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"Le affinità
elettive" - Johann Wolfgang Goethe. Il conflitto tra razionalità e
passione, progetti di vita e azione del destino, nell'intrecciarsi
del vissuto di due coppie. Gli aristocratici Edoardo e Carlotta vogliono costruire
nella solitudine d'una villa di campagna un piccolo regno impeccabile,
una perfetta felicità coniugale ma l'arrivo di Ottone e Ottilia e
l'emergere di passioni intrecciate, dissolveranno con dolore la coppia originaria,
formando due diverse coppie, i cui componenti sono attratti da qualcosa di invisibile, chimico,
magnetico...
Introduzione
Il
titolo del romanzo, Le Affinità elettive di Johann Wolfgang Goethe, si
riferisce alla chimica delle relazioni tra corpi diversi che,
a partire dall'opera di Etienne-François Geoffroy nel 1718, divenne la
teoria dominante della chimica del XVIII secolo. Goethe indaga l'analogia tra le attrazioni amorose che
creano e distruggono le coppie e le interazioni che regolano il
legame e il comportamento delle sostanze chimiche. La sua eccellente
conoscenza della chimica e dell'alchimia lo porta a
considerare l'affinità come una legge naturale che produce i suoi
effetti sia nella chimica che negli esseri viventi e nella loro psiche.
Nel 1809 non esistevano
liste di best-seller, ma fu subito chiaro al pubblico dei lettori
tedeschi che il terzo romanzo di Goethe, Le affinità elettive,
apparso nell'autunno di quell'anno, era quello che oggi chiameremo un
flop. Il suo primo, I dolori del giovane Werther, scritto
trentacinque anni prima, aveva ispirato un modo di viviere romantico, suicidi
imitativi e aveva acceso il cuore di un giovane Napoleone. La sua ultima
fatica, invece, ricevette critiche sconcertanti e scarsa approvazione da parte
della cerchia di scrittori e filosofi attratti dallo scrittore tedesco
nato a Weimar. Molti, dai "favolosi" fratelli Grimm ad Achim von Arnim,
uno dei maggiori esponenti del romanticismo tedesco, al filosofo Wilhelm
von Humboldt, concordarono sul fatto che il libro fosse noioso, che la
sua trama non avesse quasi senso e che il suo trattamento dell'adulterio
rasentasse il cattivo gusto.
A sessant'anni, Goethe non si lasciò abbattere dalle recensioni
negative. Si dice che in quel periodo egli stesso fosse stato infatuato, persino
sconvolto dalla passione per una donna molto giovane. Nel 1808 era
apparso il Faust, universalmente amato, e nel 1810 Goethe aveva
completato la Teoria dei colori e l'autobiografia Poesia e
verità. Ciononostante, nella corrispondenza che inviò all'epoca
della pubblicazione, Goethe si trovò costretto ad ammettere che non
aveva la più pallida idea di ciò che stava cercando di realizzare con il
suo ultimo libro, e di ciò che alla fine era diventato il romanzo. Allora come
oggi, Le Affinità elettive restano una lettura incredibile e
profondamente mistificante, la pietra tombale di un uomo che sperava di
trasformare la natura selvaggia della vita in un giardino curato e dove
anche la perdita, il dolore e la morte trovano finalmente il loro
posto.
È difficile individuare ciò
che rende il romanzo così sfuggente, nel nostro tempo come in quello di
Goethe. Il libro non è né lungo né denso; le motivazioni che muovono i
personaggi non sono difficili da comprendere, la trama non è
difficile da seguire. In effetti, Le Affinità elettive sono uno
di quei rari libri che si apre dicendo cosa accadrà alla fine. I protagonisti,
Edoardo e Carlotta, sono aristocratici che hanno superato matrimoni
senza amore per trovare il vero amore, l'uno nell'altra. All'inizio
della storia, invitano l'amico d'infanzia di Edoardo, il Capitano, a
vivere con loro, apparentemente per dare una mano in vari progetti nella
tenuta che hanno scelto per vivere il loro amore. Poco dopo il suo arrivo, il Capitano, uno scienziato dilettante,
spiega alla coppia il principio delle "affinità elettive": gli elementi
di un composto apparentemente stabile, come il calcare, si separano e
formano una nuova combinazione quando vengono introdotti nell'acido
solforico. Con l'imminente arrivo di Ottilia, la bella ma riservata
nipote di Carlotta, la compagnia osserva quanto sarebbe divertente se,
come il calcare e l'acido solforico, Edoardo si precipitasse da Ottilia
mentre Carlotta si accoppiasse con il Capitano.
La "chimica" non è certo la metafora più inventiva del sentimento
romantico. Eppure, come osserva Carlotta, spesso dimentichiamo quanto la
scienza naturale, che consideriamo la realtà inalienabile della nostra
esistenza, sia influenzata dall'esperienza umana che intende illuminare.
Gli elementi non scelgono di fare qualcosa; si uniscono alla cieca, in
modo meccanico. Né le "leggi" della termodinamica sono
liberamente
legiferate, sono e basta. Ovunque i personaggi di Goethe guardino,
vedono segni portentosi che danno all'azione un senso di fatalità, come
se fosse spinta da una "forza di attrazione invisibile, quasi magica".
Edoardo scopre che lui e Ottilia hanno la stessa calligrafia. Nel frattempo, Goethe ci ricorda, attraverso i personaggi
spalla di supporto, quanto spesso fraintendiamo il mondo per mascherare
un comportamento egoistico di cui siamo riluttanti ad assumerci la
responsabilità. Ciò che inizia come un'interpretazione piuttosto leggera
delle tribolazioni romantiche della classe ricca si trasforma
gradualmente, nelle mani di Goethe, in una meditazione sulla torbidezza
delle leggi che ci governano, sull'"enigma della vita", come lo chiama
il narratore, per il quale troviamo sempre la risposta solo l'uno
nell'altro.
Il più grande ostacolo tra Goethe e alcuni dei suoi lettori è
sempre stato lo stile di scrittura. Solo Goethe poteva scrivere una frase come "Prese
atto di tutte le bellezze che le nuove strade avevano reso visibili e
godibili", saltando, come è tipico di Goethe, la bellezza vera e
propria per soffermarsi sulla ciò che la rende possibile. I dialoghi e la regia delle scene, quando non sono un
aforisma perfettamente realizzato dopo l'altro, sono scarni e
utilitaristici. (Durante una cena, Carlotta, "desiderosa di
allontanarsi dall'argomento una volta per tutte, tenta un audace cambio
di direzione e ha successo"). E poi c'è il vocabolario stranamente
limitato di Goethe, che predilige parole semplici ma a volte poco
traducibili, come bedeutsam, significativo, che non
suonano mai bene, indipendentemente da come vengono rese. ("Questi
eventi meravigliosi sembravano presagire un futuro significativo, ma non
infelice"). All'epoca di Le Affinità elettive, Goethe dettava
le sue opere interamente al suo segretario. Il consigliere privato del
Duca di Weimar era semplicemente troppo occupato per passare la giornata
a cercare di decidere se lo scarlatto suonasse meglio del vermiglio.
Non aiuta il fatto che il modo in cui i personaggi di Goethe
trascorrono le loro giornate sembra, per mancanza di una parola
migliore, folle. Edoardo e Carlotta hanno troppo tempo da occupare. La
loro musica e la costante riprogettazione dei terreni della loro tenuta
sembrano abbastanza semplici; in breve tempo stanno riorganizzando il
loro cimitero, esaminando vecchie armi e organizzando feste di
compleanno con tutta la serietà delle incoronazioni imperiali. Nella
scena più famosa del libro, Luciana, la figlia esuberante di Carlotta,
arriva a casa dal collegio e insiste perché tutti si vestano e si
mettano in posa come il loro quadro preferito. Poco prima, chiede
all'architetto di Carlotta di disegnare un mausoleo alle sue spalle
mentre lei finge di essere la regina di Casia, in lutto per il marito
perduto. Quando la cosa diventa noiosa, sfoglia un libro illustrato di
scimmie e paragona ognuna di esse a qualcuno nella stanza ("Come si
fa a fare dei disegni così accurati di quelle orribili scimmie?",
chiede Ottilia inorridita nel suo diario).
Sebbene Goethe fosse un
autore del diciannovesimo secolo, e questo faceva pensare di capirlo
facilmente, in definitiva era un autore troppo settecentesco per
piacere davvero. Questo è più chiaro nel senso
molto sfuggente che in Le Affinità elettive è dato al significato di
"fare qualcosa". L'occupazione, intesa nel senso borghese che avrebbe definito il
diciannovesimo secolo, di fare cose, comprare cose, vendere cose, era di
poco interesse per Goethe. La sua grande ambizione, nella vita e
nella sua arte, era quella di prendere l'instancabile etica del lavoro
della borghesia e applicarla non agli affari, ma alla vita stessa, come
solo un aristocratico del XVIII secolo poteva fare. Edoardo e Carlotta
non si preoccupano di comporre musica o scrivere romanzi. L'oggetto
della loro aspirazione artistica - come testimonia il loro amore per
la botanica, l'architettura del paesaggio e i tableaux vivants - è la
realtà stessa. Considerando che alla fine del romanzo due dei quattro
personaggi principali muoiono, si potrebbe sostenere che Le
Affinità elettive sia una meditazione sulla vanità del nostro
desiderio di plasmare la realtà a nostro piacimento. Ma per quanto cupa
sia la trama, i personaggi di Goethe non sono mai scossi nei loro valori.
Possiamo ammirare uno dei suoi personaggi
che attraverso un lavoro instancabile, ha
restaurato una stanza o un edificio caduti in disuso, o che, applicando
una considerevole esperienza, ha rivelato la bellezza sopita diun boschetto di platani o
di un sentiero nascosto del giardino.
Il grande mistero, quindi, è che nonostante la fissazione sulla morte,
sulla perdita e sull'imperscrutabilità del destino, Le Affinità
elettive non vacilla mai nel suo ottimismo. In nessun momento il
narratore cede la sua pretesa di verità finale della vita, che offre al
lettore pezzo per pezzo, in un brillante aforisma dopo l'altro. Per
fare un solo esempio, la famosa osservazione di Ottilia secondo cui
nessuno è più pienamente schiavo di quando si crede libero. È facile
confondere la stoica accettazione di Goethe delle vicissitudini della
vita con la mancanza di sentimenti. Ma dalla sua prima opera all'ultima,
la rinuncia è sempre andata di pari passo con l'emozione, come quando
Ottilia, in segno di devozione a Edoardo, gli porge il ritratto del
padre che porta al collo. Per Goethe, la vera felicità non è una
semplice astrazione religiosa o etica, ma qualcosa di palpabile e reale.
L'ambizione dell'arte, secondo Goethe, era quella di fermare la corsa
del mondo per rivelare quegli istanti vertiginosi in cui tutta
l'eternità sembra essere raccolta in ciò che è più vicino e, senza più
rimpiangere il passato o temere il futuro, ci sentiamo finalmente in
pace. Il sentimento più alto nelle Le Affinità elettive non è
l'estasi, ma la serenità.
L'epoca di Goethe è stata, in retrospettiva, l'ultima in cui la
letteratura poteva credibilmente affermare di poter conciliare i diversi
aspetti della vita in un insieme felice e armonioso. In una lettera
all'amico compositore Carl Friedrich Zelter del 1825, sette anni prima
della sua morte, Goethe scrisse: "Il mondo ammira la ricchezza e la
velocità: sono queste le cose a cui tutti aspirano. Le ferrovie, la
posta, i battelli a vapore e tutti i modi di comunicazione possibili
sono i mezzi con cui il mondo si autoeduca e si blocca nella mediocrità.
Saremo", concludeva, "insieme a pochi altri, gli ultimi di
un'epoca che non promette di tornare presto". Tuttavia, l'ottimismo
di Goethe è ancora leggibile per noi, grazie alla profondità di
sentimento che caratterizza Le Affinità elettive - un'incredibile
pazienza nei confronti della vita, al posto di sentimenti contrari alla
vita stessa.
Analisi del romanzo
"Edoardo - diamo tal
nome a un ricco barone nel pieno vigore dell'età virile - aveva
trascorso la più bell'ora di un pomeriggio d'aprile nel suo vivaio a
innestare su giovani fusti virgulti ricavati di fresco."
Così inizia il romanzo Le affinità elettive. Duecentocinquanta
pagine dopo, è Ottilia che, nello stesso giardino, ammira le prime
fioriture della primavera e lavora con il giardiniere a cui, un anno
prima, Edoardo aveva chiesto se avesse visto sua moglie Carlotta. Mentre
la natura continua a fare il suo corso, sono successe molte cose.
Edoardo e Carlotta, di circa quarant'anni, finalmente sposati dopo che
la morte dei rispettivi coniugi ha permesso loro di dare libero sfogo a
un amore giovanile contrastato dalle rispettive famiglie,
vivono spensierati e isolati. Godono dei proventi dei terreni del loro
castello e decidono di aprire la loro casa a due ospiti fissi.
Carlotta ha accettato di far entrare in casa l'amico di Edoardo, il
Capitano, un uomo colto e ingegnoso ma solo e indigente, a condizione
che lui accetti di farle portare dalla pensione in cui viene educata, la sua pupilla Ottilia, una bella
e giovane
ragazza. Edoardo si innamora perdutamente di Ottilia non appena la vede.
Nonostante la sua riservatezza, la ragazza non può fare a meno di
provare una forte attrazione per il barone. Dal canto loro, Carlotta e
il Capitano non riescono a nascondere l'intenso piacere che provano
l'uno per l'altra, e la coppia serena che Goethe aveva descritto nelle
pagine iniziali del suo romanzo viene presto minacciata. Edoardo vuole
divorziare per sposare Ottilia, ma Carlotta, che presto sarà incinta del
figlio del marito, non riesce ad accettarlo e fa in modo che i due uomini
lascino il castello per andare in guerra (le occasioni non mancano in
quel periodo). Le due donne rimangono sole nel castello dove condividono
la cura del bambino e l'accoglienza dei numerosi ospiti, tra i quali non
mancano i pretendenti per la delicata Ottilia. Tuttavia, nulla è
risolto, perché l'affinità elettiva che attrae i personaggi è più forte
di tutto: Edoardo e il Capitano torneranno al castello. Alla fine solo la morte di
Ottilia e di Edoardo irrompono mentre Carlotta decide di dare a Ottilia il suo posto
accanto a Edoardo nella volta della cappella del castello, permettendo
così a Goethe di concludere il suo romanzo:
"Cosí, l’uno accanto all’altra, riposano gli
amanti. Aleggia pace su la loro tomba, serene consentanee immagini
d’angeli li contemplano dalla volta; e qual momento di grazia ha da
essere quando essi un giorno avranno insieme il loro risveglio!"
Per spiegare la forza che distrugge la coppia
Carlotta ed Edoardo e lega le due nuove coppie che si formano, Goethe ha
invocato, come indica il titolo, il potere naturale delle affinità
elettive, una nozione mutuata dalla chimica del suo tempo e di cui fa
dare al Capitano un brillante resoconto scientifico divulgativo nel
quarto capitolo della prima parte, prima ancora che Ottilia faccia la
sua comparsa. Il passaggio è sorprendente poiché Goethe non esita a far uscire
i suoi personaggi dalla cornice stessa della storia che li fa esistere,
per far loro tenere un discorso che, a questo punto dell'intreccio, non
è ancora un tentativo di interpretazione della loro stessa
storia, e che è quindi sovrasta il
testo stesso del romanzo. I personaggi si sottraggono per
un momento per poter esporre i meccanismi, non della loro esistenza
soggettiva, ma dei processi
stessi che l'autore usa per strutturare la
sua opera e costruire la psicologia dei personaggi. In definitiva, non è
così comune che i personaggi di un romanzo evochino i procedimenti
letterari utilizzati dall'autore per farli esistere!
Un saggio sul romanzo
In un saggio di 100 pagine scritto nel 1922 e
pubblicato nel 1925 con il titolo "Le affinità elettive di Goethe
", Walter Benjamin si propone di trovare il "contenuto di verità" di
questo romanzo, che distingueva dal "contenuto materiale". Il
contenuto del
libro "appare come un gioco di ombre mitologiche travestite da
personaggi contemporanei". Benjamin inizia raccontando le reazioni
di incomprensione e rifiuto che il libro suscitò alla sua pubblicazione
nel 1809. Goethe stesso ricorda, in una lettera del 1827, che il
pubblico "era agitato dal suo romanzo come se fosse una tunica di
Nesso". Più ancora che immorale, l'opera sembrava inquietante e
Goethe manteneva tale inquietudine raccontando ai suoi corrispondenti
dell'"abbondante sostanza" che aveva nascosto nel romanzo e del suo
"evidente mistero". Quindi, Benjamin giudicava l'opera di Goethe non
solo immorale ma anche inquietante. Così, giudicava Benjamin, Goethe parla
della sua opera in termini "precisamente concepiti per sbarrare
l'accesso alla critica". Goethe usa la tecnica del romanzo, i suoi
veri temi, per preservare il loro mistero, e questo perché "ogni
significato mitico richiede segretezza". Si dice che Goethe abbia
rivelato questa sostanza segreta nella sua autobiografia, in cui parla
della presenza in natura di un'essenza demoniaca, "qualcosa che si
manifestava solo attraverso contraddizioni", né divina né umana, né
angelica né diabolica, il caso come la provvidenza. "Da questa
terribile essenza", aggiunge Goethe, "ho cercato di salvarmi."
Ma attenzione, continua
Benjamin, non si tratta di cedere all'errore originale del metodo
critico, quell'errore iniziale che afferma che un testo è comprensibile
solo a partire dalla vita del suo autore: "la vita di un uomo, anche
quando produce opere, non è mai quella di un creatore". "L'essenziale,"
secondo Benjamin, "è piuttosto la lotta del poeta per sfuggire
all'ambito in cui la mitologia pretendeva di rinchiuderlo. Insieme
all'essenza di questo universo, Le affinità elettive ci presenta
l'immagine di questa lotta". Il lavoro del critico non deve quindi
partire dalla vita dell'autore, e nemmeno dal mito stesso, di cui si
presuppone l'esistenza oggettiva al di fuori dell'opera e della vita
dell'autore, ma dall'opera. Così, ne Le affinità elettive,
dobbiamo vedere l'espressione di una protesta contro una prigionia
mitica, quella dell'istituzione matrimoniale, alla quale Goethe aveva
infine accettato di essere incatenato sposandosi nel 1806, ma contro la
quale decise di combattere. Molto più che una critica alle
convenzioni sociali o una brillante illustrazione dell'impero
dell'amore, Goethe offre una riflessione sulle condizioni in cui
l'affinità, un'elezione naturale la cui forza si impone con la
necessità, può trasformarsi in una decisione "che trascende il
livello dell'elezione". Così, al centro del romanzo, nel momento
unico in cui i due amanti, Edoardo e Ottilia, stanno l'uno nelle braccia
dell'altra e il loro destino è drammaticamente segnato con la morte
accidentale del giovane figlio di Edoardo e Carlotta a causa della
negligenza di Ottilia, Goethe scrive che "la speranza sfiorò le loro
teste, come una stella che cade dal cielo". "Ovviamente",
aggiunge Benjamin, "non la vedono cadere"; solo il narratore,
che, come abbiamo visto, ha reso nota la sua presenza fin dalla prima
frase del romanzo, è colui che "nel sentimento della speranza può
dare un senso all'evento".
Il titolo del romanzo
Il titolo stesso del
romanzo, suscitò grande stupore al momento della pubblicazione. In
una lettera Carl Friedrich Zelter scrisse all'amico Goethe dell'ottobre
1809:
"Il titolo del suo romanzo provoca una sensazione molto particolare,
anche tra i suoi amici. Ci sono alcuni che non riescono a superare
questo ostacolo; sembra che sia stata tolta loro la facoltà di giudizio
(...) È soprattutto il titolo che deve essere spiegato loro: come?
perché? e da dove viene? e qual è il suo scopo?"
Tuttavia, Goethe stesso
aveva indicato, in una lettera del giugno 1809 a un altro suo amico, di
aver preso in prestito il titolo dal un trattato del chimico svedese
Torbern Bergman pubblicato in latino nel 1775, De attractionibus
electivis, e tradotto in tedesco nel 1782 con il titolo Die
Wahlverwandtschaften. Poco
importa se Goethe abbia effettivamente letto l'opera di Bergman o se ne
sia venuto a conoscenza in seguito agli scambi con Schelling, di cui
aveva letto le Idee per una filosofia della natura nel 1798 e l'Anima
del mondo nello stesso anno, opere in cui il professore di Jena,
seguendo Kant, attribuiva alla scienza chimica un ruolo molto
importante. Le affinità elettive esprimevano, secondo lui, a un livello
superiore, le due forze fondamentali di attrazione e repulsione. Né è da
escludere che Goethe abbia sentito parlare delle "poche e ingegnose
pagine sull'applicazione delle affinità elettive della chimica alle
affinità elettive dei sentimenti" scritte dalla duchessa di Bouillon,
la cui figlia adottiva aveva sposato nel 1795 il barone di Vitrolles,
che riportò tutto questo nei suoi Souvenirs autobiographiques d'un
émigré. La duchessa di Bouillon viveva a Erfurt, e uno dei suoi
amici si recava a Weimar due o tre volte al mese, a volte portando con
sé Vitrolles, il quale afferma di aver avuto in questo modo "conversazioni
molto interessanti" con Goethe, il che fa pensare che abbia
informato il poeta dell'opera della suocera.
La chimica
L'interesse principale di
queste osservazioni e speculazioni, che sono state riprese da molti
commentatori, è quello di mettere in evidenza la dimensione "chimica"
dell'opera di Goethe, e in primo luogo del suo titolo. Ma cosa c'entrava
la chimica con le storie d'amore, a parte le pozioni magiche a cui
all'epoca non si dava molto credito? Oggi non siamo più molto sensibili
a un'idea così bizzarra. Innanzitutto, siamo abituati a romanzi che
prendono in prestito i loro titoli dal vocabolario scientifico: in
generi molto diversi, Il sistema periodico di Primo Levi, Il
principio di indeterminazione di Michel Rio o Le particelle
elementari di Michel Houellebecq fanno esplicitamente riferimento a
una teoria scientifica e ne giustificano in varia misura l'applicazione
all'interno del libro. Ma soprattutto, abbiamo completamente perso di
vista il fatto che la teoria chimica delle affinità elettive era uno dei
pilastri delle teorie chimiche del XVIII secolo. Per noi la parola
"affinità" ha perso il significato scientifico che aveva all'epoca. Di
conseguenza, non possiamo più capire, senza le faticose digressioni
nella storia della scienza, che si trattava di un concetto in cui si esprimeva la teoria
chimica più avanzata dell'epoca. Si trattava di una manifestazione della
potenza della dottrina newtoniana al di fuori del campo della fisica
matematica, dove era nata l'attrazione universale, che si riteneva tanto
più meritevole del termine "universale" in quanto efficacemente
applicata alle operazioni elettriche, magnetiche, chimiche e, perché no,
psicologiche.
I commentatori del romanzo
di Goethe sottolineano naturalmente l'origine chimica del titolo, ma
pochi mettono in dubbio il significato di questo prestito di
terminologia scientifica. Pochi ammettono che Goethe abbia potuto ridurre
letteralmente le relazioni amorose all'attrazione universale, facendo
dell'attrazione che gli esseri umani provano l'uno per l'altro e
dell'affinità chimica due casi particolari della stessa legge universale
della natura. Goethe sta certamente cercando di dirci che l'amore è
un'attrazione inspiegabile, paragonabile all'attrazione delle sostanze
fisiche. Edoardo e Ottilia si attraggono l'un l'altro ciecamente e con
la stessa necessità di due sostanze chimiche. Metafora, paragone,
ripercussione, in tutti i casi si tratta di un processo unidirezionale
che viene così descritto, dalla chimica alla struttura del romanzo e
alla psicologia dei personaggi, senza presumere che questo possa
insegnarci qualcosa sulla chimica e sul processo che ne costituisce le
leggi e le teorie. Ma è soprattutto un processo letterario quello che
viene così descritto, il processo con cui un autore prende in prestito
materiale dalla realtà scientifica per costruire la propria finzione,
senza chiedersi quali effetti possa avere tale importazione sullo status
del testo così costruito, senza nemmeno ammettere che possa avere a che
fare con quella che viene talvolta chiamata "la scienza di Goethe".
Cosa significava per la
chimica, la chimica del Settecento e dell'inizio dell'Ottocento, essere
in grado di fornire sia la cornice di un romanzo sia un modello per la
giustificazione del comportamento dei suoi personaggi. Di solito si
preferisce insistere sul fatto che questa "metafora" è stata resa
possibile dalla filosofia naturale di Goethe, dal suo interesse per i
temi tradizionali dell'alchimia e dai motivi della massoneria piuttosto
che chiedersi se questa importazione di un motivo scientifico nella
sfera del romanzo non fosse tale da rendere l'opera di Goethe qualcosa
di diverso da un romanzo. La questione è se questa importazione di un
motivo scientifico nel regno del romanzo sia tale da rendere l'opera di
Goethe qualcosa di diverso da un romanzo, se si tratti di usare il
genere romanzesco per propagandare una teoria scientifica o di
riconoscere il carattere eminentemente romanzesco dei discorsi sulla
chimica.
Così, se le leggi della
fisica e della chimica sono anche le leggi delle relazioni tra gli
esseri umani, e quindi della morale e della politica, non è che queste
ultime si riducano alle prime, ma piuttosto che entrambe sono
l'espressione di leggi di natura più fondamentali. Il rapporto tra
chimica e psicologia non è quindi solo metaforico. Ma soprattutto il
romanzo sarà l'occasione per riportare l'espressione chimica alla sua
origine intellettuale, il che sembra indicare l'intenzione di Goethe di
dire nel suo romanzo qualcosa che riguarda la chimica stessa, e non solo
il processo della sua applicazione metaforica. Ci si può allora chiedere
perché la chimica romanzata dovrebbe essere in grado di dire la verità
della chimica, a meno che non si accetti che il romanzo sia solo un
discorso scientifico mascherato, o che si tratti solo di una chimica
romanzata, senza alcun legame diretto con la chimica della vita reale, o
che il discorso della chimica sia sempre romanzato; non dovrebbe quindi
sorprendere che trovi il suo mezzo di espressione privilegiato nel testo
di un romanzo.
Tornando al quarto capitolo
della prima parte del romanzo, dove viene spiegata la dottrina delle
affinità chimiche, Carlotta, Edoardo e il Capitano sono tutti
interessati alla chimica. Carlotta vuole approfittare della scienza del
Capitano per conoscere "lo smalto di piombo delle ceramiche, il
verderame dei vasi di rame", perché vuole "tenere lontano tutto
ciò che è dannoso e mortale"; e questo porta a "tornare alle
nozioni fondamentali della fisica e della chimica". Edoardo legge
volentieri ad alta voce "opere di fisica, chimica e tecnologia",
finché la curiosità di Carlotta non viene stuzzicata dal termine
"affinità", e si sorprende di vedere applicato a "cose assolutamente
inanimate". Quanto al Capitano, ha letto un libro sull'argomento "circa
dieci anni fa". Si tratta quindi di educare Carlotta, cosa che
entrambi gli uomini si affrettano a fare.
Il Capitano conduce la
lezione. Egli riassume la teoria chimica delle affinità come segue:
"Immaginate tra A e B un'unione così intima che molti tentativi e
molta violenza non riescono a separarli; immaginate C analogamente
legato a D; mettete le due coppie in presenza l'una dell'altra: A si
muoverà verso D, C verso B, senza che uno possa dire chi ha lasciato per
primo l'altro, chi si è unito per primo all'altro".
C'è indubbiamente una parentela con il trattato di Bergman: il loro
scopo è quello di rendere conto delle operazioni della chimica invocando
la presenza nelle sostanze chimiche di una forza attrattiva elettiva,
cioè che non si manifesta nello stesso modo a seconda della natura delle
sostanze coinvolte. Questo è ciò che si usa per descrivere la parola
"affinità".
Naturalmente, le descrizioni chimiche descritte nel romanzo non
soddisferebbe il chimico moderno, poiché Goethe si riferisce a uno stato
della chimica precedente alle scoperte di Lavoisier.
In ogni caso si tratta del
cuore della teoria delle affinità chimiche, così come fu presentata per
la prima volta nel 1718 all'Accademia Reale delle Scienze di Parigi da
Etienne-François Geoffroy, al cui lavoro Bergman fa esplicito
riferimento. "In chimica si osservano alcune relazioni tra corpi
diversi che li rendono facilmente unibili tra loro. Queste relazioni
hanno i loro gradi e le loro leggi. I loro diversi gradi si osservano
nel fatto che tra diverse sostanze che sono mescolate insieme e che
hanno una certa disposizione a unirsi, si scopre che una di queste
sostanze si unisce sempre costantemente con una certa altra sostanza a
preferenza di tutte le altre ". E aggiunge: "Ogni volta che due
sostanze che hanno una certa disposizione ad unirsi tra loro si trovano
ad essere unite insieme, se sorge una terza sostanza che ha più
attinenza con una delle due, si unisce ad essa facendo lasciare andare
l'altra."
Nei testi di Goethe e di
Bergman viene utilizzato lo stesso procedimento espositivo, che consiste
nel dare all'enunciato una forma generale sostituendo i corpi chimici
con le lettere, in modo da avere la sensazione di essere in presenza
dell'enunciato di una legge. Si tratta indubbiamente di un prestito
esplicito da Goethe a Bergman. L'intenzione di quest'ultimo era quella
di togliere la teoria delle affinità dall'eccessiva vaghezza in cui si
trovava e di darle una formulazione più rigorosa possibile.
Fu proprio il fallimento di
questi tentativi di "matematizzazione" delle "affinità" che portò i
chimici, all'inizio del XIX secolo, dopo i vani sforzi di Berthollet e
Laplace, ad abbandonare la teoria delle affinità a favore di ricerche
sulle forze chimiche ed elettriche in cui le tavole di affinità non
avevano più alcun ruolo. Da questo punto di vista, si può dire che fu
nel momento in cui la teoria delle affinità elettive scomparve dalla
chimica che Goethe le offrì una nuova fortuna nel mondo dei romanzi.
Goethe non riproduce questi schemi, che non troverebbero posto in un
romanzo, ma il rigore che dà alle leggi che regolano implacabilmente i
rapporti tra gli individui e la formazione delle coppie mostra che egli
fa propria questa ricerca della massima precisione nell'enunciazione
delle leggi dell'affinità. Non solo l'attrazione reciproca dei
personaggi è incontenibile; per quanto cerchino di fuggire l'uno
dall'altro, continuano a trovarsi e non possono evitare, ad esempio, di
dare un concerto insieme, ma con la loro presenza i nuovi arrivati
trasformano la vita del castello: il Capitano mette in ordine le carte e
le finanze di Edoardo, misura le terre, intraprende nuovi lavori, mentre
Ottilia, nonostante il suo grande riserbo e la sua purezza verginale,
mette in subbuglio gli animi. Edoardo, in particolare, si trasforma:
"Nei sentimenti di
Edoardo come nelle sue azioni non c'è più misura. La consapevolezza di
amare e di essere amato lo trascina nell'infinito. Che cambiamento nei
suoi occhi in tutte le stanze, in tutti gli ambienti! Nella sua casa non
si trova più. Per lui, la presenza di Ottilia assorbe tutto; è
interamente inghiottito da lei, nessun'altra considerazione si pone
davanti a lui, nessuna coscienza gli parla; tutto ciò che nella sua
natura era domato si scatena, tutto il suo essere si precipita verso
Ottilia".
Dopo la partenza di Edoardo e del Capitano, diversi uomini giovani e
affascinanti sfilano nel castello, ma né Ottilia né Carlotta si sentono
attratte da loro, l'affinità non esiste. Come osserva Carlotta:
"Se pensiamo al numero di uomini che abbiamo visto e conosciuto, se
ammettiamo a noi stessi di non essere quasi nulla per loro, e loro per
noi, quali sentimenti non proviamo? Incontriamo l'uomo spiritoso, senza
parlargli, l'uomo colto, senza imparare nulla da lui, il grande
viaggiatore, senza imparare da lui, l'uomo ricco d'amore, senza dargli
un segno di gentilezza."
Ottilia rimane insensibile al fascino dell'architetto e del professore e
non sa come rispondere alle loro oneste proposte, incapace di immaginare
che sia possibile costruire un futuro con loro:
"Quando pensava all'amato, le sembrava che nulla al mondo fosse privo
di un legame con il tutto, e non capiva che, senza di lui, qualcosa
potesse ancora essere coerente".
Carlotta stessa riconosce che è inutile opporsi alle forze che
attraggono gli esseri e annuncia al Capitano, ora Comandante, che è
pronta a divorziare da Edoardo:
"Avrei dovuto rassegnarmi prima (...) Ci sono cose che il destino
propone ostinatamente. Invano la ragione e la virtù, il dovere e tutto
ciò che è sacro vogliono ostacolarlo: bisogna fare qualcosa che è giusto
ai suoi occhi, che a noi sembra ingiusto; è lui che decide alla fine, e
noi possiamo lottare come vogliamo."
Così, l'unica cosa che
distingue gli esseri umani dalle molecole di acido o di metallo è che la
coscienza della loro situazione dà loro l'illusione di potersi opporre
alle leggi dell'affinità, mentre la loro felicità può essere tale solo
nell'aderire alle forze naturali che li spingono contro ogni ragione e
contro ogni legge umana.
Si può aggiungere una terza similitudine, fondamentale, tra il testo di
Goethe e quello di Bergman: è il carattere predittivo della teoria.
Questo è, ovviamente, il grande vantaggio di tabulare la moltitudine di
osservazioni fatte in laboratorio nel corso dei secoli: basta un solo
sguardo per prevedere quale sostanza produrrà il precipitato di questa o
quella soluzione metallica.
Quando, nel capitolo IV della prima parte del romanzo, il Capitano ed
Edoardo presentano la dottrina delle affinità, si ha inizialmente la
sensazione che non sia altro che un gioco di società, in quanto questi
signori cercano di abbagliare Carlotta con la loro erudizione e
l'audacia intellettuale delle connessioni che fanno tra il mondo
minerale e quello degli esseri umani. All'inizio, Carlotta si rifiuta di
prendere sul serio la cosa:
"Questi paragoni sono amabili e divertenti; e a chi non piace giocare
con le similitudini! Ma gli esseri umani vivono su un piano molto più
alto di questi elementi ..."
I personaggi si illudono,
immaginando che le affinità creino legami puramente amichevoli tra loro,
tra Edoardo e il Capitano da un lato, e Carlotta e Ottilia dall'altro.
Ma il lettore comprende la vera natura di ciò che viene così annunciato
tanto più chiaramente in quanto Edoardo, in modo vertiginoso o
provocatorio, ha dichiarato pochi paragrafi prima che "le affinità
diventano interessanti solo quando causano divorzi", aggiungendo
addirittura, in risposta alle proteste di Carlotta per questa "triste
parola", che "era addirittura un titolo d'onore peculiare dei chimici
essere chiamati artisti della separazione". Questo è vero solo a metà,
in quanto Carlotta sottolinea che è decisamente più esperta
sull'argomento di quanto sembri, aggiungendo che non si chiamano più
così, perché:
"Unirsi è un'arte più
grande, un merito più grande. Il mondo intero accoglierebbe, in ogni
campo, un artista dell'unione".
Ma appunto, il chimico
antico era l'artigiano della separazione oltre che dell'unione, come
sembra indicare il termine spagyria (spao, agerein):
separare e unire, fare analisi e sintesi sono infatti le due operazioni
fondamentali della chimica.
Questa allusione a un termine scomparso dalla chimica del Settecento e
legato piuttosto ai testi alchemici del tardo Rinascimento ci porta a
notare le differenze tra l'opera di Bergman e la presentazione di Goethe
della dottrina delle affinità elettive. Goethe non si concentra sui
dettagli della teoria, e nemmeno sulle esigenze tecniche dei chimici, ma
piuttosto sull'essenza della dottrina chimica, forse sul suo spirito,
che lo porta in un primo momento ad allontanarsi dalla precisione
scientifica degli autori da cui trae ispirazione, ma che, alla fine,
probabilmente lo avvicina molto di più di quanto si possa immaginare a
prima vista all'essenza della dottrina, così come la tradizione chimica
l'ha lasciata.
I riferimenti di Goethe non
erano solo i trattati sulle affinità, ma tutta la letteratura alchemica
del tardo Rinascimento e del XVII secolo, che evocava costantemente
distruzione e resurrezione, che paragonava l'antimonio a un lupo
divoratore perché purificava l'oro, che moltiplicava le metafore
sessuali o che, seguendo Paracelso, attribuiva corpo, anima e spirito
alle sostanze chimiche, o che, come Van Helmont, scorge in ogni cosa un
"Archeus faber", un principio guida che possiede la conoscenza che gli
permette di condurre i corpi verso il loro destino, in una vasta
corrispondenza e analogia dei corpi inferiori con gli esseri superiori,
il microcosmo e il macrocosmo, il mondo di sotto e quello di sopra.
Non sorprende quindi che Goethe, impregnato di questi riferimenti alla
letteratura alchemica, insista sul carattere generale delle attrazioni
del simile per il simile. Questa prima fase dell'esposizione della
dottrina dell'affinità, in cui si tratta dell'attrazione tra simili, è
totalmente assente dal trattato di Bergman, che inizia invece collocando
l'affinità chimica nel quadro più generale dell'attrazione newtoniana,
la cui legge viene immediatamente richiamata. Si potrebbe pensare,
continua Bergman, che le leggi dell'attrazione a distanza differiscano
da quelle dell'attrazione prossimale o chimica, ma questo è
semplicemente dovuto al fatto che, quando i corpi sono molto vicini, la
figura e la situazione delle parti giocano un ruolo importante quanto
quelle dell'insieme. Ci sono quindi quantità che possono essere
trascurate nell'attrazione lontana, dove la questione del contatto non
entra in gioco. Nulla di tutto ciò sarà discusso nel romanzo di Goethe.
Probabilmente lo stesso autore non usò solo l'opera di Bergman come
fonte nel suo romanzo. Ci furono infatti numerose pubblicazioni
sull'argomento all'epoca, come quella di Jean Philippe de Limbourg, Dissertation
sur les affinités chymiques.
Quest'ultimo non manca, come Bergman, di collegare la dottrina delle
affinità chimiche al lavoro di Newton sull'attrazione universale, di cui
sarebbe un caso particolare. L'assenza di qualsiasi riferimento a Newton
nel romanzo di Goethe è tanto più sorprendente se si considera che il
carattere newtoniano delle affinità chimiche era stato affermato da
tutti fin dalla metà del XVIII secolo. Ma questo si può spiegare con il
fatto che la letteratura europea continentale, quella francese in
particolare, era ancora ritrosa dall'abbandonare i riferimenti della
fisica cartesiana, anche se le tesi di Newton erano conosciute e il
confronto con le scoperte di Newton è essenziale.
Ma Goethe, come sappiamo, era anti-Newtoniano. All'epoca in cui pubblicò
il romanzo, stava lavorando alla pubblicazione della sua Farbenlehre, un
trattato sui colori destinato proprio a confutare l'Ottica di Newton.
Non sorprende quindi che, come altri scenziati un secolo prima, abbia
ignorato il riferimento newtoniano, preferendo collocare le affinità
chimiche nel quadro più generale della dottrina chimica tradizionale,
cioè l'alchimia.
Abbiamo così visto:
1) che il trattato di Bergman è ben lontano dall'essere l'unica fonte di
Goethe;
2) che Goethe aveva molte più informazioni sulla questione delle
affinità chimiche in particolare e su tutte le dottrine chimiche del suo
tempo;
3) e che, di conseguenza, la tesi secondo cui la lettura di Bergman
avrebbe dato a Goethe l'idea di un tema per il suo romanzo è ampiamente
riduttiva. Al contrario, va detto che l'incontro tra la chimica e il
progetto di Goethe è avvenuto a un livello molto più profondo di quello
della semplice circostanza, come dimostra il fatto che l'intero romanzo
è costantemente permeato da idee chimiche, o alchemiche:
- il costante riferimento alla sistemazione di parchi e giardini, che
evidenzia il ruolo dell'uomo nella trasformazione della natura, come
l'alchimista che produce nel suo laboratorio una perfezione naturale che
la natura stessa non ha raggiunto;
- l'episodio della posa della prima pietra di una casa, dove il discorso
del muratore è stato spesso interpretato in riferimento alla Massoneria,
ma dove sono trasparenti anche le allusioni all'alchimia, poiché la
prima pietra delle fondamenta, che viene sotterrata, deve essere
considerata un tesoro, come la pietra filosofale. E a proposito di calce
e cemento, il muratore aggiunge:
"Come gli esseri umani che la natura inclina l'uno verso l'altro sono
ancora meglio legati tra loro quando la legge ha cementato la loro
unione, così le pietre la cui forma combacia sono ancora meglio unite da
quelle forze che le legano".
- il capitolo sul
magnetismo, in cui Odillia conduce il pendolo in un vero e proprio
vortice sopra gli oggetti metallici, rivelando così "certe numerose
relazioni e affinità degli esseri organici tra loro, degli esseri
organici con i primi e tra loro" che rimangono per lo più nascoste,
ma che si rivelano in alcune occasioni. Tuttavia, fino al XIX secolo, il
magnetismo era considerato una questione di chimica, piuttosto che di
fisica.
Goethe attinge quindi a un fondo molto più ampio di quello dei trattati
sulle affinità chimiche, che è quello della chimica nel suo complesso,
arrivando a trovare nella chimica del suo tempo dottrine che fioriscono
nei testi alchemici del Rinascimento.
Si potrebbe sostenere che l'apparente facilità con cui la dottrina
chimica viene applicata alle relazioni umane si spiega con il carattere
antropomorfico della spiegazione tradizionale delle operazioni chimiche.
Quindi, più che di una trasposizione della chimica nel romanzo, o di un
trattamento romanzesco della chimica, è del trattamento romanzesco della
chimica stessa che dovremmo finalmente parlare. Senza dubbio, e la
chimica tradizionale sarebbe una novità come lo era la fisica
cartesiana: non tanto per l'uso di metafore quanto per la necessità di
costruire ipotesi. Ma non è questo il caso di tutta la scienza? E, a
prescindere dai suoi riferimenti a teorie cronologicamente lontane, non
è forse alla chimica del suo tempo che Goethe intende dare il suo
contributo? Non è forse alle sorgenti profonde delle relazioni
individuali, così come esistono oggi, che egli vuole applicare il
beneficio delle scoperte della chimica? In queste condizioni, se la
scienza è così spesso presente nella letteratura, non è forse perché il
discorso scientifico contiene sempre in sé qualcosa del romanzo?
Sommario del romanzo
Edoardo e Carlotta, due
aristocratici che si sono sposati in tarda età dopo una prematura
vedovanza, vivono tranquillamente nella loro tenuta di campagna. La loro
vita è tranquilla, finché un giorno Edoardo riceve una lettera da un suo
amico che, sconvolto, cerca un incarico degno delle sue capacità.
Nonostante la riluttanza di Carlotta che teme che questa intrusione
potrebbe turbare il loro matrimonio, Edoardo decide di assumere e
ospitare per un certo periodo questo amico, il Capitano, sperando nel
suo sostegno e nel suo aiuto nei grandi lavori di paesaggistica che
sogna di intraprendere, ma per i quali non ha né le capacità né il
talento. Carlotta introduce poi un elemento di disturbo nella persona
della giovanissima Ottilia, sua nipote orfana, che langue nella sua
pensione. Quello che potrebbe diventare un classico quadrato d'amore è
in realtà la teoria chimica che Goethe vuole applicare al suo romanzo.
Mentre ci si aspetta che il Capitano intraprenda una relazione con
Ottilia, in realtà è Edoardo ad essere attratto da lei, e così abbandona
Carlotta, che è sotto l'incantesimo colpevole del Capitano. Ma Carlotta
capisce perfettamente il marito donnaiolo, visto che lei e lui hanno più
o meno la stessa età e quindi sono troppo vecchi per lei. Ottilia,
invece, avendo venticinque anni in meno di Edoardo, si adatta
perfettamente al profilo della moglie modello.
Il Capitano e Carlotta, personaggi ragionevoli e consapevoli della loro
attrazione reciproca, si confessano il loro amore ma scelgono di
allontanarsi per mantenere l'ordine simbolico del matrimonio. Fanno la
nobile scelta del sacrificio di sé. Il Capitano lascia la tenuta e
l'onore viene preservato. Edoardo, invece, si lascia trasportare dal
flusso dei suoi sentimenti per Ottilia. Quando Carlotta si offre di fare
lo stesso e di rimandare Ottilia in collegio, Edoardo è colto di
sorpresa, poiché aveva preso in considerazione la possibilità di
divorziare, sperando segretamente che la relazione di Carlotta con il
Capitano gli permettesse di lasciare sua moglie e porre fine al suo
matrimonio. Per guadagnare tempo, decide di lasciare a sua volta la
tenuta, abbandonando la moglie e l'amante. Ottilia si abbandona a
fantasticherie romantiche, mentre Carlotta scopre di essere incinta del
marito. Profondamente turbato dalla notizia della gravidanza di
Carlotta, Edoardo decide di arruolarsi nell'esercito e di andare in
guerra sfidando in qualche modo la morte. Ottilia, dal canto suo, perde
ogni speranza di sostituire Carlotta.
Mentre i lavori di
ristrutturazione della tenuta procedono senza sosta in assenza del
padrone di casa, Carlotta dà alla luce un figlio che, per un crudele
caso, assomiglia tanto a Ottilia quanto al Capitano. Carlotta lascia
quindi Ottilia a occuparsi del bambino. Dopo un anno di assenza, Edoardo
torna incolume dalla guerra e contatta il Capitano, nel frattempo
diventato Comandante, per informare Carlotta della sua intenzione di
divorziare. Edoardo progetta che Carlotta, il bambino e il comandante
rimangano nella tenuta mentre lui può partire per un viaggio con Ottilia.
Il Comandante, sebbene riluttante, accetta di portare il messaggio a
Carlotta. Ma Edoardo, impaziente, decide infine di recarsi anch'egli
alla tenuta. Lì si trova faccia a faccia con Ottilia sulle rive del
lago. Sicuro del suo imminente divorzio, Edoardo rivela il suo piano
alla giovane donna e i due si lasciano colmi di felicità. Ottilia vuole
tornare al castello il prima possibile e si mette ad attraversare il
lago con una barca, ma in un passo falso fa cadere il bambino in acqua
che annega. Proprio quando il bambino smette di respirare, si alza un
piccolo vento che spinge la barca sulla riva e Ottilia riesce a tornare
al castello. Vedendo il figlio senza vita, Carlotta si incolpa della
tragedia. La donna accetta il divorzio ma si rifiuta di rispondere alle
avances del Comandante. Edoardo interpreta la morte del bambino come un
segno divino, eliminando così l'ultimo ostacolo alla sua felicità con
Ottilia. Ma Ottilia si considera responsabile della morte del bambino ed
è convinta che siano stati i suoi peccati a causare la tragedia. Sceglie
quindi di rinunciare all'amore per Edoardo. Quando si rende conto di non
potersi liberare dall'attrazione per lui, fa voto di silenzio e si
lascia morire di fame. Edoardo, avendo perso la voglia di vivere, muore
a sua volta poco dopo. Vengono sepolti l'uno accanto all'altro nella
cappella della tenuta, recentemente restaurata.
Tematiche
Le affinità elettive
richiedono un lettore paziente, poiché nessuno dei simboli utilizzati ha
un'unica interpretazione, tutti possono essere letti in diversi modi
secondo le chiavi di lettura fornite dall'autore nel corso dell'opera,
in quello che lui stesso definisce un insieme di chiavi e caselle.
Goethe considera le sue opere come percorsi iniziatici.
Il tema principale come in altre opere di Goethe, come Gli anni di
apprendistato di Wilhelm Meister, è quello del "Entsagung",
l'abnegazione. Nella sua autobiografia letteraria Poesia e
verità (Aus meinem Leben. Dichtung und Wahrheit), Goethe
definisce questa abnegazione come l'abbandono delle bassezze mondane per
dedicarsi interamente a un obiettivo più elevato. Chi vuole raggiungere
questo stato è obbligato, ci dice Goethe in Poesia e verità, a
non parlare né del passato né del futuro; solo il presente deve essere
al centro delle sue riflessioni. Aggiunge che l'abnegazione riguarda
soprattutto l'amore fisico tra uomo e donna.
Diverse caratteristiche della lettura e dell'interpretazione dell'opera
di Goethe sono già visibili sullo sfondo. In primo luogo, Goethe scrisse
opere che dovevano essere oscure per i suoi contemporanei,
deliberatamente cariche di simboli e che richiedono una grande
interpretazione e pazienza da parte di chi vuole capire l'intenzione
dell'opera. La difficoltà di lettura è ancora maggiore per il lettore
moderno che non ha più accesso allo stesso mondo di pensiero di Goethe.
Il grande letterato tedesco spiega cosa intende per simbolismo nelle sue
Massime e riflessioni:
"Il simbolismo trasforma
l'apparizione in un'idea, l'idea in un'immagine, e in modo tale che
l'idea nell'immagine diventi infinita, efficace e inaccessibile, perché,
anche espressa in tutti i linguaggi possibili, rimane inesprimibile."
In altre parole: qualunque sia la vostra interpretazione del testo, non
sarà mai più di una minuscola frazione di ciò che il simbolismo
contenuto nell'opera esprime realmente. In secondo luogo, Goethe è uno
dei mostri sacri della letteratura tedesca, cioè la sua opera è stata
analizzata, sezionata e interpretata negli ultimi duecento anni da un
numero difficilmente quantificabile di studiosi di letteratura. Invano,
si potrebbe aggiungere, se si crede a Goethe. Ma in realtà, voler
parlare di Goethe significa intraprendere una forma di scalata
intellettuale, ancor prima di aver aperto il testo da studiare, per
superare le montagne della letteratura secondaria che vi si oppongono.
In terzo luogo, come abbiamo visto, Goethe è un autore loquace che
commenta ampiamente i propri testi, sia nelle lettere che nelle opere
biografiche, limitando così lo spazio di libertà dei lettori. Se lascia
deliberatamente ambiguità e zone grigie in cui il simbolo permette di
intraprendere il viaggio iniziatico, vuole che i lettori attraversino i
labirinti che ha disegnato per loro seguendo le regole che ha
implicitamente definito lui stesso. Ed è qui che sta il problema, poiché
i lettori che leggono Goethe solo per il gusto di leggere non avrebbero
accesso alle regole e ai codici necessari, in quanto non fanno più parte
dell'inventario intellettuale del mondo moderno.
Accettiamo le premesse
dell'autore ma collochiamo la dimensione simbolica, allegorica e
scientifica dell'opera nell'ambiente del lettore moderno. Sostituiamo
quindi ciò che non è più istintivamente comprensibile con le nozioni di
fantasia, psicologia e tipologia dell'interazione sociale moderna, senza
cambiare una sola parola del contenitore letterario. L'ipotesi
fantastica è storicamente abbastanza ammissibile per noi, dato il
successo dei romanzi gotici inglesi all'epoca di Goethe, che ha dato
origine a un'ondata di romanzi fantastici dell'orrore in Germania, noti
come Schauerliteratur (letteratura dell'orrore) e schwarze Romantik
(romanticismo oscuro), che a sua volta ha dato origine al fantasy
letterario tedesco nel 1813 con il romanzo Peter Schlemihl di
Adelbert von Chamisso (1781-1838). Inoltre, ci sono tre particolarità
del romanzo che oggi definiremo horror e del romanticismo nero: il ruolo
della natura, la follia e l'interazione umana. La sospensione
consensuale dell'incredulità che rende possibile il fantastico è tanto
più accessibile al lettore in quanto Goethe ha scritto un'opera
simbolica in cui il soprannaturale è palpabile, nonostante si parli
chimica, anche se contaminata dalla superstizione, l'alchimia.
Possiamo ora porre la domanda decisiva: chi ha davvero ucciso Edoardo e
Ottilia, chi è il principale sospettato? A prima vista, la risposta è
semplice: Edoardo e Ottilia sono morti per aver seguito i loro istinti
terreni. Tuttavia, essi sperimentano la redenzione attraverso la più
profonda delle rinunce: la morte. Il simbolismo si rifà al precedente
opere di Goethe, il già citato Wilhelm Meister, ma con
un'estetica che si colloca saldamente nel XIX secolo.
L'ipotesi, tuttavia, è che siano stati uccisi da una maledizione che
circonda il vecchio lago di montagna che occupa gran parte della
proprietà di Edoardo. Perché questa ipotesi?
La condizione per una maledizione è spesso la trasgressione di un
divieto che può non essere formulato esplicitamente. Così, nel libro
apprendiamo che il padre di Edoardo, Otto, era un uomo autoritario e
dominante che imponeva la sua volontà alla sua proprietà e a tutti i
suoi occupanti. Ha spezzato la sanità mentale del figlio e, soprattutto,
ha ridotto il maestoso lago di montagna in tre piccoli e insignificanti
specchi d'acqua. Ottone - la radice germanica od/ot -aud significa
possessore di terre e ricchezze - passò questa responsabilità al figlio
Edoardo, che porta così il peso di una trasgressione paterna e trasmette
questa maledizione al proprio figlio, che porta anch'egli il nome di
Otto. Allo stesso modo, Ottilia in tedesco si chiama Ottilie e i tre
personaggi che portano questa radice od/ot moriranno. Quanto a Carlotta,
porta la radice -ott non come prefisso, ma come suffisso, come forma del
nome latinizzato Karl, derivato dalla parola germanica Karal che
significa, il marito, l'uomo, colui che è libero, colui che fa. Lo
sfortunato diminutivo serve come dichiarazione di fatto: Carlotta non è
né un uomo né una persona libera e non ha nulla. Da parte sua, il
Capitano ha perso tutto, compreso il suo nome, che è stato scambiato con
un grado. Non ha un'identità che gli permetta di esprimere un possesso.
È quindi il rapporto con il possesso, e in particolare con il possesso
della terra, a scatenare l'alta mortalità, qualunque sia lo spazio di
lettura.
Nel simbolismo goethiano, questa radice comune serve a mostrare
l'immaturità dei personaggi che non riescono ad essere all'altezza
dell'ideale dell'Homo Faber. Goethe scrisse inni alla distruzione dei
biotopi, ad esempio nella sua raccolta di poesie Divano
occidentale-orientale (West-östlicher Divan), in cui elogia il
dominio sfrenato dell'uomo come costruttore sulla natura in senso lato.
Tuttavia, è possibile leggere questa concordanza patronimica come un
avvertimento del destino, proprio come lo sarebbe un'iscrizione
misteriosa su un oggetto. Il diritto al possesso implica responsabilità
che i personaggi non si assumeranno. Questo tipo di elemento narrativo è
importante come indizio evidente sia per la rappresentazione narrativa
che per il lettore.
Questo è simile ai meccanismi stereotipati delle storie horror-fantasy
in cui gli avvertimenti sono chiaramente percepibili dal lettore e dai
personaggi, ma stranamente ignorati da questi ultimi. È questa cecità
intenzionale che di solito accelera la perdita dei protagonisti.
Scelgono di non credere a ciò che è ovvio, finché il loro mondo non
viene spostato in modo permanente in una narrazione diversa che poi
sperimentano duramente, spesso perdendo la vita. Inoltre, Goethe
utilizza questo trucco narratologico quando Edoardo, ad esempio, viene
paragonato a una talpa. La differenza sta in realtà in ciò che il
personaggio dovrebbe vedere. Per Goethe è l'abnegazione liberatoria,
mentre nel nostro caso è la maledizione ereditaria.
L'inventario della cecità può essere continuato con Ottilia. In
Poesia e verità, Goethe fa riferimento a una Santa Ottilia, che
serve da ispirazione per il personaggio de Le affinità elettive.
Questa Santa Ottilia era nota per aver restituito la vista ai ciechi, il
che non è privo di una certa ironia, dato che la sua cecità causa la
perdita del piccolo Otto:
"Le affinità
elettive" crepuscolo della nobiltà
Rievocando in alcuni
scritti autobiografici il mondo della sua infanzia, il poeta, scrittore
e drammaturgo Joseph von Eichendorff ricorda lo spettrale isolamento
della nobiltà tedesca pre-rivoluzionaria. Nei loro lontani castelli
perduti tra i boschi, questi aristocratici sensibili e attenti alle
nuove correnti della letteratura e del gusto, si inventano una esistenza
di riti e di forme poetiche costruendo nei loro parchi idilliche capanne
sentimentali, orride rovine di castelli, chioschi cinesi e cappelle
votive, e mentre l'Europa è già scossa dai primi sussulti della
rivoluzione essi "recitano — come nota ancora il poeta romantico
— lo spirito del tempo", inconsapevoli attori del gran teatro del
mondo e isolati dal mondo dalla fantasiosa confusione delle forme e
degli stili che hanno edificato contro la storia. Il decorativismo di
questa loro esistenza di splendidi dilettanti che con la loro squisita
cultura estetica e sentimentale hanno trasformato i loro feudi in
stupende scenografie teatrali, ha tutto il fascino funerario della
decadenza.
Ora proprio attraverso
l'immagine di questa aristocrazia che tra la rivoluzione e le guerre
napoleoniche si è rifugiata nella contemplazione estetizzante della
propria inferiorità il Goethe sessantenne, appena uscito dalla più grave
crisi della sua vita, ha rappresentato ne Le Affinità elettive
(1809) il tramonto del mondo feudale. Utilizzando la metafora
suggeritagli dal titolo dell'opera di un chimico svedese che trattava
delle leggi delle affinità degli elementi, Goethe costruisce un romanzo
che nel quasi incredibile rigore delle sue simmetrie simboliche e
compositive sembra avere la precisione di una formula scientifica. Come
gli elementi chimici sono spinti a combinarsi dalla legge della
congenialità naturale così i personaggi del romanzo devono unirsi
obbedendo al richiamo dell'attrazione erotica che infrange tutto il
rituale delle loro forme sociali. Nel castello in cui Edoardo e
Carlotta, divisi in gioventù da un matrimonio di convenienza, si sono
ritirati per rivivere nella maturità l'amore che le convenzioni
aristocratiche hanno loro negato nella giovinezza, il tempo si è fermato
in un culto tutto idillico e sentimentale del passato. Ma appena la
coppia sente il bisogno di evadere dall'isola di questa bella solitudine
invitando una seconda coppia di amici, si mette in moto il meccanismo
delle affinità elettive. Sconvolto in questo modo, l'ordine delle due
coppie che si incrociano mettendo a nudo la frattura tra le leggi della
natura e quelle della società, il romanzo descrive attraverso la tragica
vicenda di un doppio adulterio la parabola della cultura tedesca del
Settecento il cui illuminato umanesimo è condannato a morire nel mistero
mistico-cattolico della scuola romantica.
Il senso della metafora
delle affinità elettive è così tutto nella loro funzione, illustrata
all'inizio del romanzo, là dove è detto che incominciano a diventare
interessanti quando producono delle decomposizioni. Opera profondamente
tragica, Le affinità elettive rappresentano in effetti la
decomposizione e la crisi del classicismo goethiano. In un mondo che il
terremoto della rivoluzione aveva reso insperatamente storico affidando
il destino della cultura alla lotta politica e ideologica delle classi,
le forme della letteratura e dell'arte rivelavano improvvisamente tutta
la loro relatività e da universali artefici fuori del tempo si
trasformavano, come dimostrava l'eclettismo della scuola romantica, in
simboli o segnali del trascorrere del tempo storico.
Da questa crisi dei valori
delle forme e degli stili, che nel romanzo acquistano un significato
tutto simbolico e funerario, emerge allora, come ha scritto Walter
Benjamin, l'insondabile profondità tellurica della morte, la natura come
elemento caotico dell'esistenza, emerge in altre parole l'energia
totalmente irrazionale e insignificabile dell'Eros che nell'anonima e
demonica innocenza della sua naturalità si sottrae alle sistemazioni
della ragione e della morale. L'uomo, come osservava un acuto recensore
del romanzo, non aveva ora altro destino che l'amore. Il senso
angoscioso di insicurezza che tale intuizione dell'amore come passione e
come destino tragico comunicava nel momento stesso in cui scopriva la
radice di ogni forma di nichilismo moderno, spiega lo scandalo che Le
affinità elettive suscitarono presso molti lettori che accusarono
Goethe di avere scritto con il suo romanzo una giustificazione
dell'adulterio. A queste critiche il poeta rispose affermando che la sua
opera era una sorta di evento fatale e ineluttabile destinato a mutare
tutta una cultura, cosi come l'esecuzione di un re aveva cambiato la
faccia della storia europea. Goethe in altre parole considerava il suo
romanzo una vera e propria sentenza di morte, l'esecuzione che egli
coscientemente decretava del suo Settecento. Per questa determinazione
di rappresentare la fine storica di una cultura e di affrontare al tempo
stesso la realtà unica e tragica dell'inconscio e dell'eros; che i
romantici sulle orme di Goethe, stavano scoprendo per le scienze
dell'uomo, Le affinità elettive, che per tanti versi
rappresentano una sorta di fin de siecle del grande poeta
tedesco, possono essere considerate la prima grande opera narrativa
dell'Ottocento europeo. Goethe in ogni caso ha una volta giudicato
questo romanzo il suo capolavoro.
Giuliano Baioni (1926 –
2004) Germanista, professore all'Università di Venezia. Articolo apparso
sul quotidiano la Stampa, il 29/10/1977
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