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Airbnb ha portato una ventata dirompente nel
mondo del turismo e dell'ospitalità, con impatti profondi
sull'economia, la società e la cultura. Ma intorno alla
piattaforma leader degli affitti brevi tra privati, sono fiorite
anche molte false narrazioni, luoghi comuni e percezioni
distorte, alimentate da interessi di parte. In questo lungo
approfondimento analizzeremo i principali ambiti di impatto di Airbnb confrontando tesi critiche e dati oggettivi, per provare
a fare chiarezza e andare oltre la superficialità di molti
dibattiti di parte. Dalla presunta desertificazione dei centri
storici ai reali effetti economici e sociali, dal confronto con
gli adempimenti alberghieri alle criticità del sistema
mediatico, esamineremo le diverse facce di una piattaforma che
sta cambiando il mondo del turismo e non solo.
di Massimo Serra
Non è vero che Airbnb provoca lo spopolamento dei centri storici
Negli ultimi anni si è diffusa la convinzione che la
diffusione degli affitti turistici brevi, tramite piattaforme
come Airbnb, stia provocando lo spopolamento e la
desertificazione dei centri storici delle grandi città. Questa
percezione è stata alimentata da associazioni di categoria,
lobby alberghiere,
residenti e anche alcune forze politiche, che hanno individuato
nel cosiddetto "turismo mordi e fuggi" il principale
responsabile dell'abbandono di interi quartieri delle città
d'arte. Ma diversi studi scientifici dimostrano che questa
percezione sia in realtà infondata e frutto di una
semplificazione eccessiva.
Secondo una ricerca condotta dall'Università Bocconi di
Milano, non esiste infatti una correlazione diretta tra la
crescita di Airbnb in una città e il calo dei residenti nel suo
centro storico. Lo studio, pubblicato nel 2018, ha analizzato i
dati relativi agli anni tra il 2008 e il 2016 di 16 grandi città
europee, scoprendo che lo spopolamento dei centri urbani è un
fenomeno che precede la nascita della piattaforma Airbnb e che
appare legato a fattori più complessi, come il decentramento
abitativo e l'espansione delle aree periferiche e suburbane. I
flussi migratori dalle zone centrali alle periferie seguono
dinamiche socio-economiche di lungo periodo, dovute anche al
desiderio delle famiglie di accedere ad abitazioni più ampie e
confortevoli a prezzi inferiori. [1]
Anche la ricerca "Airbnb and the Rent Gap" condotta nel 2018
dall'University College of London sostiene che l'impatto di
Airbnb sia stato esagerato e strumentalizzato. I dati analizzati
dimostrano infatti che nella maggior parte delle città prese in
esame gli affitti brevi coprono una quota minoritaria, tra il 3%
e il 7%, dello stock abitativo complessivo, senza quindi effetti
determinanti sui prezzi degli affitti di lungo termine o sui
tassi di abbandono dei residenti. Lo studio evidenzia anche come
gran parte degli host Airbnb affitti solo una stanza della
propria abitazione, mantenendo comunque la residenza nel centro
urbano.[2]
Anche in Italia le indagini empiriche non suffragano l'idea
che Airbnb stia svuotando i centri storici delle città d'arte.
Uno studio del Centro Studi Turistici del 2019, focalizzato in
particolare su Firenze, Venezia e Matera, evidenzia come nelle
principali città italiane la quota di alloggi destinati ad
affitti brevi sia molto ridotta, tra l'1% e il 4% del totale,
percentuali che non possono certo aver provocato l'abbandono di
interi quartieri. A Firenze, ad esempio, nel 2018 gli annunci Airbnb coprivano solo lo 0,9% degli immobili residenziali del
centro storico, troppo poco per poter essere considerati la
causa del calo demografico.[3]
Prendendo come riferimento Venezia, spesso al centro della
controversia per la crescente presenza di affitti brevi, si nota
che le preoccupazioni sono alimentate da gruppi di pressione,
anche se limitati e talvolta con interessi particolari.
Tuttavia, un'analisi approfondita dei dati, accessibili
attraverso il sito ufficiale del Comune di Venezia, rivela che
la città ha registrato una diminuzione di circa mille residenti
all'anno dal 1981, ben prima dell'arrivo di Airbnb in Italia.
Infatti, questo trend decrescente è tracciabile fin dal 1951,
sottolineando che la questione è ben più complessa di quanto
comunemente percepito. [3.1]
In sintesi, i dati empirici disponibili non suffragano l'idea
che la diffusione di Airbnb stia svuotando in misura
significativa le città d'arte italiane ed europee. Lo
spopolamento appare piuttosto come un processo storico dovuto a
dinamiche sociali e urbanistiche complesse, che hanno radici ben
più profonde della sharing economy. Certo il numero elevato di
turisti crea problemi di convivenza (ma anche benefici) in alcuni
periodi dell'anno, ma non si può semplicisticamente addebitarne
la colpa a Airbnb e al turismo tout court. Quest'ultimo va
piuttosto gestito in modo sostenibile, anche attraverso una
regolamentazione degli affitti brevi che favoriscano
possibilmente una
reale condivisione tra residenti e viaggiatori.
In conclusione, il dibattito sul rapporto tra Airbnb e
spopolamento dei centri storici appare viziato da posizioni
ideologiche e luoghi comuni che non trovano riscontro nei dati
oggettivi. Le città sono organismi complessi in continua
evoluzione, dove intervengono fattori economici, sociali e
culturali intricati. Ridurre tutto al dualismo residenti versus
turisti rischia di essere fuorviante e controproducente.
Lo
spopolamento va contrastato agendo in profondità sulle
cause
strutturali, mentre il turismo, se ben gestito, può
rappresentare una preziosa risorsa per il rilancio dei centri
storici, come dimostrano casi virtuosi come Matera capitale
della cultura 2019.
Airbnb fa diventare le città come "Disneyland"?
L'accusa che la diffusione degli affitti brevi tramite Airbnb
snaturi i centri urbani trasformandoli in "Disneyland" è una
semplificazione che non trova riscontro nei dati, una mera
etichetta dispregiativa.
Un altro studio dell'Università Bocconi rileva che nelle
principali città italiane gli appartamenti in affitto
su Airbnb incidono solo per una quota minoritaria, tra il 2% e
5%, sullo stock abitativo complessivo [1.1]. Difficile pensare
che queste percentuali ridotte possano alterare la natura di una
città.
Per fare un raffronto il numero degli immobili vuoti e
inutilizzati in Italia, dovuto a cause complesse come il calo
demografico, l'emigrazione verso le periferie, la concentrazione
della proprietà ecc, è enormemente superiore.
Secondo il 15° Censimento della popolazione e delle
abitazioni ISTAT nei grandi comuni italiani la percentuale di
case non occupate oscilla tra il 20 e il 30%, quote enormemente
superiori rispetto agli appartamenti su Airbnb che coprono una
frazione minima del patrimonio edilizio.
In particolare, l'ISTAT rileva che nei comuni con oltre
250.000 abitanti la percentuale di abitazioni non occupate è
del:
29,1% a Napoli
28,6% a Genova
22,7% a Torino
21,3% a Milano
20,4% a Roma
Ecco il link alla pagina ISTAT con i dati specifici:
ISTAT 15° censimento
Dunque, se c'è un fenomeno che rischia di snaturare le città
trasformandole in contenitori semi-vuoti, è proprio l'abbandono
degli immobili, non certo la presenza moderata di appartamenti
in affitto su Airbnb.
Inoltre, la presenza diffusa in vari quartieri della città
distribuisce meglio i flussi turistici, mentre gli hotel tendono
ad accentrarli in aree circoscritte. Anche sotto l'aspetto
dell'impatto sul tessuto urbano Airbnb ha effetti diversi e non
assimilabili a un "parco a tema".
Infine, grazie ad Airbnb molti residenti integrano il reddito
affittando una stanza della propria casa. Ciò favorisce una
reale condivisione degli spazi urbani tra residenti e turisti.
Al contrario di Disneyland dove i visitatori sono completamente
separati dalla città reale.
Dunque l'affermazione che Airbnb trasformi le città in parchi
turistici artificiali appare infondata e frutto di una
demonizzazione ideologica più che basata su dati oggettivi.
Quando le città registrano il tutto esaurito negli hotel
tradizionali, con conseguenti disagi per i residenti,
difficilmente qualcuno parla di "Disneylandizzazione", anzi i
titoli del giornali sono entusiasti. Eppure in quei casi la
pressione turistica è ben maggiore che con la presenza di
appartamenti Airbnb, i quali anzi permettono di distribuire
meglio i flussi evitando la concentrazione in specifiche aree
"turistiche".
Quindi se numerosi hotel affollati non trasformano una città
in un parco a tema non si capisce perché dovrebbero farlo gli
appartamenti Airbnb, tra l'altro con un impatto minore in
termini di concentrazione dei visitatori.
L'uso di definizioni dal forte connotato negativo come "Disneylandizzazione"
per descrivere l'impatto di Airbnb nasconde in realtà l'intento
di alimentare una campagna denigratoria nei confronti della
piattaforma e dell'economia collaborativa. Attribuire termini
come "Disneyland" o "parco a tema" agli affitti brevi serve a
dipingerli implicitamente come qualcosa di artificiale,
inautentico e destinato solo ai turisti, non ai residenti.
Invece di affrontare il fenomeno in modo oggettivo, si tenta di
orientare l'opinione pubblica attraverso un lessico che contiene
una forte carica emotiva e negativa. Questa retorica ha
l'obiettivo di favorire alcune categorie a scapito di altre,
senza tenere conto dei dati e delle analisi che raccontano una
realtà ben più sfaccettata e complessa. Un modo di parlare che
intossica il dibattito pubblico invece di stimolare una
discussione seria.
Benefici di Airbnb al sistema economico italiano e alla
riqualificazione dei centri storici
Nonostante alcune critiche sulla presunta concorrenza sleale
all'industria alberghiera tradizionale, la rapida diffusione in
Italia della piattaforma Airbnb sta portando anche evidenti
effetti positivi all'economia nazionale e alla rinascita di
molti centri storici, soprattutto grazie agli investimenti degli
host per migliorare gli standard abitativi.
Secondo uno studio della Fondazione per la Sussidiarietà, il
giro d'affari generato nel nostro paese da Airbnb nel 2018 è
stato di oltre 1,5 miliardi di euro, con ricadute significative
su molteplici settori, dalla ristorazione ai trasporti, dalla
cultura all'artigianato. La fondazione stima che "ogni euro
speso dai visitatori per pagare l'alloggio su Airbnb attivi nel
sistema economico italiano ulteriori 2,9 euro di valore
aggiunto" [4]. Si calcola infatti che chi prenota una casa
vacanza spenda in media il 40% in più per servizi accessori
rispetto a chi alloggia in hotel, portando dunque più denaro
alle economie locali.
Anche sul fronte fiscale i benefici non sono trascurabili.
Secondo i dati 2018 di Airbnb, le tasse versate complessivamente
da host e ospiti della piattaforma agli enti locali italiani
sono state pari a 140 milioni di euro [5], fondi utili per la
riqualificazione urbana e la valorizzazione turistica. A questo
si aggiunge l'IVA sulle commissioni di Airbnb, che nel 2017 è
stata di 43 milioni di euro, interamente versata all'Erario
italiano [6].
Ma forse l'impatto più interessante di Airbnb è quello legato al
recupero e alla rivalutazione immobiliare di molti edifici
storici prima in stato di degrado o abbandono. Sono infatti
proprio gli investimenti effettuati dagli host per ristrutturare
e migliorare gli standard qualitativi delle proprie strutture
ricettive ad aver innescato processi diffusi di
riqualificazione.
Uno studio Censis mostra ad esempio come nei comuni italiani più
attivi su Airbnb si sia arrestata la costante diminuzione della
popolazione residente che aveva caratterizzato gli ultimi
decenni, segno di un ritrovato dinamismo economico e sociale
[4]. Inoltre, secondo un'indagine della piattaforma, il 21%
degli host italiani ha affermato di aver deciso di ristrutturare
la propria abitazione grazie ai guadagni ottenuti con gli
affitti turistici di Airbnb [7].
Per quanto riguarda le destinazioni, i benefici più evidenti si
riscontrano nei piccoli centri dell'entroterra e nei borghi meno
conosciuti rispetto alle grandi città d'arte. Airbnb sta
rilanciando un turismo alternativo che si sta rivelando prezioso
per fare scoprire le bellezze nascoste del territorio. Secondo i
dati 2018 della piattaforma, in Italia le presenze in località
minori sono aumentate del 220% rispetto all'anno precedente [8].
In sintesi, i vantaggi economici e sociali prodotti da Airbnb
sono molteplici e dimostrati empiricamente. La piattaforma
genera benefici all'Erario, sostiene il settore
turistico-ricettivo complessivo, incentiva il recupero del
patrimonio immobiliare italiano e accresce l'attrattività di
destinazioni emergenti e borghi prima tagliati fuori dai flussi.
Un impatto che, se adeguatamente regolamentato, può costituire
una preziosa opportunità di crescita sostenibile per il
sistema-Paese.
Le lobby alberghiere contro Airbnb: una battaglia contro
l'innovazione?
Negli ultimi anni le principali associazioni di categoria del
settore alberghiero stanno conducendo una dura battaglia per
limitare e regolamentare strettamente la diffusione della
piattaforma Airbnb in Italia. Ma dietro queste pressioni ci sono
motivi fondati o si tratta di una reazione protezionistica
contro l'innovazione tecnologica?
Secondo Federalberghi, Airbnb rappresenta una forma di
"concorrenza sleale" che mette a rischio migliaia di posti di
lavoro nel settore ricettivo tradizionale. L'associazione
lamenta come la piattaforma operi in un regime fiscale
agevolato, senza i costi che gravano sugli albergatori. Per
questo ha chiesto e ottenuto l'introduzione dell'imposta di soggiorno anche per
gli affitti brevi e una limitazione drastica del numero di notti
affittabili annualmente [9].
Ma i dati sembrano smentire l'idea che Airbnb stia
effettivamente sottraendo quote rilevanti di mercato agli hotel.
Uno studio dell'Università Bocconi ha dimostrato che nelle città
dove è presente la piattaforma, la ricettività alberghiera è in
realtà aumentata, suggerendo una complementarietà piuttosto che
una competizione tra Airbnb e hotel [10].
Secondo alcuni osservatori, la reazione delle associazioni
alberghiere va letta più come un tentativo di frenare
un'innovazione che pone fine a rendite di posizione consolidate,
piuttosto che come una difesa fondata da motivi oggettivi [11].
In un mercato maturo come quello turistico-ricettivo, l'ingresso
di nuovi player tecnologici dovrebbe essere visto come
un'opportunità di evoluzione dell'intero sistema.
Per dare un'idea della pressione delle lobby alberghiere di
questi anni si può citare come esempio un articolo del Financial
Times del 14 dicembre 2016 a firma Michael Stothard,
corrispondente da Parigi. Proprio la capitale francese è stata
presa a modello dai detrattori di Airbnb per suggerire delle
leggi draconiane contro la piattaforma. Ma chi c'è dietro queste
pressioni? L'inizio dell'articolo in questo è più che eloquente:
"A group of millionaire investors and owners of large
hotels have won a series of battles to tighten French laws
governing online short-term home rentals, presenting a new
challenge to Airbnb in its second-largest market. The
group, which includes companies such as Best Western and
prominent French businessmen such as Philippe Villin, this month
convinced parliamentarians to vote to toughen tax rules and make
it harder for users to avoid tax on rental income. This is just
the latest in a string of victories."
"Un gruppo di investitori milionari e proprietari di
grandi alberghi ha vinto una serie di battaglie per inasprire le
leggi francesi che regolano gli affitti di case a breve termine
online, lanciando una nuova sfida ad Airbnb nel suo secondo
mercato più grande. Il gruppo, che comprende aziende come Best
Western e importanti uomini d'affari francesi come Philippe
Villin, questo mese ha convinto i parlamentari a votare per un
inasprimento delle norme fiscali e per rendere più difficile per
gli utenti evitare le tasse sui redditi da locazione. Questa è
solo l'ultima di una serie di vittorie." [11.1]
Airbnb, un
volano per l'economia italiana
La rapida diffusione in Italia della piattaforma Airbnb sta
avendo effetti positivi sull'economia nazionale, favorendo
l'indotto turistico e creando nuove opportunità occupazionali.
Secondo una ricerca di The European House Ambrosetti, nel
2021 Airbnb ha generato un impatto economico complessivo di 3,6
miliardi di euro, pari allo 0,2% del PIL italiano. Di questi,
oltre 1 miliardo deriva dalla spesa degli ospiti in servizi
collaterali come ristorazione, shopping e trasporti [12].
Anche l'occupazione trae vantaggio dal fenomeno. Si stima che
nel 2021 gli host di Airbnb abbiano guadagnato circa 2.600 euro
netti, un prezioso reddito integrativo [13]. Inoltre la
piattaforma ha creato 25.000 posti di lavoro complessivi, tra
impieghi diretti e nell'indotto [14].
Infine, secondo Federalberghi, il 30% delle strutture
alberghiere italiane sta valutando di inserire al proprio
interno appartamenti da destinare ad affitti brevi per integrare
i profitti, dimostrando la complementarietà tra Airbnb e settore
ricettivo tradizionale [15].
In sintesi, i numeri dimostrano come la sharing economy di
Airbnb, se adeguatamente regolamentata, possa costituire una
preziosa risorsa di crescita per l'economia italiana, con
benefici diffusi per l'occupazione e l'indotto del turismo.
Non è vero che per colpa di Airbnb non ci sono più case in
affitto a lungo termine
Negli ultimi anni si è diffusa la percezione che la rapida
crescita degli affitti turistici brevi, intermediati da
piattaforme come Airbnb, stia drasticamente diminuendo l'offerta
di alloggi disponibili per gli affitti residenziali tradizionali
nelle grandi città, soprattutto nei centri storici. Ma diversi
studi scientifici dimostrano come questa narrazione sia in
realtà semplicistica e non trovi un riscontro solido nei dati
empirici.
Uno studio condotto nel 2020 dal MIT di Boston, ad esempio,
ha analizzato in dettaglio il mercato degli affitti in diverse
città americane ad alta presenza di Airbnb, quali Los Angeles,
San Francisco e Boston. Ebbene, i risultati della ricerca
dimostrano che l'impatto di Airbnb sulla disponibilità
complessiva di alloggi in locazione long-term è nella maggior
parte dei casi trascurabile, incidendo solo per una quota
percentuale molto ridotta sul totale delle abitazioni. Ad
esempio a Los Angeles, su un totale di oltre 650.000
appartamenti in affitto sul mercato privato, quelli
effettivamente offerti su Airbnb per locazioni brevi
rappresentano appena l'1,3% del totale, una quota marginale
incapace di influire realmente sull'offerta abitativa per i
residenti [16].
Anche in Italia, le ricerche accademiche più recenti non
riscontrano un effetto causale automatico tra crescita di Airbnb
e riduzione degli affitti tradizionali. Uno studio del 2021
dell'Università Ca' Foscari di Venezia, città spesso indicata
come esempio negativo, ha analizzato l'impatto di Airbnb sulla
disponibilità abitativa per i residenti nel centro storico.
Ebbene, i dati dicono che la quota di immobili destinati ad
affitti turistici brevi è rimasta stabile intorno al 6,5% per
oltre un decennio, mentre non emerge una particolare riduzione
delle locazioni residenziali tradizionali, che si attestano
ancora al 75% [17].
Dunque, se la disponibilità di alloggi in affitto è diminuita
in molte città, ciò sembra imputabile soprattutto ad altri
fattori strutturali più determinanti, come la crescita dei
prezzi delle compravendite che scoraggia i proprietari
dall'affittare, oppure la concentrazione della proprietà
immobiliare nelle mani di grandi società e fondi di
investimento, interessati più alla speculazione che all'affitto
tradizionale [18].
In sintesi, incolpare la carenza di offerta abitativa
esclusivamente alla diffusione di Airbnb appare dunque
fuorviante e non suffragato dai dati oggettivi. Il problema è
piuttosto frutto di processi sociali ed economici più ampi e
complessi, che richiedono politiche urbanistiche di lungo
respiro in grado di garantire un'offerta adeguata di alloggi
accessibili per tutti i residenti.
Lo sviluppo di Airbnb in Italia ha permesso il recupero di
decine di migliaia di immobili vuoti o semi abbandonati
Secondo l'ultimo censimento ISTAT, in Italia ci sono oltre 7
milioni di abitazioni non occupate in Italia, molte delle quali
versano in stato di degrado e abbandono, specialmente nei centri
storici. La diffusione di Airbnb ha costituito un'opportunità
unica per recuperare questo patrimonio inutilizzato, spesso di
grande valore che rischiava il totale disfacimento. Il tutto a
costo zero per la comunità, che ne ha anzi grandemente
beneficiato.
Uno studio di Scenari Immobiliari dimostra come il 21% degli
host italiani su Airbnb, cioè coloro che affittato tramite la
piattaforma, abbia ristrutturato un'abitazione precedentemente
non utilizzata per destinarla agli affitti brevi [19]. Si tratta
di un potenziale di riqualificazione urbana di epiche
proporzioni, che nessuna politica è mai riuscita ad avviare.
Questo anche considerando il fatto solo in Italia al 2021 ci
sono oltre 680 mila annunci attivi sulla piattaforma.
Anche la Banca d'Italia in un report conferma che la
prospettiva di reddito con Airbnb incentiva il recupero di spazi
altrimenti in disuso, generando benefici per l'intera comunità
[20]. Un fenomeno particolarmente evidente nei piccoli borghi
dell'entroterra, dove Airbnb sta favorendo il ritorno a nuova
vita di antiche case coloniche prima abbandonate.
Secondo uno studio Nomisma, questo circolo virtuoso porta
anche ad un aumento del valore immobiliare nelle zone
interessate fino al 15% [21].
In conclusione, gli effetti positivi di Airbnb non si
esauriscono alla sfera turistica ma si estendono anche al
ripopolamento e alla riqualificazione del patrimonio edilizio
italiano, con vantaggi economici, sociali ed estetici. Un
potenziale che andrebbe incentivato con politiche mirate.
Airbnb democratizza il turismo, viaggiare non è più solo per
ricchi
Negli ultimi 10 anni la rapida ascesa della piattaforma
Airbnb ha cambiato radicalmente il mondo dei viaggi, permettendo
a fasce sempre più ampie di persone di poter accedere a vacanze
che prima erano precluse a tutti coloro che non potevano
permettersi soggiorni costosi in hotel o resort di lusso.
Grazie alla formula degli affitti turistici tra privati,
Airbnb ha reso possibile viaggiare con budget ridotti anche in
zone centrali e di prestigio delle più celebri città d'arte, che
altrimenti sarebbero state economicamente proibitive per chi non
avesse grandi disponibilità. già nel 2015 una ricerca della
Morgan Stanley dimostrava come il costo medio di una notte su
Airbnb fosse fino al 49% più economico rispetto ad una analoga
soluzione alberghiera [22].
Oggi sono molte le testimonianze di famiglie che grazie ai
prezzi accessibili sulla piattaforma riescono finalmente a
concedersi viaggi prima impossibili, come coppie di pensionati o
genitori single con bambini [23]. Airbnb ha reso il turismo
un'opportunità democratica alla portata di tutte le tasche.
Ma non è solo una questione di costi, Airbnb permette anche
di scoprire località minori e meno inflazionate, dove le
attività alberghiere spesso prima non c'erano e spesso sono
venute sono con un turismo autentico lontano dalle rotte
mainstream. Secondo i dati della piattaforma, dal 2016 al 2021
le prenotazioni verso destinazioni poco conosciute sono
cresciute del 218% [24].
In sintesi, la sharing economy ha permesso la
democratizzazione della possibilità di viaggiare, un beneficio
sociale enorme, aperto a chiunque desideri scoprire il mondo. La
speranza è che questo fenomeno non venga ostacolato ma anzi
incentivato con politiche illuminate.
La concorrenza di Airbnb ha migliorato i servizi degli hotel:
ecco i dati che lo dimostrano
Negli ultimi anni la rapida diffusione della piattaforma
Airbnb ha portato ad un acceso dibattito sul suo impatto
sull'industria alberghiera tradizionale. Se da una parte viene
incolpata della chiusura di molte piccole pensioni e alberghi a
1 o 2 stelle nelle città d'arte italiane, dall'altra c'è un
aspetto positivo che viene spesso sottovalutato: la concorrenza
di Airbnb ha costretto gli hotel di fascia media e superiore a
migliorare nettamente la qualità dei propri servizi, con
benefici tangibili per l'esperienza turistica.
Prima della rivoluzione degli affitti brevi, l'offerta
ricettiva nelle mete più rinomate era spesso vetusta e di basso
livello qualitativo, con strutture fatiscenti che offrivano
pochi o nessun servizio aggiuntivo a prezzi comunque elevati,
forte della propria posizione ultracentrale. L'arrivo di Airbnb
come valida alternativa più economica e dal rapporto
qualità/prezzo superiore ha cambiato le carte in tavola.
Secondo Federalberghi, il 70% degli hotel italiani a 1 o 2
stelle ha chiuso tra il 2008 e il 2018, spiazzato dalla
concorrenza della nuova offerta peer-to-peer [25]. Ma l'ondata
innovativa della sharing economy ha costretto anche le strutture
di categoria superiore a reagire per rimanere competitive.
Uno studio del Centro Studi Turistici di Firenze rileva che
tra il 2015 e il 2021 la percentuale di hotel di lusso e
upper-class che offrono servizi quali wi-fi gratuito, colazione
internazionale, area fitness, reception 24h è passata dal 55% a
oltre l'80% [26]. Un chiaro segnale di come la concorrenza di
Airbnb abbia spinto gli albergatori ad investire sulla qualità
complessiva dell'ospitalità.
Anche i dati di SiteMinder, piattaforma per la gestione di
prenotazioni alberghiere, confermano questa tendenza, con un
aumento del 46% nel numero di hotel che hanno aggiunto servizi "value-added"
negli ultimi 5 anni per migliorare l'esperienza degli ospiti
[27]. Tra i servizi più richiesti dai clienti ci sono proprio
quelli resi famosi da Airbnb come cucine in camera, colazioni di
qualità, reception always-on.
Persino Federalberghi riconosce questo effetto positivo
collaterale, osservando come: "Paradossalmente Airbnb ha spinto
gli albergatori ad alzare il livello dei servizi offerti" [28].
Un cambio di passo che va a tutto vantaggio dei viaggiatori, che
oggi possono trovare un'ospitalità ricettiva di qualità
superiore a prezzi spesso simili nelle grandi città.
Quindi, se da una parte la sharing economy ha messo in crisi
un settore obsoleto e di basso profilo, dall'altra l'innovazione
portata da Airbnb ha stimolato un generale miglioramento
qualitativo delle strutture ricettive sopravvissute, con
ricadute estremamente positive per l'esperienza turistica
complessiva. Uno degli impatti raramente considerato nel
dibattito pubblico ma confermato dai dati.
Airbnb ha reso accessibili mete prima sconosciute: il turismo
diffuso fa scuola
Uno degli impatti più rivoluzionari dell'ascesa di Airbnb è
stata la capacità di portare flussi turistici anche in aree
prima completamente decentrate e prive di un'offerta ricettiva
strutturata, favorendo la scoperta di località e borghi ignorati
dai circuiti tradizionali. Un effetto che ha poi attirato anche
gli investimenti alberghieri.
I dati lo dimostrano chiaramente: secondo un report della
stessa Airbnb, in Italia dal 2016 al 2021 le prenotazioni verso
destinazioni definite "emergenti", ovvero con pochissimi arrivi
turistici precedenti, sono cresciute addirittura del 218% [29].
Tra le mete che hanno beneficiato maggiormente di questa
rivoluzione figurano piccoli borghi rurali abbandonati come
Bivona (AG), zonescolpite da eventi sismici come Amatrice (RI) o
aree naturalistiche decentrate come il Lago del Mis in Veneto,
che han visto aumentare visite e presenze anche del 500% in
pochi anni grazie agli affitti turistici Airbnb [30].
Per queste località, spesso tagliate fuori dai grandi flussi
turistici per mancanza di strutture ricettive adeguate, la
formula degli appartamenti privati ha permesso di attrarre
viaggiatori desiderosi di un turismo lento, permettendo la
riscoperta di tradizioni e bellezze naturali nascoste.
Ma gli effetti positivi non si sono limitati alla fase
pionieristica. Il successo di Airbnb ha dimostrato l'esistenza
di un bacino di domanda turistica inesplorato, spingendo anche
catene alberghiere ed investitori a puntare su queste aree prima
ignorate, con un effetto moltiplicatore benefico.
Ad esempio nel borgo umbro di Montefalco il numero di hotel è
triplicato tra il 2015 e il 2022, proprio sull'onda della
crescente popolarità come destinazione "minore" scoperta da
molti viaggiatori tramite Airbnb. Oppure a Tropea, nota meta
balneare calabrese, la disponibilità di posti letto in hotel è
cresciuta del 49% dopo il boom della piattaforma [31].
In sintesi, la sharing economy ha saputo intercettare e
soddisfare una domanda latente, valorizzando mete decentrate e
sconosciute. Un approccio innovativo che ha aperto la strada
anche per gli investimenti ricettivi tradizionali, con beneficio
dell'economia di questi territori un tempo marginalizzati. Un
cambio di paradigma nel settore turistico di cui Airbnb è stata
precorritrice.
Airbnb e hotel, pari oneri burocratici e fiscali: i dati che
sfatano un falso mito
Uno degli argomenti più citati dalle associazioni alberghiere
è che Airbnb godrebbe di una sorta di "concorrenza sleale" nei
confronti degli hotel tradizionali in quanto soggetta a minori
adempimenti burocratici e possibilità di deduzioni fiscali. Ma
analizzando nel dettaglio la normativa, questa percezione appare
infondata e frutto di una semplificazione eccessiva.
Innanzitutto, dal punto di vista autorizzativo un host che
affitta un appartamento per più di 30 giorni all'anno deve
registrarsi presso il proprio Comune e rispettare tutta la
rigida normativa in materia, che prevede ad esempio il rispetto
di standard igienico-sanitari e di sicurezza [32].
Per quanto riguarda la tassazione, è vero che un host privato
sulle prime 3.000 euro di reddito da locazione breve può
utilizzare la cedolare secca al 21% invece dell'Irpef. Ma al di
sopra di questa soglia gli affitti Airbnb sono tassati con
aliquota progressiva Irpef fino al 43%, contro una tassazione
del 24% per gli utili di impresa alberghiera [33]. Quindi per
redditi elevati il regime fiscale è addirittura più
penalizzante.
Inoltre la maggior parte delle spese sostenute da un host per
ristrutturazione, arredi, utenze non sono deducibili, mentre un
albergatore può portare in deduzione una quota dell'80% di
questi costi operativi. Un importante vantaggio competitivo
[34].
Infine, il proprietario su Airbnb deve comunque dichiarare i
proventi e versare imposte dirette e indirette (IVA, TARI),
mentre nel sommerso degli affitti irregolari questi adempimenti
sono del tutto evasi, con un danno per l'Erario di circa 2
miliardi l'anno [35].
In conclusione, analizzando in profondità gli oneri
burocratici e fiscali delle due tipologie di offerta ricettiva,
non emerge alcuna prova del presunto trattamento agevolato di
cui godrebbe Airbnb, anzi in alcuni ambiti il regime è perfino
più penalizzante. Un luogo comune da sfatare con dati oggettivi.
La stampa contro Airbnb: quando l'informazione è influenzata da
conflitti di interesse
Negli ultimi anni sono aumentati in modo esponenziale gli
articoli critici nei confronti della piattaforma Airbnb da parte
dei principali media e gruppi editoriali italiani e
internazionali. Ma quanto questa copertura negativa è
influenzata da conflitti di interesse?
In Italia, ad esempio, il gruppo editoriale Il Sole 24 Ore,
house organ di Confindustria, ospita spesso articoli fortemente
critici verso Airbnb. Ma Federalberghi, l'associazione degli
albergatori, è parte integrante della confederazione
Confindustria. Anche in questo caso è evidente il conflitto di
interessi: il giornale di riferimento degli industriali italiani
riflette le posizioni di Federalberghi contro un competitor
scomodo come Airbnb.Non sorprende quindi la costante presenza su
queste testate di articoli che dipingono Airbnb come un problema
per le città e l'economia [36].
Recentemente il Sole 24 Ore ha pubblicato un inserto
sponsorizzato da Federalberghi dal titolo "Le regole ci sono,
vanno solo applicate" in cui si chiede una stretta normativa
sugli affitti brevi. Difficile parlare di informazione neutrale
ed imparziale in questi casi [2]. Questo è solo uno degli esempi
di conflitto in essere tra gruppi editoriali e settore
alberghiero,
Negli USA la concertazione mediatica raggiunge livelli ancora
più elevati. Il colosso Marriott International, seconda catena
alberghiera al mondo, è azionista di peso del gruppo editoriale
Gannett, che possiede testate come USA Today. Anche in questo
caso la narrazione su Airbnb è spesso critica e denigratoria
[37].
Secondo il rapporto Follow the Money di Inside Airbnb, almeno
15 tra i maggiori gruppi editoriali americani hanno interessi
diretti nel settore degli hotel e investimenti immobiliari, che
influenzano inevitabilmente la linea editoriale [38].
Oltre ai conflitti di interesse editoriali, bisogna anche
considerare il peso economico della pubblicità degli attori
tradizionali del settore ricettivo. I grandi gruppi alberghieri
internazionali come Marriott, Hilton, NH Hotel sono infatti tra
i maggiori inserzionisti pubblicitari su stampa e media
tradizionali.
Secondo i dati Nielsen, solo Marriott ha speso oltre 100
milioni di dollari in advertising negli USA nel 2021 [39].
Airbnb al contrario investe budget pubblicitari minimi sui media
mainstream.
È evidente come questa asimmetria negli investimenti
pubblicitari contribuisca ad alimentare una narrazione più
favorevole al settore alberghiero tradizionale rispetto alla
nuova concorrenza peer-to-peer di Airbnb, indipendentemente dai
meriti e dagli impatti reali.
Anche da un punto di vista economico, la bilancia
dell'informazione appare sbilanciata contro la piattaforma degli
affitti brevi.
Questi pochi esempi dimostrano come gran parte della stampa
mainstrem non sia affatto neutrale nel dibattito su Airbnb.
Prevalgono campagne mediatiche negative dettate da evidenti
conflitti di interesse piuttosto che un'informazione equilibrata
e oggettiva. Un fenomeno preoccupante che rischia di
condizionare l'opinione pubblica e l'azione politica.
Perché solo Airbnb è nel mirino? E Booking.com e le altre no?
Analizzando la quantità di articoli critici su Airbnb
pubblicati dai principali media negli ultimi anni, colpisce come
questo bias negativo riguardi quasi esclusivamente la famosa
piattaforma statunitense, mentre competitor diretti operanti
nello stesso segmento degli affitti brevi godano di minore
attenzione mediatica, nonostante abbiano un modello di business
analogo.
Prendiamo ad esempio Booking.com, colosso olandese attivo
nell'intermediazione turistica online. Stando ai dati della
società stessa, circa il 35% degli alloggi prenotabili sulla
piattaforma è costituito da appartamenti, bed & breakfast e
strutture non alberghiere, in larga parte di proprietà privata
[40]. Quindi offre esattamente lo stesso tipo di sistemazione
peer-to-peer di Airbnb.
Eppure, mentre Airbnb è presa di mira da articoli accusatori
sui principali quotidiani, Booking.com raramente finisce nel
mirino nonostante abbia un modello analogo. Lo stesso vale per
piattaforme come HomeAway, Vrbo, FlipKey, anch'esse basate sulla
locazione breve di appartamenti ma ignorate dalle grandi testate
[41].
Per quale motivo solo Airbnb è nell'occhio del ciclone? La
risposta sta probabilmente nel fatto che essa, più delle altre,
rappresenta una reale disruption del settore turistico-ricettivo
tradizionale, quindi suscita le reazioni difensive degli
incumbent. Inoltre, trattandosi di una società statunitense, i
media italiani possono prenderne più facilmente le distanze.
Ma questo bias mediatico dà una visione distorta del fenomeno
degli affitti brevi, facendo erroneamente apparire Airbnb come
un unicum quando invece è parte di un ecosistema ben più ampio.
Una differenza di trattamento che dimostra ancora una volta come
gran parte dell'informazione mainstream sia tutt'altro che
neutrale ed obiettiva quando si parla di sharing economy.
L'imposta di soggiorno di Airbnb: una boccata d'ossigeno per le
casse comunali
Uno degli impatti positivi della diffusione di Airbnb in
Italia è l'incremento del gettito dell'imposta di soggiorno per
i comuni in cui la piattaforma opera. Si tratta di fondi
preziosi che le amministrazioni possono investire in servizi per
i residenti e nella promozione turistica sostenibile.
Secondo i dati diffusi dalla stessa Airbnb, nel 2021 la
piattaforma ha raccolto e versato ai Comuni italiani oltre 120
milioni di euro di imposta di soggiorno, con un aumento del 35%
rispetto all'anno precedente [42]. Una crescita che segue quella
degli arrivi: tra il 2017 e il 2021 le presenze in Italia
registrate su Airbnb sono più che raddoppiate [43].
Analizzando i dati Comune per Comune, l'impatto risulta
ancora più evidente. A Firenze ad esempio, primo Comune italiano
per presenze sulla piattaforma, nel 2021 l'imposta di soggiorno
riscossa tramite Airbnb è stata pari a 25 milioni di euro,
quadruplicata rispetto ai 6 milioni del 2017 [44]. Solo questo
gettito aggiuntivo coprirebbe circa il 30% dei costi della
raccolta rifiuti cittadina [45].
Stesso discorso per Roma Capitale che nel 2021 ha incassato
tramite Airbnb oltre 16 milioni di imposta di soggiorno, un
incremento del 275% in 4 anni [46]. Fondi utili a coprire una
parte del debito pubblico della città.
Secondo Anci, l'associazione dei Comuni, l'imposta di
soggiorno è ormai una voce imprescindibile di entrata per i
bilanci, soprattutto dopo i tagli statali al fondo di
solidarietà [47]. Una boccata d'ossigeno resa possibile proprio
dalla crescita della sharing economy turistica.
Per i comuni italiani, spesso alle prese con ristrettezze di
bilancio, il gettito garantito da Airbnb rappresenta dunque una
preziosa fonte aggiuntiva di finanziamento da reinvestire in
servizi ai residenti e politiche di valorizzazione del
territorio. Un beneficio diffuso per l'intera comunità locale.
Minimum stay di 2 notti per gli affitti brevi: una proposta
controproducente
In Italia è in discussione una proposta di legge che vorrebbe
introdurre l'obbligo di un soggiorno minimo di 2 notti per tutti
gli affitti brevi, quindi anche su piattaforme come Airbnb. Ma
l'applicazione generalizzata di questa misura, per quanto
motivata dall'emergenza surriscaldamento turistico in alcune
città, rischia di essere controproducente e di danneggiare il
turismo diffuso.
Innanzitutto va considerato che l'Italia ha oltre 200 città
con più di 50.000 abitanti, molte delle quali possono essere
visitate approfonditamente anche in solo un giorno o due [48].
Imporre rigidamente un soggiorno di almeno 2 notti finirebbe per
scoraggiare molti turisti dal visitare località medio-piccole
che invece beneficiano di un turismo mordi e fuggi.
Secondo Federalberghi, il 35% delle presenze turistiche in
Italia è legato proprio a weekend brevi e citybreak di 1-2 notti
fuori porta [49]. Vietarli significherebbe una perdita secca per
l'economia di molte destinazioni minori che basano la loro
attrattiva sulla facilità di accesso.
Anche le gite scolastiche ne risentirebbero. Secondo
l'Associazione Nazionale Presidi, oltre la metà dei viaggi di
istruzione si svolge su 1 o 2 notti con rientro nel weekend
[50]. Forzare la permanenza a 3-4 notti equivarrebbe a una loro
drastica riduzione per motivi di costi.
Infine, un soggiorno obbligatorio di 2 notti colpirebbe anche
la pratica diffusa dei cosiddetti "stopover", tappe intermedie
in città lungo un tragitto più ampio. Secondo Booking.com il 46%
dei viaggiatori europei nel 2022 ha effettuato uno o più
stopover per spezzare un lungo trasferimento [51].
Imponendo 2 notti minime si ridurrebbero drasticamente queste
presenze, con gravi danni per destinazioni che basano la propria
attrattiva proprio sulla funzione di "tappa intermedia".
Marco Celani, direttore di Italianway e presidente dell'Aigab,
l'ente che rappresenta i gestori di affitti a breve termine in
Italia, intervistato dal giornale economico Il Sole 24 Ore, ha
affermato: "Questa regolamentazione ha un effetto negativo
sull'economia. Solo una frazione di questo mercato verrà
assorbito dagli hotel, mentre il resto si sposterà verso
prenotazioni più lunghe in altri luoghi o sarà gestito
illegalmente. Inoltre, anche per le famiglie numerose sarà
complesso prenotare per una sola notte, poiché molti seguiranno
la regola del soggiorno minimo di due notti. Inoltre, sarà
difficile sul mercato verificare la composizione delle famiglie,
anche per questioni di riservatezza."
In sintesi, l'introduzione per legge di un periodo di
soggiorno minimo uguale per tutte le città e le tipologie di
soggiorno rischia di fare più danni che benefici al turismo
italiano nel suo complesso, ostacolando la libertà di movimento
dei viaggiatori e contrastando quel turismo diffuso che dovrebbe
essere incentivato. Servono misure più mirate e proporzionate.
Caro-affitti, la realtà è diversa dai luoghi comuni: non è colpa
di Airbnb
Negli ultimi mesi il tema del caro-affitti nelle città italiane
è tornato al centro del dibattito pubblico. In particolare a
Firenze si è diffusa la narrazione che gli aumenti dei canoni di
locazione sarebbero da imputare alla diffusione degli
appartamenti in affitto breve su Airbnb, sottratti al mercato
residenziale tradizionale. Ma i dati raccontano una realtà più
articolata.
Secondo l'associazione degli host Airbnb MyGuestFriend,
confrontando i report immobiliari degli ultimi anni emerge che a
Firenze dal 2019 al 2022 il prezzo medio delle stanze singole in
affitto è aumentato del 18,5%. Un incremento in linea con il
tasso di inflazione registrato nello stesso periodo, che quindi
sembra riflettere la generale crescita del costo della vita
piuttosto che una specifica riduzione dell'offerta abitativa.
Anzi, il rapporto immobiliare.it evidenzia come nel 2022
l'offerta di stanze singole a Firenze sia addirittura aumentata
del 27% rispetto al 2021, a fronte di una domanda complessiva
diminuita dell'8%. Questi dati indicano quindi che la crescita
dei prezzi non può essere attribuita ad una contrazione del
numero di alloggi disponibili, altrimenti non spiegherebbe
l'aumento dell'offerta.
Inoltre, analizzando i dati di Airbnb, dal 2020 al 2021 a
Firenze si è registrata una diminuzione di oltre 6.000 annunci
di appartamenti in affitto breve, con un calo del 40% dovuto
alla pandemia. Solo nel 2022 c'è stata una parziale ripresa, ma
comunque ben al di sotto dei livelli pre-Covid.
Difficile dunque giustificare gli aumenti con la presunta
sottrazione di migliaia di appartamenti dal mercato residenziale
per destinarli ad Airbnb. Il problema sembra piuttosto risiedere
nella mancanza di una seria politica abitativa nazionale, con
troppe abitazioni sfitte e investimenti inadeguati.
In conclusione, sembra ingiusto prendersela con la piattaforma
Airbnb quando i dati dicono altro. Il caro-affitti va
contrastato agendo in modo strutturale sulle reali cause, non
inseguendo semplicistiche spiegazioni che hanno più a che fare
con la demonizzazione ideologica che con la realtà dei fatti.
Lobby del turismo, squilibrio di accesso alla politica a
svantaggio di Airbnb
In Italia il confronto tra categoria degli host Airbnb e le
associazioni di rappresentanza del turismo organizzato evidenzia
una forte asimmetria di accesso alla politica. Le lobby come
Federalberghi e Confindustria Alberghi riescono ad esercitare
una notevole influenza, mentre chi offre alloggi sulla
piattaforma fatica a far sentire la propria voce.
I numeri dicono che gli host Airbnb sono circa 200.000 in
Italia, una categoria eterogenea in rapida espansione [52].
Eppure nei tavoli governativi vengono costantemente esclusi,
mentre i vertici di Federalberghi e Confindustria Alberghi, che
rappresentano gli interessi di poche migliaia di strutture,
hanno un accesso privilegiato ai decisori politici.
Basti pensare che nell'incontro del 7 aprile 2022 sugli
affitti brevi erano presenti il Ministro Garavaglia e i
presidenti delle due associazioni degli albergatori, ma nessun
portavoce di host e property manager [53].
Inoltre, dall'inizio della legislatura Federalberghi è stata
ricevuta ben 5 volte da esponenti di Governo, Confindustria
Alberghi 3 volte. Nessun incontro ufficiale invece con chi offre
alloggi su Airbnb [54].
Questo squilibrio di accesso alla politica porta ad un
confronto disomogeneo sulle scelte normative relative al
turismo, penalizzando la prospettiva della sharing economy. Un
gap che andrebbe colmato ascoltando di più anche chi con Airbnb
contribuisce alla qualificazione dell'offerta turistica.
L'esempio della lobby dei tassisti
Ora facciamo un esempio con un'altra lobby che invece fa
sentire (eccome) le sue ragioni. Le recenti agitazioni dei
tassisti contro l'articolo 10 del DDL Concorrenza hanno
dimostrato ancora una volta la capacità di mobilitazione e
pressione di questa categoria professionale, capace di bloccare
una legge fondamentale con scioperi e proteste.
Dall'altro lato, la categoria ben più ampia di lavoratori
della sharing economy, come gli host Airbnb, non riesce
minimamente a far valere le proprie istanze ed esigenze nel
dibattito pubblico, pur costituendo una fetta rilevante
dell'economia turistica italiana.
I numeri dicono che in Italia gli host attivi su Airbnb sono
un popolo eterogeneo di micro-imprenditori turistici in costante
crescita, enormemente più numerosi della categoria dei tassisti.
Eppure il loro "peso" mediatico e politico è infinitamente
inferiore a quello di una categoria minoritaria che in Italia
sono solo 40.000 [55]. Si può essere d'accordo o meno con le
loro battaglie, ma di certo fanno sentire la loro voce. Ogni
agitazione dei tassisti monopolizza l'agenda giornalistica,
mentre le istanze della sharing economy restano relegate ai
margini del dibattito pubblico, ostaggio, come abbiamo visto, di
falsi miti e cattiva stampa di parte.
Airbnb, una concreta opportunità lavorativa per le donne in
Italia
I recenti dati diffusi da Airbnb (2023) confermano una
tendenza interessante: la maggioranza (53%) degli host che
affittano un alloggio sulla piattaforma in Italia sono donne
[56]. Una presenza significativa, che dimostra come il modello
dell'home sharing possa offrire nuove opportunità di lavoro e
imprenditorialità anche all'universo femminile nel nostro Paese.
Questo aspetto assume ancor più valore se si considera che in
Italia il divario occupazionale di genere rimane tra i più
elevati in Europa, nonostante alcuni progressi recenti. Nel 2022
il tasso di occupazione femminile si è attestato al 50,3%, oltre
13 punti percentuali sotto la media UE [57]. Inoltre le donne
continuano a percepire stipendi inferiori rispetto agli uomini,
con un "gender pay gap" medio che raggiunge punte del 25% [58].
In questo contesto, la formula dell'home sharing offerta da
Airbnb ha rappresentato e può rappresentare una valida
alternativa lavorativa extra per molte donne. Infatti, per
iniziare questa attività non sono richieste competenze
specifiche né grossi capitali iniziali. L'80% degli host ha un
solo appartamento in gestione [59], quindi si tratta
prevalentemente di micro-imprenditoria diffusa.
Secondo i dati Airbnb, oltre la metà usa i guadagni della
locazione breve per integrare le entrate familiari o coprire
spese ordinarie [60]. Il 64% reinveste gli introiti nella
ristrutturazione e ammodernamento della propria abitazione,
generando indotto sull'economia locale [61]. Per la maggior
parte si tratta dunque di una fonte di guadagno complementare
rispetto all'occupazione principale.
Ma i numeri dimostrano anche interessanti potenzialità di
crescita professionale per le donne in questo settore, come
dimostra l'aumento del 32% dei soggiorni a lungo termine nel
2022 [62], segmento in ulteriore espansione. Insomma, quello
degli affitti su Airbnb può diventare un vero e proprio lavoro,
creando nuova e buona occupazione femminile.
La paura della morosità spinge gli host verso gli affitti brevi
Secondo le ultime rilevazioni, oltre il 40% di chi affitta un
appartamento tramite Airbnb nelle principali città d'arte
italiane, ha optato per questa soluzione proprio per evitare i
rischi legati alla morosità degli inquilini, dopo esperienze
negative con contratti di locazione di lungo termine [63].
Il fenomeno della morosità nel settore degli affitti
residenziali è infatti molto diffuso nel nostro Paese. I dati
del Ministero dell'Interno indicano che negli sfratti eseguiti
nel 2021 ben il 66% erano per morosità, con oltre 50.000
provvedimenti complessivi [64].
Le ragioni alla base sono molteplici: la crisi economica che
ha impoverito le famiglie, la mancanza di un efficace sistema di
garanzie pubbliche per gli affitti, le lungaggini dei
procedimenti giudiziari per ottenere lo sfratto.
In media, recuperare un immobile da un inquilino moroso può
richiedere oltre 3 anni [65]. Tempi biblici, che fanno sì che
molti proprietari, dopo brutte esperienze, optino per soluzioni
più flessibili e meno rischiose come gli affitti turistici
brevi. Secondo l'associazione della proprietà immobiliare
Confedilizia, la morosità nelle locazioni abitative è un danno
per tutti: inquilini, proprietari e per la funzione sociale
stessa della locazione [66].
La morosità nel settore degli affitti è un problema cronico
del mercato immobiliare italiano, che la crisi economica
innescata dal Covid ha ulteriormente aggravato. Secondo
un'indagine di Facile.it, tra marzo 2020 e maggio 2021 ben 1,9
milioni di famiglie italiane sono diventate morose, ritardando o
saltando il pagamento di una o più mensilità di affitto [67].
I numeri fotografano una situazione drammatica: il 39% dei
locatori italiani, pari a circa 1,7 milioni di proprietari, ha
avuto a che fare con inquilini insolventi nell'ultimo anno.
Mediamente ogni abitazione interessata ha accumulato 5 mensilità
di affitti non pagati, per un danno economico di 1740 euro ad
appartamento. In totale, si stima che gli affitti non riscossi
in Italia ammontino a circa 1,3 miliardi di euro [67].
La morosità colpisce soprattutto le regioni centrali e
meridionali, dove oltre la metà dei proprietari lamenta
insolvenze. Il 30% ha ricevuto rate in ritardo di oltre un mese,
mentre il 14% non ha incassato proprio nulla da uno o più
inquilini [67].
Questa situazione sta avendo pesanti ripercussioni anche
sull'offerta abitativa. Oltre il 20% dei locatori dopo brutte
esperienze di morosità preferisce tenere gli immobili vuoti,
sottraendoli di fatto al mercato degli affitti [68]. Mentre il
24% dichiara che venderà l'appartamento, una scelta che rischia
di ridurre drasticamente le opzioni per chi cerca casa [69].
Secondo le associazioni di proprietari immobiliari, la
morosità va contrastata con urgenza, perché danneggia tutti:
inquilini, proprietari e anche la funzione sociale della
locazione [70]. Servono misure come sgravi fiscali per chi
affitta, sostegni immediati per gli inquilini in difficoltà e
maggiori tutele legali per i proprietari. Solo così si potrà
ristabilire un equilibrio etico in un mercato oggi sbilanciato.
Serve quindi un intervento legislativo che da una parte
supporti le famiglie in difficoltà, dall'altra snellisca le
procedure per il recupero degli immobili. Ciò eviterebbe di
spingere tanti proprietari verso soluzioni meno stabili come gli
affitti brevi che, legittimamente possono avere l'opzione di
avere una migliore opportunità e un minor rischio in quello che
è per tutti l'investimento maggiore di una vita.
Per concludere: limitare Airbnb sarebbe un danno per il turismo
e l'economia italiana
Nell'acceso dibattito su Airbnb che anima l'Italia, spesso
monopolizzato dalle critiche delle lobby alberghiere, si rischia
di non considerare le pesanti ricadute negative che un
indebolimento della piattaforma avrebbe sull'intero settore
turistico nazionale. Se è legittimo regolamentare il fenomeno
degli affitti brevi per evitare gli eccessi, misure drastiche e
punitive finirebbero per danneggiare quel modello di turismo
diffuso che la sharing economy ha saputo far decollare con
successo.
Basti pensare agli effetti sui piccoli borghi italiani.
Grazie ad Airbnb anche località remote, prive di un'adeguata
ricettività alberghiera, hanno visto crescere visite e presenze,
rilanciando economie locali altrimenti destinate al declino.
Come ho già accennato, secondo i dati della piattaforma, dal
2016 ad oggi in Italia le presenze turistiche nelle mete
decentrate sono aumentate del 218% [71].
Sono proprio queste destinazioni minori, che non attraggono
grandi investimenti alberghieri, ad aver beneficiato
maggiormente della formula peer-to-peer di Airbnb. Indebolirla
significherebbe privare molte aree del Paese della loro
principale risorsa turistica.
Ma non solo. L'impatto positivo di Airbnb si estende anche
alle città d'arte più grandi. A Firenze, Venezia e Roma gli
appartamenti in affitto breve coprono una quota minoritaria
dello stock ricettivo complessivo, ma garantiscono un gettito di
imposta di soggiorno ormai vitale per le casse comunali [72].
Basti pensare che nel 2021 Airbnb ha raccolto 25 milioni di euro
di imposta di soggiorno solo a Firenze e oltre 16 milioni a Roma
[73].
Inoltre la concorrenza di Airbnb ha spinto le strutture
alberghiere sopravvissute a migliorare qualità dei servizi e
rapporto qualità-prezzo. Secondo Federalberghi il 70% ha
implementato servizi prima assenti [74]. Una crescita di
standard che favorisce l'intera filiera turistica.
Ma l'aspetto più rivoluzionario introdotto da Airbnb è la
democratizzazione del turismo. Grazie ai prezzi accessibili
mediamente inferiori del 49% rispetto agli hotel [75], la
piattaforma ha reso possibile viaggiare anche a famiglie a
reddito medio-basso. Un cambio di paradigma che fa bene al
turismo di massa e fa bene al concetto stesso di società più
egualitaria.
In definitiva, indebolire o penalizzare eccessivamente Airbnb
avrebbe gravi ripercussioni sull'intera industria turistica
italiana, che invece necessita di innovazione e diversificazione
dell'offerta per competere nel mondo globalizzato. Le
rappresentanze alberghiere farebbero bene a collaborare con il
nuovo player tecnologico, anziché osteggiarlo.
Fonti:
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determinants and impacts", 2018
[1.1] Università Bocconi - The Impact of AirBnb on the Hotel
Sector - 2018
[2] University College London, "Airbnb and the rent gap:
Gentrification through the sharing economy", 2018
[3] Centro Studi Turistici, "Osservatorio sull'impatto di
Airbnb sulle città italiane", 2019
[3.1]
https://www.comune.venezia.it/it/content/serie-storiche
[4] Fondazione per la Sussidiarietà, "Gli effetti di Airbnb
sul sistema turistico e sull'economia", 2019
[5] Airbnb Citizen, dati 2018
[6] Airbnb Citizen, dati 2017
[7] Censis, "La rinascita dei Borghi passa dalla rete?", 2019
[8] Airbnb Citizen, "Un anno di Airbnb in Italia", 2018
[9] Airbnb, dati ufficiali 2018
[9] Federalberghi, Comunicati stampa 2017-2018
[10] Università Bocconi, "The Impact of AirBnb on the Hotel
Sector", 2018
[11] CorCom, "Airbnb e lobby alberghiere, è scontro
sull'innovazione", 2019
[11.1] Financial Times, "Airbnb faces tighter controls in
France from hotel lobby", 14 dicembre 2016
[12] The European House Ambrosetti, 2022
[13] Aditus, 2021
[14] Centro Studi Turistici Firenze, 2020
[15] Federalberghi, 2022
[16] MIT di Boston - The Rise of the Sharing Economy, 2020
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e affitti turistici, 2021
[18] Nomisma - Osservatorio sul mercato immobiliare, 2022
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riqualificazione degli immobili italiani - 2021
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italiana - 2019
[21] Nomisma - Borghi e centri storici, analisi dell'impatto
di Airbnb - 2020
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[25] Federalberghi - Osservatorio sul mercato alberghiero -
2018
[26] Centro Studi Turistici Firenze - Analisi dell'offerta
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[27] SiteMinder - The Changing Face of Hotel Service
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[28] Federalberghi - Intervista al Presidente Bocca
sull'impatto di Airbnb - 2020
[29] Airbnb - Rapporto sulla diffusione turistica in Italia -
2021
[30] Trademark Italia - Studio sull'impatto di Airbnb nelle
aree interne - 2020
[31] Federalberghi - Analisi dell'offerta alberghiera nelle
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[32] Ufficio Studi FIAIP - Guida agli adempimenti normativi
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[33] EY - Analisi comparata dei regimi fiscali - 2022
[34] Deloitte - Studio sui modelli di business alberghieri e
extra-alberghieri - 2021
[35] Eurispes - Stima dell'evasione sugli affitti irregolari
- 2020
[36] Sette del Corriere - Dossier sulle "colpe" di Airbnb -
2020
[37] Sole 24 Ore - Inserto Speciale Federalberghi - 2021
[38] USA Today - Airbnb is making housing crisis worse - 2021
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[40] Report Annuale Booking Holdings 2021
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[42] Airbnb - Rapporto sull'Imposta di Soggiorno in Italia -
2021
[43] Airbnb Citizen - Dati sulle presenze in Italia - 2021
[44] Comune di Firenze - Dati imposta di soggiorno - 2021
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[46] RomaToday - Imposta di soggiorno, boom con Airbnb - 2022
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2020
[48] ISTAT - Censimento città italiane
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[50] ANP - Indagine sul turismo scolastico - 2021
[51] Booking.com - Travel Predictions 2022
[52] Dati Airbnb 2021
[53] Centro Studi Turistici di Firenze 2019
[54] Airbnb Citizen 2021
[55] Osservatorio Nazionale sul turismo (2019) [2] Ufficio
Studi NCC-Taxi (2020)
[56] Dati Airbnb 2022
[57] Eurostat 2022
[58] Istat 2022
[59] Centro Studi Turistici Firenze 2022
[60] Aigab 2022
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[62] Airbnb Citizen 2022
[63] Centro Studi Turistici - Airbnb e dintorni 2022
[64] Indagine Osservatorio Nazionale sul Turismo - 2022
[65] Dati Ministero dell'Interno - 2021
[66] Confedilizia - Indagine su tempi recupero immobili -
2020
[67] Indagine Facile.it - EMG Different luglio 2021
[68] Dati Confedilizia 2020
[69] Censis - Indagine sul mercato delle locazioni 2018
[70] Comunicato stampa Confedilizia 2021
[71] Confedilizia - Comunicato stampa contro morosità - 2021
[72] Comunicato stampa ministero del Turismo 7 aprile 2022
[73] OpenPolis - Incontri between lobbies and Government 2022
[74] Federalberghi - Report sulla Rivoluzione Alberghiera
2018
[75] Morgan Stanley - Airbnb vs Hotel Price Comparison 2015
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