Viaggio intorno alla mia camera - Xavier de Maistre

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"Viaggio intorno alla mia camera" è un libro insolito, scritto dal conte francese Xavier de Maistre mentre era in prigione per duello. Pubblicato nel 1794, il libro è una sorta di esplorazione della sua stanza, dove il protagonista si avventura in un viaggio immaginario attraverso i dettagli della stanza, scoprendo mondi interi nelle cose più comuni. Con la sua prosa vivace e ingegnosa, de Maistre ha creato un'opera che sfida la nozione tradizionale di viaggio, portando il lettore in un viaggio immaginario attraverso le strade della sua immaginazione.  FacebookTwitterYoutubeScrivi a Informagiovani Italia

 

Il cielo in una stanza, o forse più? Chissà cosa direbbero i nostri padri, e i padri dei padri, abituati com’erano a vivere all’aria aperta, a camminare scalzi, a sentir la pioggia sulla pelle e il sole, così caldo da bruciare i pensieri e lasciare la mente incapace di ragionare. Chissà cosa penserebbero di questo nostro tempo sospeso e tracciato da un orizzonte a tratti visibile, eppure intangibile, rinchiusi da colori che con l’arcobaleno poco hanno a che fare, forse. Il tempo vissuto ora, nel nostro presente, si concentra tutto all’interno di un perimetro definito, per lo più necessario, probabilmente, arrivato per combattere nemici invisibili che si espandono in una propagazione devastante. Questo nostro secolo, nella storia dei secoli che verranno, sarà ricordato per questo "status quo", che ha preso tutti con sorpresa, con stupore e incredulità. Uno status che ancora oggi, dopo mesi che iniziano a diventare incalcolabili, si fa sempre più concreto e allo stesso tempo più effimero. Sarà un limite, una prigionia fisica, o mentale, a trasformare, ancora di più, le vite di questa nostra grande umana presenza su questa terra?

Quante sono state nei secoli e nei millenni le "prigioni"? Impossibile calcolarle ed elencarle. Quei tempi remoti, spesso raccontati, osservati e testimoniati, vengono lasciati ai contemporanei e ai posteri quasi a monito di una vita non sperata eppur presente e in qualche modo utile.  L'uomo non è nuovo a tale tipo di 'esperienza', la ‘quarantena’ come la chiamano, essere prigionieri all’interno di quattro mura. Mura più o meno sconosciute, quelle di un tempo, o conosciute, come quelle attuali, pure amate e decorate, o odiate, sfuggite, eppur presenti a segnare un limite. Quale è questo limite, come identificarlo e misurarlo? Come capire consapevolmente, o meno, ciò che permette all’uomo di andare oltre: oltre le proprie sconfitte, oltre il proprio sguardo?

A guardar le ‘prigioni’ del passato, vengono in mente alcuni personaggi famosi, gli italiani Silvio Pellico o Antonio Gramsci, tra tutti. Eppure, è un nome quasi sconosciuto, sicuramente ai più, che balza in mente, e un periodo, fuori dai confini italiani, ma così importante per l’umanità, non solo quella europea. Il nome è quello di Xavier de Maistre e il periodo considerato è quello che va dalla Rivoluzione francese al periodo romantico. Lui, Xavier, piemontese di origine savoiarda, a volte anche citato come Saverio de Maistre, un casato illustre alle spalle, nato poco prima della Rivoluzione francese, era un militare di carriera quando decise di dar sfogo ad una innata passione per le arti e le lettere. Vissuto in quei territori ben tracciati dai Savoia, la sua fu una professione presa quasi con obbligo, visto che l’alternativa sarebbe stata quella di indossare l’abito talare e abbracciare il protocollo ecclesiastico, come l’usanza comandava alle famiglie nobili e a chi non fosse primogenito (e lui era infatti il penultimo di dieci figli). Il maggiore dei figli era Joseph, di dieci anni più grande, già conosciuto scrittore, nonché politico, giurista e reazionario (il genio di famiglia insomma, si direbbe). Certo è che lo stesso Joseph avrebbe fatto un passo indietro di fronte a quel fratello - minore - tanto amato, il tenente Xavier, il suo preferito, il ribelle appassionato alla vita, capace di vivere tutte le sfumature che "l’andare oltre può dare", tanto da spingersi a provare, come pochi prima, un viaggio in mongolfiera e arrivare a quasi duemila metri da terra. Da lassù sicuro riusciva ad andare oltre l’orizzonte, e vedere oltre il suo limite.

Eppure, il viaggio più importante e più grande di Xavier de Maistre non fu quello fatto ‘sopra in cielo’, bensì quello intrapreso tra le quattro mura di casa: una ‘prigione’ domestica, dettata dal confinamento obbligatorio arrivato a seguito di condanna. L’esperienza venne sapientemente riportata nella sua opera scritta nel 1794, Voyage autour de ma chambre - Viaggio intorno alla mia camera: erano gli anni subito seguenti la grande rivoluzione di Francia, tempi duri, caotici, imprevedibili e terribili, che certo sconvolsero gli animi ma che tanto fertilizzarono le speranze di nuove nascenti epoche, forse migliori, per quante sperate.

Il giovane ufficiale, da irrequieto e ribelle qual era, venne condannato a quarantadue giorni di confinamento domiciliare, per aver infranto le regole militari (un duello d’onore, allora proibito dal regolamento militare piemontese). Quale migliore occasione di riflessione e divagazione gli era stata concessa! Quella imposizione giunta dall'alto e quelle regole dettate dai suoi governanti, non furono per lui una soffocante limitazione, ma un'inedita opportunità da valorizzare: percorrendo la sua camera in lungo e in largo, una stanza quadrata che consentiva 36 passi, o poco più se fatti in diagonale o zigzagando, come afferma, provocò in lui un ‘volo’ molto più entusiasmante di quello che provò affacciato alla 'balconata' della mongolfiera. Sul filo dei ricordi e dell'immaginazione evocata dai mobili e dagli oggetti presenti nella stanza, pronunciò aneddoti, osservazioni, speranze. Ogni giorno, moltiplicato per quarantadue volte, creò un piccolo diario di confinamento, quasi un manuale di sopravvivenza, un piccolo ‘fai da te’ filosofico e motivazionale, ironico e disincantato, che nel suo tempo, e nel tempo, assunse le dimensioni di un piccolo classico. Scritto sotto forma di dialogo tra due elementi, quello del proprio corpo (la bestia, come la definisce), e quello della propria anima, viene presentato il vissuto che circonda, possa essere questo un quadro, una poltrona, una sensazione, da cui tutto diparte, inizia. Un viaggio invitante capace di mietere più di uno spettatore.

«Ho impreso e compito un viaggio di quarantadue giorni intorno alla mia camera. Le osservazioni importanti che in esso m’è avvenuto di fare, il piacere continuo che da esso ho tratto, mi movevano a desiderare di pubblicarne la descrizione, la certezza d’esser utile a molti mi vi ha determinato. Il mio cuore prova una soddisfazione inesprimibile, quando penso all’infinito numero di sventurati, a cui offro un espediente sicuro contro la noja, un sollievo contro i mali che soffrono. Il diletto di viaggiare nella propria camera è immune dall’inquieta gelosìa degli uomini e indipendente dalla fortuna». Scrisse nel primo dei suoi capitoli.

Lo scenario è dinamico e coinvolgente, capace di cogliere la vera sostanza, sottesa, di un itinerario, di un viaggio lontano, tanto che sembrerà di scordare d’essere confinati in una stanza, una ‘prigione’. Un libro scritto e pensato, come egli stesso avverte nel ventinovesimo capitolo (il ventinovesimo giorno), non perché non ci fosse altro da fare, assicurando «… per dissipare un dubbio, che potrebbe essersi introdotto nello spirito de’ miei lettori… giuro ch’io avea l’intenzione di farlo assai tempo innanzi all’avvenimento, che mi tolse per quarantadue giorni la libertà. Il mio forzato ritiro non fu che un’occasione di mettermi in via più presto». Il "Viaggio", con quella sua atmosfera leggiadra e disinvolta, edito inizialmente a Torino nel 1794 grazie al fratello Joseph, e uscito una seconda volta a San Pietroburgo, città d’adozione, in Russia, nel 1812, divenne il libro culto della Restaurazione. Preferito dalla generazione sopravvissuta al precedente sconvolgimento rivoluzionario, ironica e disincantata, come i versi scritti che leggiamo.

Oggi, questo ‘Viaggio’ si adatta ai nostri tempi, donando un senso a queste nostre esperienze contemporanee. Alla termine dei suoi giorni, della sua ‘condanna’, de Maistre scrisse: «Oggi alcune persone dalle quali io dipendo pretendono di restituirmi la mia libertà. Come se me l'avessero mai tolta. Come se fosse in loro potere togliermela per un solo istante e impedirmi di correre a mio piacere il vasto spazio sempre aperto davanti a me!». Certo il piemontese non fu il primo a raccontare di un viaggio immaginario, lo stesso Ariosto, qualche secolo prima, immaginò un viaggio sulla luna, e in altra occasione scrisse «Chi vuole andare a torno, a torno vada:/vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;/a me piace abitar la mia contrada... Questo mi basta». Ma più di ogni altro Xavier de Maistre fu testimone del fatto che tutto ciò che esiste fuori di noi, in realtà è nella nostra mente. Egli fu capace di attestare e soprattutto condividere dell’importanza di difendere la propria libertà e felicità interiore, anche se questo vuol dire rifugiarsi nella propria intimità e in se stessi. Più di ogni altro fu capace di comunicare con eleganza e sensibilità di linguaggio, proprio del Romanticismo, di un "oltre che tutto muove", che dà speranza, e che per la chimica del mistero, riaccende energie e leggi metafisiche, che vanno oltre l’orizzonte temporaneo dei nostri limiti. Oltre l’impazienza delle chiusure, fisiche o mentali che siano.

Nel suo esile volumetto di un centinaio di pagine, l'autore ripercorre tutti gli oggetti della stanza – dalla poltrona, al letto, alle stampe e ai quadri, la sedia, la scrivania, lo specchio – usandoli, con fantasia, come mezzo per evadere verso l'immaginario e la parte più illuminata della sua anima, verso quel "Incantevole paese dell’immaginazione, che l’Essere benefico per eccellenza ha concesso agli uomini per consolarli della realtà". L'ozio diventa in lui produttivo: da quel suo 'viaggio immaginario', da quel suo confinamento agli arresti domiciliari nella sua stanzetta di 36 metri quadri nella cittadella militare torinese, viaggerà ancor di più, dal Piemonte all'Italia intera, e poi Francia e Russia, Georgia e Caucaso, Polonia e Slesia. Rientrato in Russia, morirà a San Pietroburgo ultranovantenne.

«Mi hanno vietato una città [disse] ma mi hanno lasciato l’universo intero».

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