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Palazzo Ducale a Parma
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Nel 1561 Ottavio Farnese diede inizio a una serie di interventi di
ristrutturazione del Castello Sforzesco posto al di là del torrente, presso
la Chiesa di San Michele degli Umiliati, pensando di riutilizzarlo
come nuova dimora ducale. Si ipotizza che il progetto sia del Vignola,
in quegli anni più volte ospite della corte parmense. A dirigere il cantiere
sarà un suo allievo, Giovanni Francesco Testa, che già aveva seguito
la realizzazione del Palazzo Farnese di
Piacenza ( 1558).
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Dopo di lui subentrerà Giovanni Boscoli, cui può assegnarsi il
progetto della grande fontana con grotta, posta in facciata, al centro delle
scale di accesso. Nei primi decenni del Seicento, per intervento del
Moschino e del Rainaldi, all'intero edificio verrà dato un aspetto maestoso,
con avancorpi a logge e cortili laterali che successivamente saranno
modificati da Francesco Bibiena.
Un ulteriore ammodernamento si deve al Petitot (1767), che trasferirà
all'interno lo scalone d'accesso e alzerà di un piano i corpi laterali,
chiudendo la loggia in quello centrale, e dando così alla facciata un
andamento lineare. Le ultime modifiche risalgono al 1838-40, con gli
interventi del Bettoli. È oggi sede del comando della Legione dei
Carabinieri.
All'interno l'avvicendarsi di pittori diede vita a un vario programma
decorativo conservatosi solo parzialmente. Tracce dell'opera del bolognese
Cesare Baglioni (inizi del Seicento) sono visibili in tre sale del
piano terra, mentre al primo piano si susseguono un maggior numero di stanze
affrescate.
Abbondantemente manomessa per sovrapposizioni pittoriche è la Sala di
Orfeo, dipinta dal Mirola e da Giacomo Zanguidi, detto il
Bertoja, tra il 1568 e il 1570, attigua alla più famosa Sala del
Bacio e dell’Aetas Felicior, realizzata sempre dal Bertoja
(1570-73). Egli vi narrò in eleganti forme tardo manieriste le favole dell'Orlando
Innamorato del Boiardo, ideando per la scena delle danze una curiosa
architettura con colonne di vetro.
Di Alessandro Tiarini (1628 ca.) sono gli affreschi della Sala
d'Erminia che illustrano vicende della Gerusalemme Liberata; ad
Agostino Carracci (1602) si deve invece la volta della Sala
d'Amore, decorata con stucchi da Luca Reti e terminata nelle
pareti dal Cignani (1679-80).
Il grande e cosiddetto Salone di Maria Luigia, che fece del palazzo
un luogo di rappresentanza e un centro culturale, fu decorato all'epoca di
Ferdinando di Borbone, con stucchi nella volta a botte; Begnino Bossi
(1766-67) vi raffigurò 204 uccelli tutti diversi. La Sala delle Leggende fu
affrescata da Giovanni Battista Trotti detto il Malosso
(1604-19); i due paesaggi ai lati delle finestre sono opere del fiammingo
Jan Sons (1575 ca.).
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