Tutta colpa di Airbnb? Anche no

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Airbnb ha portato una ventata dirompente nel mondo del turismo e dell'ospitalità, con impatti profondi sull'economia, la società e la cultura. Ma intorno alla piattaforma leader degli affitti brevi tra privati, sono fiorite anche molte false narrazioni, luoghi comuni e percezioni distorte, alimentate da interessi di parte. In questo lungo approfondimento analizzeremo i principali ambiti di impatto di Airbnb confrontando tesi critiche e dati oggettivi, per provare a fare chiarezza e andare oltre la superficialità di molti dibattiti di parte. Dalla presunta desertificazione dei centri storici ai reali effetti economici e sociali, dal confronto con gli adempimenti alberghieri alle criticità del sistema mediatico, esamineremo le diverse facce di una piattaforma che sta cambiando il mondo del turismo e non solo. 

di Massimo Serra

Indice

Non è vero che Airbnb provoca lo spopolamento dei centri storici

Negli ultimi anni si è diffusa la convinzione che la diffusione degli affitti turistici brevi, tramite piattaforme come Airbnb, stia provocando lo spopolamento e la desertificazione dei centri storici delle grandi città. Questa percezione è stata alimentata da associazioni di categoria, lobby alberghiere, residenti e anche alcune forze politiche, che hanno individuato nel cosiddetto "turismo mordi e fuggi" il principale responsabile dell'abbandono di interi quartieri delle città d'arte. Ma diversi studi scientifici dimostrano che questa percezione sia in realtà infondata e frutto di una semplificazione eccessiva.

Secondo una ricerca condotta dall'Università Bocconi di Milano, non esiste infatti una correlazione diretta tra la crescita di Airbnb in una città e il calo dei residenti nel suo centro storico. Lo studio, pubblicato nel 2018, ha analizzato i dati relativi agli anni tra il 2008 e il 2016 di 16 grandi città europee, scoprendo che lo spopolamento dei centri urbani è un fenomeno che precede la nascita della piattaforma Airbnb e che appare legato a fattori più complessi, come il decentramento abitativo e l'espansione delle aree periferiche e suburbane. I flussi migratori dalle zone centrali alle periferie seguono dinamiche socio-economiche di lungo periodo, dovute anche al desiderio delle famiglie di accedere ad abitazioni più ampie e confortevoli a prezzi inferiori. [1]

Anche la ricerca "Airbnb and the Rent Gap" condotta nel 2018 dall'University College of London sostiene che l'impatto di Airbnb sia stato esagerato e strumentalizzato. I dati analizzati dimostrano infatti che nella maggior parte delle città prese in esame gli affitti brevi coprono una quota minoritaria, tra il 3% e il 7%, dello stock abitativo complessivo, senza quindi effetti determinanti sui prezzi degli affitti di lungo termine o sui tassi di abbandono dei residenti. Lo studio evidenzia anche come gran parte degli host Airbnb affitti solo una stanza della propria abitazione, mantenendo comunque la residenza nel centro urbano.[2]

Anche in Italia le indagini empiriche non suffragano l'idea che Airbnb stia svuotando i centri storici delle città d'arte. Uno studio del Centro Studi Turistici del 2019, focalizzato in particolare su Firenze, Venezia e Matera, evidenzia come nelle principali città italiane la quota di alloggi destinati ad affitti brevi sia molto ridotta, tra l'1% e il 4% del totale, percentuali che non possono certo aver provocato l'abbandono di interi quartieri. A Firenze, ad esempio, nel 2018 gli annunci Airbnb coprivano solo lo 0,9% degli immobili residenziali del centro storico, troppo poco per poter essere considerati la causa del calo demografico.[3]

Prendendo come riferimento Venezia, spesso al centro della controversia per la crescente presenza di affitti brevi, si nota che le preoccupazioni sono alimentate da gruppi di pressione, anche se limitati e talvolta con interessi particolari. Tuttavia, un'analisi approfondita dei dati, accessibili attraverso il sito ufficiale del Comune di Venezia, rivela che la città ha registrato una diminuzione di circa mille residenti all'anno dal 1981, ben prima dell'arrivo di Airbnb in Italia. Infatti, questo trend decrescente è tracciabile fin dal 1951, sottolineando che la questione è ben più complessa di quanto comunemente percepito. [3.1]

In sintesi, i dati empirici disponibili non suffragano l'idea che la diffusione di Airbnb stia svuotando in misura significativa le città d'arte italiane ed europee. Lo spopolamento appare piuttosto come un processo storico dovuto a dinamiche sociali e urbanistiche complesse, che hanno radici ben più profonde della sharing economy. Certo il numero elevato di turisti crea problemi di convivenza (ma anche benefici) in alcuni periodi dell'anno, ma non si può semplicisticamente addebitarne la colpa a Airbnb e al turismo tout court. Quest'ultimo va piuttosto gestito in modo sostenibile, anche attraverso una regolamentazione degli affitti brevi che favoriscano possibilmente una reale condivisione tra residenti e viaggiatori.

In conclusione, il dibattito sul rapporto tra Airbnb e spopolamento dei centri storici appare viziato da posizioni ideologiche e luoghi comuni che non trovano riscontro nei dati oggettivi. Le città sono organismi complessi in continua evoluzione, dove intervengono fattori economici, sociali e culturali intricati. Ridurre tutto al dualismo residenti versus turisti rischia di essere fuorviante e controproducente.

Lo spopolamento va contrastato agendo in profondità sulle cause strutturali, mentre il turismo, se ben gestito, può rappresentare una preziosa risorsa per il rilancio dei centri storici, come dimostrano casi virtuosi come Matera capitale della cultura 2019.

Airbnb fa diventare le città come "Disneyland"?

L'accusa che la diffusione degli affitti brevi tramite Airbnb snaturi i centri urbani trasformandoli in "Disneyland" è una semplificazione che non trova riscontro nei dati, una mera etichetta dispregiativa. Un altro studio dell'Università Bocconi rileva che nelle principali città italiane gli appartamenti in affitto su Airbnb incidono solo per una quota minoritaria, tra il 2% e 5%, sullo stock abitativo complessivo [1.1]. Difficile pensare che queste percentuali ridotte possano alterare la natura di una città.

Per fare un raffronto il numero degli immobili vuoti e inutilizzati in Italia, dovuto a cause complesse come il calo demografico, l'emigrazione verso le periferie, la concentrazione della proprietà ecc, è enormemente superiore.

Secondo il 15° Censimento della popolazione e delle abitazioni ISTAT nei grandi comuni italiani la percentuale di case non occupate oscilla tra il 20 e il 30%, quote enormemente superiori rispetto agli appartamenti su Airbnb che coprono una frazione minima del patrimonio edilizio.

In particolare, l'ISTAT rileva che nei comuni con oltre 250.000 abitanti la percentuale di abitazioni non occupate è del:

29,1% a Napoli
28,6% a Genova
22,7% a Torino
21,3% a Milano
20,4% a Roma

Ecco il link alla pagina ISTAT con i dati specifici: ISTAT 15° censimento

Dunque, se c'è un fenomeno che rischia di snaturare le città trasformandole in contenitori semi-vuoti, è proprio l'abbandono degli immobili, non certo la presenza moderata di appartamenti in affitto su Airbnb.

Inoltre, la presenza diffusa in vari quartieri della città distribuisce meglio i flussi turistici, mentre gli hotel tendono ad accentrarli in aree circoscritte. Anche sotto l'aspetto dell'impatto sul tessuto urbano Airbnb ha effetti diversi e non assimilabili a un "parco a tema".

Infine, grazie ad Airbnb molti residenti integrano il reddito affittando una stanza della propria casa. Ciò favorisce una reale condivisione degli spazi urbani tra residenti e turisti. Al contrario di Disneyland dove i visitatori sono completamente separati dalla città reale.

Dunque l'affermazione che Airbnb trasformi le città in parchi turistici artificiali appare infondata e frutto di una demonizzazione ideologica più che basata su dati oggettivi.

Quando le città registrano il tutto esaurito negli hotel tradizionali, con conseguenti disagi per i residenti, difficilmente qualcuno parla di "Disneylandizzazione", anzi i titoli del giornali sono entusiasti. Eppure in quei casi la pressione turistica è ben maggiore che con la presenza di appartamenti Airbnb, i quali anzi permettono di distribuire meglio i flussi evitando la concentrazione in specifiche aree "turistiche".

Quindi se numerosi hotel affollati non trasformano una città in un parco a tema non si capisce perché dovrebbero farlo gli appartamenti Airbnb, tra l'altro con un impatto minore in termini di concentrazione dei visitatori.

L'uso di definizioni dal forte connotato negativo come "Disneylandizzazione" per descrivere l'impatto di Airbnb nasconde in realtà l'intento di alimentare una campagna denigratoria nei confronti della piattaforma e dell'economia collaborativa. Attribuire termini come "Disneyland" o "parco a tema" agli affitti brevi serve a dipingerli implicitamente come qualcosa di artificiale, inautentico e destinato solo ai turisti, non ai residenti.

Invece di affrontare il fenomeno in modo oggettivo, si tenta di orientare l'opinione pubblica attraverso un lessico che contiene una forte carica emotiva e negativa. Questa retorica ha l'obiettivo di favorire alcune categorie a scapito di altre, senza tenere conto dei dati e delle analisi che raccontano una realtà ben più sfaccettata e complessa. Un modo di parlare che intossica il dibattito pubblico invece di stimolare una discussione seria.

Benefici di Airbnb al sistema economico italiano e alla riqualificazione dei centri storici

Nonostante alcune critiche sulla presunta concorrenza sleale all'industria alberghiera tradizionale, la rapida diffusione in Italia della piattaforma Airbnb sta portando anche evidenti effetti positivi all'economia nazionale e alla rinascita di molti centri storici, soprattutto grazie agli investimenti degli host per migliorare gli standard abitativi.

Secondo uno studio della Fondazione per la Sussidiarietà, il giro d'affari generato nel nostro paese da Airbnb nel 2018 è stato di oltre 1,5 miliardi di euro, con ricadute significative su molteplici settori, dalla ristorazione ai trasporti, dalla cultura all'artigianato. La fondazione stima che "ogni euro speso dai visitatori per pagare l'alloggio su Airbnb attivi nel sistema economico italiano ulteriori 2,9 euro di valore aggiunto" [4]. Si calcola infatti che chi prenota una casa vacanza spenda in media il 40% in più per servizi accessori rispetto a chi alloggia in hotel, portando dunque più denaro alle economie locali.

Anche sul fronte fiscale i benefici non sono trascurabili. Secondo i dati 2018 di Airbnb, le tasse versate complessivamente da host e ospiti della piattaforma agli enti locali italiani sono state pari a 140 milioni di euro [5], fondi utili per la riqualificazione urbana e la valorizzazione turistica. A questo si aggiunge l'IVA sulle commissioni di Airbnb, che nel 2017 è stata di 43 milioni di euro, interamente versata all'Erario italiano [6].

Ma forse l'impatto più interessante di Airbnb è quello legato al recupero e alla rivalutazione immobiliare di molti edifici storici prima in stato di degrado o abbandono. Sono infatti proprio gli investimenti effettuati dagli host per ristrutturare e migliorare gli standard qualitativi delle proprie strutture ricettive ad aver innescato processi diffusi di riqualificazione.

Uno studio Censis mostra ad esempio come nei comuni italiani più attivi su Airbnb si sia arrestata la costante diminuzione della popolazione residente che aveva caratterizzato gli ultimi decenni, segno di un ritrovato dinamismo economico e sociale [4]. Inoltre, secondo un'indagine della piattaforma, il 21% degli host italiani ha affermato di aver deciso di ristrutturare la propria abitazione grazie ai guadagni ottenuti con gli affitti turistici di Airbnb [7].

Per quanto riguarda le destinazioni, i benefici più evidenti si riscontrano nei piccoli centri dell'entroterra e nei borghi meno conosciuti rispetto alle grandi città d'arte. Airbnb sta rilanciando un turismo alternativo che si sta rivelando prezioso per fare scoprire le bellezze nascoste del territorio. Secondo i dati 2018 della piattaforma, in Italia le presenze in località minori sono aumentate del 220% rispetto all'anno precedente [8].

In sintesi, i vantaggi economici e sociali prodotti da Airbnb sono molteplici e dimostrati empiricamente. La piattaforma genera benefici all'Erario, sostiene il settore turistico-ricettivo complessivo, incentiva il recupero del patrimonio immobiliare italiano e accresce l'attrattività di destinazioni emergenti e borghi prima tagliati fuori dai flussi. Un impatto che, se adeguatamente regolamentato, può costituire una preziosa opportunità di crescita sostenibile per il sistema-Paese.

Le lobby alberghiere contro Airbnb: una battaglia contro l'innovazione?

Negli ultimi anni le principali associazioni di categoria del settore alberghiero stanno conducendo una dura battaglia per limitare e regolamentare strettamente la diffusione della piattaforma Airbnb in Italia. Ma dietro queste pressioni ci sono motivi fondati o si tratta di una reazione protezionistica contro l'innovazione tecnologica?

Secondo Federalberghi, Airbnb rappresenta una forma di "concorrenza sleale" che mette a rischio migliaia di posti di lavoro nel settore ricettivo tradizionale. L'associazione lamenta come la piattaforma operi in un regime fiscale agevolato, senza i costi che gravano sugli albergatori. Per questo ha chiesto e ottenuto l'introduzione dell'imposta di soggiorno anche per gli affitti brevi e una limitazione drastica del numero di notti affittabili annualmente [9].

Ma i dati sembrano smentire l'idea che Airbnb stia effettivamente sottraendo quote rilevanti di mercato agli hotel. Uno studio dell'Università Bocconi ha dimostrato che nelle città dove è presente la piattaforma, la ricettività alberghiera è in realtà aumentata, suggerendo una complementarietà piuttosto che una competizione tra Airbnb e hotel [10].

Secondo alcuni osservatori, la reazione delle associazioni alberghiere va letta più come un tentativo di frenare un'innovazione che pone fine a rendite di posizione consolidate, piuttosto che come una difesa fondata da motivi oggettivi [11]. In un mercato maturo come quello turistico-ricettivo, l'ingresso di nuovi player tecnologici dovrebbe essere visto come un'opportunità di evoluzione dell'intero sistema.

Per dare un'idea della pressione delle lobby alberghiere di questi anni si può citare come esempio un articolo del Financial Times del 14 dicembre 2016 a firma Michael Stothard, corrispondente da Parigi. Proprio la capitale francese è stata presa a modello dai detrattori di Airbnb per suggerire delle leggi draconiane contro la piattaforma. Ma chi c'è dietro queste pressioni? L'inizio dell'articolo in questo è più che eloquente:

"A group of millionaire investors and owners of large hotels have won a series of battles to tighten French laws governing online short-term home rentals, presenting a new challenge to Airbnb in its second-largest market.  The group, which includes companies such as Best Western and prominent French businessmen such as Philippe Villin, this month convinced parliamentarians to vote to toughen tax rules and make it harder for users to avoid tax on rental income. This is just the latest in a string of victories."

"Un gruppo di investitori milionari e proprietari di grandi alberghi ha vinto una serie di battaglie per inasprire le leggi francesi che regolano gli affitti di case a breve termine online, lanciando una nuova sfida ad Airbnb nel suo secondo mercato più grande. Il gruppo, che comprende aziende come Best Western e importanti uomini d'affari francesi come Philippe Villin, questo mese ha convinto i parlamentari a votare per un inasprimento delle norme fiscali e per rendere più difficile per gli utenti evitare le tasse sui redditi da locazione. Questa è solo l'ultima di una serie di vittorie." [11.1]

Airbnb, un volano per l'economia italiana

La rapida diffusione in Italia della piattaforma Airbnb sta avendo effetti positivi sull'economia nazionale, favorendo l'indotto turistico e creando nuove opportunità occupazionali.

Secondo una ricerca di The European House Ambrosetti, nel 2021 Airbnb ha generato un impatto economico complessivo di 3,6 miliardi di euro, pari allo 0,2% del PIL italiano. Di questi, oltre 1 miliardo deriva dalla spesa degli ospiti in servizi collaterali come ristorazione, shopping e trasporti [12].

Anche l'occupazione trae vantaggio dal fenomeno. Si stima che nel 2021 gli host di Airbnb abbiano guadagnato circa 2.600 euro netti, un prezioso reddito integrativo [13]. Inoltre la piattaforma ha creato 25.000 posti di lavoro complessivi, tra impieghi diretti e nell'indotto [14].

Infine, secondo Federalberghi, il 30% delle strutture alberghiere italiane sta valutando di inserire al proprio interno appartamenti da destinare ad affitti brevi per integrare i profitti, dimostrando la complementarietà tra Airbnb e settore ricettivo tradizionale [15].

In sintesi, i numeri dimostrano come la sharing economy di Airbnb, se adeguatamente regolamentata, possa costituire una preziosa risorsa di crescita per l'economia italiana, con benefici diffusi per l'occupazione e l'indotto del turismo.

Non è vero che per colpa di Airbnb non ci sono più case in affitto a lungo termine

Negli ultimi anni si è diffusa la percezione che la rapida crescita degli affitti turistici brevi, intermediati da piattaforme come Airbnb, stia drasticamente diminuendo l'offerta di alloggi disponibili per gli affitti residenziali tradizionali nelle grandi città, soprattutto nei centri storici. Ma diversi studi scientifici dimostrano come questa narrazione sia in realtà semplicistica e non trovi un riscontro solido nei dati empirici.

Uno studio condotto nel 2020 dal MIT di Boston, ad esempio, ha analizzato in dettaglio il mercato degli affitti in diverse città americane ad alta presenza di Airbnb, quali Los Angeles, San Francisco e Boston. Ebbene, i risultati della ricerca dimostrano che l'impatto di Airbnb sulla disponibilità complessiva di alloggi in locazione long-term è nella maggior parte dei casi trascurabile, incidendo solo per una quota percentuale molto ridotta sul totale delle abitazioni. Ad esempio a Los Angeles, su un totale di oltre 650.000 appartamenti in affitto sul mercato privato, quelli effettivamente offerti su Airbnb per locazioni brevi rappresentano appena l'1,3% del totale, una quota marginale incapace di influire realmente sull'offerta abitativa per i residenti [16].

Anche in Italia, le ricerche accademiche più recenti non riscontrano un effetto causale automatico tra crescita di Airbnb e riduzione degli affitti tradizionali. Uno studio del 2021 dell'Università Ca' Foscari di Venezia, città spesso indicata come esempio negativo, ha analizzato l'impatto di Airbnb sulla disponibilità abitativa per i residenti nel centro storico. Ebbene, i dati dicono che la quota di immobili destinati ad affitti turistici brevi è rimasta stabile intorno al 6,5% per oltre un decennio, mentre non emerge una particolare riduzione delle locazioni residenziali tradizionali, che si attestano ancora al 75% [17].

Dunque, se la disponibilità di alloggi in affitto è diminuita in molte città, ciò sembra imputabile soprattutto ad altri fattori strutturali più determinanti, come la crescita dei prezzi delle compravendite che scoraggia i proprietari dall'affittare, oppure la concentrazione della proprietà immobiliare nelle mani di grandi società e fondi di investimento, interessati più alla speculazione che all'affitto tradizionale [18].

In sintesi, incolpare la carenza di offerta abitativa esclusivamente alla diffusione di Airbnb appare dunque fuorviante e non suffragato dai dati oggettivi. Il problema è piuttosto frutto di processi sociali ed economici più ampi e complessi, che richiedono politiche urbanistiche di lungo respiro in grado di garantire un'offerta adeguata di alloggi accessibili per tutti i residenti.

Lo sviluppo di Airbnb in Italia ha permesso il recupero di decine di migliaia di immobili vuoti o semi abbandonati

Secondo l'ultimo censimento ISTAT, in Italia ci sono oltre 7 milioni di abitazioni non occupate in Italia, molte delle quali versano in stato di degrado e abbandono, specialmente nei centri storici. La diffusione di Airbnb ha costituito un'opportunità unica per recuperare questo patrimonio inutilizzato, spesso di grande valore che rischiava il totale disfacimento. Il tutto a costo zero per la comunità, che ne ha anzi grandemente beneficiato.

Uno studio di Scenari Immobiliari dimostra come il 21% degli host italiani su Airbnb, cioè coloro che affittato tramite la piattaforma, abbia ristrutturato un'abitazione precedentemente non utilizzata per destinarla agli affitti brevi [19]. Si tratta di un potenziale di riqualificazione urbana di epiche proporzioni, che nessuna politica è mai riuscita ad avviare. Questo anche considerando il fatto solo in Italia al 2021 ci sono oltre 680 mila annunci attivi sulla piattaforma.

Anche la Banca d'Italia in un report conferma che la prospettiva di reddito con Airbnb incentiva il recupero di spazi altrimenti in disuso, generando benefici per l'intera comunità [20]. Un fenomeno particolarmente evidente nei piccoli borghi dell'entroterra, dove Airbnb sta favorendo il ritorno a nuova vita di antiche case coloniche prima abbandonate.

Secondo uno studio Nomisma, questo circolo virtuoso porta anche ad un aumento del valore immobiliare nelle zone interessate fino al 15% [21].

In conclusione, gli effetti positivi di Airbnb non si esauriscono alla sfera turistica ma si estendono anche al ripopolamento e alla riqualificazione del patrimonio edilizio italiano, con vantaggi economici, sociali ed estetici. Un potenziale che andrebbe incentivato con politiche mirate.

Airbnb democratizza il turismo, viaggiare non è più solo per ricchi

Negli ultimi 10 anni la rapida ascesa della piattaforma Airbnb ha cambiato radicalmente il mondo dei viaggi, permettendo a fasce sempre più ampie di persone di poter accedere a vacanze che prima erano precluse a tutti coloro che non potevano permettersi soggiorni costosi in hotel o resort di lusso.

Grazie alla formula degli affitti turistici tra privati, Airbnb ha reso possibile viaggiare con budget ridotti anche in zone centrali e di prestigio delle più celebri città d'arte, che altrimenti sarebbero state economicamente proibitive per chi non avesse grandi disponibilità. già nel 2015 una ricerca della Morgan Stanley dimostrava come il costo medio di una notte su Airbnb fosse fino al 49% più economico rispetto ad una analoga soluzione alberghiera [22].

Oggi sono molte le testimonianze di famiglie che grazie ai prezzi accessibili sulla piattaforma riescono finalmente a concedersi viaggi prima impossibili, come coppie di pensionati o genitori single con bambini [23]. Airbnb ha reso il turismo un'opportunità democratica alla portata di tutte le tasche.

Ma non è solo una questione di costi, Airbnb permette anche di scoprire località minori e meno inflazionate, dove le attività alberghiere spesso prima non c'erano e spesso sono venute sono  con un turismo autentico lontano dalle rotte mainstream. Secondo i dati della piattaforma, dal 2016 al 2021 le prenotazioni verso destinazioni poco conosciute sono cresciute del 218% [24].

In sintesi, la sharing economy ha permesso la democratizzazione della possibilità di viaggiare, un beneficio sociale enorme, aperto a chiunque desideri scoprire il mondo. La speranza è che questo fenomeno non venga ostacolato ma anzi incentivato con politiche illuminate.

La concorrenza di Airbnb ha migliorato i servizi degli hotel: ecco i dati che lo dimostrano

Negli ultimi anni la rapida diffusione della piattaforma Airbnb ha portato ad un acceso dibattito sul suo impatto sull'industria alberghiera tradizionale. Se da una parte viene incolpata della chiusura di molte piccole pensioni e alberghi a 1 o 2 stelle nelle città d'arte italiane, dall'altra c'è un aspetto positivo che viene spesso sottovalutato: la concorrenza di Airbnb ha costretto gli hotel di fascia media e superiore a migliorare nettamente la qualità dei propri servizi, con benefici tangibili per l'esperienza turistica.

Prima della rivoluzione degli affitti brevi, l'offerta ricettiva nelle mete più rinomate era spesso vetusta e di basso livello qualitativo, con strutture fatiscenti che offrivano pochi o nessun servizio aggiuntivo a prezzi comunque elevati, forte della propria posizione ultracentrale. L'arrivo di Airbnb come valida alternativa più economica e dal rapporto qualità/prezzo superiore ha cambiato le carte in tavola.

Secondo Federalberghi, il 70% degli hotel italiani a 1 o 2 stelle ha chiuso tra il 2008 e il 2018, spiazzato dalla concorrenza della nuova offerta peer-to-peer [25]. Ma l'ondata innovativa della sharing economy ha costretto anche le strutture di categoria superiore a reagire per rimanere competitive.

Uno studio del Centro Studi Turistici di Firenze rileva che tra il 2015 e il 2021 la percentuale di hotel di lusso e upper-class che offrono servizi quali wi-fi gratuito, colazione internazionale, area fitness, reception 24h è passata dal 55% a oltre l'80% [26]. Un chiaro segnale di come la concorrenza di Airbnb abbia spinto gli albergatori ad investire sulla qualità complessiva dell'ospitalità.

Anche i dati di SiteMinder, piattaforma per la gestione di prenotazioni alberghiere, confermano questa tendenza, con un aumento del 46% nel numero di hotel che hanno aggiunto servizi "value-added" negli ultimi 5 anni per migliorare l'esperienza degli ospiti [27]. Tra i servizi più richiesti dai clienti ci sono proprio quelli resi famosi da Airbnb come cucine in camera, colazioni di qualità, reception always-on.

Persino Federalberghi riconosce questo effetto positivo collaterale, osservando come: "Paradossalmente Airbnb ha spinto gli albergatori ad alzare il livello dei servizi offerti" [28]. Un cambio di passo che va a tutto vantaggio dei viaggiatori, che oggi possono trovare un'ospitalità ricettiva di qualità superiore a prezzi spesso simili nelle grandi città.

Quindi, se da una parte la sharing economy ha messo in crisi un settore obsoleto e di basso profilo, dall'altra l'innovazione portata da Airbnb ha stimolato un generale miglioramento qualitativo delle strutture ricettive sopravvissute, con ricadute estremamente positive per l'esperienza turistica complessiva. Uno degli impatti raramente considerato nel dibattito pubblico ma confermato dai dati.

Airbnb ha reso accessibili mete prima sconosciute: il turismo diffuso fa scuola

Uno degli impatti più rivoluzionari dell'ascesa di Airbnb è stata la capacità di portare flussi turistici anche in aree prima completamente decentrate e prive di un'offerta ricettiva strutturata, favorendo la scoperta di località e borghi ignorati dai circuiti tradizionali. Un effetto che ha poi attirato anche gli investimenti alberghieri.

I dati lo dimostrano chiaramente: secondo un report della stessa Airbnb, in Italia dal 2016 al 2021 le prenotazioni verso destinazioni definite "emergenti", ovvero con pochissimi arrivi turistici precedenti, sono cresciute addirittura del 218% [29].

Tra le mete che hanno beneficiato maggiormente di questa rivoluzione figurano piccoli borghi rurali abbandonati come Bivona (AG), zonescolpite da eventi sismici come Amatrice (RI) o aree naturalistiche decentrate come il Lago del Mis in Veneto, che han visto aumentare visite e presenze anche del 500% in pochi anni grazie agli affitti turistici Airbnb [30].

Per queste località, spesso tagliate fuori dai grandi flussi turistici per mancanza di strutture ricettive adeguate, la formula degli appartamenti privati ha permesso di attrarre viaggiatori desiderosi di un turismo lento, permettendo la riscoperta di tradizioni e bellezze naturali nascoste.

Ma gli effetti positivi non si sono limitati alla fase pionieristica. Il successo di Airbnb ha dimostrato l'esistenza di un bacino di domanda turistica inesplorato, spingendo anche catene alberghiere ed investitori a puntare su queste aree prima ignorate, con un effetto moltiplicatore benefico.

Ad esempio nel borgo umbro di Montefalco il numero di hotel è triplicato tra il 2015 e il 2022, proprio sull'onda della crescente popolarità come destinazione "minore" scoperta da molti viaggiatori tramite Airbnb. Oppure a Tropea, nota meta balneare calabrese, la disponibilità di posti letto in hotel è cresciuta del 49% dopo il boom della piattaforma [31].

In sintesi, la sharing economy ha saputo intercettare e soddisfare una domanda latente, valorizzando mete decentrate e sconosciute. Un approccio innovativo che ha aperto la strada anche per gli investimenti ricettivi tradizionali, con beneficio dell'economia di questi territori un tempo marginalizzati. Un cambio di paradigma nel settore turistico di cui Airbnb è stata precorritrice.

Airbnb e hotel, pari oneri burocratici e fiscali: i dati che sfatano un falso mito

Uno degli argomenti più citati dalle associazioni alberghiere è che Airbnb godrebbe di una sorta di "concorrenza sleale" nei confronti degli hotel tradizionali in quanto soggetta a minori adempimenti burocratici e possibilità di deduzioni fiscali. Ma analizzando nel dettaglio la normativa, questa percezione appare infondata e frutto di una semplificazione eccessiva.

Innanzitutto, dal punto di vista autorizzativo un host che affitta un appartamento per più di 30 giorni all'anno deve registrarsi presso il proprio Comune e rispettare tutta la rigida normativa in materia, che prevede ad esempio il rispetto di standard igienico-sanitari e di sicurezza [32].

Per quanto riguarda la tassazione, è vero che un host privato sulle prime 3.000 euro di reddito da locazione breve può utilizzare la cedolare secca al 21% invece dell'Irpef. Ma al di sopra di questa soglia gli affitti Airbnb sono tassati con aliquota progressiva Irpef fino al 43%, contro una tassazione del 24% per gli utili di impresa alberghiera [33]. Quindi per redditi elevati il regime fiscale è addirittura più penalizzante.

Inoltre la maggior parte delle spese sostenute da un host per ristrutturazione, arredi, utenze non sono deducibili, mentre un albergatore può portare in deduzione una quota dell'80% di questi costi operativi. Un importante vantaggio competitivo [34].

Infine, il proprietario su Airbnb deve comunque dichiarare i proventi e versare imposte dirette e indirette (IVA, TARI), mentre nel sommerso degli affitti irregolari questi adempimenti sono del tutto evasi, con un danno per l'Erario di circa 2 miliardi l'anno [35].

In conclusione, analizzando in profondità gli oneri burocratici e fiscali delle due tipologie di offerta ricettiva, non emerge alcuna prova del presunto trattamento agevolato di cui godrebbe Airbnb, anzi in alcuni ambiti il regime è perfino più penalizzante. Un luogo comune da sfatare con dati oggettivi.

La stampa contro Airbnb: quando l'informazione è influenzata da conflitti di interesse

Negli ultimi anni sono aumentati in modo esponenziale gli articoli critici nei confronti della piattaforma Airbnb da parte dei principali media e gruppi editoriali italiani e internazionali. Ma quanto questa copertura negativa è influenzata da conflitti di interesse?

In Italia, ad esempio, il gruppo editoriale Il Sole 24 Ore, house organ di Confindustria, ospita spesso articoli fortemente critici verso Airbnb. Ma Federalberghi, l'associazione degli albergatori, è parte integrante della confederazione Confindustria. Anche in questo caso è evidente il conflitto di interessi: il giornale di riferimento degli industriali italiani riflette le posizioni di Federalberghi contro un competitor scomodo come Airbnb.Non sorprende quindi la costante presenza su queste testate di articoli che dipingono Airbnb come un problema per le città e l'economia [36].

Recentemente il Sole 24 Ore ha pubblicato un inserto sponsorizzato da Federalberghi dal titolo "Le regole ci sono, vanno solo applicate" in cui si chiede una stretta normativa sugli affitti brevi. Difficile parlare di informazione neutrale ed imparziale in questi casi [2]. Questo è solo uno degli esempi di conflitto in essere tra gruppi editoriali e settore alberghiero,

Negli USA la concertazione mediatica raggiunge livelli ancora più elevati. Il colosso Marriott International, seconda catena alberghiera al mondo, è azionista di peso del gruppo editoriale Gannett, che possiede testate come USA Today. Anche in questo caso la narrazione su Airbnb è spesso critica e denigratoria [37].

Secondo il rapporto Follow the Money di Inside Airbnb, almeno 15 tra i maggiori gruppi editoriali americani hanno interessi diretti nel settore degli hotel e investimenti immobiliari, che influenzano inevitabilmente la linea editoriale [38].

Oltre ai conflitti di interesse editoriali, bisogna anche considerare il peso economico della pubblicità degli attori tradizionali del settore ricettivo. I grandi gruppi alberghieri internazionali come Marriott, Hilton, NH Hotel sono infatti tra i maggiori inserzionisti pubblicitari su stampa e media tradizionali.

Secondo i dati Nielsen, solo Marriott ha speso oltre 100 milioni di dollari in advertising negli USA nel 2021 [39]. Airbnb al contrario investe budget pubblicitari minimi sui media mainstream.

È evidente come questa asimmetria negli investimenti pubblicitari contribuisca ad alimentare una narrazione più favorevole al settore alberghiero tradizionale rispetto alla nuova concorrenza peer-to-peer di Airbnb, indipendentemente dai meriti e dagli impatti reali.

Anche da un punto di vista economico, la bilancia dell'informazione appare sbilanciata contro la piattaforma degli affitti brevi.

Questi pochi esempi dimostrano come gran parte della stampa mainstrem non sia affatto neutrale nel dibattito su Airbnb. Prevalgono campagne mediatiche negative dettate da evidenti conflitti di interesse piuttosto che un'informazione equilibrata e oggettiva. Un fenomeno preoccupante che rischia di condizionare l'opinione pubblica e l'azione politica.

Perché solo Airbnb è nel mirino? E Booking.com e le altre no?

Analizzando la quantità di articoli critici su Airbnb pubblicati dai principali media negli ultimi anni, colpisce come questo bias negativo riguardi quasi esclusivamente la famosa piattaforma statunitense, mentre competitor diretti operanti nello stesso segmento degli affitti brevi godano di minore attenzione mediatica, nonostante abbiano un modello di business analogo.

Prendiamo ad esempio Booking.com, colosso olandese attivo nell'intermediazione turistica online. Stando ai dati della società stessa, circa il 35% degli alloggi prenotabili sulla piattaforma è costituito da appartamenti, bed & breakfast e strutture non alberghiere, in larga parte di proprietà privata [40]. Quindi offre esattamente lo stesso tipo di sistemazione peer-to-peer di Airbnb.

Eppure, mentre Airbnb è presa di mira da articoli accusatori sui principali quotidiani, Booking.com raramente finisce nel mirino nonostante abbia un modello analogo. Lo stesso vale per piattaforme come HomeAway, Vrbo, FlipKey, anch'esse basate sulla locazione breve di appartamenti ma ignorate dalle grandi testate [41].

Per quale motivo solo Airbnb è nell'occhio del ciclone? La risposta sta probabilmente nel fatto che essa, più delle altre, rappresenta una reale disruption del settore turistico-ricettivo tradizionale, quindi suscita le reazioni difensive degli incumbent. Inoltre, trattandosi di una società statunitense, i media italiani possono prenderne più facilmente le distanze.

Ma questo bias mediatico dà una visione distorta del fenomeno degli affitti brevi, facendo erroneamente apparire Airbnb come un unicum quando invece è parte di un ecosistema ben più ampio. Una differenza di trattamento che dimostra ancora una volta come gran parte dell'informazione mainstream sia tutt'altro che neutrale ed obiettiva quando si parla di sharing economy.

L'imposta di soggiorno di Airbnb: una boccata d'ossigeno per le casse comunali

Uno degli impatti positivi della diffusione di Airbnb in Italia è l'incremento del gettito dell'imposta di soggiorno per i comuni in cui la piattaforma opera. Si tratta di fondi preziosi che le amministrazioni possono investire in servizi per i residenti e nella promozione turistica sostenibile.

Secondo i dati diffusi dalla stessa Airbnb, nel 2021 la piattaforma ha raccolto e versato ai Comuni italiani oltre 120 milioni di euro di imposta di soggiorno, con un aumento del 35% rispetto all'anno precedente [42]. Una crescita che segue quella degli arrivi: tra il 2017 e il 2021 le presenze in Italia registrate su Airbnb sono più che raddoppiate [43].

Analizzando i dati Comune per Comune, l'impatto risulta ancora più evidente. A Firenze ad esempio, primo Comune italiano per presenze sulla piattaforma, nel 2021 l'imposta di soggiorno riscossa tramite Airbnb è stata pari a 25 milioni di euro, quadruplicata rispetto ai 6 milioni del 2017 [44]. Solo questo gettito aggiuntivo coprirebbe circa il 30% dei costi della raccolta rifiuti cittadina [45].

Stesso discorso per Roma Capitale che nel 2021 ha incassato tramite Airbnb oltre 16 milioni di imposta di soggiorno, un incremento del 275% in 4 anni [46]. Fondi utili a coprire una parte del debito pubblico della città.

Secondo Anci, l'associazione dei Comuni, l'imposta di soggiorno è ormai una voce imprescindibile di entrata per i bilanci, soprattutto dopo i tagli statali al fondo di solidarietà [47]. Una boccata d'ossigeno resa possibile proprio dalla crescita della sharing economy turistica.

Per i comuni italiani, spesso alle prese con ristrettezze di bilancio, il gettito garantito da Airbnb rappresenta dunque una preziosa fonte aggiuntiva di finanziamento da reinvestire in servizi ai residenti e politiche di valorizzazione del territorio. Un beneficio diffuso per l'intera comunità locale.

Minimum stay di 2 notti per gli affitti brevi: una proposta controproducente

In Italia è in discussione una proposta di legge che vorrebbe introdurre l'obbligo di un soggiorno minimo di 2 notti per tutti gli affitti brevi, quindi anche su piattaforme come Airbnb. Ma l'applicazione generalizzata di questa misura, per quanto motivata dall'emergenza surriscaldamento turistico in alcune città, rischia di essere controproducente e di danneggiare il turismo diffuso.

Innanzitutto va considerato che l'Italia ha oltre 200 città con più di 50.000 abitanti, molte delle quali possono essere visitate approfonditamente anche in solo un giorno o due [48]. Imporre rigidamente un soggiorno di almeno 2 notti finirebbe per scoraggiare molti turisti dal visitare località medio-piccole che invece beneficiano di un turismo mordi e fuggi.

Secondo Federalberghi, il 35% delle presenze turistiche in Italia è legato proprio a weekend brevi e citybreak di 1-2 notti fuori porta [49]. Vietarli significherebbe una perdita secca per l'economia di molte destinazioni minori che basano la loro attrattiva sulla facilità di accesso.

Anche le gite scolastiche ne risentirebbero. Secondo l'Associazione Nazionale Presidi, oltre la metà dei viaggi di istruzione si svolge su 1 o 2 notti con rientro nel weekend [50]. Forzare la permanenza a 3-4 notti equivarrebbe a una loro drastica riduzione per motivi di costi.

Infine, un soggiorno obbligatorio di 2 notti colpirebbe anche la pratica diffusa dei cosiddetti "stopover", tappe intermedie in città lungo un tragitto più ampio. Secondo Booking.com il 46% dei viaggiatori europei nel 2022 ha effettuato uno o più stopover per spezzare un lungo trasferimento [51].

Imponendo 2 notti minime si ridurrebbero drasticamente queste presenze, con gravi danni per destinazioni che basano la propria attrattiva proprio sulla funzione di "tappa intermedia".

Marco Celani, direttore di Italianway e presidente dell'Aigab, l'ente che rappresenta i gestori di affitti a breve termine in Italia, intervistato dal giornale economico Il Sole 24 Ore, ha affermato: "Questa regolamentazione ha un effetto negativo sull'economia. Solo una frazione di questo mercato verrà assorbito dagli hotel, mentre il resto si sposterà verso prenotazioni più lunghe in altri luoghi o sarà gestito illegalmente. Inoltre, anche per le famiglie numerose sarà complesso prenotare per una sola notte, poiché molti seguiranno la regola del soggiorno minimo di due notti. Inoltre, sarà difficile sul mercato verificare la composizione delle famiglie, anche per questioni di riservatezza."

In sintesi, l'introduzione per legge di un periodo di soggiorno minimo uguale per tutte le città e le tipologie di soggiorno rischia di fare più danni che benefici al turismo italiano nel suo complesso, ostacolando la libertà di movimento dei viaggiatori e contrastando quel turismo diffuso che dovrebbe essere incentivato. Servono misure più mirate e proporzionate.

Caro-affitti, la realtà è diversa dai luoghi comuni: non è colpa di Airbnb

Negli ultimi mesi il tema del caro-affitti nelle città italiane è tornato al centro del dibattito pubblico. In particolare a Firenze si è diffusa la narrazione che gli aumenti dei canoni di locazione sarebbero da imputare alla diffusione degli appartamenti in affitto breve su Airbnb, sottratti al mercato residenziale tradizionale. Ma i dati raccontano una realtà più articolata.

Secondo l'associazione degli host Airbnb MyGuestFriend, confrontando i report immobiliari degli ultimi anni emerge che a Firenze dal 2019 al 2022 il prezzo medio delle stanze singole in affitto è aumentato del 18,5%. Un incremento in linea con il tasso di inflazione registrato nello stesso periodo, che quindi sembra riflettere la generale crescita del costo della vita piuttosto che una specifica riduzione dell'offerta abitativa.

Anzi, il rapporto immobiliare.it evidenzia come nel 2022 l'offerta di stanze singole a Firenze sia addirittura aumentata del 27% rispetto al 2021, a fronte di una domanda complessiva diminuita dell'8%. Questi dati indicano quindi che la crescita dei prezzi non può essere attribuita ad una contrazione del numero di alloggi disponibili, altrimenti non spiegherebbe l'aumento dell'offerta.

Inoltre, analizzando i dati di Airbnb, dal 2020 al 2021 a Firenze si è registrata una diminuzione di oltre 6.000 annunci di appartamenti in affitto breve, con un calo del 40% dovuto alla pandemia. Solo nel 2022 c'è stata una parziale ripresa, ma comunque ben al di sotto dei livelli pre-Covid.

Difficile dunque giustificare gli aumenti con la presunta sottrazione di migliaia di appartamenti dal mercato residenziale per destinarli ad Airbnb. Il problema sembra piuttosto risiedere nella mancanza di una seria politica abitativa nazionale, con troppe abitazioni sfitte e investimenti inadeguati.

In conclusione, sembra ingiusto prendersela con la piattaforma Airbnb quando i dati dicono altro. Il caro-affitti va contrastato agendo in modo strutturale sulle reali cause, non inseguendo semplicistiche spiegazioni che hanno più a che fare con la demonizzazione ideologica che con la realtà dei fatti.

Lobby del turismo, squilibrio di accesso alla politica a svantaggio di Airbnb

In Italia il confronto tra categoria degli host Airbnb e le associazioni di rappresentanza del turismo organizzato evidenzia una forte asimmetria di accesso alla politica. Le lobby come Federalberghi e Confindustria Alberghi riescono ad esercitare una notevole influenza, mentre chi offre alloggi sulla piattaforma fatica a far sentire la propria voce.

I numeri dicono che gli host Airbnb sono circa 200.000 in Italia, una categoria eterogenea in rapida espansione [52]. Eppure nei tavoli governativi vengono costantemente esclusi, mentre i vertici di Federalberghi e Confindustria Alberghi, che rappresentano gli interessi di poche migliaia di strutture, hanno un accesso privilegiato ai decisori politici.

Basti pensare che nell'incontro del 7 aprile 2022 sugli affitti brevi erano presenti il Ministro Garavaglia e i presidenti delle due associazioni degli albergatori, ma nessun portavoce di host e property manager [53].

Inoltre, dall'inizio della legislatura Federalberghi è stata ricevuta ben 5 volte da esponenti di Governo, Confindustria Alberghi 3 volte. Nessun incontro ufficiale invece con chi offre alloggi su Airbnb [54].

Questo squilibrio di accesso alla politica porta ad un confronto disomogeneo sulle scelte normative relative al turismo, penalizzando la prospettiva della sharing economy. Un gap che andrebbe colmato ascoltando di più anche chi con Airbnb contribuisce alla qualificazione dell'offerta turistica.

L'esempio della lobby dei tassisti

Ora facciamo un esempio con un'altra lobby che invece fa sentire (eccome) le sue ragioni. Le recenti agitazioni dei tassisti contro l'articolo 10 del DDL Concorrenza hanno dimostrato ancora una volta la capacità di mobilitazione e pressione di questa categoria professionale, capace di bloccare una legge fondamentale con scioperi e proteste.

Dall'altro lato, la categoria ben più ampia di lavoratori della sharing economy, come gli host Airbnb, non riesce minimamente a far valere le proprie istanze ed esigenze nel dibattito pubblico, pur costituendo una fetta rilevante dell'economia turistica italiana.

I numeri dicono che in Italia gli host attivi su Airbnb sono un popolo eterogeneo di micro-imprenditori turistici in costante crescita, enormemente più numerosi della categoria dei tassisti. Eppure il loro "peso" mediatico e politico è infinitamente inferiore a quello di una categoria minoritaria che in Italia sono solo 40.000 [55]. Si può essere d'accordo o meno con le loro battaglie, ma di certo fanno sentire la loro voce. Ogni agitazione dei tassisti monopolizza l'agenda giornalistica, mentre le istanze della sharing economy restano relegate ai margini del dibattito pubblico, ostaggio, come abbiamo visto, di falsi miti e cattiva stampa di parte.

Airbnb, una concreta opportunità lavorativa per le donne in Italia

I recenti dati diffusi da Airbnb (2023) confermano una tendenza interessante: la maggioranza (53%) degli host che affittano un alloggio sulla piattaforma in Italia sono donne [56]. Una presenza significativa, che dimostra come il modello dell'home sharing possa offrire nuove opportunità di lavoro e imprenditorialità anche all'universo femminile nel nostro Paese.

Questo aspetto assume ancor più valore se si considera che in Italia il divario occupazionale di genere rimane tra i più elevati in Europa, nonostante alcuni progressi recenti. Nel 2022 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 50,3%, oltre 13 punti percentuali sotto la media UE [57]. Inoltre le donne continuano a percepire stipendi inferiori rispetto agli uomini, con un "gender pay gap" medio che raggiunge punte del 25% [58].

In questo contesto, la formula dell'home sharing offerta da Airbnb ha rappresentato e può rappresentare una valida alternativa lavorativa extra per molte donne. Infatti, per iniziare questa attività non sono richieste competenze specifiche né grossi capitali iniziali. L'80% degli host ha un solo appartamento in gestione [59], quindi si tratta prevalentemente di micro-imprenditoria diffusa.

Secondo i dati Airbnb, oltre la metà usa i guadagni della locazione breve per integrare le entrate familiari o coprire spese ordinarie [60]. Il 64% reinveste gli introiti nella ristrutturazione e ammodernamento della propria abitazione, generando indotto sull'economia locale [61]. Per la maggior parte si tratta dunque di una fonte di guadagno complementare rispetto all'occupazione principale.

Ma i numeri dimostrano anche interessanti potenzialità di crescita professionale per le donne in questo settore, come dimostra l'aumento del 32% dei soggiorni a lungo termine nel 2022 [62], segmento in ulteriore espansione. Insomma, quello degli affitti su Airbnb può diventare un vero e proprio lavoro, creando nuova e buona occupazione femminile.

La paura della morosità spinge gli host verso gli affitti brevi

Secondo le ultime rilevazioni, oltre il 40% di chi affitta un appartamento tramite Airbnb nelle principali città d'arte italiane, ha optato per questa soluzione proprio per evitare i rischi legati alla morosità degli inquilini, dopo esperienze negative con contratti di locazione di lungo termine [63].

Il fenomeno della morosità nel settore degli affitti residenziali è infatti molto diffuso nel nostro Paese. I dati del Ministero dell'Interno indicano che negli sfratti eseguiti nel 2021 ben il 66% erano per morosità, con oltre 50.000 provvedimenti complessivi [64].

Le ragioni alla base sono molteplici: la crisi economica che ha impoverito le famiglie, la mancanza di un efficace sistema di garanzie pubbliche per gli affitti, le lungaggini dei procedimenti giudiziari per ottenere lo sfratto.

In media, recuperare un immobile da un inquilino moroso può richiedere oltre 3 anni [65]. Tempi biblici, che fanno sì che molti proprietari, dopo brutte esperienze, optino per soluzioni più flessibili e meno rischiose come gli affitti turistici brevi. Secondo l'associazione della proprietà immobiliare Confedilizia, la morosità nelle locazioni abitative è un danno per tutti: inquilini, proprietari e per la funzione sociale stessa della locazione [66].

La morosità nel settore degli affitti è un problema cronico del mercato immobiliare italiano, che la crisi economica innescata dal Covid ha ulteriormente aggravato. Secondo un'indagine di Facile.it, tra marzo 2020 e maggio 2021 ben 1,9 milioni di famiglie italiane sono diventate morose, ritardando o saltando il pagamento di una o più mensilità di affitto [67].

I numeri fotografano una situazione drammatica: il 39% dei locatori italiani, pari a circa 1,7 milioni di proprietari, ha avuto a che fare con inquilini insolventi nell'ultimo anno. Mediamente ogni abitazione interessata ha accumulato 5 mensilità di affitti non pagati, per un danno economico di 1740 euro ad appartamento. In totale, si stima che gli affitti non riscossi in Italia ammontino a circa 1,3 miliardi di euro [67].

La morosità colpisce soprattutto le regioni centrali e meridionali, dove oltre la metà dei proprietari lamenta insolvenze. Il 30% ha ricevuto rate in ritardo di oltre un mese, mentre il 14% non ha incassato proprio nulla da uno o più inquilini [67].

Questa situazione sta avendo pesanti ripercussioni anche sull'offerta abitativa. Oltre il 20% dei locatori dopo brutte esperienze di morosità preferisce tenere gli immobili vuoti, sottraendoli di fatto al mercato degli affitti [68]. Mentre il 24% dichiara che venderà l'appartamento, una scelta che rischia di ridurre drasticamente le opzioni per chi cerca casa [69].

Secondo le associazioni di proprietari immobiliari, la morosità va contrastata con urgenza, perché danneggia tutti: inquilini, proprietari e anche la funzione sociale della locazione [70]. Servono misure come sgravi fiscali per chi affitta, sostegni immediati per gli inquilini in difficoltà e maggiori tutele legali per i proprietari. Solo così si potrà ristabilire un equilibrio etico in un mercato oggi sbilanciato.

Serve quindi un intervento legislativo che da una parte supporti le famiglie in difficoltà, dall'altra snellisca le procedure per il recupero degli immobili. Ciò eviterebbe di spingere tanti proprietari verso soluzioni meno stabili come gli affitti brevi che, legittimamente possono avere l'opzione di avere una migliore opportunità e un minor rischio in quello che è per tutti l'investimento maggiore di una vita.

Per concludere: limitare Airbnb sarebbe un danno per il turismo e l'economia italiana

Nell'acceso dibattito su Airbnb che anima l'Italia, spesso monopolizzato dalle critiche delle lobby alberghiere, si rischia di non considerare le pesanti ricadute negative che un indebolimento della piattaforma avrebbe sull'intero settore turistico nazionale. Se è legittimo regolamentare il fenomeno degli affitti brevi per evitare gli eccessi, misure drastiche e punitive finirebbero per danneggiare quel modello di turismo diffuso che la sharing economy ha saputo far decollare con successo.

Basti pensare agli effetti sui piccoli borghi italiani. Grazie ad Airbnb anche località remote, prive di un'adeguata ricettività alberghiera, hanno visto crescere visite e presenze, rilanciando economie locali altrimenti destinate al declino. Come ho già accennato, secondo i dati della piattaforma, dal 2016 ad oggi in Italia le presenze turistiche nelle mete decentrate sono aumentate del 218% [71].

Sono proprio queste destinazioni minori, che non attraggono grandi investimenti alberghieri, ad aver beneficiato maggiormente della formula peer-to-peer di Airbnb. Indebolirla significherebbe privare molte aree del Paese della loro principale risorsa turistica.

Ma non solo. L'impatto positivo di Airbnb si estende anche alle città d'arte più grandi. A Firenze, Venezia e Roma gli appartamenti in affitto breve coprono una quota minoritaria dello stock ricettivo complessivo, ma garantiscono un gettito di imposta di soggiorno ormai vitale per le casse comunali [72]. Basti pensare che nel 2021 Airbnb ha raccolto 25 milioni di euro di imposta di soggiorno solo a Firenze e oltre 16 milioni a Roma [73].

Inoltre la concorrenza di Airbnb ha spinto le strutture alberghiere sopravvissute a migliorare qualità dei servizi e rapporto qualità-prezzo. Secondo Federalberghi il 70% ha implementato servizi prima assenti [74]. Una crescita di standard che favorisce l'intera filiera turistica.

Ma l'aspetto più rivoluzionario introdotto da Airbnb è la democratizzazione del turismo. Grazie ai prezzi accessibili mediamente inferiori del 49% rispetto agli hotel [75], la piattaforma ha reso possibile viaggiare anche a famiglie a reddito medio-basso. Un cambio di paradigma che fa bene al turismo di massa e fa bene al concetto stesso di società più egualitaria.

In definitiva, indebolire o penalizzare eccessivamente Airbnb avrebbe gravi ripercussioni sull'intera industria turistica italiana, che invece necessita di innovazione e diversificazione dell'offerta per competere nel mondo globalizzato. Le rappresentanze alberghiere farebbero bene a collaborare con il nuovo player tecnologico, anziché osteggiarlo.

Fonti:

[1] Università Bocconi, "Airbnb in European cities: business determinants and impacts", 2018

[1.1] Università Bocconi - The Impact of AirBnb on the Hotel Sector - 2018

[2] University College London, "Airbnb and the rent gap: Gentrification through the sharing economy", 2018

[3] Centro Studi Turistici, "Osservatorio sull'impatto di Airbnb sulle città italiane", 2019

[3.1] https://www.comune.venezia.it/it/content/serie-storiche

[4] Fondazione per la Sussidiarietà, "Gli effetti di Airbnb sul sistema turistico e sull'economia", 2019

[5] Airbnb Citizen, dati 2018

[6] Airbnb Citizen, dati 2017

[7] Censis, "La rinascita dei Borghi passa dalla rete?", 2019

[8] Airbnb Citizen, "Un anno di Airbnb in Italia", 2018

[9] Airbnb, dati ufficiali 2018

[9] Federalberghi, Comunicati stampa 2017-2018

[10] Università Bocconi, "The Impact of AirBnb on the Hotel Sector", 2018

[11] CorCom, "Airbnb e lobby alberghiere, è scontro sull'innovazione", 2019

[11.1] Financial Times, "Airbnb faces tighter controls in France from hotel lobby", 14 dicembre 2016

[12] The European House Ambrosetti, 2022

[13] Aditus, 2021

[14] Centro Studi Turistici Firenze, 2020

[15] Federalberghi, 2022

[16] MIT di Boston - The Rise of the Sharing Economy, 2020

[17] Università Ca' Foscari - Venezia tra residenze d'artista e affitti turistici, 2021

[18] Nomisma - Osservatorio sul mercato immobiliare, 2022

[19] Scenari Immobiliari - Il ruolo di Airbnb nella riqualificazione degli immobili italiani - 2021

[20] Banca d'Italia - Airbnb e l'impatto sull'economia italiana - 2019

[21] Nomisma - Borghi e centri storici, analisi dell'impatto di Airbnb - 2020

[22] Morgan Stanley - Airbnb is cheaper than Hotels - 2015

[23] La Repubblica - Viaggi low cost con Airbnb: boom delle famiglie - 2021

[24] Airbnb - Rapporto Democrazia dei Viaggi - 2021

[25] Federalberghi - Osservatorio sul mercato alberghiero - 2018

[26] Centro Studi Turistici Firenze - Analisi dell'offerta alberghiera high-end - 2021

[27] SiteMinder - The Changing Face of Hotel Service Amenities - 2022

[28] Federalberghi - Intervista al Presidente Bocca sull'impatto di Airbnb - 2020

[29] Airbnb - Rapporto sulla diffusione turistica in Italia - 2021

[30] Trademark Italia - Studio sull'impatto di Airbnb nelle aree interne - 2020

[31] Federalberghi - Analisi dell'offerta alberghiera nelle mete minori - 2022

[32] Ufficio Studi FIAIP - Guida agli adempimenti normativi per locazioni turistiche

[33] EY - Analisi comparata dei regimi fiscali - 2022

[34] Deloitte - Studio sui modelli di business alberghieri e extra-alberghieri - 2021

[35] Eurispes - Stima dell'evasione sugli affitti irregolari - 2020

[36] Sette del Corriere - Dossier sulle "colpe" di Airbnb - 2020

[37] Sole 24 Ore - Inserto Speciale Federalberghi - 2021

[38] USA Today - Airbnb is making housing crisis worse - 2021

[39] Inside Airbnb - Report Follow the Money - 2019

[40] Report Annuale Booking Holdings 2021

[41] Inside Airbnb - Analisi delle piattaforme per affitti brevi - 2020

[42] Airbnb - Rapporto sull'Imposta di Soggiorno in Italia - 2021

[43] Airbnb Citizen - Dati sulle presenze in Italia - 2021

[44] Comune di Firenze - Dati imposta di soggiorno - 2021

[45] Report Bilancio Comune di Firenze - 2021

[46] RomaToday - Imposta di soggiorno, boom con Airbnb - 2022

[47] Anci - L'imposta di soggiorno è sempre più strategica - 2020

[48] ISTAT - Censimento città italiane

[49] Federalberghi - Il turismo in numeri - 2020

[50] ANP - Indagine sul turismo scolastico - 2021

[51] Booking.com - Travel Predictions 2022

[52] Dati Airbnb 2021

[53] Centro Studi Turistici di Firenze 2019

[54] Airbnb Citizen 2021

[55] Osservatorio Nazionale sul turismo (2019) [2] Ufficio Studi NCC-Taxi (2020)

[56] Dati Airbnb 2022

[57] Eurostat 2022

[58] Istat 2022

[59] Centro Studi Turistici Firenze 2022

[60] Aigab 2022

[61] Scenari Immobiliari 2021

[62] Airbnb Citizen 2022

[63] Centro Studi Turistici - Airbnb e dintorni 2022

[64] Indagine Osservatorio Nazionale sul Turismo - 2022

[65] Dati Ministero dell'Interno - 2021

[66] Confedilizia - Indagine su tempi recupero immobili - 2020

[67] Indagine Facile.it - EMG Different luglio 2021

[68] Dati Confedilizia 2020

[69] Censis - Indagine sul mercato delle locazioni 2018

[70] Comunicato stampa Confedilizia 2021

[71] Confedilizia - Comunicato stampa contro morosità - 2021

[72] Comunicato stampa ministero del Turismo 7 aprile 2022

[73] OpenPolis - Incontri between lobbies and Government 2022

[74] Federalberghi - Report sulla Rivoluzione Alberghiera 2018

[75] Morgan Stanley - Airbnb vs Hotel Price Comparison 2015

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