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Achille piè veloce" è un romanzo umoristico scritto da
Stefano Benni nel 1999. La storia è una rielaborazione
ironica dell'epica omerica dell'Iliade e si concentra
sul personaggio di Achille, il grande eroe greco,
raccontando la sua vita in modo divertente e originale.
Benni, con il suo stile surreale e scanzonato, crea un
mix di cultura classica e contemporanea, giocando con i
personaggi mitologici e creando situazioni assurde e
grottesche. Il romanzo è stato molto apprezzato dal
pubblico e dalla critica, diventando un successo di
vendita.
Tra incubo e realtà le pagine
di questo libro si colorano di strani mostri mitologici
e piccoli omini invisibili che spesso fanno sfumare la
linea di demarcazione tra la storia vera del
protagonista e quella immaginata, sognata, filtrata e
interpretata.
Ulisse un quasi-quarantenne "
sospeso a metà", lavora in
una piccola casa editrice alle prese con un’inevitabile
imminente bancarotta; si tratta di un giovane scrittore
che ha perso l’ispirazione, ma non si preoccupa di
inseguirla; l’eroe trascorre notti insonni e travagliate
a leggere impazienti "
scrittodattili" che
improvvisamente si animano e parlano fra loro,
intervengono nella vita di Ulisse, lo implorano di
leggerli, lo rimproverano, litigano, fanno battutacce,
conversano con gli scrittori affermati che, sotto forma
di libri, si trovano a contatto nella stessa borsa del
protagonista.
La vita frenetica e disordinata di Ulisse e l’ambiente
in cui egli vive sembrano riflettersi vicendevolmente
l’una nell’altro; lo scrittore-lettore-insonne-di-scrittodattili è
intrappolato in un traffico inestricabile, senza vie
d’uscita, immerso in un’atmosfera fumosa e
impenetrabile, nella quale non si può vedere al di là
del proprio naso; incendi di cassonetti e incidenti,
macchine rigate, bestemmie, turpiloquio, insulti e
uomini indifferenti, così si presenta la caotica città
di Ulisse.
L’Ulisse di Benni è l’anti-eroe omerico: il
primo non riesce ad evadere dalla propria realtà, mentre
il secondo non riusciva a tornare a casa! Entrambi,
però, sono caratterizzati dal desiderio di evasione:
l’Ulisse moderno non si abbassa a compromessi, non
accetta di collaborare con editorie corrotte, neanche
per far fronte a seri problemi economici. È questo il
suo modo di evadere dal mondo che lo circonda. Il
protagonista sembra vivere in una città che non riesce o
non vuole vedere: "
L’uomo con i libri sottobraccio uscì
di casa e il mondo non c’era./ Guardò meglio e vide che
c’era ancora, ma una fitta nebbia lo nascondeva (…)".
Ulisse non riesce a mettere a fuoco la propria città: a
volte non distingue nitidamente le varie parti – così gli
autobus diventano feroci dragobruchi –, altre volte la
sua vista diventa esageratamente acuta e "
zoomma" troppo
sulla realtà, riuscendo a distinguere perfino le
particelle dell’aria! Tutto questo traffico raccontato
da Benni è sia fuori che dentro il personaggio. La vita
di Ulisse "
poligamo politropo" si divide tra
Pilar-Penelope, la sua bellissima fidanzata o ex – alle
prese con un permesso di soggiorno che le sta per essere
revocato e con un incombente licenziamento – e la
segretaria Circe – il cui nome è tutto un programma– , ma
la sua attenzione di uomo si divide anche fra tutte le
donne che incontra per strada o sull’autobus.
È in quest’intrigo fittissimo che si colloca la lettera
di Achille. La vita dell’uomo-coi-libri-sottobraccio è
immediatamente scossa dal sopraggiungere di una
inquietante missiva scritta in carattere gotico antico
proveniente da un uomo che, a suo dire, non ha nulla a
che spartire con qualsiasi concetto di normalità. Il
torpore di Ulisse viene lavato da questa nascente
amicizia tra personaggi omerici, leggendari, eroici.
Achille è un ragazzo mostruoso, dilaniato da una rara
malattia mal curata che gli infligge periodici spasmi e
che lo ha immobilizzato sul suo "
destriero bastardo,
metà Xanto, metà Pegaso alato": la sua sedia a rotelle.
A differenza dell’omonimo eroe omerico, l’Achille di
Benni è ovunque vulnerabile, tranne in un punto: il
cervello, l’unica cosa che funziona a dovere e che lo
rende tremendamente conscio della propria condizione!
Achille è costretto a parlare tramite computer o a
mandare messaggi con un campanello; il suo tempo è
vorticoso: è un continuo alternarsi tra pause
lunghissime, riflessioni profondissime e repentine
impennate, oscenità, scurrilità e cattiverie gratuite.
Achille vive con una madre affettuosissima che si
strugge dal dolore per suo figlio e un fratello
arrivista: Febo, che vede Achille come un impedimento
alla propria carriera, un ostacolo alla sua stessa vita.
Febo è figlio del suo tempo, nel suo animo non c’è
spazio per gli affetti, non c’è pietà, ma solo corsa al
successo e al denaro. Febo vorrebbe vendere la propria
abitazione ad una banca e rinchiudere suo fratello in
una clinica, contro la sua volontà.
Achille non ha mai corso, non ha mai provato la
sensazione di cadere, ha vissuto buona parte della sua
vita attraverso una finestra a guardare vivere, a
immaginare dialoghi, a sognare felicità; nonostante ciò
egli è "
piè veloce", perché la sua immaginazione è
fervida, più di ogni realtà. Questo ragazzo è molto
colto e vorrebbe scrivere, ma si è stancato di
fantasticare, ha bisogno di qualche spunto. È da qui che
nasce la relazione tra Achille e Ulisse, quest’ultimo
gli parla della sua Pilar ed il primo scrive: "
tu hai
ispirato, io ho raccontato, tu sei stato il Dio e io
l’oracolo, tu l’estro e io il supporto (…)". Ciò che è
più sorprendente è che Achille riesce a esprimere tutto
ciò che Ulisse ha sempre provato, ma teneva chiuso in
sé, in quella immensa matassa di emozioni, senza sapersi
districare e buttare giù due righe in proposito.
Il romanzo è puntellato da neologismi, vocaboli
costruiti ad hoc, parole in inglese, latino, francese,
frasi ripetute in più lingue, in uno stile
inequivocabilmente ultra-moderno. Sembra quasi che le
parole comuni non bastino più e che lo scrittore abbia
bisogno di forgiarle su misura per caricarle di quel
valore aggiunto che un "
linguaggio in serie" non
potrebbe avere. È per questo che l’autore gioca con le
parole, si diverte a farle incontrare, a mescolarle e
unirle fra loro. Il ritmo è rapidissimo, i dialoghi si
susseguono, si rincorrono, a volte sconnessi fra loro. I
personaggi parlano uno sull’altro, ognuno delle proprie
cose, ognuno segue i propri pensieri e quasi mai
comunicano. Tutti troppo presi dalla frenesia di vivere.
Si fa uso e abuso di turpiloquio e imprecazioni
gratuite, i personaggi sono quasi sempre nervosi,
talvolta isterici o addirittura pazzi, collocati in un
quadretto di vita quotidiana caratteristico del terzo
millennio, che l’autore condisce di riferimenti storici
ben più retrodatati; si parla del Duce, di bombe, di
guerre, ma tutto sembra avvenire nella mente dei
personaggi, quasi a voler dire che la guerra cambia, ma
non finisce.
Tutta questa rapidità e snellezza di narrazione, però,
non va di pari passo con le vicende vere e proprie
vissute dai due protagonisti: la situazione è
sostanzialmente sempre uguale a se stessa, non si
sblocca, fino alle ultime venti pagine del libro, nelle
quali tutto precipita e si risolve nel bene e nel male.
Nulla resta della fitta coltre che avvolgeva Ulisse, la
nebbia che stazionava sulla sua vita si dirada e l’eroe
decide di armarsi nuovamente della sua spada-matita.
Articolo di Francesca Colasuonno per Informagiovani
Italia
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