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"Non ti muovere" di Margaret Mazzantini, pubblicato nel
2001, è un romanzo drammatico che esplora i temi
dell'amore, della colpa, del dolore e della morte. La
storia è raccontata dal punto di vista di Timoteo, un
chirurgo di successo che incontra una ragazza sedicenne
ferita in un incidente d'auto. Questo incontro lo spinge
a confrontarsi con il suo passato, tra i ricordi della
sua infanzia, la relazione con la moglie incinta e la
passione segreta per la ragazza ferita. Il romanzo
affronta tematiche forti e delicate con una prosa
intensa e coinvolgente, che regala un'esperienza emotiva
profonda al lettore.
Non ti muovere! Una fuga febbrile, incessante,
inarrestabile, una corsa affannosa verso il magnetico
risucchio della morte, una tacita esistenza che si
disperde nell’odore del vento e della pioggia…Con questo
romanzo Margaret Mazzantini ha vinto il Premio
Strega 2002, oltre che una efficace messa in scena
su grande schermo ad opera del regista Sergio
Castellitto.
Il romanzo si apre in sala operatoria. Timoteo, uno
stimato chirurgo, si trova davanti a sua figlia, Angela,
in fin di vita per un incidente sul motorino. Non si era
allacciata il casco. Il volto della ragazza gli appare
sfigurato dal cemento e dal sangue. Si tratta di un
confronto a due: padre contro figlia, vita contro morte,
chirurgo contro paziente, coraggio contro paura. Il
padre lascia il compito ad un suo amico.
Non ce la fa.
Timoteo impotente di fronte a quell’enorme gigante della
morte, non può far altro che chiamare sua moglie e dirle
di prendere il primo volo per tornare a casa. A questo
punto del romanzo il tempo si dilata e passato e
presente si mescolano in un’anima sola.
La vita è srotolata fotogramma per fotogramma, ricercata
in sequenze istantanee e fugaci, paralizzata,
intrappolata nel ricordo agghiacciante e tagliente di un
amore perduto.
Non ti muovere! È questa l’invocazione che pervade
l’intero romanzo: la necessità inestimabile di afferrare
la vita per aggrapparsi ad essa, il bisogno di
osservarla e viverla nel presente, anziché inseguirla e
riconoscerla in un passato cristallizzato e offuscato.
Timoteo grida ad Angela: "
Non ti muovere!", perché si
trova sul ciglio del burrone tra la vita e la morte.
"
Non ti muovere!" significa, quindi, "
Resisti!".
È proprio in quel passato che confluiscono emozioni e
sentimenti, paure e speranze, profumi e rumori, nei
quali si rifugia la flebile vita di Timoteo: un passato
vestito d’abiti nuovi che risente della sofferente
frenesia del presente. Sulle orme di quel periodo già
trascorso, immobile e cangiante, annebbiato e vivido al
tempo stesso, il protagonista tenta di ricucire i
brandelli della propria esistenza. Privato dei suoi
intimi affetti egli arranca fra le appaganti
reminiscenze, cammina a tentoni in una condizione
atemporale, riprodotta stilisticamente da un’efficace
successione casuale e perfino confusionaria di
avvenimenti distanti cronologicamente.
Timoteo racconta la sua storia extra-coniugale con
Italia, una relazione senza parole che il protagonista
visse prima della nascita di sua figlia. Un amore fatto
di passione, del quale l’autrice dipinge tanto la
sporcizia materiale quanto la purezza di sentimenti.
Le descrizioni, spogliate della loro immediatezza
impressiva, sono immerse in una soffice atmosfera
rarefatta tipica dei ricordi, in cui i passi di Italia
giungono attutiti alle orecchie del lettore, in cui
l’instabile incedere della donna sui tacchi alti e con
le buste della spesa si riflette nella generale
precarietà della vita. È quell’ambiente, lurido e
indigente, che Timoteo spia ed ama; quel mondo in cui la
vita fluisce a stento, ma con maggiore energia; un mondo
le cui pulsazioni si scorgono negli occhi grigi di una
donna, nel ticchettio dei suoi tacchi, nella sua borsa
patchwork multicolore…in un logoro spazzolino da
denti…una vita acre, cruenta, bestiale e tangibile come
il loro amore.
La vita è in quel sangue che defluisce e sgorga dal
corpo dei suoi pazienti, è in quell’esplosione di
parole, di ricordi e di sofferenze che Timoteo confida a
sua figlia, Angela, inerte sotto i ferri anonimi e
concitati della sala operatoria.
Nella disperazione, nella vergogna e persino nel crimine
la timida esistenza del nostro chirurgo riaffiora con
veemenza; il medico ritrova la propria adolescenza in
una passione assordante ed emerge dalla soffocante
perfezione razionale dell’età adulta, di cui Elsa, sua
moglie, si fa emblema assoluto e insuperabile: come il
suo corpo longilineo fende l’acqua senza spostarla, in
una immagine efficace del romanzo, così Elsa vive la sua
vita senza passioni, attenendosi alle regole.
Perché Timo parla delle proprie paure a sua figlia?
Perché, in un momento estremo, egli ripercorre, con
sapienza e precisione chirurgica, il suo amore furtivo
con Italia? Perché getta addosso ad una ragazzina,
indifesa, di quindici anni la descrizione minuziosa dei
suoi remoti amplessi adulterini? E ancora, perché la
scaraventa davanti a quella luce estiva e diffusa che
delinea nitidamente i contorni della vita? Forse il suo
è un grido di dolore, penetrante e impercettibile: è il
rumore della speranza che quella sedia vuota si riempia
anche per un solo lampo di una donna, non del suo corpo,
no, ma della sua pietà…L’immagine soffusa di una sedia
vuota apre e chiude il sipario del romanzo: l’autrice ha
simulato e concretato splendidamente l’andamento
altalenante della vita e della morte, il vuoto che
quest’ultima, impassibile, consegna nelle mani della
prima. Eccola, Italia, questa è mia figlia, questa è
quella che è nata. (…) Ha quindici anni, ha il sedere un
po’ grosso, è stata magra magra, e adesso da un anno ha
il sedere un po’ grosso. È l’età. È una che mangia fuori
pasto e non si allaccia il casco. Non è perfetta, non è
speciale, è una come tante. Una a caso nel mondo. Ma è
mia figlia, è Angela. È tutto quello che ho (…)
Restituiscimi Angela.
Un alone di morte invade e anima le pagine del romanzo,
un fetore pungente e asfissiante svela l’inconsistenza
della bellezza raggiante di Elsa, delle feste composte
organizzate da lei, di quella limpida impeccabilità,
dell’amore coniugale slavato, invecchiato.
La vita si cela nel grigio squallore, ben confezionato,
accudito, onorevole delle mensole di Italia, nel suo
alito di topo; la vita è un deposito di scatole vuote,
mancate. Siamo quello che resta, quello che abbiamo
arraffato.
Articolo di Francesca Colasuonno per Informagiovani
Italia
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