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> I Single Parassiti
I
Single Parassiti
«Mandiamo i bamboccioni
fuori di casa». Non usa mezzi termini il ministro
dell'economia Tommaso Padoa-Schioppa davanti alle
Commissioni Bilancio di Camera e Senato, parlando della
Finanziaria e della norma che prevede affitti agevolati
per i più giovani: «Incentiviamo a uscire di casa i
giovani che restano con i genitori, non si sposano, e
non diventano autonomi». Nel 1993, il 56% dei giovani
italiani tra i 18 e i 34 anni, non sposati, viveva
insieme ai genitori. Nel 2003, si era arrivati a quota
60%, e i giornali oggi parlano addirittura del 70%,
oltre 5 milioni e mezzo, di “bamboccioni”, che popolano
l’Italia. C’è chi fa un paragone con altri giovani
europei, scandinavi in testa, fuori di casa appena
raggiunta la maggior età, e che vede gli italiani
attaccati alla sottana della mamma in stile Alberto
Sordi nel film di Fellini, “I vitelloni”: “Mamma, non
piangere, io non ti lascio!”. In realtà, come “patria
dei mammoni”, l’Italia non ha poi molto da invidiare a
paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, dove
questi giovani sono conosciuti come “boomerangers”. Ma
c’è un paese in cui il problema dei figli che non vanno
via di casa è arrivato molto prima: il Giappone,
paese del sol levante, patria dei “single parassiti”.
L’espressione “single
parassita” (in giapponese “parasaito shinguru”,
dall’inglese “parasite single”) è apparsa per la prima
volta in un articolo del 1997 del quotidiano giapponese
“Nihon Keizai Shinbun” . Yamada Masahiro, docente di
sociologia all’università Gakugei di Tokyo, la coniò per
definire i giovani tra i 20 e i 34 anni che, pur
potenzialmente indipendenti dal punto di vista
economico, continuano a vivere a casa dei genitori e a
dipendere da loro per vitto e alloggio. Non contribuire
alle spese domestiche, spendere lo stipendio in prodotti
di marca, viaggi e divertimenti, rimandare il matrimonio
il più possibile: è questo lo stile di vita dei single
parassiti degli anni Novanta, epoca d’oro di questa
“generazione di egoisti” che nel 1995 comprendeva circa
dieci milioni di giapponesi.
Le statistiche parlavano della
maggior parte di loro come lavoratori a tempo
indeterminato tra i 20 e i 29 anni, che sceglievano di
vivere da single mantenuti e di togliersi ogni sfizio
prima che arrivasse il matrimonio ad abbassare il loro
tenore di vita. Tutto questo, con la prospettiva di
sposarsi un giorno o l’altro, il più tardi possibile e
stipendio di mamma e papà permettendo. Uno stile di vita
beato e agiato, lontano dai valori tradizionali legati
al matrimonio e sempre più desiderabile soprattutto per
le donne. Non a caso, le statistiche parlavano di un
fenomeno soprattutto al femminile, di ragazze giapponesi
non più disposte a vestire i ruoli tradizionali di una
società che ha sempre avuto al centro di tutto l’uomo.
Ecco allora una schiera di donne parassite, che
rifiutano di sposarsi e spendono e spandono in prodotti
di marca, Prada, Gucci, e Louis Vuitton in testa, e che
non si sentono offese se la stampa parla di loro come
“parassite”, ma, anzi, trovano il termine “kawaii”
(carino). Una generazione di donne che sceglie di non
essere moglie per forza e senza altra scelta, e che
pensa che essere single non sia un segno di cattiva
reputazione, ma il frutto della voglia e del diritto di
affermarsi.
Ecco allora un’altra definizione che negli anni Novanta
rimbalza da una parte all’altra del Giappone, che si
ripete ogni qual volta si affronti il problema del calo
di nascite nel paese, che invecchia sempre più: quella
di oggi è una “mukekkon sedai”, una generazione che non
si sposa. Che si fa mantenere da genitori in buone
condizioni finanziarie grazie ai benefici del periodo
della “bubble economy” (economia della bolla) degli anni
Ottanta. Dopotutto, se possono viziare i loro figli,
perché non farlo? “Perché le donne viziate cresciute nel
periodo della bolla economica si sono abituate ad uno
stile di vita al quale non rinunciano neanche in un
periodo di forte recessione economica”, risponde Yamada.
Nella seconda metà degli anni Novanta, infatti,
aumentano i giovani che non riescono ad avere un posto
di lavoro fisso a tempo pieno, e che non possono
permettersi di vivere da soli anche se vogliono farlo.
Si può definire egoista una generazione in cui dilagano
i “freeters”, lavoratori che passano da un lavoro a
tempo determinato a un altro, o vivono di più lavori
part-time senza riuscire a trovare un posto fisso come i
nostri giovani lavoratori precari? In un paese come il
Giappone, in cui il costo delle case e degli affitti è
notoriamente alto, se un single parassita decide di
rendersi indipendente rinuncia, in media, a due terzi
delle proprie entrate. Ecco allora che essere single
parassita non è più una scelta libera e consapevole
come negli anni ’80 e nei primi anni ’90, ma è
diventata una mancanza di alternative. Che forse,
chi lo sa, è anche il motivo che spinge sette giovani
italiani su dieci a comportarsi da “bamboccioni” e ad
evitare di crearsi una famiglia.
Articolo di Irene Gioiello
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