Harry Potter libri

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Harry Potter libri

Cosa ha di magico Harry Potter?

Sette volumi tradotti in più di sessanta lingue. Milioni di copie vendute. Tre libri collegati. Otto film. Numerosi videogiochi. Un parco tematico. Case milionarie costruite con ambienti ad esso ispirati. Gadgets innumerevoli. Siti web dedicati, forum e communities. Più di venti libri scritti da vari autori in varie parti del mondo che trattano, sviscerano, criticano, esaltano, dileggiano il suddetto.

Varie correnti di pensiero pro e contro il sette volte libro "Harry Potter" ed i "fenomeni" ad esso connessi si sono avvicendate e fronteggiate nel corso degli ultimi anni. I cattolici hanno detto che era anti-cattolico e diseducativo. Quelli di destra hanno detto che era di sinistra. I progressisti hanno detto che era conservatore. Le femministe hanno detto che era maschilista. Gli estimatori del genere fantasy hanno detto che non era un vero fantasy. I non so come definirli hanno detto che era un testo fallocentrico, caratterizzato dall’ossessiva presenza di una chiara simbologia fallica androcentrica (con particolare riferimento ai duelli con bacchette... Maghi, non se ne può davvero più, mollate le bacchette e cominciate ad usare qualcosa di meno allusivo, no?).

Non sono né una critica letteraria, né una sociologa, né una critica cinematografica, ma sono una buona lettrice ed ho studiato Lettere (per cui non ho niente di meglio da fare che scrivere per il web le mie elucubrazioni su simili libri fantasy-non fantasy…), perciò ho provato a partire dal principio, per capire le ragioni di tale e tanto successo e di tali e tante critiche. Ho preso il primo libro della saga ed alla tenera età di trent’anni ho iniziato a leggere "Harry Potter e la pietra filosofale", edito in Italia da Salani. Avevo già visto alcuni film e mi avevano catturata, diciamo così, ma volevo andare alla fonte per toccare con mano, come dicevo, le ragioni di tanto turbamento globale.

Il primo libro "Harry Potter e la pietra filosofale

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Dalle prime pagine l’autrice, l’inglese J. K. Rowling, ti trascina in un mondo tenero, infantile, dal linguaggio semplice e dalle immagini domestiche, tipizzate, familiari. Il soggetto è quello classico del bambino orfano sfortunato ospitato da familiari terribili che lo bistrattano dalla mattina alla sera, relegandolo in grigi meandri della casa, facendogli mangiare la briciole di quello che il loro grasso figlio Dudley consuma in quantità imbarazzanti ed umiliandolo continuamente. Quanti cartoni animati/film che abbiamo visto e romanzi che abbiamo letto da piccoli disegnavano scenari simili! Ma ecco che, in questo avvilente panorama, compare la magia, deus exHarry Potter machina pronto a salvare il piccolo sfortunello da un ben triste futuro. Harry, avendo compiuto undici anni, potrà lasciare la casa dei parenti per raggiungere la Scuola di Magia di Hogwarts, dove giovani babbani (cioè umani), maghetti ed ibridi studiano sette anni per diventare maghi e streghe. Emergerà man mano che la storia è molto più complessa di quel che sembra, perché Harry è una specie di prescelto (altro topos, cioè luogo comune della letteratura fantasy e non solo) che dovrà cimentarsi in mille sfide, affrontare prove, superare difficoltà, aiutato da amici e sostenitori, fino allo scontro finale con l’antagonista per eccellenza, l’innominabile Lord Voldemort. Luoghi comuni, dicevamo. Ce ne sono a bizzeffe. Il bene ed il male che si fronteggiano, a volte in modo più scoperto, a volte più clandestinamente. Il protagonista che, in un modo o nell’altro, se la cava sempre. Il preside mago super-saggio, Albus Silente, in perfetto stile "Gandalf" di "Il Signore degli anelli", ma con qualcosa anche di Mago Merlino e del professore dei sogni di tutti noi. Il guardiano selvatico e rozzo, Hagrid, che si circonda di creature repellenti, ma che in fondo è buono come il pane. Gli amici del cuore dai caratteri apparentemente molto standardizzati, ossia la secchiona ed il rossocrinito goffo e permaloso, i co-protagonisti. Il cattivo che neanche a scavargli dentro con le più fini arti esplorative si troverebbe mai un barlume di bontà.

Però… Però. Che devo dire? Io sono stata assolutamente rapita da questa lettura. Già dalle prime pagine, sarà stato il testo semplice, ma al tempo stesso ben scritto, o la tenerezza e familiarità delle situazioni e dei personaggi, o la facilità assoluta con cui ci si immedesima nel protagonista e negli altri, forse proprio per l’apparente eccesso di caratterizzazione… Tuttavia è innegabile: l’effetto è stato immediato e mi ha spinto a continuare la lettura. L’approccio di Harry col nuovo mondo della magia è incredibilmente affascinante. Ancora, nulla di nuovo… Lo abbiamo letto nel libro e visto nel film "La Storia Infinita", sta alla base di "Alice nel Paese delle Meraviglie", per non parlare di "Le cronache di Narnia", "La bussola d’oro", però… però. Era da un po' che non succedeva. La Rowling ti catapulta con Harry in questa nuova dimensione in modo incredibilmente magnetico. Il salto che Harry fa nella stazione di partenza del treno per Hogwarts è il salto bellissimo che il lettore compie con lui nel mondo della magia. Il binario nove e tre quarti nella stazione ferroviaria di King’s Cross, a Londra, non esiste agli occhi dei babbani, e di Harry quando non è ancora completamente dentro il suo nuovo mondo, ma bisogna saltare, avendo fede che al posto del muro su cui chiunque temerebbe di sfracellarsi, tra i binari nove e dieci, ci sia davvero un magico binario nove e tre quarti, da cui parte un magico treno, metaforicamente interpretabile come il treno della fantasia.

Magica è anche la prima descrizione del villaggio di Hogsmeade, unico villaggio della Gran Bretagna ad essere abitato solo da creature magiche, e della Scuola di Hogwarts. Nel villaggio ci sono pub e negozi come in qualunque centro abitato inglese che si rispetti, che immaginazione però! Ad Hogsmeade c’è il pub "I tre manici di scopa", dove si beve la "burrobirra", una birra che va bene anche per bambini e ragazzi (molto politicamente corretto!), ma c’è anche il negozio "Mondomago", l’infestata "Stamberga strillante", la sala da tè per coppiette "Madama Piediburro" e così via.

La scuola invece si mostra come una specie di castello medievale con vasto parco tutt’intorno, cavalli volanti invisibili a chi non ha mai visto morire qualcuno (indovina indovinello? Harry Potter li vede…), bosco incantato proibito agli alunni e, all’interno dell’edificio, passaggi segreti, stanze invisibili, fantasmi che convivono con gli umani, elfi domestici che lavorano nei seminterrati, gufi postini e, meraviglia delle meraviglie (ammetto che me ne sono innamorata), quadri con immagini parlanti e semoventi, che interagiscono con gli alunni, sono testimoni di misfatti e a volte fanno anche i dispetti. Pensate un museo così…

La Rowling ha una capacità immaginativa e descrittiva incredibile. Sa dipingere rapidamente a chiari e suggestivi tratti le scene che man mano si delineano davanti agli occhi del lettore. La trasposizione cinematografica certo aiuta chi, come me, ha visto prima il film e poi letto i libri a figurarsi le immagini descritte, tuttavia non ho dubbi sul fatto che una scrittura così immaginifica ed efficace abbia molto "guidato" la mano di registi e sceneggiatori nella realizzazione delle pellicole. In effetti l’abilità rara dell’autrice sta, a mio parere, nell’aver creato un mondo intero, con personaggi, nomi, luoghi, abitudini e regole proprie, in cui viene facile entrare e da cui è difficile uscire. E’ chiaro che per apprezzare un’opera come questa bisogna avere una parte infantile ben intatta, altrimenti quello che immediatamente fa sognare un bambino, o un adulto non totalmente cresciuto, come me, a questo punto, indispettisce, fa sorridere con superiorità, non convince o addirittura stufa.

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Ma non tutti i sette libri della saga vanno avanti su questa linea infantile. Procedendo nell’ormai irrinunciabile lettura della catturante serie, essendone ormai completamente dipendente, mi sono accorta in un barlume di lucidità che, molto abilmente, l’autrice faceva crescere i personaggi. Non parlo solo dell’età, visto che in ogni libro i protagonisti sono più grandi di un anno. Con il progredire dei libri cambia il linguaggio, le situazioni si complicano, i caratteri apparentemente più delineati mostrano lati inaspettati, elementi "dark" ed "horror" si fanno spazio tra le pagine di un romanzo che, a mio giudizio già dal secondo libro, non è più per bambini.

Nel secondo libro, "Harry Potter e la camera dei segreti", Harry comincia ad entrare più intensamente in contatto col male. Voci terrifiche gli parlano nella testa, serpenteschi sibili vengono da lui compresi ed emessi (perché parla il Serpentese, la lingua dei serpenti), il ricordo del sangue già versato in passato fa temere per l’incolumità dei protagonisti. In un crescendo di tensione il lettore è sempre più avvinto dalla lettura del libro.

Nel terzo libro, "Harry Potter e il prigioniero di Azkaban", la sensazione di paura di qualcosa di grande e terribile che sta per succedere cresce e si estende al di fuori della scuola. Il micro mondo protetto di Hogwarts comincia a conoscere frequenti intromissioni esterne da parte del Ministero della Magia, che si farà sempre più ambiguo e, presumibilmente, colluso col male. Fanno la loro comparsa i dissennatori, in inglese dementors. Si tratta di creature oscure, guardiane della prigione dei maghi di Azkaban, da cui evade Sirius Black, che poi si scoprirà essere il padrino di Harry Potter, amico di gioventù del suo defunto padre. Si nascondono sotto un mantello nero da cui sporgono soltanto le mani decomposte. Affascinanti, direi. Il loro bacio uccide le persone non completamente, ma gli toglie la gioia, quindi le riduce ad esseri spenti, delle specie di vegetali. Pare che la Rowling abbia creato queste figure per alludere alle sensazioni provate durante un suo periodo di depressione. L'unico modo per scacciarli è evocare un Patronus, una sorta di creatura fantastica pensata e materializzata, con l'incantesimo "Expecto Patronum", che Harry impara ad eseguire dimostrando di esser migliorato come mago, visto che spesso, nei due libri precedenti ed a volte anche dopo, passa per uno un po’ incapace che viene provvidenzialmente aiutato da tutto e da tutti, in quanto prescelto non si sa ancora quando nè da chi nè perché (non per bestemmiare, ma in effetti quanti eroi della mitologia classica, ad esempio, sono delle specie di burattini nelle mani degli dei e del fato? Se dico Enea, Ulisse o Achille, per quanto valorosi, vi sconvolgete?).

Nel quarto libro, "Harry Potter e il calice di fuoco", assistiamo alla sua crescita definitiva. Il libro comincia con un sogno di Harry che è puro horror: Lord Voldemort ed il suo viscido pusillanime servitore Codaliscia (belli i nomi, eh? Qui, e non solo, complimenti ai traduttori) si sono rifugiati temporaneamente e clandestinamente nella villa dei Riddle, la famiglia d’origine dell’oscuro Lord Voldemort. Frank, anziano custode babbano della casa, vede una luce che proviene da una camera della villa e va a controllare, ma viene scoperto dal serpente Nagini, compagno fedele di Lord Voldemort, e viene brutalmente ucciso dallo stesso. Al suono delle urla del vecchio, Harry si sveglia all'improvviso dall'incubo, nel suo letto babbano nella sua casa babbana di Privet Drive, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico (ormai Harry ha quattordici anni), ma qualcosa ci dice che proprio di un sogno non si trattava… La cicatrice iniziatica del prescelto fa male (gliela fece Lord Voldemort quando uccise i suoi genitori, mentre Harry rimase miracolosamente illeso). E questo dolore, segno della vicinanza dell’antagonista e di un ancora misterioso, quanto inquietante collegamento tra i due, lo accompagnerà per buona parte del romanzo. In questo libro la morte fa la sua comparsa definitiva, con i Mangiamorte, segnati col marchio nero di Lord Voldemort, suoi fedeli quanto crudeli servitori, in attesa del suo ritorno. Harry in questo libro comincia a diventare davvero odiosetto, essendo in effetti ormai teen-ager a pieno titolo. E’ anche vero che probabilmente gli è ormai chiaro di essere il prescelto per… per… per fare cosa in effetti? Sconfiggere Lord Voldemort? O semplicemente morire? Be’, anche ad un adulto seccherebbe un po’, figuriamoci ad un pre-adulto in età critica… Qui fanno la loro comparsa anche i primi turbamenti amorosi. E’ spettacolare seguire i protagonisti nelle loro evoluzioni caratteriali, a tratti semplificate, ma comunque efficacemente connotate, come in un romanzo di formazione di tutto rispetto.

Nel quinto libro, "Harry Potter e l’Ordine della Fenice", Harry, dopo aver visto morire un suo compagno di scuola per mano di Lord Voldemort, è sempre più ossessionato dalla presenza del malefico antagonista. A scuola è ritenuto, tuttavia, un folle visionario. Si sente sempre più solo ed incompreso, in un crescendo continuo di nervosismo, paura, attesa. Silente, il preside saggio, gli spiega finalmente cosa sta dietro le molte cose che gli accadono: Harry è una sorta di predestinato (come sospettavamo già) e un legame perverso e fascinoso lo unisce al cattivissimo Voldemort. In pratica Harry è l’unico sopravvissuto al tentativo omicida dell’innominabile, perché protetto dalla magia più forte di tutte, l’amore materno, espressosi con l’estremo sacrificio della madre di Harry per proteggerlo da Lord Voldemort ("Ohhhhhhhhhhh!"). Nel frattempo, con capofila Hermione, prima della classe ed amica di Harry, un gruppetto di fedelissimi si raduna intorno a lui per formare una squadra: è tempo di imparare a difendersi dalla magia nera che Voldemort ed i suoi usano come fosse acqua, mentre i buoni trafficano con innocue sfere di cristallo e fialette puzzolenti o poco più. Si comincia a formare uno schieramento quasi definitivo di buoni contro cattivi, fondamentale nell’ultimo libro.

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Il sesto libro, "Harry Potter e il principe mezzosangue", comincia con il Ministero della Magia che finalmente ammette il ritorno di Voldemort sostituendo il vecchio Ministro negazionista con un ex-Auror, ossia un cacciatore di Mangiamorte. Il fatto che anche il Primo Ministro babbano venga avvisato degli accadimenti in corso rivela che ormai la lotta tra il bene e il male è senza quartiere e potrebbe coinvolgere anche gli umani. A questo punto siamo ben lontani dalle atmosfere domestiche e fiabesche del primo libro. Harry si prepara per un ormai certo scontro finale con Lord Voldemort e Silente gli fa da maestro, raccontandogli della vita dello spietato rivale quando era ancora Tom Riddle, e non solo. L’odiatissimo maestro di Pozioni Severus Piton intanto diventa insegnante di Arti Oscure, ruolo che avrebbe voluto ricoprire da sempre. Per tutto il sesto romanzo Harry studia Pozioni su un libro appartenuto proprio a Piton da giovane, "il principe mezzosangue", appunto, come si scoprirà poi. Qui fanno la loro comparsa gli Horcrux, oggetti nei quali Lord Voldemort ha nascosto una parte di sé: trovandoli e distruggendoli Harry e Silente potranno annientarlo. Tuttavia, in un tragico quanto indimenticabile momento, in cima alla Torre di Astronomia, dopo che i Mangiamorte hanno ormai lanciato il loro famigerato marchio nero anche sull’apparentemente inattaccabile Scuola di Magia di Hogwarts, il saggio, venerabile, rassicurante Albus Silente viene ucciso da Severus Piton. E qui, sfido chiunque, di qualunque età, sesso, religione, orientamento politico a non commuoversi o comunque perlomeno rimanerci malissimo. Le accuse di buonismo, banalità e conservatorismo mosse alla Rowling vanno a farsi benedire: non si può far morire Mago Merlino così (senza essere perlomeno un po' cinici)! Comunque, la lettura va avanti con il funerale di Silente (vabbè, qui davvero puro, infinito dolore… ma stiamo ancora parlando di quello che dovrebbe essere un libro per bambini???); viene sepolto nel parco di Hogwarts, in riva al lago. Il libro si chiude con Harry che discute con gli inseparabili amici Ron ed Hermione, ormai mezzi innamorati l’uno dell’altra, affermando di non voler tornare ad Hogwarts l'anno successivo: Harry propone di dedicarsi esclusivamente alla ricerca dei rimanenti Horcrux, così da poter distruggere Voldemort una volta per tutte. I due acconsentono a seguire l’amico.

Col settimo libro, "Harry Potter e i doni della morte", la saga si conclude. E’ l’unico dei sette libri che non inizia col ritorno di Harry e compagni a scuola, vista la scelta da loro compiuta alla fine del sesto libro. Ed è il più complicato e difficile da riassumere, perché scioglie tutti gli intricatissimi nodi della serie. Ormai Voldemort si è riunito ai Mangiamorte suoi fedeli. Severus Piton fa parte del gruppo ed è nuovo Preside di Hogwarts. Harry ed Hermione mettono in salvo le loro famiglie, in preparazione dello scontro finale, che, ormai è chiaro, avrà conseguenze devastanti. All’inizio Harry, ora diciassettenne, è circondato da persone che lo proteggono e lo scortano, ma presto si troverà solo coi due giovani amici. E’ più maturo e meno insopportabile che nei libri mediani, ma sente sempre più forte il peso della responsabilità che ha, ed è arrabbiato con Silente, che lo ha lasciato solo senza spiegargli fino in fondo il da farsi. Silente invece aveva preparato per lui, Hermione e Ron dei doni che saranno fondamentali nella caccia agli Horcrux. Infiltrandosi al Ministero della Magia per recuperarne uno, i tre scoprono che le cose sono molto cambiate: maghi e streghe babbani di nascita (come Hermione) sono perseguitati, mentre si cerca di dimostrare la superiorità dei maghi purosangue, secondo il pensiero "purista" di Lord Voldemort. Visto che ormai anche la politica sta con i cattivi, la sensazione di paura e solitudine è totale. Harry ed i due amici cominciano un viaggio molto lungo, che li porterà a vagare tra campagne, boschi, scogliere sperdute, nascondendosi, visto che ormai una taglia pende sulle loro teste, e cercando di portare a compimento la loro missione. La pressione, la stanchezza, la fame si fanno sentire. La diffidenza, la rabbia e l’accusa si insinuano, come voldemorteschi serpenti, tra i tre. Ron ad un certo punto cede e se ne va, lasciando Harry ed Hermione, dei quali è geloso. Tornerà presto, tuttavia la fuga, le atmosfere angosciose del viaggio, la perenne sensazione dell’inseguimento, la perdita dell’innocenza, tutto fa di questo libro, ormai a pieno diritto, un libro per adulti, a mio parere, o, meglio ancora, per ragazzi diventati grandi leggendolo. I doni della morte entrano in gioco. Nelle "Fiabe di Beda il Bardo" che Silente ha lasciato ad Hermione si racconta la storia di tre fratelli e della Morte: i tre, avendo ingannato la Morte, ne avevano ricevuto un premio, i doni della morte, appunto, ossia una bacchetta invincibile (la bacchetta di sambuco), una pietra in grado di riportare indietro i morti (la pietra della resurrezione) e il mantello dell’invisibilità che non si consuma mai. Harry si convince che solo trovandoli tutti potrà sconfiggere Voldemort. Intanto però bisogna finire di recuperare gli Horcrux. Dopo mille peripezie, ai tre resta solo l’ultimo Horcrux da trovare e distruggere. E come in una perfetta struttura ad anello che si rispetti, dove si torna? Ad Hogwarts, perché è lì che sta l’ultimo "pezzo" dell’anima di Voldemort. La scuola è completamente cambiata. C’è un clima di terrore e gli ex-compagni di Harry hanno organizzato un vero e proprio esercito, l’Esercito di Silente, per battere i cattivi. Neville, il più goffo dei goffi, si è ormai riscattato diventando il fichissimo capo dell’Esercito stesso. Harry è convinto che l’ultimo Horcrux sia la Coppa di una delle quattro casate di Hogwarts, quella di Tassorosso (le altre sono Corvonero, Serpeverde e Grifondoro). La professoressa McGranitt, vice-preside, viene avvisata da lui che sta per esserci la battaglia finale contro Voldemort ed i suoi. E questa comincia. Vari eroi ed amici di Harry muoiono per mano dei Mangiamorte. Nel frattempo si scopre che di Horcrux da distruggere ne rimangono non uno, come Harry pensava, ma due, e cioè Nagini, il serpente di Voldemort, ed il nostro eroe in persona. Piton muore, ma il Pensatoio, strumento super-fantastico che, sfilando i pensieri dalla testa, li fa vedere chiaramente in una specie di maxi-sfera di cristallo, mostra ad Harry la verità: Piton è sempre stato dalla parte di Silente (allora non era cattivo! Brava Rowling! Sorpresa notevole, anche se un sospettino c’era sempre stato…), poiché aveva amato, fin da bambino, Lily, la madre di Harry. Anche l'assassinio di Silente è stato un ordine dello stesso, che stava per morire perché malato. E’ ora che Harry scopre che Voldemort aveva, non volendo, creato un settimo Horcrux: la sua anima, quando aveva tentato di uccidere Harry bimbo, era tanto distrutta che se ne era staccato un pezzo, che aveva occupato il corpo dell'essere vivente più vicino, ovvero il nostro neonato (attivando la connessione fra le due menti che ha torturato Harry per sette libri e otto film, e conferendogli varie capacità proprie di Voldemort, come il saper parlare in Serpentese). L'unico modo per distruggere questo Horcrux è che Harry venga ucciso da Voldemort. Harry quindi avverte Neville che bisogna uccidere Nagini, poiché lui non potrà farlo, e va al patibolo, verso la Foresta Proibita, dove si trova Voldemort. Mentre cammina, si ricorda del boccino d’oro lasciatogli in eredità da Silente, con incisa la scritta "mi apro alla chiusura". Lo inserisce in bocca e dice "sto per morire". Il boccino finalmente si apre (Harry ci aveva provato già parecchio), rivelando al suo interno il terzo ed ultimo dono della morte, la pietra della resurrezione, essendo gli altri due il mantello dell’invisibilità, già in possesso di Harry, e la bacchetta di sambuco di Silente, in possesso di Voledmort. Con la pietra della resurrezione compaiono i genitori di Harry, il suo padrino Sirius Black, ormai defunto, ecc., tutti lì ad incoraggiarlo per l’imminente sfida mortale. Ed ecco Voldemort, che scaglia contro Harry la maledizione senza perdono "Avada Kedavra" per ucciderlo. Ma Harry si risveglia magicamente in un luogo molto strano, dove Silente gli appare e gli spiega tutte le cose che non aveva mai potuto svelargli: egli non può essere ucciso da Voldemort, che usò il suo sangue per ridare vita al proprio corpo; la protezione di Lily lega entrambi. Silente spiega ad Harry che avrebbe dovuto lasciarsi uccidere volontariamente, così che la maledizione di Voldemort distruggesse per sempre la parte dello stesso che Harry aveva dentro di sé. In gioventù, Silente stesso aveva cercato i Doni della Morte, ma ora pensa che sia Harry "il prescelto" per riunire i tre oggetti. Harry chiede a Silente se questa scena sia reale o sia nella sua testa e il mago risponde che ovviamente è nella sua testa, ma non per questo è meno reale… Che classe, anche da morto! Harry ha comunque la possibilità di proseguire, o tornare indietro per fermare Voldemort, cosa che decide di fare. Agli occhi di tutti nel frattempo il ragazzo è morto. Davanti al suo presunto cadavere, il fichissimo ex-pavido Neville affronta con coraggio Voldemort, facendosi torturare. Intanto, i Centauri dal bosco attaccano. Nel caos successivo, Harry si copre con il mantello dell'invisibilità, e scappa, mentre Neville riesce a liberarsi e uccidere Nagini, decapitandola con la spada di Godric Grifondoro, simbolo di una delle quattro casate, quella di Harry. La battaglia ha di nuovo inizio, ma stavolta i buoni sono di più. Voldemort, pur combattendo personalmente, non riesce a uccidere nessuno: infatti, Harry era andato incontro alla morte per salvare i suoi amici come sua madre era morta per salvare la sua vita, creando una sorta di schermo di protezione nei loro confronti, con il suo gesto di puro altruismo. Harry, inevitabilmente, si ritrova faccia a faccia contro Voldemort, ormai solo e circondato. Il ragazzo è in difficoltà: il Signore Oscuro ha la bacchetta di sambuco, quella che era di Silente, che non può essere sconfitta! Tuttavia, Harry ha capito che il vero padrone della bacchetta non era Piton, cui Voldemort l’aveva presa, ma Draco Malfoy, studente odiosissimo, giovane promessa del jet set dei Mangiamorte, che aveva disarmato Silente prima che Piton lo uccidesse (chi disarma un mago ottiene la sua bacchetta coi suoi poteri). Harry, avendo disarmato Draco in una precedente lotta, risulta quindi l’unico vero padrone della bacchetta di sambuco. Evviva. Quando Voldemort lancia la maledizione senza perdono contro Harry usando quella bacchetta, Harry lo disarma: i due incantesimi entrano in conflitto ed è quello di Harry a vincere, perché la bacchetta non può ferire il suo padrone legittimo. La bacchetta viene afferrata da Harry, mentre la maledizione di Voldemort rimbalza su di lui, uccidendolo una volta e per sempre. E qui ci scappa un paganissimo Amen (scusate cattolici anti-Harry Potter). Harry decide di non tenere la bacchetta, ma di rimetterla nella tomba di Silente, e di non recuperare la pietra della resurrezione, persa nella foresta, ma tiene il mantello dell'invisibilità, donatogli da suo padre James, che lo ha accompagnato quasi dall’inizio dell’avventura.

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Nell'epilogo della storia, diciannove anni dopo, si scopre che Harry ha sposato la rossa Ginny, sorella di Ron, ed hanno tre pargoli. Anche Ron ed Hermione si sono sposati (ma va?) ed hanno due figli. Si incontrano tutti il primo settembre alla stazione di King's Cross, dove è iniziato tutto, per accompagnare i loro figli al treno per Hogwarts. Una favola con tanto di mieloso lieto fine.

Questo libro qualcosa di davvero magico ce l’ha...

Ecco, riprendendo la premessa per cui io non sono né una critica letteraria, né una sociologa, né una critica cinematografica, ma una semplice lettrice che si è relazionata col testo nel modo più obiettivo possibile, posso solo dire cosa credo che abbia di magico, e scusate la ridondanza, "Harry Potter". Ci sono immagini, situazioni, personaggi, luoghi, che ti si fissano nella mente e non se ne vanno più. La stazione stessa, così inglese, così tipica, e così altra al tempo stesso, col famoso binario "liminale" di cui parlavo prima. La scuola, coi suoi momenti ricorrenti, come i discorsi inaugurali di Silente, il Cappello Parlante che attribuisce la Casa di appartenenza al nuovo allievo, lo spaesamento dei nuovi arrivati, le mangiate collettive ai grossi tavoloni, divisi per Case, gli scherzi e gli sfottò, la vergogna tipica dell’adolescente quando è additato dagli altri, il caos portato dai gufi porta-lettere, l’umiliazione di ricevere una strillettera da genitori o nonni, la fierezza degli ospiti stranieri che sfilano davanti a tutti dopo l’annuncio del Torneo Tre Maghi, le emozioni del primo ballo, le prime cotte, i primi incantesimi riusciti. Per non parlare della bellezza del primo Natale di Harry ad Hogwarts, dell’intimità dei raduni privati a casa di Hagrid, dell’emozione del Quidditch, con paure e gioie, goliardia e senso di responsabilità, delle lezioni, così riconoscibili, eppure così inconsuete, dei professori, così sorprendentemente tipizzati e degli alunni, forse un po' stereotipati in alcuni casi, ma così immediatamente familiari da risultare quasi dei fratellini o dei cugini, per quanto un po' strampalati, già dal primo momento.

I bambini più piccoli hanno probabilmente avuto paura già dal secondo-terzo-quarto libro, dipende dal tasso di coraggio, i pre-adolescenti ed adolescenti che hanno seguito il libro anno per anno, crescendo con Harry, Hermione e Ron, sono stati probabilmente il pubblico più azzeccato, ma io, adulta, l’ho amato e credo che gente più adulta di me non abbia disdegnato e non disdegnerebbe una simile lettura (anche se se ne vergogna... pare che ad un certo punto la casa editrice inglese, la Bloomsbury, abbia dovuto ristampare i libri con copertine diverse per renderli meno riconoscibili come libri per bambini... gli adulti che li leggevano lo chiedevano a gran voce). Io penso che "Harry Potter" possa essere una lettura per tutti perché chi vuole una buona scrittura la trova, chi cerca avventura pure, chi vuole poesia anche, chi cerca familiarità pure, chi ama la fantasia idem... Gli unici che probabilmente non sarebbero soddisfatti nel leggere libri così sono quelli che non sanno scollarsi di dosso la realtà quotidiana e che non sanno più sognare, come pure quelli che vedono cospirazioni, partiti, ideologie, tendenze e schieramenti anche nel colore che prende il cielo la mattina.

E allora non mi vergogno a dire che questo libro qualcosa di davvero magico ce l’ha. Al di là del marketing, al di là del business, al di là di tutto quello che è venuto dopo, credo che la Rowling abbia semplicemente inventato e descritto in modo meravigliosamente tenero, efficace, fiero, familiare e sognante, domestico ed eroico al tempo stesso un mondo che, così vicino, eppure così impossibile, ti conquista e ti innamora in modo raro. Che cos’è la buona letteratura se non questo? Un best-seller, un fenomeno globale non può essere anche un buon prodotto letterario? Bando agli snobismi. Io penso che in questo caso lo sia. Tutto il resto è sovrastruttura.

Articolo di Laura Panarese per Informagiovani Italia


 

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