare mandato in difesa
dei Della Rosa da Bernabò. Il Landò tradisce gli Estensi
accordandosi con Bernabò, dopo aver conquistato una parte di
Reggio, ma gli Estensi non si danno per vinti e, nel 1373,
rinsaldate le fila e cercati nuovi alleati, hanno la meglio
sulle truppe viscontee. La sconfitta segna la fine dei Della
Rosa. Gli stessi Sassolesi infatti, stanchi della guerra e
delle tristi conseguenze subite per colpa dei Della Rosa,
chiudono la porta del castello alle spalle di Manfredino
della Rosa, recatosi a Firenze, e si danno agli Estensi,
dopo avere respinto il tentativo di rientrare a Sassuolo
compiuto dal Della Rosa.
La
prima dominazione degli estensi
Da quel momento Sassuolo passa quindi, per volontà dei suoi
stessi abitanti, sotto gli Estensi, i quali concedono vari
privilegi ed esenzioni come quella da ogni onere reale e
personale e da ogni tassa per 15 anni. Il comune dà agli
abitanti di Sassuolo l'Isolario del Secchia, i beni dei
Della Rosa e una casa a Modena perché vi trovino alloggio i
Sassolesi qui mandati per affari concernenti la comunità,
nonché la possibilità di acquistare ogni anno dodici moggi
di sale da Ferrara senza dover pagare alcun dazio o tassa
per il trasporto. Chi ha subito danni ad opera dei Della
Rosa viene risarcito e reintegrato nei propri diritti: nel
complesso i Sassolesi prima sotto Niccolò II, poi, dopo la
sua morte, nel 1388, sotto il fratello Alberto V, fino al
1393, godono di un ventennio di pace.
Morto Alberto e succedutogli il figlio naturale Niccolò III,
di appena dieci anni, cominciano i tentativi per togliergli
il potere. Il primo è quello dello zio Azzo, subito
appoggiato dai Della Rosa e da altri ribelli che presto
riconquistano i castelli di Montebaranzone e di Montegibbio.
Niccolò III affida la sua difesa ad Azzo da Castello
modenese che nomina custode di Sassuolo e signore di
Spezzano e Formigine. Ma, morto questi nel 1395 per un
banale incidente in un torneo, i ribelli hanno mano libera.
Francesco della Rosa compie vari tentativi per riavere
Sassuolo, cercando alleati anche tra i Bolognesi, ma,
fallito varie volte il suo intento, si associa ad un gruppo
di Sassolesi traditori e, col loro aiuto, riconquista
Sassuolo, divenendone signore e restando tale fino al 1408,
quando muta atteggiamento verso i marchesi di Ferrara e, da
accorto politico, riallaccia con loro buone relazioni. Ciò
gli permette di rimanere a capo del suo feudo dietro una
semplice promessa di fedeltà della quale però Niccolò III
dubiterà sempre, al punto che, nel 1417, Francesco verrà
fatto prigioniero e sarà tradotto a Ferrara dove morirà,
probabilmente non per cause naturali.
Con Francesco si conclude la signoria dei Della Rosa,
famiglia guerriera e inquieta che per due secoli ha tenuto
il feudo di Sassuolo, realizzando molte opere degne di nota,
tra le quali il nuovo borgo, l'ampliamento (se non la
costruzione), all'inizio del Trecento, della Chiesa di
San Giorgio, protettore della città, e l'edificazione
della Chiesa di San Francesco (dedicata al Santo
d'Assisi, recatosi nel 1217 in visita a Sassuolo),
all'interno del castello, dopo che, nel 1314, era stata
fatta abbattere la fatiscente Chiesa di Santa Croce.
Niccolò III, ripresa Sassuolo, asseconda la volontà dei
Modenesi e nel 1419 assoggetta a Modena la cittadina e la
sua podesteria: Sassuolo ha così due padroni, gli Estensi e
il comune di Modena, con il quale in passato non sono corsi
certo buoni rapporti. Anche l'autorità del podestà locale
viene limitata e subordinata a quella del podestà di Modena,
al quale vanno sottoposti anche i giudizi per i crimini che
oltrepassino il valore di dieci lire marchesane. Inoltre
Niccolò nomina podestà di Sassuolo un uomo di sua fiducia,
Nascimbene Grassaleoni. Questi, che fa costruire il primo
mulino di proprietà signorile, rimane podestà fino al 1426,
dopo di che Sassuolo viene governata dai propri podestà; nel
1429 Niccolò emana nuovi statuti riguardanti i vari
ufficiali della comunità: il massaro, i consiglieri, il
notaio, il messo, i saltari, gli stimatori, i visindari.
Nel 1432 però Niccolò III concede nuovamente
l'amministrazione di Sassuolo ad un uomo di sua fiducia,
nella persona dell'ex segretario ferrarese Jacopino Giglioli:
è una scelta sbagliata e, solo dopo tredici mesi, il
Giglioli, sospettato di ribellione, viene imprigionato a
Ferrara ed impiccato.
Fallito l'esperimento si torna di nuovo ai podestà, con i
quali finalmente la vita nella podesteria di Sassuolo assume
un ritmo regolare e tranquillo, a parte la vertenza
riguardante le acque del Secchia che nel 1436 Reggio cerca
di ottenere per sé, contro il comune di Sassuolo che aveva
acquistato il diritto di prelievo delle acque nel 1373.
Niccolò III sana la vertenza con un decreto del giugno 1436
che riconferma fra l'altro a Sassuolo la proprietà
dell'isola grande del Secchia. Sotto il dominio di Niccolò
viene edificata a Sassuolo, su un'altura, nel 1422, la
Chiesa dedicata a San Paolo che sostituisce la vecchia
omonima chiesa, già eretta in parrocchia nel 1073; viene poi
ingrandita la piccola Chiesa dedicata alla Madonna del
Macero, in località Quattroponti, e, probabilmente, viene
edificato il primitivo Ospedale intitolato a Santa Maria e a
San Giorgio che risulta già esistente nel 1427.
Morto Niccolò nel 1441, gli succede il figlio naturale
Leonello che, educato da Guarino Veronese nelle discipline
umanistiche, e nell'arte militare da Braccio da Montone,
continua la politica del padre cercando di conservare la
pace fra i suoi sudditi: colto e amante delle lettere e
delle arti, protegge i letterati e i dotti e cerca di
diffondere l'istruzione elementare e superiore. Sotto il
breve regno di Leonello non si registrano guerre, ma una
terribile peste nel 1448. Nei riguardi di Sassuolo Leonello
si dimostra giusto ed equilibrato e nel 1444, rendendosi
conto dell'importanza strategica della cittadina, dà inizio
ai lavori per la costruzione dì massicce mura intorno al
paese, sovvenzionando l'acquisto della calce e dei mattoni e
la direzione dei lavori. Egli interviene a più riprese per
la prosecuzione dell'opera spesso interrotta, stimolando i
Sassolesi che contribuiscono malvolentieri alle spese.
Inoltre si interessa di vari problemi inerenti l'economia e,
nel gennaio 1450, in seguito ad un'inondazione causata dalla
rottura degli argini del Secchia, emana una grida per far sì
che tutti i comuni attraversati dal fiume rispondano
all'obbligo di contribuire alle "rapparazioni de Secchia",
come già disposto dal padre Niccolò.
Morto prematuramente Leonello nel 1450, gli succede il
fratello Borso che mostra per Sassuolo una particolare
predilezione e la sceglie come luogo di villeggiatura. A
tale scopo decide di erigere una villa dentro il vecchio
castello. Non si sa quando i lavori abbiano avuto inizio, ma
è certo che nel luglio del 1458 sono già vicini alla fine o
addirittura ultimati, perché Borso ospita nella nuova
abitazione di Sassuolo Lodovico Gonzaga, duca di Mantova. Da
allora Borso trascorre a Sassuolo gran parte dell'anno.
Borso concede a Sassuolo il Collegio dei notai, un
privilegio che eleva la cittadina al rango dei centri più
importanti degli Stati estensi, anche se Sassuolo aveva già
i suoi notai fin dal 1360, ai tempi dei Della Rosa. Il duca
fa inoltre affrescare dal pittore modenese Carlo Calati la
Madonna del Merlo, su un bastione delle mura cittadine (da
cui la denominazione "del Merlo"), al fine di proteggere
Sassuolo dalle inondazioni del Secchia.
Nel 1485 una piena eccezionale abbatte anche il bastione
recante il dipinto, che viene trovato intatto, in seguito,
in mezzo alle rovine, portato nella Chiesa di San Giorgio e
qui custodito, finché non verrà eretta un'apposita cappella,
a sud del borgo, su una piccola altura, dove sarà
trasferito.
Nello stesso giorno della morte di Borso, avvenuta il 20
agosto 1471, i Sassolesi giurano fedeltà al nuovo signore,
il fratello Ercole I, che, proseguendo nella politica dei
predecessori, e, preferendo la pace alla guerra, emana vari
provvedimenti riguardanti Sassuolo, tra i quali quello che
regola la distribuzione delle acque del Secchia e quello che
prevede la compilazione di nuovi statuti per meglio ordinare
la comunità. Provvede inoltre alla difesa della cittadina e
nel 1476 fa disporre l'erezione di una cittadella
fortificata che viene ricavata dai fabbricati della vecchia
Rocca. Le spese gravano su Sassuolo e sugli altri comuni
della podesteria. L'interno della cittadella, una volta
ultimata, sarà decorato da Raffaele Calori, Angelo Erri,
Giovanni Abate, Ludovico Lucca e Domenico Carnevali.
Il dominio della
famiglia Pio
All'epoca di Ercole I risale il passaggio di Sassuolo sotto
i Pio di Carpi (a titolo di "feudo nobile") in cambio di
metà delle terre di Carpi. Inizia così per Sassuolo la
signoria dei Pio che durerà fino al 1592. Gilberto Pio
investito del suo nuovo feudo non vi metterà mai piede
perché, gravemente ferito nella guerra contro Cesare Borgia,
morirà il 26 settembre del 1500, all'età di 45 anni, dopo
aver ricevuto, il 10 dello stesso mese, la formale
investitura del nuovo feudo.
Ercole I concede l'investitura dello Stato di Sassuolo al
figlio primogenito di Gilberto, Alessandro. Essendo però A
lessandro ancora un ragazzo, la responsabilità del governo
ricade sulla vedova di Gilberto, Eleonora Bentivoglio, che
il 20 gennaio del 1501 si trasferisce con i figli a Sassuolo
per prendere formalmente possesso del nuovo feudo, con
soddisfazione dei Sassolesi che si vedono così liberati
dalla sottomissione alla città di Modena disposta da Niccolò
III. Eleonora interviene in varie occasioni con
provvedimenti in favore dei Sassolesi, quali l'esenzione dai
dazi ed i calmieri. Fa inoltre venire in città i Servi di
Maria o Serviti per l'assistenza spirituale alla
popolazione.
Nel 1505 Alessandro, ormai in maggiore età e marito di
Angela Borgia, emana i primi provvedimenti contro
l'esercizio dell'usura da parte degli ebrei e in merito
all'acquisto di un nuovo orologio "conveniente e decoroso,
che suoni le ore e possa udirsi per tutta la terra". Finisce
con Alessandro la pace per Sassuolo, che si trova coinvolta
in vari episodi di guerra, prima nel 1506 perché questi si
schiera con i Bentivoglio contro il papa, che vorrebbe
addirittura far mettere a sacco la cittadina, poi, nel 1510,
quando viene occupata dai pontifici schierati contro gli
Estensi.
Nel 1511 Sassuolo viene di nuovo sottomessa a Modena con un
breve papale. I Pio compiono vari tentativi presso il papa
per riottenere il loro feudo, ma, visto vano ogni sforzo,
nel 1515 Alessandro aiutato dai Rangoni assalta Sassuolo
durante la notte e la riprende con la forza.
Insediatosi di nuovo nei propri possedimenti, Alessandro
emana vari provvedimenti relativi alle Costituzioni o
Capitoli per il Collegio dei notai e all'organizzazione del
suo stato in cinque podesterie. Inoltre nel 1517 dispone che
abbiano inizio i lavori per la costruzione di una nuova
piazza, quella che poi sarà chiamata Piazza dell'orologio,
ai cui lati fa erigere il Palazzo della Ragione o del
Giusdicente e l'Osteria della Posta. In quello stesso anno
Alessandro muore appena trentenne e la reggenza toma
nuovamente ad Eleonora Bentivoglio che però si mostra
incapace di governare.
In tale periodo Sassuolo è travagliata anche dalle guerre
intestine tra la famiglia dei Caula e quella dei Mari, lotte
che vedono il proprio culmine nel 1523 e si concludono con
l'allontanamento dei Mari dalla città e l'elezione di un
nuovo podestà (nel 1524). Questi, nel 1526, accoglie la
richiesta da parte del giovane Gilberto Pio, figlio di
Alessandro, circa la compilazione di nuovi statuti, che però
non vengono emanati a causa di ulteriori eventi bellici, a
seguito dei quali Sassuolo e i Pio tornano a riconoscere la
loro dipendenza feudale dagli Estensi.
La pace torna finalmente a Sassuolo nel 1530 e durerà fino
al 1557. Gilberto Pio in tale periodo fa apportare delle
migliorie al palazzo ricavato entro la Rocca, restaurandolo
ed ordinandone la decorazione a fresco a Domenico Carnevali
aiutato da Pellegrino Cavedoni, padre del più famoso pittore
sassolese, Giacomo Cavedoni. Le spese comportano
l'imposizione di nuove pesanti tasse e la maggiorazione dei
prezzi di alcuni generi di mercato. Gilberto II, uomo dal
carattere difficile e dominato da forti passioni, ha tre
mogli, numerose amanti e si comporta da tiranno con i suoi
sudditi; quando nel 1554 muore di idropisia, non lascia
rimpianti nella popolazione. Durante il suo regno Sassuolo
ospita per ben due volte papa Paolo III, nel giugno e nel
luglio 1543, in occasione della sua venuta a Busseto per
incontrare l'imperatore
Carlo V. Non avendo lasciato eredi
maschi, gli succede per sua stessa disposizione il ventenne
cugino Ercole I, la cui elezione viene approvata con
soddisfazione dal duca di Ferrara e dalla comunità
sassolese.
Nel 1566-67 Ercole Pio, su richiesta di Ercole II d'Este,
che teme l'invasione degli Spagnoli, fa consolidare la Rocca
e, abbattuto il vecchio borgo, fa innalzare contromuraglie e
fa scavare profondi fossati. La perizia e la competenza di
Ercole Pio salvano Sassuolo dall'attacco che i
Lanzichenecchi tentano invano per due volte. Egli si
dimostra però anche un buon governante e fa emanare nuovi
statuti che, preparati dal grande giurista sassolese Lazzaro
Ferruzzi, vengono approvati nel 1561 e stampati nel 1562
dalla stamperia degli eredi di Cornelio Gadaldini,
installatasi nel Convento dei Padri Serviti di San Giuseppe.
A questi statuti generali si affiancano quelli che regolano
la vendita del sale, detti della Salina ed anch'essi
stampati nel 1562, e quelli che regolano il Collegio dei
notai, del 1564.
Intanto nel 1559 Ercole Pio fece erigere il Monte di Pietà e
il Monte della Farina, istituzioni entrambe create a
vantaggio dei poveri e come reazione alla troppo esosa usura
praticata da usurai di religione ebraica. Fa inoltre
apportare alcuni miglioramenti alla residenza signorile di
Sassuolo e fa ricostruire il ponte che porta alla Rocca.
Durante tali lavori viene abbattuta la primitiva Chiesetta
di San Francesco per costruirvi la Cancelleria dello stato.
Il duca dota Sassuolo anche di un bel parco che sorge in
località Casiglia, a nord del paese e a fianco del Secchia.
Ercole Pio, principe stimato e benvoluto, muore di tifo a
Zara nel 1571, combattendo contro i Turchi, e le sue spoglie
vengono tumulate a Sassuolo col compianto dei sudditi. La
reggenza dello stato per disposizione dello stesso Ercole
Pio, venne assunta dal ventenne fratello Enea, fino alla
maggiore età del figlio Marco. Quest'ultimo fu fratellastro
di Marianna de Leyva y Marino (1575-1650), la manzoniana
monaca di Monza, figlia della madre Virginia Marino
(1541-1576) e del suo secondo marito il conte Martino de
Leyva.
Enea Pio, che nel 1573 sposa Laura di Gaspare Obizzi, è
molto apprezzato per le sue doti di intelligenza e di animo,
e prosegue la condotta di governo intrapresa dal defunto
fratello. Fa restaurare la Chiesa di San Giorgio,
ricostruire la Chiesa di San Francesco e nel 1570 apre le
porte di Sassuolo ai Francescani Cappuccini e ai Francescani
Conventuali, ma non compie grandi opere pubbliche, distratto
com'è anche dai frequenti incarichi di fiducia che, per la
stima di cui gode, gli affidano i vari principi regnanti.
Il nipote Marco Pio, educato a Ferrara dalla nonna Lucrezia
Rovella, e cresciuto con un temperamento spensierato e
ribelle, sposa nel 1587, con grande pompa, appena ventenne,
Clelia Farnese, mettendo subito in luce le sue manie di
grandezza e una sfrenata ambizione. Egli, divenuto signore
dello Stato di Sassuolo, amava apparire letterato ed
intrecciava relazioni con Torquato Tasso, al quale è
legato da amor fraterno, con l'Ariosto, il
Quarengo, il Fontanelli ed altri. Fortemente
attratto dalle armi, chiese ed ottenne dal papa di essere
inviato contro i Turchi, in Ungheria, da dove torna nel
1596. Cercò di primeggiare , anche in campo religioso: fonda
l'Arciconfraternita del SS. Crocifisso e promosse nel 1596
un grande pellegrinaggio alla Madonna della Chiara di
Reggio. Amante del lusso e dello sfarzo, voleva stare al
passo con i grandi signori e chiese al papa il titolo di
duca e all'imperatore quello di principe, cercando nel
contempo di sottrarsi al vassallaggio degli Estensi: ma
questa sarà la causa della sua rovina e della fine della
signoria dei Pio. Morto infatti Alfonso II d'Este e
succedutogli Cesare, si instaurò tra Marco Pio e l'estense
una vera e propria guerra fredda che si concluderà con un
attentato. All'uscita dal Castello di Modena (dove gli
Estensi si sono trasferiti nel 1598 da Ferrara), il 10
novembre 1599 Marco Pio venne ferito gravemente; il 27
novembre, dopo pochi giorni, morirà nel Palazzo Ducale ed il
suo corpo imbalsamato verrà accompagnato a Sassuolo.
Sotto Marco Pio, il cui governo fu funestato dalla terribile
carestia del 1590, si realizzarono a Sassuolo il Convento e
la Chiesa dei Padri Cappuccini, si concluse la
fortificazione del paese, e si erige l'"Aguglia"; sul suo
piedistallo Marco Pio fa collocare una lapide, tolta nel
secolo successivo, dedicata a "Marcus Pius de Sabaudia /
Principis Saxoli". Il monumento da allora è considerato
l'emblema di Sassuolo: i suoi abitanti verranno indicati per
secoli come "quei dell'Aguglia". Inoltre Marco dona alla
seconda Chiesa di San Francesco il prezioso Crocifisso
scolpito in legno che da quattro secoli costituisce il
tesoro più caro dei Sassolesi. L'amore di Marco per le
lettere si concretizza nell'istituzione di un'accademia
letteraria, quella degli "Unanimi" che però perisce con lui.
Il duca Cesare d'Este, fortemente sospettato di aver fatto
assassinare Marco Pio (come dimostrano anche il suo scarso
impegno nel far catturare gli attentatori e l'aver obbligato
Enea Pio a restare chiuso nel castello fino alla morte di
Marco, impedendogli di tornare a Sassuolo), invia nella
cittadina il conte Sassi che, il 29 novembre, riceve dalla
comunità il giuramento di obbedienza; i vari impiegati e
dignitari locali vengono inoltre sostituiti con persone
notoriamente contrarie ai Pio. Nonostante ciò la maggior
parte dei Sassolesi continua a proteggere la famiglia. Enea,
visti falliti i tentativi di mediazione, accusa legalmente
Cesare d'Este, ma dopo nove anni finisce col perdere la
causa e nel 1609 Carlo Emanuele di Savoia autorizza il
passaggio dello Stato di Sassuolo ai duchi estensi di
Modena, previo esborso ad Enea di 215.000 ducatoni.
Il
ritorno degli estensi
Gli Estensi terranno così Sassuolo, a parte qualche breve
parentesi, fino all'Unità d'Italia. Cesare, cercando di
accattivarsi i Sassolesi, si dimostra premuroso nei loro
confronti e riconferma privilegi, immunità, esenzioni già
concesse alla comunità sassolese dal marchese Niccolò e dai
suoi successori. Dispone inoltre che nessun Sassolese possa
essere citato fuori dal proprio foro, che ciascuno sia
libero di espatriare e che siano aboliti i dazi imposti dai
Pio sulle candele, sulla carne, sulle pelli di pecora e sui
cappelli di paglia. Cesare, infine, nel 1605, in occasione
della sua prima visita a Sassuolo, restituisce alla comunità
il giuspatronato sulla Chiesa di San Giorgio.
Il più grande atto di benevolenza verso Sassuolo è però
quello di sceglierla come luogo di villeggiatura per la
famiglia ducale che vi si reca per la prima volta nel
settembre del 1609. L'amministrazione di Sassuolo viene
affidata da Cesare a persone di sua fiducia, pur lasciando
in vigore gli statuti emanati da Ercole Pio. Durante il suo
governo si realizzano a Sassuolo varie opere pubbliche tra
le quali il nuovo ospedale con la Chiesa di Sant'Anna, un
nuovo convento per le monache clarisse e la Collegiata di S.
Giorgio. Francesco I, succeduto appena diciannovenne al
padre Alfonso III, che va in convento dopo solo sette mesi
dalla successione al padre Cesare, continua la politica del
nonno nei riguardi di Sassuolo: lo Stato viene
ridimensionato cedendo più di una podesteria a nuovi
feudatari, ma gli vengono annessi Pigneto, Frignano e
Montefiorino; si impongono nuove tasse e balzelli e si
introducono i monopoli dell'acquavite, del sapone, del
corame e del tabacco. La peste del 1630-31, che miete più di
cinquecento vittime, la carestia subentrata alla peste e la
successiva epidemia del 1648 mettono a dura prova l'economia
della città. Durante la peste viene costruita da padre
Felice Reggiani, per celebrarvi la Messa, la Chiesetta dei
Cinque Ponti, con un'unica navata e tre altari, che sarà poi
restaurata nel 1735 e soppressa nel 1783, perché rimasta
priva di officiatura.
Nel 1642 viene iniziata la costruzione della nuova Chiesa di
San Giuseppe, al posto del vecchio omonimo oratorio ormai
mal ridotto. I lavori vengono ultimati nel 1647 e l'edificio
che ne risulta è, nonostante i rifacimenti verificatisi nel
corso del tempo, quello tuttora visibile. Il campanile viene
completato nel 1648 e dotato di due campane. Sotto il
pavimento del vecchio Oratorio di San Giuseppe avevano
trovato sepoltura i Pio di Sassuolo. Sotto il pavimento
della nuova chiesa vengono invece sepolti i membri delle
principali famiglie sassolesi dei secoli XVII e XVIII.
La costruzione
del Palazzo Ducale
La più grande opera di Francesco I in Sassuolo fu però il
Palazzo Ducale che prese il posto della residenza
signorile fatta erigere da Borso dentro la vecchia Rocca. Il
duca estense scelse infatti Sassuolo come sua seconda
residenza da utilizzare non solo nel periodo estivo e voleva
che il Palazzo Ducale, insieme a quello di Modena, potesse
gareggiare con le residenze illustri di altri principi del
tempo.
Il progetto venne redatto dell'architetto romano
Bartolomeo Avanzini (allievo di Gian Lorenzo Bernini,
con il quale collaborò ai lavori per il Palazzo Barberini),
lo stesso che nel 1632 firmò quello del Palazzo Ducale di
Modena; i lavori hanno inizio nel 1634 sotto la
soprintendenza del governatore di Sassuolo Sebastiano
Marinelli. Nonostante che essi procedano con impegno, il
palazzo sarà completato solo alla fine del Seicento. La
residenza che Francesco I utilizzò per riposarsi nelle pause
della sua intensa attività politica e per accogliere gli
ospiti che allietava con mille svaghi tra cui la caccia,
venne studiata nei minimi particolari, sia all'esterno (con
piazze, giardini, fontane, peschiere, esedre e statue) sia
all'interno (con sale, gallerie, enormi saloni decorati con
affreschi, quadri, sculture e stucchi). Lavorarono
nell'allestimento del palazzo artisti provenienti da ogni
parte d'Italia e d'Oltralpe, tra cui lo stesso Bernini,
il Boulanger e il Guercino.
L'opera dell'Avanzini si compenetra con quella dei pittori e
degli scultori nelle preziose nicchie della facciata, nella
dilatazione illusionistica dello scalone, realizzato con
effetto scenografico da Michele Colonna e da Agostino
Mitelli, nella lunga Galleria di Bacco e
nell'infilata degli ambienti dell'ala sinistra, decorati da
artisti formatisi alla scuola di Guido Reni e del
Boulanger.
Intorno al rudere dell'ampia vasca, ancora esistente nel
prato spoglio dietro al palazzo, si può oggi immaginare un
raro esempio di giardino all'italiana, di gusto
tardo-rinascimentale, simile a quello di Villa d'Este a
Tivoli. Nel già ampio parco, ulteriormente ampliato nel
secolo successivo, trovano spazio i casini di delizie, poi
trasformati via via nel tempo. Fra questi quello di San
Michele (l'attuale Villa Cuoghi) conserva, dipinti a tempera
sulle pareti, i palazzi e le delizie ducali quali erano fino
alla metà del Settecento. E tuttora visibile nel parco la
Peschiera, o "Teatro delle fontane", una
splendida fontana nata dalla collaborazione dell'Avanzini e
del modenese Gaspare Vigarani. Architettura, pittura
e scultura creano nel cortile del palazzo il più
significativo risultato a cui sia mai pervenuto il Barocco
emiliano, con le scene delle gesta delle antiche divinità
mitologiche e con la bella fontana del Raggi, eseguita su
disegno del Bernini.
Mentre il Palazzo Ducale sta sorgendo, la comunità provvede
nel 1646 al restauro della parrocchiale Chiesa di San
Giorgio. Lo stesso Boulanger interviene per dipingere il
Santo patrono e l'organo viene riparato e rimesso in
funzione dal carpigiano Giulio Savani. Francesco I, nello
stesso periodo, fa disegnare dall'Avanzini una nuova chiesa
dedicata a San Francesco, per sostituirla alla vecchia e
modesta chiesetta già esistente e fatta costruire dai Pio
sui resti di quella fatta erigere dai Della Rosa. Ricevuta
l'approvazione della confraternita, Francesco I fa erigere a
sue spese l'edificio che viene ultimato nel 1653. La chiesa
ha quattro altari ed è decorata dagli affreschi di Agostino
Mitelli e di Angelo Colonna, diretti dal Boulanger, autore
degli scudi delle volte. Nel 1658 Francesco I ospita per tre
giorni nel suo Palazzo di Sassuolo, con grande sfarzo,
Cristina, figlia del re di Svezia.
Torre
dell'orologio
Francesco II, succeduto al padre duca Alfonso IV nel 1662,
appena superata la minore età, soggiornerà a lungo nel
Palazzo Ducale di Sassuolo, dove morirà nel 1694, all'età di
soli 34 anni. Tuttavia, durante il suo breve regno hanno
luogo varie realizzazioni edilizie di rilievo. La più
importante è la Torre dell'orologio sulla piazza
principale: per reperire i fondi che servono alla sua
costruzione Francesco II emana nel 1676 un'apposita grida
che impone una tassa sui redditi dei Sassolesi. L'orologio
pubblico per l'"abbelimento" della piazza del "ducal
Palazzo" viene costruito dal 1679 al 1680 e in quello stesso
anno viene fusa la campana della torre. La balconata con
ringhiera in ferro, per l'annuncio al pubblico degli avvisi
o delle disposizioni e gride del governo e della comunità,
viene sistemata sulla facciata prospiciente la piazza della
nuova Torre dell'orologio. Al di sopra della balconata viene
collocata, in un'apposita nicchia, la statua della Beata
Vergine che già nel 1622 dominava la piazza.
Viene inoltre costruita in quel periodo la nuova Chiesa di
San Prospero, ultimata nel 1680 con il trasferimento dell'immagine
della Madonna della Lagrima dal vecchio oratorio che viene
distrutto. Sono di quel periodo le quattro statue a
grandezza naturale di San Prospero, Santa Daria, San
Giovanni Battista e San Girolamo. Detta anche Chiesa del
Cimitero Vecchio, oggi essa è posta al centro di un elegante
cimitero neoclassico, opera dell'ingegnere ducale di origine
sassolese, Giovanni Lotti. Fra le tombe ne spiccano alcune
ottocentesche in ceramica di produzione locale. Nel 1690
inizia la costruzione del nuovo coro e del presbiterio nella
Chiesa di San Giorgio, su disegno dell'architetto Antonio
Paltrinieri, che dirige anche i lavori. Gli stalli lignei
sono realizzati dal falegname modenese Parenti. Allo stesso
Antonio Paltrinieri nel 1695 viene affidato l'incarico di
progettare e dirigere i lavori per il Teatro Civico.
Il 1° settembre del 1696 il teatro viene inaugurato, anche
se non ancora ultimato, alla presenza della corte ducale.
Nel 1687, per renderlo più confacente ad una parrocchiale
divenuta anche collegiata, viene ricostruito in soli quattro
mesi un nuovo campanile per la Chiesa di San Giorgio.
Gli ultimi
rappresentanti degli Este
Intanto nel 1694 a Francesco II, morto senza eredi, succede
il parente più prossimo, il principe Rinaldo, cardinale
d'Este. Egli giunge a Sassuolo per la prima volta
nell'estate del 1696 con la duchessa sua sposa, accolto
dall'entusiasmo dei Sassolesi. Il duca stabilisce con la
città un ottimo rapporto che manterrà anche negli anni
successivi, superando perfino la legittima protesta dei
Sassolesi al suo progetto di incamerare l'isolano del
Secchia, proposito che finirà con l'abbandonare nel 1737.
Dopo i primi anni di pace, il dominio del duca viene
coinvolto via via durante il suo regno nelle guerre di
successione spagnola (1700-1714), polacca (1733- 1738) e
austriaca (1740) e Sassuolo subisce di conseguenza, a più
riprese, occupazioni straniere, soprattutto francesi. Anche
in questo periodo non mancano comunque le opere di un certo
rilievo: la costruzione di un nuovo oratorio nel Cimitero
delle Carandine, per trasferirvi il fonte battesimale dalla
Chiesa di San Giorgio, e l'edificazione della nuova
Chiesa della Madonna del Macero che ha inizio nel 1706 e
vede la partecipazione della comunità che erige un altare
dedicato a Sant'Antonio, compatrono di Sassuolo dal 1635. In
quel periodo viene inoltre restaurata la Chiesa di San
Giorgio e nel 1731 iniziano i lavori per l'erezione del
nuovo Convento dei Cappuccini; nel 1737 comincia poi la
costruzione della nuova Chiesa dei Cappuccini.
Il successore di Rinaldo, il figlio Francesco III, che ama
soggiornare a Sassuolo come i suoi antenati, mostra tutta la
sua munificenza verso la città e, oltre a riconfermarle i
suoi statuti, privilegi, diritti e concessioni, fa sistemare
definitivamente la Piazza dell'orologio e dà impulso a tutta
l'edilizia sassolese: trasforma l'ospedale-ospizio per i
pellegrini in un vero e proprio ospedale, fa costruire la
strada che collega Sassuolo con la montagna modenese (la via
Vandelli), concede alla ceramica sassolese la privativa per
tutti gli Stati estensi e alla città il titolo di "Nobilterra"
nel 1753, fa costruire, dal 1756 al 1762 la nuova Chiesa di
San Giorgio e dal 1773 al 1775 fa erigere un nuovo teatro
degno della corte ducale, utilizzando i muri laterali di
quello vecchio.
L'opera del figlio di Francesco, il duca Ercole, col quale
si estingue la linea maschile legittimata della casa d'Este,
viene interrotta nel 1796 dalle folate della Rivoluzione
francese che lo costringono all'esilio di Torino, dove muore
nel 1803. Durante il suo regno, aveva concesso lo stemma
ducale al- l'Accademia dei Filarmonici, aveva ri-confermato
alla comunità i privilegi, fra i quali l'Archivio notarile,
aveva promosso lo sviluppo dell'istruzione e aveva fatto
costruire le facciate delle Chiese di S. Giorgio e di S.
Spirito e il selciato della Piazza dell'orologio e della
Piazza del Mercato.
Con la venuta dei Francesi, nel 1796, Sassuolo dapprima
quasi indifferente alla Rivoluzione, viene via via coinvolta
negli avvenimenti: innalza l'albero della Libertà e
costituisce la nuova giunta municipale formata da 12
cittadini repubblicani. Pochi mesi dopo viene eretto nella
Piazza dell'orologio un monumento alla libertà, in marmo di
Carrara, progettato dall'architetto Giuseppe Soli di
Vignola. Inoltre vengono soppressi la Collegiata di San
Giorgio, la Chiesa di San Francesco e il Convento
delle Clarisse.
Intanto il governo francese incamera i beni ducali di
Sassuolo, compreso il Palazzo Ducale, che, dopo poco (nel
1797), vengono messi all'asta. Gli anni che seguono, fino al
1814, sono contrassegnati dal dominio francese, interrotto
solo nel 1799 dal ritorno degli Austriaci. Il territorio di
Sassuolo, nell'ambito della suddivisione amministrativa
della Repubblica Cispadana, viene nominato cantone e
assegnato, con Guiglia e Vignola, al Dipartimento del
Panaro. Nel 1802 i cantoni vengono mutati in distretti:
Sassuolo diviene comune di seconda classe e quinto
distretto. Viene soppresso il Collegio dei notai, viene
aperto un cimitero pubblico nel sagrato della Chiesa di San
Prospero e l'Ospedale di Sant'Anna viene trasferito nell'ex
Convento delle Clarisse ed affidato ad una "Commissione di
Pubblica Beneficenza"; viene soppresso anche il Convento dei
Cappuccini di Sassuolo e, dopo varie vicende, si risolve
l'annosa questione dell'uso delle acque del Secchia tra
Sassuolo e Modena con la firma di una convenzione nel 1814.
Quando Francesco IV, con la Restaurazione, riprende possesso
dei Ducati estensi, i suoi rapporti con Sassuolo non sono
certo come quelli dei suoi predecessori, anche se la
cittadina festeggia nel 1814 il ritorno degli Estensi e nel
1819 la nascita di Francesco V. Sassuolo è uno dei 26 comuni
frutto del riordinamento, e, come comune di seconda classe,
dipende per la vigilanza tutoria dal governatore della città
e della provincia di Modena. Una parte dei Sassolesi rimane
contraria agli Estensi e già nel 1821 si costituisce in
Sassuolo una "vendita" di carbonari; nel 1831 i Sassolesi
iscritti alla Carboneria partecipano ai moti di Modena del 3
febbraio. Successivamente processati, vengono condannati
all'ergastolo dai tribunali speciali estensi.
Anche tra Francesco V, succeduto al padre nel 1846, a soli
27 anni, e Sassuolo i rapporti non migliorano: i Sassolesi
dopo i moti del '31 sono per lo più visti come nemici da
combattere. Dopo i moti del 1848, seguono altre condanne di
patrioti sassolesi che hanno combattuto contro l'Estense, ma
la lotta contro Francesco V continua senza sosta fino alla
sua fuga da Modena avvenuta l'11 giugno del 1859.
Con Luigi Carlo Farini, designato governatore delle
provincie modenesi, e dopo le elezioni politiche e comunali,
il mandamento di Sassuolo viene ridotto nella sua
estensione, nonostante le proteste della municipalità; dopo
il referendum per l'annessione dell'Emilia al Regno sabaudo,
entra a far parte del Regno del Piemonte e dal 1860, da
piccola capitale di uno stato, Sassuolo diviene uno dei
tanti comuni-mandamento della nuova Italia.
Dal 1860 al 1914 due partiti si susseguono nel governo della
cosa pubblica: il partito liberale conservatore, che governa
fino al 1902, e il partito radicale che, sorto nel 1890 e
spalleggiato dai democratici e dai socialisti, si sostituirà
ai liberali nel governo della città. Le tasse imposte dai
liberali e la loro presa di posizione in materia religiosa
irritano la popolazione e nel 1872 scoppiano dei disordini
per il dazio sui consumi. Durante il governo liberale, nel
1863, viene costruita la strada Sassuolo-Montegibbio, sorge
la Società di Mutuo Soccorso (1862), viene ampliato il
cimitero (1865) e viene completato rimpianto di
illuminazione a gas della cittadina; dal 1870 al 1872 si
costruisce il ponte sul Secchia e la toponomastica delle vie
e piazze del paese viene mutata. Dal 1880 al 1883 si
realizza la ferrovia Modena-Sassuolo e nove anni dopo la
ferrovia Sassuolo-Reggio.
Fra il 1855 e il 1909-10 si costruiscono le Terme della
Salvarola, le cui acque erano state cantate al tempo di
Francesco III, per le loro prerogative salutari, dal celebre
sassolese Giovanni Battista Moreali. Dal 1902, col
governo dei democratici, tra i quali sono presenti i
socialisti, che avevano cominciato ad organizzarsi a
Sassuolo nel 1896, si realizza la costruzione del Politeama
(1906); seguono il servizio automobilistico tra Sassuolo e
Montefiorino (1907), l'asilo infantile (1908), le nuove
scuole e l'impianto di una linea telefonica tra Sassuolo e
Formigine (1909), il macello pubblico e la nuova via Umberto
I (1910). Inoltre vengono istituite la Mutualità scolastica
nel 1909 e le Scuole Tecniche nel 1912.
I democratici vengono però sconfitti alle elezioni del 1914
e alla vigilia della prima guerra mondiale il comune è
amministrato dai clericali. Nel momento in cui Sassuolo sta
avviandosi, sia pure lentamente, verso un sensibile
miglioramento in tutti i campi, il sopravvenire della guerra
del 1915-18 (alla fine del conflitto, nel 1922, Sassuolo
innalzerà un monumento ai Caduti), delle lotte di classe e
infine dell'avvento dell'autarchia durante il fascismo,
bloccano ogni progresso e la cittadina dovrà aspettare la
fine della seconda guerra mondiale per avviarsi di nuovo
verso una decisiva ripresa.
Già dalla metà degli anni Trenta Sassuolo ha però assunto un
ruolo predominante nell'ambito dell'industria, con quasi il
50% della popolazione attiva impegnata in quel settore,
anche se con pesanti condizioni di lavoro. Manca in effetti
in quegli anni una direzione politica e sindacale capace di
educare un potenziale così vasto in funzione antifascista.
Ma questo privilegiare l'industria a danno dell'agricoltura
e la conseguente incontrollata immigrazione, che fa scattare
nel 1939 le restrizioni della "legge contro l'urbanesimo",
porteranno nel periodo bellico alla mancanza dei generi di
prima necessità ed il centro commerciale della valle del
Secchia patirà la fame più dei vicini piccoli centri
agricoli. Sassuolo tuttavia saprà essere all'altezza della
situazione al momento opportuno, mandando per prima una sua
"banda di ribelli" sui monti. La popolazione era allora di
poco più di 12 mila abitanti.
Quel paese dai tetti rossi, finita la guerra, si trasformò
lentamente nell'importante cittadina industriale che
rappresenta oggi il principale centro dell'industria della
ceramica e che ha aggiunto nel dopoguerra uno sviluppo
edilizio e demografico sorprendente, passando nel 1961 a
23.500 abitanti, rispetto ai circa 6000 di un secolo prima e
agli attuali 40.000 circa.
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