Storia di Città di Castello

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Storia di Città di Castello

 

Città di Castello è il centro più importante della Val Tiberina, di quel territorio cioè che coincide con l’alta Valle del Tevere, quando il fiume lascia le gole appenniniche per la pianura. Geograficamente e politicamente questa zona è stata considerata ora Umbria, ora Toscana, per la sua caratteristica tipica di territorio di confine e per le vicende storiche che la riguardano. Mentre la civiltà etrusca ha lasciato a Città di Castello scarse testimonianze, più documentata, invece, è la presenza dei Romani che occuparono l’alta Valle del Tevere dopo la terza guerra sannitica.

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Come colonia romana, la città prese il nome di Tifernum Tiberinum e nel I secolo a.C. si arricchì di terme, templi e ville tra cui quella di Plinio il Giovane. (gli abitanti della città si chiamano da allora tifernati). Dopo la diffusione del Cristianesimo, secondo la tradizione collegata al martirio di Crescenziano, la città fu al al centro di una diocesi vasta quanyo l'alta Valle del Tevere. Nel periodo delle invasioni barbariche, distrutta dai Goti, Città di Castello venne ricostruita dal vescovo San Florido, cui è dedicata la Cattedrale. Il nome attuale si fissò in epoca longobarda quando la denominazione passò da Castrum Felecitatis a Castellum Felicitatis, poi a Civitas Castellana e infise a Civitas Castelli. Il territorio castellano fu poi occcupato dai Franchi e quindi dalla Chiesa.

 

Nell'età comunale, come altri centri italiani, anche Città di Castello non sfuggì a continue lotte locali e capovolgimenti di alleanze che la videro impegnata soprattutto contro Perugia al cui dominio cercò sempre di sottrarsi. Nell'età successive, il formarsi delle Signorie dette luogo nella vicina Montone al consolidarsi del potere dei Forfebraccio, dalla cui famiglia uscirà il condottiero Braccio da Montone, mentre a Città di Castello prevalse per un certo tempo la famiglia dei Guelfucci.

 

Tra il 1326 e il 1335 la città cadde sotto Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, che con l'aiuto del fratello Pietro era riuscito a estendere il proprio dominio su Sansepolcro il Monterchi. Aiutata dà Perugia, la città riconquistò la sua libertà e riuscì a manternerla anche nel periodo delle conquiste papali del cardinale Egidio Albornoz  quando si limitò a un semplice riconoscimento del potere pontificio governandosi però in forma autonoma con il sistema del vicariato, che ottenne nel 1369 da Urbano V dietro pagamento di un canone annuo.

 

Nel 1375 i tifernati cacciarono le truppe pontifìcie al seguito di Giovanni Acuto, ma nel 1378 tornarono sotto la protezione della Chiesa. Nel 1413 Braccio da Montone aveva conquistato Fratta (l'odierna Umbertide) e nel 1422 prese Città di Castello, ma la sua vedova, che aveva ottenuto il vicariato pontificio alla morte del condottiero, venne cacciata dai Tifernati nel 1428; negli anni seguenti il pontefice Martino V garantì alla città una certa autonomia. Nel 1431 Niccolò Fortebracci assalì Città di Castello, ma il difensore inviato dal pontefice Eugenio IV nella persona di Guidantonio da Montefeltro ne divenne signore sino al 1432 quando lo stesso Fortebracci, passato dalla parte del papa, vi ritornò e vi rimase sino al 1435. Dopo la sua morte, subito un assedio nel 1440 ad opera di Niccolò Piccinino, la città si pose sotto la protezione di Firenze.

 

Nel contempo Sansepolcro passava definitivamente al Granducato di Toscana, mentre a Città di Castello assumeva sempre maggior preminenza la famiglia Vitelli contrastata nella sua espansione dalla fazione opposta dei Giustini. Sisto IV assediò la città a lungo riuscendo a cacciare Niccolò Vitelli che vi ritornò sostenuto dal favore popolare e dai Fiorentini nel 1482; i suoi successori, Paolo e Vitellozzo Vitelli, si distinsero per il valore di condottieri. Vitellozzo, avendo partecipato a una congiura contro Cesare Borgia, venne fatto uccidere dal Valentino a Senigallia insieme a Paolo e Francesco Orsini e a Oliverotto da Fermo.

 

Anche dopo la riaffermazione del potere pontifìcio, nella città continuarono a dominare i Vitelli tra i quali emersero le figure di Vitello che succedette a Giovanni de' Medici nel comando delle "Bande nere", il suo esercito personale di mercenari (1526) e Alessandro, valente architetto militare. Sino al 1550 i tifernati dominarono anche su Fratta e sino al 1572 su Citerna.
 

Per tutto il XVI secolo la città visse un periodo di intensa vita culturale e si arricchì di monumenti artistici. Alla fine del XVIII secolo le vicende rivoluzionarie coinvolsero anche la Val Tiberina: Città di Castello, capoluogo di una delle tredici province dello Stato Pontificio, venne occupata dalle truppe della Repubblica Cisalpina nel gennaio del 1798, dopo aver subito stragi e saccheggi da parte di bande di briganti; il 18 giugno 1799 venne restituita dalle truppe austro-aretine al governo pontificio. Fu in quell'anno che il quadro Sposalizio della Vergine di Raffaello, che ornava la Cappella Albizzini della Chiesa di San Francesco, venne donato al generale Lechi e finì a Milano dove è tuttora conservato alla Pinacoteca di Brera. Dopo il dominio napoleonico, durante il quale Città di Castello costituì un cantone del Dipartimento del Trasimeno, con la restaurazione del potere pontificio, la cittadina divenne parte della Delegazione di Perugia. Anche dopo l'annessione al Regno d'Italia continuò a far parte della provincia di Perugia, distinta nei due mandamenti di Città di Castello e di Umbertide.
 

Lo sviluppo economico del territorio nel corso del XIX secolo è legato soprattutto all'attività agricola che ha visto l'incremento della coltivazione del tabacco e, negli ultimi anni, al sorgere di numerose piccole e medie imprese.
 

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