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Impressioni di Costantinopoli - Maggio 1912-
Arnaldo Cipolla
Articolo propagandisco e patriottico scritto nel
mezzo della guerra Italo-Turca del 1911-1912.
Maggio 1912- Arnaldo Cipolla - Il
giornalista viaggiante
In fondo del Corno d'Oro, alle Acque
dolci d'Europa, come i turchi chiamano la deliziosa valletta nel fondo
della quale corre, fra rive alberate e prati in fiore, l'immissario del
meraviglioso porto naturale di Costantinopoli, si riversa ogni venerdì di
primavera, ogni giorno festivo cioè della settimana mussulmana, la più
numerosa e pittoresca e varia folla cittadina turca, che fantasia di
descrittore possa segnare di veder riunita. Sono andato anch'io quest'oggi
alle Acque dolci d'Europa e ne ho riportato un'impressione
indimenticabile. Dirò di più, che la mia passeggiata lungo il Corno d'Oro e
le ore che ho passato mescolato alla folla turca in festa pei prati che
circondano la villa dove Maometto V ha trascorso le estati della sua
lunga prigionia, sono state per me più dense di insegnamenti intorno a
quello che si potrebbe definire opinione e spirito pubblico turchi durante
la guerra, dì quanto avrebbe potuto esserlo l'inchiesta più minuziosa,
paziente ed arrischiata.
Celebrano la vittoria dì Rodi...
Un agile caicco mi porta dalla riva sotto
le arcate del grande ponte di Galata, il nuovo, inferro, che ha
sostituito, da qualche settimana soltanto, il vecchio ponte in legno, che fu
cosi caro ad Edmondo De Amicis. Il movimento sul ponte è imponente,
continuo; le due grandi fiumane umane che vi scorrono perennemente, andando
e venendo da Galata a Stambul, da Stambul a Galata, fluiscono rapide e
vocianti come ogni giorno. Ma qui sulle acque del porto domina una calma di
movimento quasi completa. Gli effetti della chiusura dei Dardanelli
sono visibilissimi. Nessuno lavora più nel porto. Le maone scaricatrici
hanno passato il ponte, hanno riunito la sterminata selva delle loro antenne
nello spazio di riva fra il ponte e l'Arsenale, e da quella parte
sfarfalleggiano dalla cima dei loro alberi innumerevoli scarlatte bandiere
nazionali. Un vero campo di papaveri campato in aria. E la profusione
delle bandiere è il particolare che mi colpisce appena, entrato nel
Corno d'Oro propriamente detto. Ve n'è per ogni dove, su ogni cosa, che
sortono dal verde di ogni giardino, che sventolano in cima di ogni minareto,
sino sull'alto di quelle colossali delle moschee, della Sultana Valide
e di Solimano. E a centinaia esse adornavano i parapetti del ponte,
sotto il quale sono passato, e a centinaia si annunciano innanzi sulle
colline dell'estuario sino alle chine brulle dei lontani cimiteri.
Riesco, con le mie venticinque parole, di
conoscenza di lingua turca, a far comprendere al barcaiuolo che vorrei
sapere la ragione di tutto quell'insolito spiegamento di stendardi.
Rodi!Rodi! — mi risponde il mio uomo. Ho capito. È la celebrazione
della vittoria turca di Rodi, preannunciata ieri da quell'accozzaglia del
canagliume giornalistico europeo di Costantinopoli, e, confermata oggi
con i particolari di mille italiani uccisi, di altri mille fatti prigioneri,
e con il resto.
L'arsenale
Ma continuiamo ora la nostra passeggiata senza
divagare. Della stampa metropolitana dell'Impero degli Osmanli vi
parlerò un altro giorno. Eccoci all'altezza dell'Arsenale. Se fossi un poeta
secentista dovrei proprio a questo punto spifferare la mia invocazione alle
muse, perchè mi sorreggessero nell'ardua impresa di descrivere l'Arsenale
turco in tempo di guerra, il vivaio delle navi alle quali dovrebbe essere
affidato l'onore della difesa nazionale. Da dove devo cominciare? Come devo
tradurre l'impressione offertami da quell'asilo della ladreria, della
vigliaccheria, della mentalità e della, miseria giovine turca? L'Arsenale
turco ha un grande merito. Quello dì non nascondere nulla di quanto
contiene. I patrioti turchi che passano davanti all'Arsenale nei loro
caicchi, accanto alle loro femmine velate, verso il diletto primaverile
delle Acque dolci, possono ammirarlo al completo e in tutti i suoi
particolari, e trarne quel legittimo orgoglio patriottico, che i giovani
turchi affermano infiammi oggi i cuori di ogni suddito del Sultano, ma che,
in verità, costituisce il sentimento più inesistente e più assurdo della
Turchia, paese di inconsci fanatici, tiranneggiato da una minoranza atea,
ignorante e perversa.
Il bacino di carenaggio è occupalo. Una nave da
guerra? No, una bella nave commerciale italiana, quel disgraziato F.
Hardi, di Livorno, che
i turchi catturarono negli stretti il giorno della dichiarazione di
guerra... Gli hanno cambiato nome, gli hanno levato rabbiosamente e
malamente dalla poppa le lettere d'oro, che portavano pei mari il bel nome
di Livorno operosa, e così malamente le hanno tolte, che ancora il nome
della città italiana risalta per l'impressione che vi hanno lasciato le
lettere, e all'Hardi hanno sostituito un geroglifico, la sigla, credo, di
Feti-bey.Anche lui, il vapore italiano prigioniero, sopporta l'onta di molte
bandiere.
Cimitero di navi
«Ti hanno pagata cara», penso guardando
l'ex-nave nostra e facendo mentalmente il conto delle innumerevoli navi
turche affondate, catturate, sequestrate da noi, divenute da turche
italiane, «ti hanno pagata cara», ma probabilmente tu sei ancor
meglio di questa accozzaglia di carcasse sforacchiate, sconquassate,
demolite cascanti che ti circondano. Che ferri vecchi, che campionario da
rigatterie. I lettori penseranno "ma tutte le marine hanno navi in disarmo"
, nessuna meraviglia se anche la Turchia ne ha. Certamente, ma queste,
secondo i turchi, sono navi che contano, bastimenti da guerra in ruolo di
corazzate, incrociatori, torpediniere, trasporti che la Turchia intera crede
di possedere e che rimanfono qui perchè i Giovani Turchi scrivano nei loro
giornali che gli italiani sono un nemico che merita soltanto di essere
disprezzalo, non combattuto. Ed è tanto vero questo che la Turchia ha
rifiutato la proposta di un'impresa che voleva acquistare quei vecchi scafi
arenati per demolirli ed utilizzarne il ferro, ed è tanto manifesto, che il
Governo turco le fa passare per navi sul serio, ch'esse issano sui
traballanti alberi, sulle prore sfondate, sulle poppe senza timoni e senza
eliche delle enormi bandiere, e un embrione di equipaggio le abita
accendendo a sera il fuoco nel bel mezzo della coperta e giocando a dadi
durante la giornata.
Le più vistose sono tre decrepiti scafi
dell'epoca di Lissa (ndr La Battaglia di Lissa, nel 1866 durante la
Terza Guerra di Indipendenza italiana). Accanto a queste una quarta poggia
sul fondo, particolare che non impedisce di avere pur essa la sua bandiera
spiegata a poppa. Segue, lungo la riva, una grande tettoia, o meglio, un
hangar, sotto il quale, alla rinfusa, sono adunati una decina di scafi
minori, disalberati e tirati in secco. Dopo, una torpediniera con le eliche
per aria dalle quali le erbe marine pendono come lunghe barbe. Sul suo ponte
i marinai giuocano a prodigarsi vicendevoli scapellotti. E in ultimo altre
navi da guerra, ma galleggianti queste, e nuove, anzi nuovissime, i
cacciatorpedinieri ai quali noi, in principio della guerra, facemmo l'onore
di attribuire dei propositi dì audacia così temerari, che bisognava proprio
non conoscere i turchi per crederci sul serio e far sorgere, di conseguenza,
delle basi navali improvvisate (leggi Augusta) che avremmo potuto benissimo
risparmiare di creare. Perchè i cacciatorpedinieri siano qui invece di
essere con le altre navi che navigano a Nagara, nei Dardanelli, non
saprei. Probabilmente sono destinati alla difesa eventuale del Bosforo.
L'arsenale, il cimitaro delle navi, è finito. Ad occhi turchi è
probabile che il suo aspetto susciti l'ammirazione; a giudizio di un
europeo, non dirò di un italiano, è l'immagne evidente dell'organamento
turco più risibile e più miserabile. L'abbandono e lo squallore di un
lazzaretto tropicale dopo un'epidemia colerica, di una località devastata
dall'incendio e dal terremoto, è ancor nulla in confronto del'impressione
che è offerta dall'Arsenale dell'Impero turco. Cioè l'arsenale è la Turchia
medesima. Le bandiere che sventolano sulle carcasse semi-affondate
rappresentano l'inconcepibile bluff giovane-turco urlante sullo sfacelo
irrimediabile dello Stato (non sarebbe stato per niente un bluff come si è
visto ndr).
Nessuno pensa alla guerra
Pure la Turchia resiste. Che volete farci? È
così. Resisterà probabilmente ancora, avendo perduto tutte le isole, e
continuerà fors'anco a resistere anche quando intere Provincie sue saranno
cadute nelle nostre mani. Essa è un paese senza patriottismo, senza opinione
pubblica, senza leggi, senza legami, senza finanze. Il nostro popolo non
giungerà forse mai a misurare appieno che detestabile nemico sia il turco,
che Potenza negativa formidabile rappresenti il suo fatalismo, la sua
ignoranza e il mostruoso adattamento suo ad ogni specie di rovesci, ad ogni
cangiamento di condizioni medesimo. Io consideravo quest'oggi, come sia
falsa la credenza che, tentando di giustificare a mezzo le... menzogne
incommensurabili dei Giovani Turchi, afferma che è necessario
ingannare il popolo turco e fargli credere permanentemente nella vittoria
delle sue armi, sotto pena dì vederlo sollevato dall'onda terrìbile e
temibile del fanatismo, che si tradurrebbe in una sollevazione sanguinosa
contro gli europei.
Convincetevi che mai, mai, in nessuna casa turca,
dai palazzi dei pascià alle migliaia di bruni tuguri di legno scendenti sui
declivi delle colline, un quarto d'ora delle lunghe giornate oziose di
questi fannulloni sensuali trascorse assorta nel pensiero dei destini, che
gli aventi potevano riservare alla patria minacciata. I turchi patrioti!
Guardateli qua, incamminati verso la colossale gazzarra campagnuola
settimanale. Gli svelli, sottili caicchi guizzano sull'acque appena
increspate, a centinaia, in una sorta di grande, e disordinata regata. La
giornata è divina. L'incanto dei colori, del cielo, delle rive è completo.
Quanti di questi uomini in fez, di questi ufficiali azzimati, di queste
donne dal velo cristianamente rialzato sui visi, molti dei quali assai
seducenti, pensano che ieri l'impero ha perduto la perla dell'Egeo, che
domani altre perle, Mitilene, Chio, saranno perdute, che fra
qualche giorno, forse, Costantinopoli avrà le comunicazioni interrotte anche
verso Salonicco, chi, con poche cannonate, una nostra nave potrebbe
interrompere la ferrovia costiera che da Dedeagach s'inoltra verso la
Tessaglia. Nessuno lo pensa. Questo è un popolo di genie superlativa,
inaudita. Nessuno pensa qui. Il pensiero, grandi dolori collettivi, la
previdenza e la preveggenza sono doti dei popoli civili ed insonni che
lottano per la loro grandezza, non dei turchi di Costantinopoli.
Nella moltitudine giubilante
Siamo allo svolto del Corno d'Oro, ai piedi della
collina dei cimiteri. Abbiamo lasciato a sinistra la grande chiesa armena,
tutta in ferro, asilo per gli eventuali massacri. Il canale si assottiglia,
le chine divengono calve di piante e senza bellezza. Mi volgo un istante
indietro. Un altro aspetto della mostruosità meravigliosa di Costantinopoli,
divino luogo da ammirarsi da lontano soltanto Dopo aver scorto sulla cresta
orientale della collina le antenne della inutile stazione radiotelegrafica,
passiamo sotto l'ultimo sconquassato ponte e siamo nel fiumicello che
attraversa la valle della festa. È un popolo intero accampato nei vasti
prati fioriti, sotto una moltitudine di ombrellini, dove il rosso stride ad
eccecare, ma è soprattutto una moltitudine di donne e di donne turche. Di
europee non riesco a vederne una. A gruppi di tre o quattro, sedute
sull'erba, merendano silenziose, seguendo con ì grandi occhi la processione
delle barche che rimontano e scendono il fiume. Gli uomini stanno per lo più
lungo la riva, sotto pergolati improvvisati, assorti nelle nenie che una
moltitudine di pifferai, disseminata nella folla, miagola ad ogni passo. È
l'Arcadia. Ma un'Arcadia completamente turca, anzi giovane-turca, alla quale
non manca neppure la decorazione patriottica, conseguenza della celebrazione
delle vittorie del momento. I pergolati sono adorni di bandiere e di trofei,
portanti in mezzo le oleografie degli eroi della guerra o semplicemente
l'immagine del Sultano.
Quell'immagine di vecchio senza pensiero,
personificazione precisa dell'abbrutimento statale che governa i destini
della Turchia. Fendono la folla femminile sui prati, distesa di gonne
azzurre o di gonne nere, i soli colori consentiti all'abbigliamento
femminile turco, ufficiali a cavallo, ed ufficiali a piedi. Fra questi ne
noto alcuni della marina. Hanno ragione di farsi ammirare, specialmente
questi ultimi che, il giorno del nostro bombardamento dei forti estremi dei
Dardanelli, fuggirono dalle navi ancorate dietro Nagara, non sentendosi
neppure sicuri in quell'ancoraggio, e, per giustificare poi la fuga,
narrarono di essere andati sui forti più alti con i loro cannocchiali sotto
il braccio, per poter contemplare da lontano il dramma della Varese
affondata. Più innanzi, dove il fiume non è più navigabile, nel punto più
ameno delle Acque dolci, il giubilo arcadico turco raggiunge il suo
diapason. Qui sorge una moschea che sembra una trina di marmo e che è
circondata da un prato ritenuto sacro, sull'erba del quale le donne sedute
avanzano strisciando in atteggiamenti che, giudicati a prima vista, sembrano
quelli derivati da una improvvisa follia erotica, che, per un mostruoso
capriccio dì reazione, abbia colpito le donne più forzatamente caste della
terra.
E intorno alle striscianti la folla canta, ode le
nenie, sorbisce i caffè distribuiti da minuscole botteguccie improvvisate
sotto tende, e coglie persino dei fiori. Scorgo dei curiosissimi gruppi,
degli effendi imperterriti, seduti su delle sedie e chinati in ascolto verso
il gruppo delle loro donne che, battertelo le mani, si direbbe raccontino
loro, cantando, la soddisfazione dell'harem trasportato in campagna.
L'Italia messa in cantuccio
E dovunque, dovunque sulla gran folla, sul popolo
metropolitano in giubilo, pei prati invasi, intorno alla moschea, che riceve
l'eccitante omaggio delle femmine striscianti, sull'acque del fiume, è il
completo abbandono nella, gioia degli animi di una moltitudine che,
essendosi resa padrona per l'eternità del luogo più incantevole della terra,
e non avendo nessun motivo di turbamento, di preoccupazione, di dolore, di
vergogna, si allieta a suo modo di se stessa, e della fortuna che il Dio
delle anni prodiga all'Impero. La guerra di Libia? La perdita
dell'Arcipelago e dell'Arabia? La capitale tagliats fuori o quasi dal resto
dell'Impero? Chi dice, che sia successo questo? L'Italia lo dice. La Turchia
dice invece che essa è così grande e cosi forte da essere l'arbitra delle
comunicazioni fra l'Oriente e l'Occidente. Essa tiene in suo potere oggi
duecento grandi navi di tutti i paesi, una flotta. Essa questa mane
proclamava dalle colonne dei suoi giornali ispiratori del giubilo di
vittoria questa grande nuova: «Atteso che il giovane Regno d'Italia, che fa
parte da una quarantina d'anni delle grandi Potenze d'Europa ha dato prova
durante otto mesi della più grande potenza, i rappresentanti delle grandi
potenze (quali non si dice) l'umanimità di escludere momentaneamente il
Regno d'Italia dal numero delle grandi potenze e l'invitano a prendere posto
in quelle di second'ordine. E pretendere che il popolo metropolitano non si
abbandoni a giubilo?
Se i nostri dirigibili apparissero...
Ho detto giubilo; ma sento che la parola non
traduce il pensiero. La sua condizione di spirito e infinitamente più
semplice. Sono degli incoscienti. Non sanno. Seguono, macchinalmente quello
che le voci che gridano dicon loro di fare. Le impressioni della guerra
negli animi loro, come nei loro attici si traducono in sospensione di
movimento. La prima vera impressione della guerra che Costantinopoli ha
ricevuto con la chiusura degli stretti, lo spegnersi cioè del tumultuoso
lavoro del porto, il rincaro dei viveri, il subitaneo disagio di migliaia di
persone, si sono tradotte in una diminuzione nella tonalità rumorosa della
vita della capitale e nulla più. Che cosa potrebbe veramente scuoterli,
farli sollevare contro qualcosa o contro qualcuno, dare a loro l''improvvisa
coscienza della condizione spaventevole dell'Impero, non so. Io credo in
fondo che bisogna adoperare con loro i mezzi immaginosi che colpiscono le
fantasie dei popoli primitivi, procurare di render reali lai minaccie che
potrebbero venire dal cielo senza naturalmente procurare a loro, agli
inconsci, del male, offrire a Costantinopoli la constatazione tangibile,
indiscutibile dell'impotenza del suo Governo, venir qui con i nostri
dirigibili di grande cubatura, facendo affondare sotto i loro occhi con una
pioggia di bombe la loro flotta. E non accenno ad altre terribili
distruzioni che i dirigibili di guerra italiani potrebbero compiere, oltre a
quella della flotta, simbolo della impotente, cocciuta tracotanza ottomana.
Altre dimostrazioni immediatamente persuasive come
questa per il cosidetto spirito pubblico turco suggestionato dal suo
pazzesco Governo non vedo. L'organizzazione di questa impresa, che non
rappresenterebbe in fondo che il complemento di quelle positive già compiute
e da compiersi nell'Egeo, è tutt'altro che sproporzionata ai nostri mezzi e
al noostro ardimento. Chi ama l'Italia qui se l'augura.
Arnaldo Cipolla (Como,
1877 –
Roma, 23 febbraio 1938) è stato un giornalista,
esploratore e scrittore italiano.
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