Grazia Deledda

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Vita di Grazia Deledda - Biografia e opere

 

Grazia Deledda, prima, e al momento unica donna italiana, ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura, nacque a Nuoro, in Sardegna, il 27 settembre 1871, quinta di sette figli (cinque femmine e due maschi). Venne battezzata Grazia Maria Cosima Damiana Deledda.  A a 17 anni scrisse le sue prime storie, basate sul trattamento sentimentale dei temi del folklore. Con Il vecchio della montagna (1900) iniziò a scrivere dei tragici effetti della tentazione e del peccato tra gli esseri umani. Romanziera influenzata dalla scuola del verismo, la sua fu un'opera, un'arte, che sulle prime può sembrare a margine rispetto al quadro della nostra narrativa, alle sue correnti più qualificanti, ma non è così, lo attestano le continue riedizioni dei suoi romanzi e delle sue novelle.

Grazia Deledda giovaneLa sua vita e i suoi scritti sono profondamente legati alla sua terra.  Sfidando i pregiudizi e la chiusura mentale della Sardegna di una volta, Grazia Deledda è riuscita a diventare una scrittrice, portando fuori dalla Sardegna, l'isola stessa, in profondità, il suo paesaggio e la sua cultura. Proveniva da una famiglia, per i canoni dei luoghi, agiata: il padre, Giovanni Antonio (noto Ziu Totoni), era un uomo di sicuro intelletto, studente in legge, amante della poesia, possidente terriero, e quindi sindaco di Nuoro (nel 1892); la madre, Francesca Cambosu, appariva come una donna schiva, a tratti severa, devota alla famiglia e poco consona alla vita sociale del paese, come l'usanza del periodo d'altronde dettava (vestiva con il tipico costume nuorese della sua epoca, e non leggeva, né scriveva, né parlava l'italiano, ma solo la lingua locale), "una vera donna sarda, coraggiosa, onesta, il pilastro della nostra casa", come ebbe modo di dire la stessa figlia.

"Mutiamo tutti, da un giorno all'altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano". (Versi e prose giovanili, G. Deledda, 1938).

La prima casa della famiglia Deledda fu un piccolo appartamento, registrato in via Su gutturu 'e fureddu, n. 68, la strada principale della Nuoro di metà Ottocento (quella che separava la parte nuova della città, degli agricoltori, dalla più antica, usata dai pastori). La scrittrice nacque in questa via, e ci visse fino a circa due anni d'età, quando la nuova casa più grande non fu pronta ad accogliere la famiglia diventata più numerosa.

Grazia DeleddaC'è da dire che la letteratura era già di casa nella famiglia Deledda, tanto che la piccola Grazia sin da piccola poté approfittare di lezioni private d'italiano, latino e francese. Proseguì poi gli studi da autodidatta, perché alle femmine all'epoca non era consentita l'ulteriore istruzione. Nonostante il bene profondo per la madre, era chiara l'idea che mai avrebbe voluto vivere una vita come la sua, e di sicuro l'ammirazione che provava per il padre era comunque inequivocabile. Dal padre, Grazia aveva ereditato la curiosità intellettuale e con il padre aveva dato vita ad una serie di dibattiti letterari, piuttosto rari nella Nuoro dell'epoca, città di non alta  risonanza culturale, non fosse per alcuni altri importanti artisti quali Francesco Ciusa, Sebastiano Satta, e ancora Ballero, Gallisay, Dessanay e Giacinto Satta.

Ancora giovanissima, conobbe Enrico Costa, letterato sassarese, nonché scrittore, storico e archivista, che divenne figura fondamentale nella vita letteraria della giovane Deledda. Fu così che, appena 17enne pubblicò dei racconti per alcune riviste nazionali (Sangue sardo scritto nel 1888 tra questi), per iniziare in qualche modo un primo contatto con il mondo letterario italiano. Si appassionò in particolare alla letteratura russa. Scrisse un romanzo a puntate, Memorie di Fernanda, e diversi novelle, tra cui, a Milano, una serie di dedicata all'infanzia Nell'azzurro. Del 1895 è il suo romanzo Anime oneste, del 1896 La via del male, del 1897 Paesaggi sardi.  Dopo questa prima esperienza, Grazia aveva capito quanto fosse importante trovare il modo per promuovere il suo lavoro, e fu così che creò una sorta di gruppo "epistolare", dove cioè si potevano coltivare relazioni e dove soprattutto il suo ruolo nel mondo letterario potesse ottenere più considerazione.

Grazia Deledda con Palmiro Madesani e il figlio SardusNonostante il suo fisico minuto (la sua statura non superava il metro e 54 cm), la caparbietà e l'ambizione erano di sicuro punto cardine del suo carattere. Questo la portò a lasciare l'isola, quando insieme al marito, Palmiro Madesani (un mantovano, funzionario del Ministero delle Finanze che poi diventerà suo agente letterario, conosciuto nel 1899 a Cagliari e sposato solo dopo due mesi dal primo incontro), pensò di trasferirsi a Roma alla ricerca della fama.

Grazia DeleddaPer molti, soprattutto per i suoi concittadini, la fama la ottenne raccontando uno spaccato isolano forse impensabile ai continentali: storie di donne sottomesse, di banditi, di vendette. Certo è che a Roma conobbe scrittori, artisti, critici, editori, anche se la sua riservatezza la tenne lontana dai salotti mondani. Ebbe due figli dal Madesani, Franz e Sardus, e produsse una ben vasta attività letteraria, tra cui Il vecchio e la montagna (1900), Elias Portolu (1903), Cenere (1904), L'Edera (1908), Sino al confine (1911), Colombi e sparvieri (1912), Canne al vento (1913) (la sua opera più conosciuta), L'Incendio nell'Oliveto (1918), Il Dio dei venti (1922).

I suoi erano scritti ormai così apprezzati che vi fu anche chi, come Eleonora Duse, interpretò un film (muto) ispirato ad una delle sue opere (in questo caso Cenere). Grande l'ammirazione tra gli intellettuali della sua epoca, nomi italiani come Verga, Pancrazzi, Baldini, Pirandello, giusto per nominarne alcuni, e stranieri come D.H Lawrence (che pure conosceva bene la Sardegna).

Nel 1926 le fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura, "Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano".

Grazia Deledda alla premiazione del nobelMori dieci anni dopo, nel 1936, a Roma, nella sua casa al numero 15 di Via Imperia, (all'epoca via Porto Maurizio), nel quartiere Nomentano, la stessa dove aveva ricevuto il messaggio del nobel, che aveva arredato in completo stile sardo. Morì di cancro al seno, all'età di 64 anni, in un caldo giorno di Ferragosto. Lasciò all'Italia intera un imponente eredità di 32 romanzi, 250 racconti, 2 drammi teatrali, versi, un libretto d’opera, una raccolta di tradizioni popolari sarde, la sceneggiatura per il film tratto dal suo romanzo Cenere. La sua ultima opera è intitolata La chiesa della solitudine, del 1936. Postume furono pubblicate Cosima, nel 1937 e Il cedro del Libano, nel 1939.

A Nuoro, oggi, la casa natale di Grazia Deledda, è adibita a museo. A migliaia di anni luce, un cratere di 32 km di diametro sul pianeta Venere porta il suo nome.

Leggi il sommario di Canne al Vento.

Cronologia delle Opere

Memorie di Fernanda, Ed. Perino, Pubblicato a puntate per la rivista Utima moda, 1888

Nell'azzurro!..., Milano, Trevisini, 1890.

Stella d'oriente/Ilia di Saint-Ismael, Cagliari, Tip. Edit. dell'Avvenire di Sardegna, 1890.

Fior di Sardegna, Roma, Perino, 1891.

Racconti sardi, Sassari, Dessì, 1894.

Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, Roma, Forzani e c. tipografi del Senato, 1894.

Anime oneste. Romanzo famigliare, Milano, Cogliati, 1895.

La via del male, Torino, Speirani e Figli, 1896.

L'ospite, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1897.

Paesaggi sardi, Torino, Speirani e Figli, 1897. (Lo trovate anche all'interno di Versi e prose giovanili, Milano, Treves, 1938.)

Il tesoro, Torino, Speirani e Figli, 1897.

Tentazioni. Novella sarda, "Nuova Antologia", 1898; Milano, Cogliati, 1899.

La giustizia, Torino, Speirani e Figli, 1899.

Giaffà. Racconto, Milano-Palermo, Sandron, 1900.

Il vecchio della montagna, Torino, Roux e Viarengo, 1900.

Elias Portolu, "Nuova Antologia", agosto-ottobre 1900; Torino-Roma, Roux e Viarengo, 1903.

La regina delle tenebre, Milano, Agnelli, 1902.

Dopo il divorzio, Torino, Roux e Viarengo, 1902.

I giuochi della vita, in "Nuova Antologia", 1902; Milano, Treves, 1905.

Cenere, Roma, Nuova Antologia, 1904.

Nostalgie, Roma, Nuova Antologia, 1905.

L'ombra del passato, Roma, Nuova Antologia, 1907.

Amori moderni, Roma, Voghera, 1907.

Il nonno. Novelle, Roma, Nuova Antologia, 1908.

L'edera, in "Nuova Antologia", 1908; Milano, Treves, 1921.

Il nostro padrone, Milano, Treves, 1910.

Sino al confine, Milano, Treves, 1910.

Nel deserto, Milano, Treves, 1911

Colombi e sparvieri, Milano, Treves, 1912.

Chiaroscuro. Novelle, Milano, Treves, 1912.

Canne al vento, "L'Illustrazione italiana", 12 gennaio-27 aprile 1913; Milano, Treves, 1913.

Le colpe altrui, Milano, Treves, 1914.

Marianna Sirca, Milano, Treves, 1915.

Il fanciullo nascosto. Novelle, Milano, Treves, 1915.

L'incendio nell'oliveto, Milano, Treves, 1918.

Il ritorno del figlio; La bambina rubata. Novelle, Milano, Treves, 1919.

La madre, Milano, Treves, 1920.

Il segreto dell'uomo solitario, Milano, Treves, 1921.

Il Dio dei viventi, Milano, Treves, 1922.

Il flauto nel bosco. Novelle, Milano, Treves, 1923.

La danza della collana, Milano, Treves, 1924.

La fuga in Egitto, Milano, Treves, 1925.

Il sigillo d'amore, Milano, Treves, 1926.

Annalena Bilsini, Milano, Treves, 1927.

Il vecchio e i fanciulli, Milano, Treves, 1928.

Il dono di Natale, Milano, Treves, 1930.

Il paese del vento, Milano, Treves, 1931.

La vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932.

Sole d'estate, Milano, Treves, 1933.

L'argine, Milano, Treves, 1934.

La chiesa della solitudine, Milano, Treves, 1936.

Cosima, in "Nuova Antologia", 16 settembre e 16 ottobre 1936; Milano, Treves, 1937..

Versi e prose giovanili, Milano, Treves, 1938.

Il cedro del Libano. Novelle, Milano, Garzanti, 1939.

Lettera autobiografica a Onorato Roux

Roma 4-3-1907

Egregio Amico,

Le dissi già, e più di una volta, che io non ho, della mia infanzia e della mia prima giovinezza (perchè neppure ora son vecchia), ricordi tali da offrire ad esempio ai giovani lettori del suo nuovo libro.

E, anzitutto, Le rivolgo una domanda, che Ella ha già rivolto a me, a proposito di altri scrittori. Sono io «illustre»? Francamente, credo di no; «ancora no» ! Forse, in avvenire, sì. E questo che sembra segno di modestia, potrebbe esserlo di superbia, perchè presuppone in me la speranza di fare in seguito opere molto più perfette di quelle che finora ho fatto.

Come, dunque. Le dissi, e come Le ripeto (tanto per accontentarla) io non ricordo, nella mia infanzia e nella mia prima giovinezza, nessun fatto veramente degno di essere raccontato. Non sono stata una bambina precoce; non ho conosciuto personaggi storici; non ho il ricordo di avventure straordinarie svoltesi nella mia famiglia.

Il quadro della mia infanzia e di tutta la mia giovinezza fino al giorno in cui mi sono sposata e ho abbandonato la natia Sardegna, mi appare come un quadro biblico, popolato di figure patriarcali, primitive, alcune nobilissime, altre violenti, con uno sfondo di paesaggio montuoso e pittoresco.

Io non ho conosciuto mio nonno, neanche in ritratto; ma da quanto ho udito raccontare di lui m'immagino Ch' egli fosse un artista, primitivo sì, ma artista. Egli era un agricoltore oriundo delle montagne di Fonni (come Anania Atonzu, l’eroe del mio romanzo: Cenere); ma a tempo perduto, scolpiva nel legno, ed anche nella creta. Faceva statuine di Santi. Ciò, sebbene egli fosse un uomo serio e saggio, ricercato per i suoi consigli e i suoi pareri, gli valse la derisione degli arguti e spesso maliziosi popolani nuoresi. Fu soprannominato «Su Santaju » (fabbricante di santi). E il mestiere (o l'arte) del «Santaju» non doveva essere molto apprezzato in quei tempi, perchè ricordo che mio Padre raccontava celiando come una ragazza nobile, della quale egli si era innamorato, lo deridesse, dicendogli che apparteneva alla «razza dei Santai ». Questa ragazza, poi, cadde in bassa fortuna e rammento che essa, vecchia, veniva a casa mia per chiedere soccorso.

Anche mio Padre era uomo intelligentissimo: come mille volte fu raccontato dai miei biografi, egli era un poeta estemporaneo dialettale. Di una bontà incredibile, egli conservava, forse, la sua natura di poeta anche nel trattare gli affari, perchè aveva fiducia in tutti, aveva pietà di tutti, si lasciava raggirare da tutti.

La nostra casa era una specie di piccolo albergo gratuito. Da venti paesi del circondario di Nuoro venivano ospiti che se ne stavano due, tre e persino otto giorni in casa nostra. Erano tipi caratteristici: popolani, borghesi, preti, nobili, servi, dei quali io conservo vivissimo il ricordo.

Uno di questi ospiti, un sant'uomo dal viso di apostolo, fu il mio padrino: il più saggio e il più filosofo degli uomini che io abbia conosciuto.

Veniva spesso anche un piccolo prete gaio e mattacchione, che alcuni miei compaesani hanno riconosciuto in uno dei miei romanzi.

Morto mio Padre, la nostra casa fu meno frequentata; io incominciai la mia «carriera» di scrittrice; ed Ella ricorderà, certo, le novelline ingenue che io, quindicenne appena, Le mandai allora per il suo «Paradiso dei bambini».

È stato anche cento volte raccontato dai giornali come la mia famiglia e tutta la buona popolazione nuorese accogliesse con poco favore le mie prime manifestazioni letterarie. E, forse, non avevano torto di ridersi di me, tanto i miei primi scritti erano puerili! Ma io perseverai.

Ecco: se c'è stato un merito in me giovinetta, quasi bambina ancora, è stato quello della perseveranza. Altro non ne vedo. Io non so ancora se abbia raggiunto o raggiungerò uno scopo, nella vita; e non saprei dire quale fosse lo scopo da me sognato nella mia adolescenza, quando scrivevo di nascosto per il solo gusto (forse!) di aver un ideale da raggiungere; ma so che ho preso allora abitudine di perseverare e che quest'abitudine è la sola bella passione giovanile, chiamiamola pure così, che oggi mi resti.

Grazia Deledda.

Ad Onorato Roux   

Roma.

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