La San Pietroburgo letteraria

La San Pietroburgo letteraria

Bastano pochi passi lungo la Prospettiva Nevskij per definire i contorni culturali di San Pietroburgo. In una delle delle tante caffetterie del lato occidentale, tra intensi profumi di caffè e di tè, l'eleganza della Russia zarista si fa strada davanti a me. Il mio appuntamento con la San Pietroburgo letteraria era fissato al numero civico 18, con Aleksander Puškin seduto ad un tavolo vicino alla finestra: nella sua effige in cera, vestito a festa e con lo sguardo fisso nel vuoto, il poeta sembrava intento a rimuginare sul mistero dell'amore.

TchaikovskyAl piano di sopra, nella sala da pranzo, era tutto un tintinnio di tazze da tè di porcellana, mentre in sottofondo una sonata mozartiana si confondeva tra il chiacchiericcio della gente. Seduto al tavolo di fronte, vidi un vecchio dall'aria intellettuale intento in una lettura. Di tanto in tanto alzava lo sguardo, quasi a voler controllare che il mondo fosse ancora lì, intorno a lui. Lo riconobbi subito, era proprio come me lo aveva descritto Roberta, il lontano zio di uno dei paesi più freddi del mondo. Ma San Pietroburgo non sembrava proprio curarsi del freddo, anzi. Nelle tiepide serate d'estate la città dimentica il pungente clima invernale e tira fuori ogni sorta di magia da un cappello sempre più ricco di tesori. Lo zio di Roberta si chiama Eugenio e vive a San Pietroburgo da più di 40 anni: è un giornalista in pensione ed ex corrispondente di diverse testate giornalistiche italiane e straniere. Non potevo che sentirmi onorato. Il luogo del nostro incontro sembrava essere stato scelto apposta dal migliore sceneggiatore hollywoodiano, ma mentre mi avvicinavo a lui con fare un po' incerto mi accorsi anche della severità dei suoi lineamenti. Infatti. Al mio sorriso un po' imbarazzato, senza neanche alzare lo sguardo dal giornale, ricevetti in cambio un deciso “siediti giovanotto, spero tu abbia portato il taccuino?. Roberta mi aveva avvisato: “non ti preoccupare se lo zio ti sembrerà un po' burbero inizialmente, la sua è tutta apparenza?. Sarà. Per un lunghissimo istante ho tuttavia sperato parlasse a ruota libera, perché ad un tipo così le domande non è che vengano proprio tanto facilmente e quelle preparate la sera prima mi sono sembrano tutte abbastanza 'deficienti'.

DostoevskyLo zio Eugenio si presentò e chiese il mio nome. “Paolo, vengo da Torino?, risposi. Lui rimase zitto, mi guardò per un istante e poi abbassò nuovamente lo sguardo. Accidenti a me, ho detto una parola di troppo. Mi aveva chiesto solo il nome! Affatto interessato alla mia figuraccia, mi spiegò del perché avesse scelto questo luogo per iniziare a parlarmi della città:

«San Pietroburgo è una città da raccontare più che da visitare e la maggior parte dei turisti non riesce ancora a capirlo. Prendi questa caffetteria per esempio, l'italiano o l'americano medio entrano qui per ordinare un caffè, vedono quella statua seduta al tavolo di fronte e non si chiedono neanche chi sia. Alcuni domandano il nome: “Aleksander Puškin?, si sentono rispondere, e loro dicono “ah, ecco?. Ma poi, più niente; non sono neanche sicuro se sappiano chi veramente sia Puškin».

GogolContinuò a raccontarmi che l'edificio nel quale è ospitato il locale, la Casa Kotomin (nel frattempo mi chiese il taccuino per scrivere il suo nome in russo: ?ом Котомина), è intriso di storia: venne inizialmente costruito nel Settecento da parte di un generale vicino a Pietro il Grande (il suo nome era Cornelius Cruys) e un tempo ospitava la pasticceria Wolf e Béranger, luogo preferito dagli intellettuali della città. Nel 1834, un caffè cinese (Cafe chinois) venne aperto nello stesso posto e presto, in tempi diversi, divenne popolare tra i letterati, tra i tanti Alexander Puškin, Mikhail Lermontov, Taras Shevchenko, Nikolaj Cernysevskij, Fëdor Dostoevskij, Michail Petrasevskij, Ivan Panaev, Aleksey Plescheev ed altri. Fu qui che Pushkin, mangiò il suo ultimo pasto prima del fatale duello: era il 27 gennaio del 1837 e secondo le cronache dell'epoca il freddo giorno invernale volgeva al tramonto quando il coraggioso poeta sfidò l'affascinante guardia imperiale Georges Anthés per aver sfacciatamente corteggiato la bella Natalya, sua moglie. Eugenio mi raccontò anche di un'altra storia accaduta nel locale, questa volta legata al grande Tchaikovsky: “si dice che il 20 ottobre del 1893, il compositore abbia chiesto un bicchiere d'acqua al cameriere e che in mancanza d'acqua bollita, insistete per bere 'acqua di fonte'. Nove giorni dopo, all'età di 53 anni e al culmine della carriera, morì di colera?. Eugenio mi fece notare che la vera causa della sua morte è ancora oggi piuttosto dibattuta (non sono pochi infatti a sostenere che si sia trattato di morte da arsenico, probabilmente voluta dallo stesso artista).

PuskinSi rimane piuttosto colpiti dal fervore del culto di Puškin in Russia. Tolstoj, Dostoevskij, Cechov - tutti di gran lunga più conosciuti - sono commemorati nella loro terra d'origine con una visita occasionale e con varie placche affisse nei luoghi chiave. Puškin invece sembra essere ovunque, soprattutto nella ex capitale della Russia. Ho incontrato la sua immagine non solo nelle caffetterie che lo videro protagonista, ma anche nelle grandi piazze, nei musei e nei manifesti ad ogni angolo della strada. Fu un eroe improvvisato, come lo definirono in molti, improbabile; discendente di un nobile decaduto e pronipote di un ingegnere di Pietro il Grande, Abram Gannibal, figlio di una schiava africana; un artista a metà strada tra la grazia di Mozart e l'ironia di Byron, ribelle politico e amante appassionato.

Eugenio ci tiene a mostrarmi altri luoghi simbolo di Puškin a San Pietroburgo. Con passo lento ma sicuro mi guida poco oltre la Prospettiva Nevsky e verso il fiume Neva, nella Piazza dei Decabristi, davanti al monumento di Pietro il Grande, il celebre Cavaliere di Bronzo. La statua equestre dello zar fondatore di San Pietroburgo sembra quasi animarsi davanti al vecchio zio, come se ogni parola del suo sapere la riempisse d'energia vitale. Solo più tardi mi sono reso conto che il nome dello zio di Roberta è lo stesso del protagonista del celebre romanzo di Puškin, Eugenio Onegin (Евгений Онегин): dopo aver perso la sua sposa nell'inondazione del fiume Neva, il povero Eugenio, sconvolto, rivolgendosi minaccioso alla statua di Pietro disse “Bene, o costruttore miracoloso, ti farò vedere io!?. Il protagonista immagina la statua scendere dalla roccia che la tiene su un piedistallo ed inseguirlo ovunque per le strade e le piazze della città, fino alla morte. Il 'vero' Eugenio mi racconta che da allora ? sin dal 1833, anno di pubblicazione dell'opera ? la gente di San Pietroburgo crede che finché la statua rimarrà al suo posto la città non correrà alcun pericolo. Ecco il perché dell'usanza dei giovani sposi di farsi fotografare il giorno del matrimonio davanti alla statue del Cavaliere di Bronzo. Decidiamo di ripercorrere i passi che furono di Puškin, per raggiungere l'appartamento che servì da ultima dimora del poeta, oltre il Museo dell'Ermitage e lungo il corso del Canale Mojka. É facile 'sentire' le passioni che furono di un grande artista una volta all'interno di quello che oggi è Museo Kvartira Puškin.

Sono le cinque del pomeriggio e San Pietroburgo si prepara a vivere un'altra intensa notte d'estate. Dopo una breve pausa nella banchina del lungofiume, allietati dalla fresca brezza del Baltico, Eugenio decide di accompagnarmi verso la zona di Sennaya ploshchad, una grande piazza del centro di San Pietroburgo, nota anche per essere stata chiamata Piazza della Pace tra il 1963 ed il 1991. Nel Settecento il quartiere circostante era noto per le sue misere baraccopoli e dal 1866 per aver servito da cornice al romanzo di Dostoevskij 'Delitto e castigo'. L'area è molto conosciuta in città, qualsiasi residente è ancora oggi in grado di indicare i luoghi, reali e di fantasia, che furono di colui che è considerato il più grande romanziere russo. Lo zio Eugenio non è da meno, è lui a segnalarmi quella che probabilmente nel romanzo è la Casa di Raskolnikov, dimora del protagonista principale. Sembra di rivedere i tanti gatti randagi che hanno animato le lugubri atmosfere della San Pietroburgo di Dostoevskij. Poco più avanti, nella ulitsa Kaznacheyskaya, Eugenio mi mostra i tre appartamenti nel quale visse il romanziere, dal 1861 al 1867 (ai numeri civici 1, 7 e 9). La Casa-museo di Dostoevskij, nella via Kuvnechny, è l'appartamento nel quale lo scrittore visse tra il 1878 ed il 1881, anno della sua morte, ed è anche quello più visitato dai turisti. Lo zio Eugenio mi spiega che qui vennero scritti alcuni dei suoi romanzi più famosi, i Fratelli Karamazov tra tutti.

Ci dirigiamo quindi verso il Monastero di Aleksandr Nevsky, dove in uno dei cimiteri sono custodite le spoglie del grande Dostoevskij. Non è l'ultima tappa di questa insolita San Pietroburgo: il vecchio sembra avere in corpo molta più energia di me ed io mi sento quasi sfinito. Mi dice che una visita alla città non è completa senza aver visitato il famoso 'nasone'. É impazzito, dico tra me e me, o forse ho capito proprio male. Niente affatto. Il naso è quello di Nikolaj Vasiljevitch Gogol, uno dei più grandi scrittori e drammaturghi russi del XIX secolo (in verità era di origine ucraina). Lo ricordo volentieri per i suoi Racconti pietroburghesi, un insieme di opere che parlano della città: una di queste è intitolata il 'Naso' e parla di un uomo (Kovalev) che al proprio risveglio scopre di aver perso proprio il naso! Lo 'ritrovo' (si fa per dire) all'angolo della stessa piazza protagonista del romanzo di Dostoevskij, Delito e castigo, nei pressi di un semaforo: gigantesco e rosa, incastonato in un pilastro. Il naso di Gogol è l'ultima tappa della mia giornata nella San Pietroburgo letterario. Saluto Eugenio, che rivedrò presto in Italia. Mi lascia con una stretta di mano ed un sorriso.

 

 

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