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Il contratto sociale - Jean-Jacques
Rousseau   
di Massimo Serra
Con la famosa
frase "l'uomo nasce libero, ma è ovunque in catene",
Rousseau contesta gli stati moderni unitari,
affermando che essi reprimono la libertà fisica che è nostro
diritto di nascita, ma non assicurano la libertà civile, per
il bene della quale, entriamo nella società civile. L'autorità
politica legittima non può detenerla un monarca, ma solo uno
stato democratico, alla base del quale c'è un contratto
sociale concordato da tutti i cittadini per la
loro reciproca conservazione.
Ai tempi di Rousseau, nel 1700, il sovrano era un monarca
assoluto. I governanti avevano assunto il controllo assoluto
sui loro stati, sia per quanto riguardava la proprietà che per
quanto riguardava gli abitanti. Si dice che Luigi
XIV, che regnò fino al 1715, l'archetipo del monarca assoluto,
una volta abbia detto: "L'État, c'est moi!", ovvero
"Io sono lo stato". Rousseau viveva in Francia dove qualsiasi
cosa il re dicesse era legge e doveva essere obbedita, e nessuna
forza esterna poteva esercitare alcuna influenza né su Luigi
né sul suo stato. L'obiettivo di Rousseau nel Contratto sociale
è determinare come le persone possano mantenere la loro libertà
entro i confini dell'associazione politica, per cui l'idea di
un monarca unico con potere assoluto sui sudditi è contraria
al suo ideale. Sorprendentemente Rousseau teorizza lo stato
democratico molto in anticipo rispetto ai tempi...
Introduzione
Il Contratto Sociale è un trattato filosofico e politico
scritto da Jean-Jacques Rousseau nella seconda metà del 1700.
Nel testo l'autore, constatate l'impossibilità di ritornare
come esseri umani allo stato di natura iniziale e la crisi dell'uomo
moderno, cerca di definire un modello politico
di società in grado di garantire, da un lato,
la libertà individuale e, dall'altro, la costituzione e il corretto
funzionamento di uno Stato democratico.
Le idee di Rousseau costituirono le fondamenta della Rivoluzione
francese, anche se la realtà dimostrò ben presto, quanto
difficile fosse la determinazione della volontà generale, e
fece emergere il paradosso di persone che devono essere "costrette
ad essere libere".
Alla base della società, dell’associazionismo politico, vi
deve essere secondo Roussesau, un accordo razionale e convenzionale,
un contratto appunto, che permetta di superare la semplice
legge del più forte. Nella società di Rousseau però gli individui
non rinunciano ai loro diritti "naturali" a favore della comunità,
poiché secondo lui, l’individuo non ha alcun diritto, se non
come cittadino di uno Stato.
L’individuo, nella teoria di Rousseau, non è quindi
dipendente o sottomesso ad altri, cui ha ceduto tutti o parte
dei suoi diritti, ma è un membro di un corpo politico, definito
“io comune?, che si fa garante dei diritti e delle libertà
dei singoli. Mentre ogni individuo ha una volontà particolare
che mira al proprio interesse, l"io comune" esprime la volontà
generale che mira al bene comune e ha autorità assoluta
sulle questioni di interesse pubblico, Rousseau addirittura
raccomanda la pena di morte per chi si oppone all'"io comune"
violando il contratto sociale.
Lo stato moderno
Un aspetto annoso, e tuttora interessante da indagare, è
la preoccupazione che Rousseau ha nei confronti degli Stati
moderni. Per Rousseau difatti la libertà civile che viene
dalla partecipazione politica attiva è, in gran parte, la libertà
di determinare il proprio destino. Ne deriva che negli Stati
moderni, dove i cittadini non sono partecipanti attivi della
vita politica, quanto piuttosto testimoni di decisioni prese
da altri sulla loro pelle, tale libertà viene sacrificata...
Potere legislativo,
esecutivo e giudiziario
La volontà generale trova la sua espressione più chiara nelle
leggi generali e astratte dello Stato, che vengono create
all'inizio della vita dello Stato da un legislatore imparziale.
Tutte le leggi devono garantire la libertà e l'uguaglianza,
anche se possono variare a seconda delle circostanze locali.
Il potere legislativo è esercitato attraverso
le leggi, ma ovviamente gli stati hanno anche bisogno di un
governo che eserciti il potere esecutivo, svolgendo le
attività quotidiane. Ci sono molte forme diverse di governo,
ma possono essere suddivise approssimativamente in democrazia,
aristocrazia e monarchia.
Secondo Rousseau la monarchia è la forma di governo più forte,
e si adatta meglio alle grandi popolazioni e ai climi caldi,
mentre le aristocrazie tendono ad essere le più stabili. Governo
e potere legislativo sono in attrito tra di loro spesso e questo
attrito alla fine distruggerà lo stato, ma gli stati sani possono
durare molti secoli prima di dissolversi. Il popolo esercita
la propria sovranità riunendosi in assemblee regolari
e periodiche. Spesso è difficile convincere tutti i cittadini
a partecipare a queste assemblee, ma la partecipazione
è "essenziale" per il benessere dello Stato. Quando si vota
nelle assemblee, le persone non devono votare per ciò che vogliono
personalmente, ma per ciò che credono sia la volontà generale.
In uno stato in salute, i risultati di queste votazioni dovrebbero
avvicinarsi all'unanimità. Per dimostrare che anche i grandi
Stati possono riunire tutti i loro cittadini, Rousseau prende
l'esempio della repubblica romana e della sua "comizia".
Rousseau raccomanda l'istituzione di un tribunale
per mediare tra governo e potere legislativo e tra potere legislativo
e popolo. In caso di emergenza, possono essere necessarie brevi
dittature. Il ruolo dell'ufficio del censore è quello di dar
voce all'opinione pubblica. Mentre tutti dovrebbero essere liberi
di osservare le proprie convinzioni personali in privato, Rousseau
suggerisce che lo Stato richieda anche a tutti i cittadini di
osservare una religione pubblica che incoraggi la buona cittadinanza
(cosa che verrà ripresa appieno dalla Rivoluzione Francese).
Contesto storico
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) fu attivo al culmine dell'Illuminismo
francese. Pensatori come
Voltaire,
Diderot, e d'Alembert guidarono un movimento che
poneva la fede suprema sui poteri della ragione. Essi disprezzavano
la religione o la fede cieca di qualsiasi tipo, credendo che
la ragione e la conoscenza potessero lentamente
portare al miglioramento dell'umanità. Diderot e d'Alembert
assunsero la direzione dell'Enciclopedia, il coronamento
dell'Illuminismo. L'enciclopedia doveva documentare tutto il
sapere umano raccolto fino a quel momento.
Rousseau era inizialmente amico delle altre figure principali
dell'Illuminismo, e contribuì all'Enciclopedia con diversi articoli
(per lo più sulla musica). Tuttavia, il filosofo e scrittore
ginevrino non condivideva la fede assoluta nella ragione o nel
progresso umano, e le differenze intellettuali e di temperamento
lo allontanarono sempre più da Diderot e D'Alembert.
Il pensiero politico di Rousseau fu influenzato principalmente
da due scuole di pensiero: la scuola di tradizione "volontaristica"
di Hobbes, Pufendorf, e Grozio, e la scuola
di tradizione "liberale" di Locke e Montesquieu.
La prima sosteneva come forma di governo da attuare la monarchia
assoluta. Secondo Hobbes, Pufendorf, e Grozio,
solo entrando nella società, e giurando fedeltà assoluta
a un re, si può sfuggire alla depravazione e alla brutalità
di una vita selvaggia. Secondo invece la tradizione "liberale"
di Locke e Montesquieu, la società esiste per
proteggere alcuni diritti inalienabili dei suoi cittadini.
Rousseau pur ispirandosi a entrambe le scuole non è d'accordo
con nessuna delle due, è in realtà più favorevole ai sistemi
politici degli antichi greci e dei romani,
e spesso si riferisce a Sparta o a Roma quando riporta un esempio
di stato in salute. Le società dell'antichità erano caratterizzate
da un forte spirito civico, e la cittadinanza
era considerata non solo un onore, ma una caratteristica determinante
di chi si era. L'influenza di tale pensiero pervade il Contratto
sociale, soprattutto l'influenza delle idee di Aristotele.
Quando fu pubblicato per la prima volta nel 1762, il Contratto
sociale fu accolto con indignazione e fu censurato. Rousseau
divenne un ricercato sia in Francia che nella nativa
Ginevra.
Tuttavia, trentadue anni dopo, nel 1794, dopo la Rivoluzione
Francese le sue spoglie furono trasportate al
Pantheon di Parigi
e fu sepolto come eroe nazionale.
Analisi
L'obiettivo principale di Rousseau con Il Contratto
sociale è quello di stabilire come la libertà sia
possibile nella società civile. Ma cosa intendeva l'autore per
"libertà"? Nello stato di natura godiamo della libertà
fisica di non avere restrizioni al nostro comportamento. Con
la stipula del contratto sociale, poniamo dei vincoli al nostro
comportamento, che ci permettono di vivere in una comunità.
Rinunciando alla nostra libertà fisica, tuttavia, otteniamo
la libertà civile di poter pensare e vivere razionalmente.
Accettiamo di controllare i nostri impulsi e i nostri desideri,
e quindi impariamo a pensare moralmente. Il termine "moralità"
ha un significato solo all'interno dei confini della società
civile, secondo Rousseau.
Non solo la libertà, quindi, ma anche la razionalità
e la moralità sono possibili solo all'interno della società
civile, e la società civile, dice Rousseau, è possibile solo
se si accetta il contratto sociale. Non dobbiamo solo ringraziare
la società per la protezione e la pace che ci offre; dobbiamo
alla società civile anche la nostra razionalità e la nostra
moralità. In breve, non saremmo "esseri umani" se non partecipassimo
attivamente alla società.
Se possiamo essere pienamente umani solo sotto l'egida del
contratto sociale, allora quel contratto è più importante degli
individui che lo accettano. Gli individui hanno valore solo
perché accettano quel contratto. Il contratto non viene accettato
da ogni individuo separatamente, ma dal gruppo collettivamente.
Quindi, il gruppo collettivamente è più importante di ogni individuo
che lo compone. Il sovrano e la volontà generale sono più importanti
dei suoi sudditi e delle singole particolari volontà. Rousseau
arriva a parlare del sovrano come di un individuo distinto che
può agire di propria iniziativa.
Potremmo discutere su queste argomentazioni con serie riserve
e, in effetti, Rousseau è stato accusato di appoggiare il
totalitarismo. Viviamo in un'epoca in cui i diritti individuali
sono considerati di vitale importanza ed è normale pensare che
il sistema proposta da Rousseau, revochi la libertà piuttosto
che tutelarla. Potremo però anche riflettere sul fatto che le
nostre decisioni e i nostri comportamenti sono in gran parte
dettati da una cultura consumistica che scoraggia il pensiero
individuale.
I cittadini nella "repubblica ideale" di Rousseau non sono
costretti ad entrare in una comunità: lo fanno per il loro
reciproco vantaggio. Rousseau sosteneva che i
cittadini dell'antica Grecia e di Roma erano molto attivi e
capaci di conquiste e che da allora non ci siamo più avvicinati
ad emulare quelle comunità. Lo spirito comunitario che li univa
non comprometteva l'individualità, ma dava all'individualità
la sua massima espressione. Anche se Rousseau permette ai cittadini
di fare quello che vogliono, purché non interferisca con gli
interessi pubblici, sembra comunque dare per scontato che la
personalità umana sia in qualche modo pubblica. Non sembra percepire
una distinzione tra ciò che siamo in pubblico e ciò che siamo
in privato. Chiedendo una cittadinanza così attiva, egli chiede
che la nostra personalità pubblica abbia la precedenza su quella
privata.
Il Contratto sociale si articola in 4 libri, suddivisi in
capitoli, di seguito un indice analitico per comprendere la
sua struttura.
Riassunto
del Contratto sociale di Rousseau, libro I
Il libro I si apre con la famosa frase: "L'uomo
è nato libero, ed è ovunque in catene". Queste "catene"
sono i vincoli posti alla libertà dei cittadini negli Stati
moderni. Lo scopo dichiarato di questo libro è quello di determinare
se può esistere un'autorità politica legittima, se può esistere
uno Stato che sostiene, piuttosto che limitare, la libertà.
Rousseau rifiuta l'idea che l'autorità politica legittima
si trovi in natura. Secondo lui, l'unica forma naturale di autorità
è l'autorità che un padre ha sul figlio, che esiste solo per
la sua conservazione. Alcuni pensatori, come Grozio e
Hobbes, hanno affermato che il rapporto tra governante
e governato è simile a quello tra padre e figlio: il governante
si prende cura dei suoi sudditi e quindi ha diritti illimitati
su di essi. Questo tipo di ragionamento presuppone la naturale
superiorità dei governanti sui governati. Tale superiorità si
perpetua con la forza, non con la natura, per cui l'autorità
politica non ha alcun fondamento in natura. Ora, se il potere
è l'unico fattore determinante del diritto, allora le persone
obbediscono ai governanti non perché dovrebbero, ma perché non
hanno scelta. La risposta suggerita da Rousseau è che la legittima
autorità politica si basa su un patto (un "contratto sociale")
stipulato tra i membri della società. Egli ha diversi predecessori
nel teorizzare un contratto sociale, tra cui Grozio, che propone
che ci sia un patto tra il re e il suo popolo - un "diritto
di schiavitù" - dove il popolo accetta di cedere la propria
libertà al re. Grozio è meno chiaro su cosa ottiene il popolo
in cambio della sua libertà. Non è la "conservazione": il re
si mantiene nutrito e soddisfatto del lavoro del popolo, e non
il contrario. Non è "sicurezza": la pace civile ha poco valore
se il re fa andare in guerra il suo popolo, e depaupera il paese
accumulando beni solo per il proprio consumo. Eppure deve essere
qualcosa, perché solo un pazzo rinuncerebbe alla sua libertà
per niente, e un patto fatto da un pazzo sarebbe nullo. Inoltre,
anche se le persone fossero in grado di rinunciare alla propria
libertà, non potrebbero rinunciare legittimamente anche alla
libertà dei loro figli.
È impossibile rinunciare alla propria libertà in uno scambio
equo. Consegnando la propria libertà al proprio sovrano, le
persone rinunciano a tutti i loro diritti e non sono più in
grado di chiedere qualcosa in cambio. Ancora più importante,
Rousseau collega la libertà con il significato morale: le nostre
azioni possono essere morali solo se sono state compiute liberamente.
Rinunciando alla nostra libertà rinunciamo alla nostra moralità
e alla nostra umanità.
Rousseau si oppone anche all'idea che i prigionieri di guerra
possano diventare schiavi attraverso uno scambio equo, dove
il conquistatore risparmia la vita dei vinti in cambio della
libertà di quella persona. Le guerre non hanno nulla a che vedere
con gli individui. Le guerre sono condotte tra gli Stati per
il bene della proprietà. Quando un nemico si arrende, cessa
di essere un nemico e diventa semplicemente un uomo.
Il popolo in una monarchia assoluta è schiavo, e gli schiavi
non hanno né libertà né diritti. Un popolo diventa un popolo
solo se ha la libertà di deliberare tra i suoi componenti e
di concordare su ciò che è meglio per tutti.
Commento:
la
natura e lo stato naturale
Il "concetto
di natura"
è molto importante in tutta la filosofia di Rousseau. Egli è
famoso per aver contrastato la convinzione illuministica secondo
cui la ragione e il progresso migliorano costantemente l'umanità,
suggerendo che forse stiamo meglio nel nostro stato di natura,
come "nobili selvaggi". Questa opinione è espressa con più forza
nella sua precedente opera, il Discorso sulla
disuguaglianza mentre nel
Il contratto sociale
Rousseau è pronto ad accettare la possibilità che la società
moderna porti beneficio alle persone.
Rousseau non è interessato alla storia o all'archeologia,
ma è interessato a comprendere la natura umana così come esiste
nel presente. La sua filosofia politica è guidata dalla convinzione
che le associazioni politiche a cui partecipiamo modellano in
gran parte il nostro pensiero e il nostro comportamento. Il
suo interesse per uno "stato naturale", quindi, è uno sforzo
per determinare come saremmo se le istituzioni politiche non
fossero mai esistite. Ciò che non fa parte di questo "stato
naturale" è il risultato della società umana, ed è quindi "innaturale".
Nel Discorso sull'ineguaglianza, Rousseau dipinge
un quadro molto roseo di questo stato naturale:
senza proprietà da contendersi e senza governi che impongano
la disuguaglianza, la nostra natura umana fondamentale è compassionevole
e priva di conflitti. Questa visione è in netto contrasto con
la maggior parte dei predecessori di Rousseau. Nel Leviatano,
Thomas Hobbes afferma infatti che la vita umana senza
istituzioni politiche è "solitaria, povera, brutta, brutale
e breve". Hobbes e Grozio affermano entrambi che la società
umana nasce per migliorare questo spiacevole stato naturale.
Rousseau riflette sul fatto che se gli esseri umani di oggi
si trovassero improvvisamente senza istituzioni politiche, condurrebbero
davvero delle vite spiacevoli, perché avrebbero assimilato tutto
l'egoismo e l'avidità che la società ha allevato in loro, senza
però alcuna delle protezioni che la società offre. L'ipotetico
stato naturale di Rousseau è "pre-sociale": prima di
essere corrotti dalla politica, quando l'essere umano non aveva
nessuna delle caratteristiche spiacevoli che Hobbes identifica.
È importante tuttavia sottolineare che Rousseau ritiene impossibile
tornare a questo stato naturale.
Cedere la propria libertà
Rousseau evidenzia un forte contrasto tra la natura e la
società civile. La società umana non fa parte del nostro stato
naturale, ma si forma artificialmente. Il suggerimento di Rousseau
è di basare la società che viene "costruita" su un "contratto
sociale", grazie al quale le persone che vivono in uno stato
di natura si riuniscono e si accordano, accettando alcuni vincoli,
per il bene comune. L'idea di un contratto sociale non è originale
di Rousseau, e potrebbe essere fatta risalire addirittura al
Critone di Platone.
Ora, mentre Hobbes, Grozio e Pufendorf, usano l'idea di un
contratto sociale per giustificare la monarchia assoluta, sostenendo
che le persone acconsentono ad essere governate da un monarca
assoluto in cambio della protezione e dell'elevazione dallo
stato di natura che questo offre loro, Rousseau rifiuta il concetto
stesso di contratto alla base di una forma monarchica. Egli
ritiene che le persone, nel cedere la propria libertà al monarca,
rinunciano alla libertà e all'autorità di acconsentire a un
contratto sociale, e quindi rendono nullo qualsiasi contratto
stipulato con il monarca. Secondo Rousseau, la nostra libertà
e la nostra umanità sono strettamente legate alla capacità di
deliberare e di fare scelte. Se un monarca ha potere assoluto
su di noi, perdiamo sia la nostra libertà che la nostra umanità
e diventiamo schiavi.
Si arriva a un punto nello stato della natura, suggerisce
Rousseau, in cui le persone hanno bisogno di unire le forze
per sopravvivere. Il problema risolto dal contratto sociale
è come le persone possano legarsi l'una all'altra e conservare
la loro libertà. Il contratto sociale stabilisce essenzialmente
che ogni individuo deve arrendersi alla comunità nel
suo insieme. Rousseau trae tre implicazioni da questo: (1) Poiché
le condizioni del contratto sociale sono le stesse per tutti,
tutti vorranno rendere il contratto sociale il più facile e
giusto possibile per tutti. (2) Poiché le persone si arrendono
incondizionatamente per il bene comune, l'individuo non ha diritti
che possano opporsi allo Stato. (3) Poiché nessuno è posto al
di sopra di tutti gli altri, le persone non perdono la loro
libertà naturale stipulando il contratto sociale.
La comunità che si forma con questo contratto sociale
non è semplicemente la somma delle vite e delle volontà dei
suoi membri: è un'entità distinta con una vita e una volontà
proprie. Questa entità, chiamata nell'antichità "città" o "polis",
oggi si chiama "repubblica" o "corpo politico". Lo stato nel
suo ruolo attivo è "sovrano" in relazione ad altri stati,
la comunità che lo forma è "un popolo" e individualmente i singoli
sono sono "cittadini" e sono "sudditi" del sovrano nella misura
in cui si sottomettono ad esso.
La "bontà" del sovrano
Poiché il sovrano è un insieme distinto e unificato,
Rousseau lo tratta sotto molti aspetti come se fosse un individuo.
Poiché nessun individuo può essere vincolato da un contratto
stipulato con se stesso, il contratto sociale non può imporre
al sovrano alcuna regolamentazione vincolante. Al contrario,
i sudditi del sovrano sono doppiamente vincolati: come individui
sono vincolati al sovrano, e come sudditi del regno sono vincolati
ad altri individui. Il sovrano, pur non essendo vincolato dal
contratto sociale, non può fare nulla che possa violare il contratto
sociale stesso, poiché deve la sua esistenza a quel contratto.
Inoltre, facendo del male ai suoi sudditi, farebbe del male
a se stesso, per cui il sovrano agirà nell'interesse
dei suoi sudditi senza alcun impegno vincolante
in tal senso.
I singoli, invece, hanno bisogno dell'incentivo della
legge per rimanere fedeli al sovrano, poiché essi potrebbero
essere tentati dal godere di tutti i benefici della cittadinanza
senza obbedire ad alcuno dei doveri di suddito. Così, Rousseau
suggerisce che i sudditi riluttanti siano costretti ad obbedire
alla volontà generale, ovvero "costretti ad essere liberi".
In contrasto con il Discorso sull'ineguaglianza, Rousseau
traccia qui una distinzione tra natura e società civile che
favorisce fortemente quest'ultima. Mentre perdiamo la libertà
fisica di poter seguire i nostri istinti e fare ciò che vogliamo,
otteniamo la libertà civile che pone i limiti
della ragione e della volontà generale al nostro comportamento,
rendendoci così morali. Nella società civile, ci assumiamo la
responsabilità delle nostre azioni e diventiamo più nobili di
conseguenza.
La proprietà
Rousseau parla nel Contratto sociale anche della
proprietà. Egli suggerisce che la proprietà della terra
è legittima solo se nessun altro la rivendica, se il proprietario
non occupa più terra di quanta ne abbia bisogno e se la coltiva
per il suo sostentamento. Nel Contratto sociale, ogni
individuo cede tutte le sue proprietà a se stesso, al
sovrano e alla volontà generale. Così facendo, egli non cede
la sua proprietà, poiché è anche soggetto del regno.
Secondo Rousseau i singoli cittadini hanno una vita e una
volontà proprie, ma nel legarsi al contratto sociale, diventano
anche parte della vita e della volontà del regno. Così come
ogni parte del corpo di un uomo interagisce con il resto del
corpo per assicurar il suo buon funzionamento, così ogni individuo
è impegnato nei confronti del regno. Tuttavia, il regno non
deve nulla ai suoi sudditi, così come una persona non deve nulla
al suo mignolo o al suo ginocchio sinistro. Cerchiamo di non
danneggiare le nostre dita e le nostre ginocchia non perché
siamo legati da una sorta di contratto, ma perché le nostre
dita e le nostre ginocchia sono parte del nostro corpo, e nel
far loro del male faremmo del male a noi stessi. Il regno
non deve nulla ai suoi sudditi, ma si adopererà comunque per
garantire il loro benessere.
Il punto di vista comunitario di Rousseau può essere compreso
facendo riferimento al contrasto tra lo stato di natura e la
società civile. La libertà che abbiamo nello stato di natura
è la libertà degli animali: libera e irrazionale. Entrando nella
società civile impariamo a frenare i nostri istinti e ad agire
razionalmente. Lasciando il nostro stato naturale, arriviamo
a riconoscere che abbiamo bisogno di ragioni per giustificare
le nostre azioni. Questa razionalità è ciò che definisce
le nostre azioni come morali. La razionalità e la
moralità ci distinguono dagli animali, secondo Rousseau,
quindi è solo diventando parte della società civile che diventiamo
umani. La comunità è superiore all'individuo perché è una comunità
di esseri umani e l'individuo è solo un animale solitario.
Costretti a essere liberi
Rousseau contrappone la libertà fisica di seguire i nostri
istinti alla libertà civile di agire razionalmente. Nella società
civile impariamo la libertà dell'autocontrollo. Così, secondo
Rousseau, non rinunciamo alla nostra libertà vincolandoci al
contratto sociale, ma la realizziamo pienamente. Questo contesto
può aiutarci allora a comprendere l'inquietante affermazione
di Rousseau secondo cui i cittadini recalcitranti dovrebbero
essere "costretti ad essere liberi". Se otteniamo la libertà
civile solo entrando nella società civile e vincolandoci al
contratto sociale, qualsiasi violazione di tale contratto violerà
anche la nostra libertà civile. Mettiamo a repentaglio la nostra
stessa razionalità e moralità violando il contratto che ci ha
resi razionali e morali. Costringendo i sudditi ad obbedire
al contratto sociale, il sovrano costringe essenzialmente i
suoi sudditi a mantenere la libertà civile che è parte integrante
di questo contratto sociale. Alcuni commentatori sono
arrivati al punto di accusare Rousseau di totalitarismo.
Capitoli
1-6 del Libro II
L'obiettivo finale di ogni Stato è il bene comune. Rousseau
sostiene che il bene comune può essere raggiunto solo tenendo
conto della volontà generale espressa dal sovrano. Il sovrano
è inalienabile: non può rinviare il suo potere a qualcun
altro, né essere rappresentato da un gruppo più piccolo. Esprime
la volontà generale, che non coinciderà mai esattamente con
una particolare volontà privata. Come la volontà del popolo,
il sovrano può esistere solo finché il popolo ha una voce politica
attiva e diretta.
La sovranità è indivisibile: il sovrano esprime sempre
e necessariamente la volontà del popolo nel suo insieme e non
di una parte. L'espressione della volontà generale assume la
forma del diritto, mentre l'espressione di una volontà particolare
è, nella migliore delle ipotesi, un'applicazione del diritto.
Rousseau accusa altri filosofi di non comprendere questa distinzione.
Essi considerano atti particolari (amministrazione, dichiarazioni
di guerra, ecc.) come atti di sovranità, e poiché questi atti
non sono intrapresi dal popolo nel suo insieme, essi concludono
che la sovranità è divisibile. Questa conclusione permette a
pensatori come Grozio di investire il potere sovrano nella volontà
particolare di un singolo monarca, privando così il popolo dei
suoi diritti.
Rousseau sostiene la pena di morte, sostenendo che
il sovrano ha il diritto di determinare se i suoi sudditi debbano
vivere o morire. La sua più forte motivazione di questa posizione
è l'affermazione che i malfattori, violando le leggi dello Stato,
stanno essenzialmente violando il contratto sociale. In quanto
nemici del contratto sociale, essi sono nemici dello Stato e
devono essere esiliati o messi a morte. È possibile perdonare
i criminali, ma sia la grazia che la punizione sono segni di
debolezza: uno Stato sano ha pochi criminali.
I concetti di sovrano e di volontà generale erano stati trattati
prima di Rousseau, ma non nella forma che Rousseau dà loro.
Un sovrano è l'autorità suprema nei confronti di un certo gruppo
di persone. È la voce della legge, e tutti i popoli sono sotto
la sua autorità e devono obbedirgli. È anche indipendente da
qualsiasi influenza esterna.
Ai tempi di Rousseau, il sovrano era generalmente un monarca
assoluto. Il re dettava legge e nessuna forza esterna poteva
esercitare alcuna influenza su di lui. L'unico modo in cui le
persone possono essere sottomesse a un potere sovrano senza
perdere la loro libertà è se sono esse stesse questo potere
sovrano. Così, Rousseau capovolge l'idea di sovranità, affermando
che il popolo, e non il re, è sovrano. Nella repubblica ideale
di Rousseau, l'autorità sovrana si esprime nella "volontà
generale". Così come un re usa l'autorità per ottenere ciò
che è meglio per lui, il popolo che agisce insieme usa l'autorità
per ottenere ciò che è meglio per tutti.
Volontà generale e volontà di tutti
La volontà generale, a differenza della volontà di un re,
non è la volontà di un individuo in particolare. Rousseau fa
un'importante distinzione tra la "volontà generale" e la "volontà
di tutti". La volontà di tutti è semplicemente ciò che otteniamo
quando sommiamo tutto ciò che ogni individuo vuole. La volontà
generale mira al bene comune. Rousseau suggerisce che i cittadini
dovrebbero votare tenendo conto della volontà generale e non
dei loro interessi privati. Nelle moderne democrazie, gli elettori
tendono a perseguire i propri interessi: i ricchi favoriscono
i tagli alle tasse, i poveri favoriscono i programmi sociali,
e così via. Nella repubblica ideale di Rousseau, ogni persona
voterà con l'interesse di realizzare ciò che è meglio per tutti:
i ricchi riconosceranno che la tassazione per i programmi sociali
aiuterà chi ne ha bisogno, i poveri riconosceranno che una riduzione
delle tasse può stimolare l'economia, e così via.
La volontà generale e la volontà di tutti spesso coincidono,
ma se un numero significativo di persone si riunisce a causa
di interessi privati condivisi e accetta di promuovere tali
interessi votando in blocco, riuscirà a sbilanciare la volontà
generale. Invece di puntare uniformemente verso il bene comune,
lo Stato inizierà a puntare in modo diseguale verso il bene
della fazione più potente. In uno Stato libero da fazioni,
la differenza sembra risiedere interamente nell'atteggiamento
con cui i cittadini votano. In una repubblica sana, ogni cittadino
vota con l'interesse di assicurare ciò che è meglio per lo Stato.
Paradossalmente, questo richiede che ogni cittadino pensi con
la sua testa piuttosto che consultarsi con i suoi concittadini
su ciò che ritiene sia meglio. Un voto privato è essenziale
per evitare il fazionalismo.
Mentre sostiene che il sovrano ha potere assoluto su tutti
i suoi sudditi, Rousseau è attento a ritagliarsi uno spazio
anche per gli interessi privati. Il cittadino
deve rendere tutti i servizi o i beni necessari allo Stato,
ma lo Stato non può pretendere più di quanto sia necessario
al cittadino. Inoltre, il sovrano è autorizzato a parlare solo
nei casi che riguardano la politica dell'organismo nel suo insieme.
I casi che riguardano solo individui o particolarità non riguardano
tutti i cittadini, e quindi non riguardano il sovrano: il sovrano
si occupa solo di questioni che sono di interesse comune. Di
conseguenza, ogni cittadino è libero di perseguire interessi
privati, ed è vincolato al sovrano solo nelle questioni di interesse
pubblico.
Capitoli
6-7 del Libro II
La legge
La precedente discussione sul contratto sociale e sul sovrano
spiega come nasce il corpo politico, la questione di come si
mantiene, richiede una discussione sul diritto. Rousseau suggerisce
che esiste una giustizia universale e naturale che ci viene
da Dio, ma che non è vincolante. I malvagi non obbediranno alla
legge di Dio, e quindi dobbiamo stabilire leggi positive
e vincolanti all'interno della società, altrimenti coloro che
obbediscono alla legge di Dio soffriranno per mano di coloro
che la disobbediscono.
Rousseau definisce la legge come un'espressione astratta
della volontà generale che è universalmente applicabile.
Tutte le leggi sono fatte dal popolo nel suo insieme e si applicano
al popolo nel suo insieme, la legge non si occupa di particolarità.
La legge non può mai trattare con singole persone o gruppi,
quindi, può dire che un certo gruppo dovrebbe avere certi privilegi
o che una certa persona dovrebbe essere il capo dello stato,
ma non può determinare quale individuo o gruppo particolare
dovrebbe ricevere questi privilegi.
La legge è essenzialmente una registrazione di ciò che le
persone desiderano collettivamente. Una legge può essere promulgata
solo se le persone sono d'accordo, e deve essere applicata a
tutti. Una dichiarazione del sovrano che si applica solo a certe
persone o a certi oggetti non è una legge, ma un decreto. L'esistenza
della società civile dipende dall'esistenza di leggi. Tuttavia,
Rousseau riconosce il problema di come le leggi debbano essere
stabilite.
Come può un popolo nel suo insieme riunirsi e scrivere
un codice di legge?
Non c'è solo il problema di come un numero così grande di
persone possa scrivere un tale documento insieme, ma anche il
problema che il popolo non sempre sa cosa vuole, o cosa è meglio
per lui. La soluzione proposta da Rousseau è la presenza di
un legislatore. Un legislatore ideale non è facile da trovare.
Deve essere estremamente intelligente e disposto a lavorare
in modo disinteressato per conto del popolo. Poiché le leggi
modellano in larga misura il carattere e il comportamento del
popolo, il legislatore deve mostrare una grande perspicacia.
Affinché le leggi siano imparziali, il legislatore non deve
essere egli stesso un cittadino dello Stato a cui dà leggi.
Egli deve essere al di fuori e al di sopra dell'autorità del
sovrano. Ricordando la difficoltà di trovare una tale persona,
Rousseau osserva: "Gli dei sarebbero necessari per dare leggi
agli uomini".
Non c'è solo la difficoltà di trovare un legislatore geniale
che non voglia governare, ma anche la difficoltà di far sì che
il popolo obbedisca alle leggi. È improbabile che le persone
accettino semplicemente le leggi date loro da una persona in
particolare. Rousseau osserva che nel corso della storia i legislatori
hanno usato l'autorità di Dio o qualche altro potere divino
per sostenere le leggi. Mosè, per esempio, sostiene che Dio
gli ha dato i Dieci Comandamenti. Un appello alle origini
soprannaturali delle leggi è generalmente un buon mezzo per
assicurare che siano rispettate.
Commento ai capitoli
6-7 del Libro II
In larga misura, l'accordo di vivere secondo certe leggi
stabilite è ciò che definisce il contratto sociale. Nei capitoli
6-9 del Libro I, si fa una distinzione tra libertà civile
e libertà fisica, suggerendo di rinunciare alla seconda
e di guadagnare la prima entrando nella società civile. La libertà
fisica è caratterizzata dalla libertà illimitata di fare ciò
che vogliamo, seguendo i nostri istinti e i nostri impulsi.
La libertà civile mette sotto controllo i nostri istinti e i
nostri impulsi, insegnandoci a pensare e a comportarci razionalmente.
Rousseau non è affatto l'unico filosofo a definire la "vera"
libertà non come una libertà senza limiti, ma come la capacità
di deliberare razionalmente. Se il nostro comportamento non
è vincolato da leggi di qualche tipo, non siamo liberi, ma piuttosto
schiavi dei nostri istinti e dei nostri impulsi. Se il nostro
comportamento è limitato dalle leggi di qualche forza esterna,
allora non siamo liberi, ma siamo schiavi di quella forza esterna.
L'unica soluzione, quindi, è definire la libertà come un
comportamento che è limitato solo dalle leggi che abbiamo creato
noi stessi. Quando estendiamo questa soluzione alla società
nel suo insieme, le uniche leggi che possono mantenere la libertà
dei cittadini sono quelle leggi che i cittadini nel loro insieme
concordano.
Leggi e decreti
Rousseau è attento a distinguere tra leggi e decreti. I decreti
sono questioni di ordinaria amministrazione: un leader che nomina
un procuratore generale, o la decisione di condannare a morte
un traditore, o qualsiasi cosa che abbia a che fare con individui
o gruppi particolari è un decreto. Le leggi sono fatte per
il popolo nel suo insieme dal popolo nel suo insieme. Sono
le linee guida generali in base alle quali un popolo sceglie
di vivere. Come le restrizioni che un popolo pone su se stesso,
le leggi sono ciò che definisce la sua libertà civile.
Poiché le leggi rappresentano restrizioni della libertà civile,
esse rappresentano il salto dall'uomo nello stato di natura
alla società civile. In questo senso, la legge è una forza
civilizzatrice su di noi, quindi non sorprende che Rousseau
creda che le leggi che governano un popolo definiscano in larga
misura il loro carattere. Nel Discorso sull'ineguaglianza, egli
afferma che è il cattivo governo, e non la natura umana, la
fonte del nostro male. Qui, egli suggerisce che il buon governo,
o meglio le buone leggi, sono capaci di rendere le persone buone.
Le persone che accettano volontariamente, e come gruppo di persone,
di rispettare certe restrizioni che andranno a beneficio di
tutti, diventeranno probabilmente persone migliori.
Rousseau non fornisce alcuna soluzione pratica su come si
debba formare un codice di leggi. Al contrario, egli osserva
a lungo quanto sia difficile trovare qualcuno che sia all'altezza
del compito. Poiché un insieme di leggi definisce in larga misura
le persone che vivono secondo queste leggi, il legislatore è
responsabile di determinare il tipo di persone che un certo
stato produrrà. Il legislatore dovrebbe essere inteso come qualcuno
che inventa un codice morale. Se ricordiamo, la moralità è definita
dalla razionalità, la razionalità (secondo Rousseau) nasce con
la società civile, e la società civile nasce grazie a un legislatore.
Potremmo anche pensare al legislatore come a un santo o a una
specie di profeta: non c'è da stupirsi che Rousseau associ la
creazione di leggi al soprannaturale.
Nonostante tutti i suoi discorsi sulle difficoltà del fare
legge, Rousseau stesso si è impegnato a scrivere due costituzioni:
una per la Polonia e una per la Corsica, su invito
di quegli Stati. La Polonia fu divisa e la Corsica fu annessa,
prima che l'una o l'altra costituzione di Rousseau potessero
essere attuate. In entrambi i casi, Rousseau svolgeva il ruolo
del legislatore imparziale che si poneva al di fuori della legge:
non era né corso né polacco, e dava a queste persone leggi senza
alcun interesse personale o speranza di guadagno.
Capitoli
8-12 Libro II
Non solo è difficile trovare un buon legislatore, ma è anche
difficile trovare un popolo che sia adatto per le buone leggi.
Rousseau suggerisce che uno Stato deve ricevere leggi relativamente
presto nella sua esistenza. Se il tentativo di dare leggi viene
fatto troppo presto, il popolo non sarà pronto a ricevere una
guida. Se il tentativo viene fatto troppo tardi, il popolo sarà
rimasto bloccato nei suoi pregiudizi e si opporrà all'influenza
positiva delle buone leggi. In rari casi, una rivoluzione può
permettere a uno Stato più vecchio di riconquistare la propria
libertà con nuove leggi, ma tali rivoluzioni possono avvenire
solo una volta.
Rousseau osserva anche che uno Stato deve essere di dimensioni
medie - né troppo grande né troppo piccolo - se vuole fare bene.
In uno Stato grande, l'amministrazione diventa onerosa e costosa.
Invece di un governo centrale, ci dovranno essere molti livelli
di governo regionale, con ogni livello aggiuntivo che costa
al popolo. Inoltre, un grande governo sarà meno rapido e preciso
nel mantenere la legge e l'ordine, e in uno Stato che si estende
su una grande area, caratterizzata da costumi e climi diversi,
sarà difficile creare una legge che sia equa per tutti. D'altra
parte, uno Stato troppo piccolo rischia costantemente di essere
inghiottito dai vicini che sono in attrito con esso.
Ci deve essere anche un equilibrio tra il numero di persone
e l'estensione del territorio di uno Stato. Se un piccolo numero
di persone possiede un grande territorio, non sarà in grado
di mantenerlo tutto, e sarà in costante pericolo di invasione.
Se un gran numero di persone possiede un piccolo territorio,
dovrà fare affidamento su beni di altri stati per sostenerli,
e sarà costantemente tentato di invadere i propri vicini. Non
c'è un numero magico per determinare il giusto rapporto tra
popolazione e territorio, poiché molto dipende dal tipo di terra,
dal tipo di persone e così via.
La condizione finale che Rousseau elenca per l'istituzione
di leggi all'interno di uno Stato è che esso deve godere di
un periodo di pace e di abbondanza, poiché la formazione e l'istituzione
di leggi lo lascia momentaneamente vulnerabile.
Tenendo presente tutte le raccomandazioni di cui sopra, Rousseau
osserva che non ci sono molti stati adatti a ricevere leggi.
Un caso di particolare rilievo, tuttavia, è la Corsica. Rousseau
osserva: "Ho il presentimento che questa piccola isola un
giorno stupirà l'Europa".
Tutte le leggi devono perseguire i principi di libertà e
di uguaglianza. L'"uguaglianza" per Rousseau non significa che
tutti dovrebbero essere esattamente uguali, ma che le differenze
di ricchezza non dovrebbero sbilanciare lo Stato. All'interno
delle linee guida di questi principi generali, tuttavia, c'è
molto spazio per manovrare. Ogni Stato ha esigenze e interessi
diversi, e non c'è un solo modo "giusto" che tutti gli Stati
devono seguire. Ogni Stato dovrebbe avere leggi che si armonizzino
con le sue circostanze naturali.
Rousseau distingue quattro diverse classi di diritto.
(1) Le Leggi Politiche o Leggi Fondamentali, che
sono l'oggetto principale del Contratto Sociale. Esse determinano
il rapporto che il corpo politico ha con se stesso, la struttura
fondamentale dello Stato. (2) Le Leggi Civili,
che si occupano degli individui in relazione tra loro e con
l'organismo politico nel suo insieme. (3) Diritto
penale, che si occupa dei casi di violazione della legge.
E, soprattutto, (4) la morale, i costumi e le
credenze del popolo. Questi determinano la qualità del popolo
e il successo delle leggi più rigide e scritte.
Commento
Capitoli
8-12 Libro II
La fine del Libro II si occupa delle persone che costituiscono
uno Stato. Rousseau è saggio a non essere eccessivamente dogmatico
nelle sue raccomandazioni. Egli osserva invece che persone diverse
avranno esigenze diverse e richiederanno leggi diverse. Un popolo
che vive in montagna potrebbe fare meglio a stabilire uno stile
di vita pastorale, mentre un popolo che vive in riva al mare
potrebbe fare meglio con il commercio marittimo e navale. In
tutto il Contratto Sociale, le raccomandazioni di Rousseau sono
intese solo a livello generale, e non particolare. Nel capitolo
11, egli suggerisce che l'unico requisito assoluto per le buone
leggi è che esse preservino in tutti i casi la libertà e l'uguaglianza.
Uguaglianza materiale e proprietà privata
La domanda principale di Rousseau è come le persone possono
preservare la loro libertà in un'unione politica. L'uguaglianza,
gli sembra, è una condizione necessaria per la conservazione
della libertà. Il Discorso sull'ineguaglianza ribadisce che
la proprietà, e la disuguaglianza materiale, sono le cause principali
della miseria e del male umano. E ancora, nel capitolo 11 del
Contratto sociale, egli evidenzia il pericolo che i poveri sarebbero
disposti a vendere la loro libertà e i ricchi sarebbero in grado
di comprarla. Sia i ricchi che i poveri darebbero più valore
al denaro che alla libertà. Così, Rousseau afferma che un certo
livello di uguaglianza materiale è necessario per assicurare
che la libertà venga prima del profitto.
Tuttavia, Rousseau insiste anche sulla difesa del nostro
diritto alla proprietà privata. È contro il capitalismo eccessivo,
ma non si unisce ai pensatori socialisti o comunisti nel raccomandare
l'abolizione totale della proprietà privata. Se tutto ciò che
facciamo fosse a beneficio dello Stato, non saremmo più liberi.
Rousseau accuserebbe gli Stati comunisti (anche se non ce n'erano
in giro ai suoi tempi) di perseguire l'uguaglianza a tal punto
da dare ad essa la precedenza sulla libertà. L'uguaglianza
è importante come condizione necessaria per la libertà, ma opera
contro se stessa se rende schiavo il popolo che intende liberare.
Secondo Rousseau, pochissimi Stati sono pronti per le leggi
e questo significa che, pochissimi Stati, sono pronti per la
libertà. Egli spiega che alcuni Stati non sono ancora abbastanza
civilizzati per ricevere leggi, mentre altri sono troppo
radicati nei vecchi pregiudizi per adattarsi alle nuove leggi.
Nel capitolo 12, egli afferma che la moralità è più importante
per garantire il benessere di uno Stato di qualsiasi legge esplicita.
Tuttavia, egli suggerisce anche che la moralità è qualcosa che
deriva dalla creazione di leggi: le leggi e la vita nella società
civile sono ciò che rende una persona morale. Così ci imbattiamo
in una sorta di paradosso: un popolo ha bisogno di essere morale
in una certa misura per ricevere leggi, ma può diventare morale
solo quando ha delle leggi.
Il caso della Corsica
Nel 1764, due anni dopo aver scritto il Contratto Sociale,
Rousseau fu invitato a redigere una costituzione per la Corsica.
Questa costituzione non fu mai attuata, poiché la Francia invase
e annesse l'isola nel 1769. In quello stesso anno, in Corsica
nacque Napoleone Bonaparte. Rousseau aveva predetto che la Corsica
avrebbe stupito l'Europa, ma non immaginava che lo avrebbe fatto
attraverso questo incredibile condottiero. Napoleone difatti
divenne imperatore di Francia e marciò con i suoi eserciti fino
a Mosca, fu un legislatore infaticabile e il suo Codice Napoleonico
resta materiale giuridico vitale in Europa fino ad arrivare
alla Louisiana, un tempo controllata dai francesi.
Capitoli
1-2 Libro III
Volontà del potere legislativo (Sovrano) e forza del potere
esecutivo (Governo)
Rousseau apre il Libro III con una spiegazione del governo
e del potere esecutivo che esso esercita. Le azioni di uno Stato,
proprio come quelle di una persona, possono essere analizzate
in termini di volontà e forza. Per camminare intorno all'isolato,
devo decidere di camminare intorno all'isolato (volontà), e
devo avere il potere nelle mie gambe per farlo (forza). La
volontà della politica del corpo si esprime
nelle leggi, di cui si parla a lungo nel Libro II. La forza
che mette in pratica queste leggi si trova nel potere
esecutivo del governo. Poiché il governo si occupa di
particolari atti e applicazioni della legge, è distinto dal
sovrano, che si occupa solo di questioni generali. Moltissimi
pericoli sorgono quando governo e sovrano sono confusi o scambiati
l'uno con l'altro.
In un grande stato, ogni individuo sarà solo una piccola
parte del sovrano, e quindi ogni individuo sarà meno incline
a seguire la volontà generale e più incline a seguire la propria
volontà particolare. Per tenere in riga così tante persone,
il governo dovrà essere in grado di esercitare un grande potere.
Quindi, più grande è la popolazione, maggiore deve essere la
forza che il governo deve avere rispetto a ciascun individuo.
D'altra parte, più il governo è potente, più sarà tentato di
abusare del suo potere e di approfittare della sua posizione.
Così, come un governo forte è necessario per controllare
una popolazione numerosa, così un sovrano forte è necessario
per controllare un governo forte.
Proporzione continua
Mentre ovviamente non esiste un preciso rapporto matematico
che possa determinare il potere proporzionato del governo, Rousseau
suggerisce la seguente formula: il rapporto tra il potere del
governo e il potere del popolo dovrebbe essere uguale al rapporto
tra il potere del sovrano e il potere del governo. Rousseau
propone che il governo, come il sovrano, possa essere considerato
un organismo unico, con la differenza principale che il sovrano
agisce secondo i propri interessi, mentre il governo agisce
secondo gli interessi del sovrano, o meglio della volontà generale
espressa dal sovrano. Tuttavia, il governo ha vita propria,
ha le sue assemblee, i suoi consigli, le sue onorificenze e
i suoi titoli. La difficoltà sta nell'organizzare le cose in
modo che il governo non subordini il generale alla sua volontà.
Ogni membro del governo (chiamato da Rousseau magistrato
o principe) dovrà esercitare tre diversi tipi di volontà: la
sua volontà individuale che persegue i propri interessi, la
volontà esecutiva che esprime la volontà del governo e la volontà
generale che esprime la volontà del popolo nel suo insieme.
Meno magistrati ci sono, più la volontà generale somiglierà
a volontà particolari, viceversa con un gran numero di magistrati,
la volontà del governo assomiglierà alla volontà generale, ma
sarà il governo sarà anche relativamente più debole e meno capace
di porre in essere azioni. In un grande stato, dove è necessario
un governo forte, sono auspicabili meno magistrati.
Commento
Capitoli 1-2 Libro III
Il governo legittimo
Nel libro III Rousseau passa dall'astratto al pratico e dal
legislativo all'esecutivo, discutendo su come una repubblica
dovrebbe essere governata, piuttosto che sui principi sui quali
dovrebbe essere fondata. Invece di discutere di un sovrano e
di leggi che sono generali e si applicano a tutti, egli discute
di un governo che è composto da un gruppo selezionato di magistrati
e che esercita il potere.
La distinzione di Rousseau tra volontà e forza è strettamente
legata alla distinzione tra forza e diritto. Nei primi due libri
si occupa di volontà e di diritto: discute semplicemente di
come le cose dovrebbero essere, di come noi dovremmo volere
che siano. Ora parla della forza, di come possiamo far sì che
le cose siano come vogliamo che siano, di come possiamo metterle
in pratica. Una corretta distinzione tra forza e diritto
è necessaria per cogliere il concetto di governo legittimo.
Il governo sta in mezzo tra sovrano e sudditi ed è incaricato
di eseguire le leggi e mantenere la libertà civile. I membri
del governo, esercitano in nome del sovrano il potere che egli
ha affidato loro. Il singolo membro del governo è chiamato
magistrato o principe ed è in pratica un incaricato
dell'amministrazione pubblica.
Rousseau cerca di spiegarsi in termini di analogie matematiche,
pensando che la matematica dia chiarezza alle sue idee,
ma come lui stesso riconosce, non troveremo la precisione della
matematica nella gestione del potere politico. I calcoli di
Rousseau si basano sul presupposto che ogni cittadino eserciti
più di un tipo di volontà. Io agisco prima di tutto nel mio
interesse, come un singolo individuo, ed esercito una volontà
particolare. Tuttavia, come membro del sovrano, penso e agisco
tenendo presente la volontà generale. Se sono un magistrato
del governo (un membro del governo), penso e agisco anche con
una volontà di amministrazione, di concerto con i miei colleghi
magistrati.
Un equilibrio delicato quello tra volontà e forza
Secondo Rousseau, per avere uno stato equilibrato, deve esserci
equilibrio/uguaglianza tra il potere del governo (che riceve
ordini dal sovrano e li trasmette al popolo) e il potere dei
cittadini che sono sia sovrani che sudditi dello stato. Se i
valori perdono equilibrio e il sovrano vuole governare o il
governo dettare leggi, o il popolo non ubbidisce... forza e
volontà non agiscono più in accordo e si va verso l'anarchia
o la tirannia. Ora descrivendo in termini matematici equilibri
e proporzioni, siccome esiste una sola media proporzionale tra
ciascun rapporto tra parti dello stato (sovrano, governo e cittadini)
allora vi è un solo governo "buono" possibile in uno stato.
Variando però nel tempo i rapporti di un popolo, ne deriva che
un governo "buono" adesso, potrà non esserlo in futuro, oppure
viceversa, un governo "non buono" adesso, potrà esserlo in futuro.
Rapporti di forza tra sovrano (potere legislativo), principe
(membro del governo e quindi incaricato di esercitare il potere
esecutivo) e popolo
Per prevenire l'anarchia egoistica,
Rousseau sostiene che una grande popolazione ha bisogno di un
governo forte per mantenersi in riga. Un governo
forte non significa un governo numeroso. Al contrario, Rousseau
afferma che più piccolo è il governo, più forte è. In uno
stato grande, la volontà particolare di ogni individuo è molto
più forte della sua volontà generale, perché la sua volontà
particolare riguarda solo se stesso, mentre la sua volontà generale
riguarda un grande gruppo di cui l'individuo è solo una piccola
parte (e più questa parte è numerosa - 10.000 o 100.000,
meno conta rispetto al sovrano che resta 1). Più la volontà
personale impatta su quella generale, più bisogno ci sarà di
un governo forte e di un potere "reprimente". Rousseau conclude
che in uno stato grande, ogni individuo si preoccuperà meno
del benessere dello stato e si preoccuperà più di se stesso,
dunque più grande è la popolazione, più piccolo dovrebbe essere
il governo che la controlla.
Allo stesso modo, in un grande governo, la volontà
di corpo (che noi potremo definire corporativa) di ogni
magistrato sarà debole, mentre in uno piccolo, la volontà
corporativa di ogni magistrato sarà più forte ed egli avrà maggiori
tentazioni e mezzi per abusare del potere conferito. Uno stato
popoloso richiederà quindi un governo "ristretto e forte" ma
anche un sovrano capace a sua volta di tenere a bada il governo,
frenandolo dove lo riterrà necessario.
Il pericolo dei grandi stati, è che ogni singolo individuo
si senta meno vincolato dalla volontà generale, e che quindi
la volontà generale possa essere trascurata. Le idee di Rousseau
sono in debito con i filosofi politici greci, specialmente
Aristotele, e così egli pensa alla dimensione politica
ideale come a quella di una piccola città-stato, come Atene
o Sparta, o la Ginevra in cui è cresciuto. Un grande Paese non
è adatto alle sue raccomandazioni...
Capitoli
3-7 Libro III
La democrazia
Rousseau distingue approssimativamente tre forme di governo.
Quando tutti o la maggior parte dei cittadini sono magistrati
(membri dell'esecutivo) il governo è una democrazia.
Quando meno della metà dei cittadini sono magistrati, il governo
è un'aristocrazia. Quando c'è un solo magistrato (o in
alcuni casi una piccola manciata di magistrati), il governo
è una monarchia. Non esiste una forma di governo che
sia migliore per tutti. Piuttosto, come ha già notato Rousseau,
più grande è la popolazione, meno magistrati ci dovrebbero essere.
Così, i grandi Stati sono adatti alla monarchia, i piccoli
Stati alla democrazia e gli Stati intermedi all'aristocrazia.
Rousseau è molto scettico sulla fattibilità della democrazia.
Afferma che "non c'è mai stata e mai ci sarà una vera
democrazia" se la si intende nel suo significato rigoroso.
Gli Stati, per loro natura, tendono a far sì che un numero minore
di persone si occupi degli affari di governo. Quando il governo
e il sovrano sono lo stesso organo, c'è il grande pericolo che
la combinazione delle funzioni legislative ed esecutive corrompa
le leggi e porti alla rovina dello Stato. Una democrazia di
successo dovrebbe essere piccola, i cittadini dovrebbero conoscersi
tra di loro, essere semplici di costumu e onesti che hanno poca
ambizione o avidità. Essendo così instabile, la democrazia è
anche molto suscettibile alle lotte civili.
L'aristocrazia
Ci sono tre tipi principali di aristocrazia, quando pochi
governano su e in nome del popolo. (1) L'aristocrazia
naturale, spesso presente nelle civiltà primitive, dove
gli anziani e i capi famiglia governano un villaggio o una tribù.
(2) L'aristocrazia elettiva, che Rousseau considera
il miglior tipo di aristocrazia, in cui vengono messi al comando
coloro che hanno potere e ricchezze e coloro che sono più adatti
a governare (per saggezza e probità sono eletti dalla maggioranza).
(3) L'aristocrazia ereditaria, che Rousseau considera
il peggior tipo di aristocrazia, dove alcune famiglie governano
tutti gli altri per diritto ereditario. Finché ci si può fidare
dei magistrati che governano con giustizia, Rousseau ritiene
che l'aristocrazia sia un'eccellente forma di governo. È meglio
avere un gruppo selezionato dei migliori uomini a governare,
piuttosto che far sì che tutti cerchino di governare insieme,
indipendentemente dalle qualifiche e dalle conoscenze.
Da parte sua l'aristocrazia per funzionare deve tenere a
freno le esigenze dei ricchi ma anche tenere in considerazione
la situazione dei poveri.
La monarchia
Rousseau esprime serie riserve sulla monarchia, così come
sulla democrazia. La monarchia è efficiente, poiché tutto il
potere è nelle mani di un solo uomo. Tuttavia, questo può essere
pericoloso, poiché tutte le leve del potere stanno in una sola
mano: volontà del popolo, forza pubblica dello stato e forza
particolare del governo.
La volontà del governo corporativa diventa una volontà particolare,
facile da imporre. Certamente i monarchi migliori sono quelli
amati dal popolo, ma ciò che conta per il monarca è poter essere
anche cattivo o ingiusto, ove voglia, senza cessare di esser
re. Se un re vuole che il suo potere sia assoluto, è nel suo
interesse mantenere le persone che governa sottomesse in modo
che non possano mai ribellarsi. Un popolo debole, misero e incapace
di opporsi è desiderabile per il monarca.
Le monarchie sono più adatte ai grandi stati, dove possono
essere assegnati diversi ranghi di principi e subalterni. Tuttavia,
un monarca raramente assegna queste posizioni in modo saggio,
e pochi monarchi hanno la forza di governare i grandi Stati
da soli.
C'è anche un problema di successione: se i re vengono
eletti, queste elezioni sono soggette a grave corruzione, e
se c'è una successione ereditaria, c'è il rischio costante di
governanti incompetenti. Rousseau osserva anche che ogni re
che si succederà avrà idee e progetti diversi, il che significa
che lo Stato non manterrà una rotta fissa. Per tutte queste
ragioni, e non solo, è difficile trovare un buon re.
Il governo semplice e i governi misti
I governi semplici (puri) sono i migliori in sé, poiché semplici.
Nessun governo è strettamente una delle forme sopra citate (democrazia,
aristocrazia e democrazia), tutti sono in qualche modo misti.
Una monarchia ha bisogno di assegnare il potere a magistrati
minori e una democrazia ha bisogno di una sorta di leader che
la diriga. Nel complesso, Rousseau preferisce forme di governo
semplici, ma raccomanda di mescolare le forme per mantenere
un equilibrio di potere. Ad esempio, se il governo è troppo
potente rispetto al sovrano, dividendo il governo in diverse
parti si disperdono i suoi poteri corporativi. Se viceversa
il governo è troppo "molle" si prevedono tribunali per concentrarlo,
per rafforzarlo.
Commento
Capitoli 3-7 Libro III
Reagendo contro i filosofi della generazione precedente che
sostengono la monarchia assoluta, come Hobbes o Grozio,
Rousseau guarda ancora più indietro, ai pensatori greci e romani
antichi. In particolare, ha un enorme debito nei confronti della
politica di Aristotele. Aristotele fa una distinzione
simile a quella di Rousseau, tra democrazia, aristocrazia e
monarchia, a seconda che il governo sia dei molti, dei pochi
o di una sola persona. Aristotele ammette anche che le diverse
forme di governo si addicono a popoli diversi e a persone diverse,
ma tende a favorire l'aristocrazia. Forse, tuttavia,
le differenze sono più interessanti delle somiglianze. Mentre
Rousseau dà valore soprattutto alla libertà, Aristotele dà valore
alla "buona vita", e ignora a sufficienza il valore della libertà
per sostenere la schiavitù.
La ragione principale di Rousseau per preferire l'aristocrazia
- o meglio, la sua ragione principale per avere riserve sulla
democrazia e sulla monarchia - è che è profondamente preoccupato
per la separazione tra potere esecutivo e volontà
corporativa (volontà di una parte del corpo esecutivo, lobby
come su direbbe oggi). In una democrazia, la volontà corporativa
e la volontà generale possono essere confuse, mentre in una
monarchia, la volontà corporativa non è altro che la volontà
particolare del monarca.
Dovremmo riconoscere che quando Rousseau parla di democrazia
e dei pericoli che essa comporta, non intende la democrazia
nel senso che la viviamo oggi, ma in senso autentico, ortodosso.
Gran parte del mondo moderno è costituito da democrazie
rappresentative, in cui i cittadini sono coinvolti in
politica solo nella misura in cui eleggono funzionari che li
rappresentano nel governo. Quando Rousseau parla di "democrazia",
intende la democrazia diretta, dove le persone
sono i funzionari che siedono al governo. Secondo questo schema,
ogni cittadino sarebbe tenuto a sedersi in assemblea insieme
e a deliberare su questioni di Stato, possiamo facilmente capire
perché Rousseau raccomanda la democrazia solo ai piccoli Stati...
Il problema principale della democrazia diretta, come la
percepisce Rousseau, è che non riesce a distinguere tra l'esecutivo
e il legislativo. L'idea di formare il contratto sociale è quella
di garantire la libertà di ogni cittadino. Questa libertà verrebbe
seriamente ridotta se ogni cittadino dovesse dedicare al governo
tanto tempo quanto i funzionari eletti fanno normalmente. Il
popolo nel suo insieme è necessario solo per concordare le leggi
e accettare di osservarle. Questo è sufficiente a garantire
la libertà di tutti i cittadini. La libertà non si basa sul
lavoro esecutivo, che consiste nel portare avanti le questioni
di stato quotidiane, e Rousseau preferisce che solo un gruppo
selezionato si occupi di tali questioni.
Il pericolo in un governo di pochi eletti, naturalmente,
è che l'organo esecutivo possa diventare corrotto e non
più al servizio del popolo. Questo pericolo è particolarmente
presente in una monarchia. Poiché l'organo esecutivo è ridotto
a una sola persona, non esiste uno standard oggettivo per distinguere
la volontà particolare del monarca dalla sua volontà come rappresentante
del popolo. Di conseguenza, ogni monarca dovrà affrontare la
tentazione di governare nel proprio interesse e non nell'interesse
del popolo.
Potrebbe sembrare strano che un filosofo che difende così
ardentemente la libertà e l'uguaglianza preferisca
l'aristocrazia.
Questo termine è stato preso in tempi moderni per indicare una
classe superiore immeritevole e inefficace, ma Rousseau lo intende
in senso greco, come impiegato da Aristotele. "Aristocrazia"
significa letteralmente "regola del meglio", che Rousseau
mette in contrasto con il significato letterale di "democrazia",
"governo dei molti". In un mondo perfetto, un gruppo selezionato
di magistrati assumerà compiti esecutivi, e questi magistrati
saranno abili, efficienti e serviranno gli interessi del popolo.
Rousseau riconosce che questo non è sempre il caso di un'aristocrazia,
ma sembra pensare che i pericoli dell'aristocrazia siano di
meno e più facilmente evitabili di quelli della democrazia o
della monarchia. La sua preferenza per l'aristocrazia si basa,
semmai, sulla convinzione che le città-stato di medie dimensioni,
come la sua città natale, Ginevra, siano più adatte ad essere
governate da pochi. La monarchia resta la migliore forma di
governo per i grandi Stati poiché essi sono difficili da governare...
Capitoli
8-11 Libro III
Forma di governo e tipologia di paese a cui si adatta
Anche se la libertà è auspicabile, Rousseau concorda con
Montesquieu sul fatto che essa non sia possibile in ogni paese
e ambiente. Il governo di uno Stato non produce beni in sé,
e quindi deve vivere del surplus prodotto dal popolo.
Il surplus prodotto dal privato produce quanto necessario
alla gestione pubblica. Ma c'è di più... non conta solo
la quantità delle imposte, ma anche la "via che debbono percorrere
queste, per tornare nelle mani d'onde uscirono".
Quanto più stretta è la relazione tra il governo e il popolo,
tanto meno le tasse imposte dal governo graveranno sul popolo.
Perciò nella democrazia il popolo è meno oberato di balzelli,
peggio va nella aristocrazia, mentre nella monarchia il popolo
subisce il maggior peso delle imposte. La democrazia può sopravvivere
quindi anche dove c'è poco surplus, mentre la monarchia prospera
solo dove c'è un grande surplus. Così, Rousseau suggerisce una
forma di governo più adatta a seconda della grandezza della
popolazione e della produzione della ricchezza da parte di un
certo stato.
Anche il clima determina il governo in larga misura:
più freddo, i paesi del nord hanno poco surplus e possono sostenere
la democrazia, mentre più caldo, i paesi del sud hanno un grande
surplus e si adattano alla monarchia. Nei climi caldi, la gente
tende a mangiare meno, è frugale, ha più terreno fertile (e
più facile da lavorare), a disposizione ed ha bisogno di meno
persone per lavorare la terra. Poiché c'è bisogno di meno persone,
la popolazione sarà più sparpagliata e sarà più facile governarla.
Meno persone concentrate nello stesso posto significa anche
che le ribellioni sono più difficili. Tutte queste considerazioni
servono come prova che il governo monarchico prospera nei climi
caldi.
Buon governo
Considerando le numerose controversie su ciò che rende un
governo buono, Rousseau suggerisce che il fattore, obiettivo
e facilmente calcolabile, della grandezza della popolazione,
sia la misura migliore. Le associazioni politiche esistono per
garantire la protezione e la conservazione dei loro membri.
Una popolazione in crescita difatti è un segno di prosperità,
e quindi un segno di buon governo. Il governo peggiore viceversa,
si ha quando un popolo diminuisce e deperisce. La pace, la cultura
e altri fattori non sono così importanti.
Abuso di governo
Il governo è inevitabilmente in contrasto con il sovrano,
e l'attrito tra i due può far degenerare e distruggere il corpo
politico. O il governo si contrarrà - passando dalla democrazia
all'aristocrazia o dall'aristocrazia alla monarchia - o lo stato
stesso si dissolverà.
Lo stato si dissolve nell'anarchia quando il governo
usurpa il potere sovrano, quando i magistrati del governo
non operano più secondo le leggi. Tale usurpazione rompe
il contratto sociale, lo stato si riduce fino a dissolversi.
I cittadini si liberano dei loro obblighi sociali/civili, ritornano
nella loro libertà naturale. Oppure può accadere che il governo,
si "frazioni" al suo interno, andando, ogni parte del governo
che si è diviso, ad esercitare un potere proprio. Anche in tal
caso lo stato si scioglie.
Se il sovrano esercita senza legittimità il suo potere, diviene
un tiranno (un privato che si arroga l'autorità di regnare
senza averne il diritto). Alla fine, tiranno ed usurpatore,
sono sinonimi.
Morte del corpo politico
L'attrito tra governo e sovrano è destinato a distruggere
tutti gli Stati alla fine. Gli Stati, come gli esseri umani,
sono mortali, e il corpo politico è destinato anch'esso a morire.
Rousseau osserva che anche Sparta e Roma (i suoi due stati preferiti)
sono stati sciolti dopo un certo tempo. La longevità di uno
Stato dipende dalla sua buona costituzione, lo stato meglio
costituito finirà più tardi degli altri (salvo imprevisti!).
Fondamentale per la vitalità di uno stato è l'autorità sovrana,
il potere legislativo che è il cuore dello stato. Il governo
è il cervello, e lo stato, il corpo politico, può sopravvivere
anche se il cervello non funziona, purché il cuore pompi il
sangue.
Importante è infine la longevità del potere legislativo:
se le leggi vengono mantenute a lungo, non vengono sostituite
o cambiate, hanno il consenso del popolo. Il sovrano riconosce
e accetta anche leggi antiche, che ha deciso di non revocare.
Le leggi diventano forti, acquisiscono energia, ogni volta che
sono riconosciute nel corso del tempo, sono rafforzata dalla
tradizione.
Commento
Capitoli 8-11 Libro III
La peculiare analisi di Rousseau sull'effetto che il clima
ha sul governo si basa su considerazioni sulla produzione e
il consumo. Ogni individuo ha bisogno di consumare una certa
quantità fissa di beni - cibo, abbigliamento, ecc. Tuttavia,
ogni individuo non produce questi beni in ugual misura. Mentre
gli agricoltori e i sarti producono cibo e vestiti, i magistrati
del governo non producono nulla del genere. Secondo Rousseau,
quindi, i contadini e i sarti sono responsabili non solo della
produzione di cibo e vestiti sufficienti per loro stessi, ma
anche di produrre abbastanza per "rifornire" il governo, prendersi
cura di esso. I magistrati vengono pagati una certa somma per
servire nel governo, e possono usare questi soldi per comprare
cibo e vestiti per se stessi. I magistrati vengono pagati con
il denaro dei contribuenti, ogni cittadino paga tasse proporzionali
al profitto che ricava da qualsiasi attività o commercio intraprenda.
Tuttavia, Rousseau tende a parlare negativamente delle motivazioni
finanziarie e del profitto, quindi è più probabile che stia
pensando che gli agricoltori rinunceranno a una certa quantità
del loro cibo, non a scopo di lucro, ma semplicemente perché
producono più cibo di quello di cui hanno bisogno e riconoscono
che il loro cibo in eccedenza è necessario per nutrire i magistrati
del governo. Se questo
è ciò che Rousseau intende dire, sta facendo un'ipotesi piuttosto
ingenua, pensando che la quantità di beni prodotti rimarrà fissa
a prescindere. La storia suggerisce che i lavoratori che non
hanno nulla da guadagnare personalmente dalla produzione di
un'eccedenza saranno meno diligenti nel produrre tale eccedenza.
Il capitalismo e il consumismo hanno avuto un successo
così sorprendente perché forniscono un incentivo diretto, un
aumento del profitto correlato all'aumentare della produttività.
Quando non esiste un tale incentivo, la produttività tende a
diminuire, e il surplus si riduce. Rousseau elenca una serie
di fattori che determinano l'entità di un surplus, ma non sembra
considerare che la produttività dipende fortemente da come i
beni sono distribuiti.
Piuttosto che discutere di economia, Rousseau parla di clima,
e dei tipi di suolo e di persone che si trovano in luoghi e
latitudini diverse. Rousseau ammette che non c'è ovviamente
una correlazione diretta tra il grado di latitudine che uno
Stato occupa e il tipo di governo che ha, ma afferma anche,
in modo interessante, che i fatti reali della questione hanno
poco a che fare con la verità della sua teoria. Anche se il
sud fosse pieno di democrazie e il nord di monarchie, la sua
teoria secondo cui i climi più caldi tendono a produrre monarchie
rimarrebbe comunque valida: significherebbe solo che gli altri
fattori da lui discussi superano le sue considerazioni sul clima.
Questa audace affermazione solleva due questioni: Come si potrebbe
dimostrare che la sua teoria sia sbagliata? E che tipo di teoria
è? Sembrerebbe che egli consideri questa teoria come una verità
evidente...
Si potrebbe anche pensare che sia strano che Rousseau affermi
che la democrazia prospera anche con un piccolo surplus, ma
la monarchia necessiti di uno grande. Se ci fossero più magistrati
in una democrazia, ci sarebbero più bocche da sfamare nel governo,
e quindi sarebbe necessario un surplus più grande. Tuttavia,
in questo caso, Rousseau è piuttosto astuto, osservando che
il fattore determinante non è la dimensione del governo, ma
l'efficienza con cui i beni vengono fatti circolare nella società.
In una monarchia assoluta, il re consuma tutto il surplus, e
il popolo non riceve nulla in cambio. In una democrazia, le
persone che lavorano sono le stesse persone che godono dei benefici
del surplus, quindi, anche se questo surplus è piccolo, ne beneficiano.
Prosperità e buon governo, e la libertà?
Infine, si potrebbe rimanere perplessi di fronte all'affermazione
di Rousseau secondo cui la crescita della popolazione è il migliore,
e l'unico, mezzo per determinare il buon governo. In tutto il
contratto sociale, Rousseau continua a parlare dell'importanza
della libertà e dell'uguaglianza, eppure qui suggerisce che
la prosperità, così come si riflette nella crescita della
popolazione, sia più importante. Dobbiamo notare, tuttavia,
che egli parla di ciò che rende un buon governo, non di ciò
che rende una società felice. In realtà, egli continua
subito dopo sottolineando che il governo e il sovrano sono in
costante conflitto e che alla fine tale conflitto provocherà
la distruzione dello Stato, del corpo politico. Se la popolazione
è sana e lo Stato è prospero, è probabile che il governo al
potere rimanga felicemente al potere, che garantisca o meno
la libertà e l'uguaglianza del suo popolo.
Capitoli
12-18 Libro III
Le assemblee del popolo
Il sovrano agisce per mezzo delle leggi che sono atti di
volontà generale. Pertanto, affinché il potere sovrano possa
mantenersi, è importante che tutti i cittadini si riuniscano
in assemblee periodiche. Questo può sembrare irrealistico,
ma Rousseau fa notare che nell'antichità anche città grandi
come Roma riuscivano a gestire l'impresa. Roma all'ultimo censimento
aveva 4 milioni di cittadini (esclusi gli stranieri, i bambini,
le donne e gli schiavi). Se oggi sembra irrealistico, ciò è
dovuto alla pigrizia del popolo, ai suoi pregiudizi, alle debolezze
e non alle difficoltà logistiche.
Ogni quanto dovrebbe riunirsi il popolo?
Secondo Rousseau, oltre alle assemblee costitutive, una volta
fissata la costituzione, emanato un corpo di leggi, stabilito
il governo ed eletti i magistrati, il popolo dovrà riunirsi
in assemblee fisse, periodiche e se necessario, anche straordinarie.
Al di fuori di queste assemblee convocate, ogni riunione del
popolo sarà illegittima.
Anche se non c'è un periodo di tempo prestabilito, Rousseau
suggerisce che più il governo è potente, più spesso tutti i
cittadini dovrebbero riunirsi. In generale, uno Stato non dovrebbe
essere più grande di una singola città, quindi non dovrebbe
essere difficile riunire i cittadini. Nel caso in cui più città
siano parte dello stato, Rousseau suggerisce di non avere una
capitale fissa dove riunire l'assemblea popolare, ma di ruotare
la sede del governo e dell'assemblea popolare di città in città.
Poteri sospesi
Quando il popolo si riunisce in corpo sovrano, il potere
esecutivo rimane sospeso. In tali assemblee, il cittadino più
basso ha tanto voce in capitolo sulle decisioni, quanto il magistrato
più potente. Di conseguenza, queste assemblee sono un pericolo
per il governo, che spesso cerca di dissuadere il popolo dal
riunirsi. Quando i cittadini sono troppo pigri o reticenti per
esercitare la loro libertà, il governo può riuscire a minare
l'autorità sovrana, che alla fine svanisce.
La figura del deputato
Spesso, un popolo che non vuole riunirsi per esercitare il
potere legislativo, elegge dei rappresentanti per svolgere
il lavoro al posto loro. Rousseau osserva che uno stato comincia
a dissolversi quando il popolo dà più valore alla comodità
che alla libertà, e paga rappresentanti e mercenari piuttosto
che servire direttamente lo stato stesso. "Date denaro, e
in breve avrete catene" sentenzia Rousseau, aggiungendo
"In un paese veramente libero, i cittadini fanno tutto colle
proprie braccia". Per lui la "finanza" è la pratica di lasciare
che il portafoglio surroghi il proprio dovere di cittadino.
Non appena qualcuno dirà degli affari dello Stato, "Che m'importa?"...
si deve guardare allo stato come perduto.
La sovranità non può essere rappresentata
Visto che non può essere alienata, la sovranità non può neppure
essere rappresentata, poiché essa è espressione della volontà
generale. I deputati non sono quindi rappresentanti
del popolo ma suoi commissari, che da soli non possono
concludere nulla in modo definitivo. La "rappresentazione" è
un'idea moderna che si è evoluta dal feudalesimo e Rousseau
ribadisce che la sovranità non può essere rappresentata. Solo
nell'esercizio del potere esecutivo il popolo si fa rappresentare.
Rousseau osserva che gli antichi greci erano in grado di
riunirsi regolarmente, in gran parte perché gli schiavi facevano
la maggior parte del loro lavoro. Nel mondo moderno, il popolo
si è reso schiavo eleggendo rappresentanti per esercitare la
propria libertà attraverso di loro.
Il governo non si basa su un contratto
Rousseau si rivolge all'istituzione del governo, sostenendo,
contrariamente all'affermazione di altri teorici, che il governo
non viene istituito per mezzo di un contratto tra persone e
magistrati. In primo luogo, il potere sovrano non può modificarsi
in questo modo. In secondo luogo, tale contratto sarebbe un
atto particolare, con cui il popolo disciplina il suo rapporto
con i magistrati, e quindi non un atto sovrano bensì un atto
privato. Terzo, non ci sarebbe un potere superiore per garantire
che il contratto sia rispettato.
Istituzione di un governo
La decisione di istituire un governo è in effetti un atto
di sovranità, ma non lo è l'atto di assegnare certi magistrati
membri del governo. Se la prima decisione avviene per legge,
la seconda invece è solo conseguenza della prima, è una funzione
del governo. Rousseau spiega che, momentaneamente, il sovrano
diventa una democrazia - un governo in cui ogni cittadino è
un magistrato - e la decisione di nominare certi magistrati
è un particolare atto di governo. Una volta nominati i magistrati,
il sovrano cessa di agire come un governo, e il governo e il
sovrano diventano due organi distinti.
Il popolo decide sul governo
Essendo il governo istituito per legge, non per contratto,
i magistrati sono ufficiali del popolo non padroni del
popolo. Quest'ultimo da all'amministrazione del corpo politico
una formazione "provvisoria", che tale resta, fintanto che
gli aggrada.
Tutti i governi del mondo, rivestiti una volta della pubblica
forza, prima o poi finiscono per usurpare l'autorità sovrana.
Un'assemblea regolare di tutti i popoli è il mezzo migliore
per garantire che il governo non usurpi il potere sovrano. In
ogni assemblea, il popolo deve votare se il governo e i magistrati
attuali devono essere mantenuti al potere.
Commento
Capitoli 12-18 Libro III
Rousseaui ha già fatto notare l'attrito tra governo e sovrano:
il governo che detiene il potere vorrà naturalmente agire per
conto proprio, e non per conto del popolo nel suo insieme. Mentre
in uno stato sano e felice, il governo può essere più o meno
affidabile, deve esistere una sorta di controllo per tenere
a bada il governo. Questo controllo è l'esercizio della sovranità
popolare. Fin dall'inizio del libro, Rousseau ha parlato
del sovrano come dell'espressione della volontà generale e della
vera voce del popolo, ma solo qui afferma esplicitamente come
la volontà generale debba farsi sentire. Ci dovrebbe essere
un periodo di tempo concordato, scritto nella costituzione,
in cui tutti i cittadini devono riunirsi in assemblea ed esprimere
collettivamente le loro preoccupazioni. Durante questo periodo,
il governo viene sciolto. Dopo tutto, il governo come esecutivo
ha lo scopo di rappresentare il popolo, e quando tutto il popolo
è presente, non c'è bisogno di rappresentanza. Una delle questioni
discusse in ogni assemblea è il rendimento del governo e se
debba essere permesso di continuare. Questo permette al popolo
di controllare collettivamente il governo, impedendogli di agire
contro i suoi interessi.
Rousseau ha probabilmente mutuato questa idea dei controlli
e degli equilibri tra esecutivo e legislativo da Montesquieu,
di cui riconosce l'influenza in altri punti del Contratto sociale.
L'idea di Montesquieu era di dividere il governo in funzioni
esecutive, legislative e giudiziarie, e di stabilire un sistema
di controlli ed equilibri reciproci.
Rousseau che ha già sottolineato nei capitoli precedenti
l'importanza della libertà e dell'uguaglianza, con l'idea dell'assemblea
popolare, sottolinea l'importanza della fraternità. "Libertà,
uguaglianza, fraternità" esattamente il motto della Rivoluzione
Francese, che ha tratto grande ispirazione dalle sue idee.
Naturalmente, è nell'interesse del governo scoraggiare le
assemblee popolari: senza di esse, il potere del governo è quasi
illimitato. Per questo motivo, Rousseau insiste affinché sia
scritto nella legge che il popolo debba riunirsi regolarmente
e periodicamente. Anche se la legge può combattere i disegni
egoistici del governo, non può combattere la pigrizia del popolo!
Basta guardare l'affluenza alle urne nella maggior parte delle
democrazie moderne per avere un'idea di quanto sia bassa la
probabilità che ogni cittadino si presenti a deliberare su questioni
di Stato in una grande assemblea...
La sopravvivenza del contratto sociale dipende in larga misura
dall'entusiasmo del popolo nei confronti di questo contratto.
Chi non ha interesse ad esercitare la propria libertà civile,
secondo Rousseau, ha la garanzia di perderla.
Guardando ai termini odiati di Rousseau - "rappresentanza"
e "finanza" - comprendiamo cosa si perde quando le persone
non esercitano la sovranità popolare come gruppo. La prima tentazione,
la rappresentazione, mina il concetto di fraternità di
Rousseau. La volontà generale può essere espressa solo dal popolo
nel suo insieme, e non da rappresentanti che esprimano questa
volontà per loro. Se il sovrano è rappresentato, cessa di
essere il sovrano.
La tentazione della finanza mina il concetto di uguaglianza
di Rousseau. Se coloro che hanno abbastanza soldi possono comprare
la loro via d'uscita dal servizio dello Stato, lo Stato stesso
può essere comprato. Potremmo trovare qualcosa di simile nelle
moderne democrazie, dove i cospicui contributi alle campagne
elettorali da parte di gruppi di interesse e il giornalismo
politicamente di parte possono fare molto per influenzare un'elezione.
Quando il popolo mette a repentaglio l'uguaglianza e la fratellanza,
la libertà non è più in grado di stare in piedi da sola. Se
ricordiamo, Rousseau crede che le persone possano trovare la
libertà civile solo stipulando il contratto sociale ed esercitando
la sovranità popolare. Se le persone cercano di comprarsi
la via d'uscita dal loro dovere verso lo Stato, se scelgono
deputati per decidere al posto loro, stanno essenzialmente comprando
la loro schiavitù. Non avranno più voce in capitolo su come
viene gestito lo stato e diventeranno schiavi di chi comanda.
Questa affermazione potrebbe sembrare un po' stravagante:
la maggior parte di noi che vive nelle moderne democrazie rappresentative
non è "schiava" del governo. Tuttavia nel mondo moderno viviamo
sotto il dominio della cultura del consumo e se, la "rappresentanza"
può non distruggere troppo la nostra libertà, stessa
cosa non possiamo dire della "finanza" che ci ha reso schiavi
a un punto tale che Rousseau non avrebbe potuto immaginare...
Capitoli
1-4 Libro IV
La volontà generale
Fino a quando gli uomini si riuniscono a formare un unico
corpo politico, lo stato funziona e il bene comune si palesa.
Se occorrono nuove leggi, la loro necessità viene riconosciuta.
Solo quando cominciano a farsi sentire gli interessi privati,
il comune interesse trova oppositori e nelle leggi non regna
più l'unanimità. La volontà generale non è più la volontà di
tutti, "il vincolo sociale è rotto in tutti i cuori"
e lo stato finisce in rovina.
Cosa accade alla volontà generale se lo stato va in rovina?
Però, anche se la volontà generale può essere messa a tacere
o venduta al miglior offerente negli stati che mancano della
pace, dell'unità e dell'uguaglianza, non può mai essere annientata.
La volontà generale
è e resta, anche se lo stato va in rovina, "pura,
costante e inalterabile" ma diviene subordinata
ad altre volontà. Anche quando la volontà di tutti cessa
di esprimere la volontà generale, la volontà generale continua
ad esistere, per quanto poco venga ascoltata.
L'unanimità nelle decisioni popolari è segno di uno stato
di salute. È il segno che la volontà generale è condivisa da
tutti. Quando ognuno esprime solo la propria volontà particolare,
ci saranno sicuramente dei disaccordi. Nel peggiore dei casi,
l'unanimità riappare quando la gente vota in accordo con un
tiranno per paura o per lusinghe.
Le decisioni e i suffragi
La presenza di lunghi dibattiti, dissensi, tumulti nella
gestione degli affari generali, annuncia che qualcosa non va,
fa presagire l'affermarsi di alcuni interessi generali e quindi
il declino dello stato.
In materia di suffragi, di votazioni, ci sono varie regole
con cui contare i voti e confrontare i pareri, da applicarsi
in modo differente a seconda che lo stato sia in salute o in
decadenza. Una sola legge però, per sua natura esige l'unanimità
nel voto: il contratto sociale. Esso difatti deve essere concordato
all'unanimità, poiché nessun uomo può essere costretto ad aderirvi.
Quando lo stato è già esistente, il consenso è espresso dalla
residenza, chi abita il territorio, accetta la sovranità.
Coloro che si oppongono ad esso devono essere espulsi dallo
Stato.
Tutti gli altri atti di sovranità possono essere decisi a
maggioranza, ciò è conseguenza del contratto stesso.
Quando un cittadino vota una decisione, gli si domanda non se
approvi o respinga la decisione, ma se tale decisione sia conforme
alla volontà generale. Se passa una legge sulla quale avevo
parere contrario, significa che mi ero "ingannato"
nel valutare quale fosse la volontà generale. Quando si agisce
da sovrani, il popolo non deve votare per ciò che desidera personalmente,
ma per ciò che percepisce essere la volontà generale.
Nelle questioni di grande importanza, il voto dovrebbe andare
vicino all'unanimità per passare, e in questioni amministrative
non importanti, dovrebbe bastare solo una maggioranza di uno
dovrebbe.
Elezioni dell'esecutivo per scelta, per sorteggio e miste
Rousseau distingue tra l'elezione per sorteggio (scelta a
caso) e l'elezione per scelta (aggiungendo che vi sono tipologie
miste, come l'elezione del Doge di Venezia). La prima si addice
a una democrazia, dove l'unico metodo equo per determinare
chi dovrebbe assumere la responsabilità della carica è il caso.
L'elezione per scelta va bene per l'aristocrazia, poiché
il governo dovrebbe essere libero di scegliere i propri membri.
In generale, l'elezione per scelta è migliore per attribuire
cariche che richiedono un certo grado di competenza (come le
cariche militari), e l'elezione per sorteggio è migliore per
ricoprire cariche (come le cariche politiche) che richiedono
solo il buon senso, la giustizia e l'integrità, che dovrebbero
essere caratteristiche comuni a tutti i cittadini (che in una
perfetta e solo teorica, democrazia, sarebbero pari anche per
ingegno, costumi e fortuna).
Nella monarchia, niente sorte né suffragi, essendo
il sovrano principe e magistrato unico, la scelta dei suoi "collaboratori",
spetta solo a lui.
Le assemblee nell'Antica Roma
Il capitolo 4 del libro, lancia una lunga discussione sui
comizi romani per mostrare come una grande città
sia stata in grado di mantenere la sovranità del popolo per
così tanto tempo. Facendo un excursus storico, dalle tribù suddivise
in dieci curie, passando per le tribù urbane a cui si affiancarono
le rustiche, per arrivare alle sei classi determinate per ricchezza
decise da Servio.
Le assemblee
Le assemblee convocate legittimamente erano i comizi
e si tenevano di solito nel foro di Roma o al Campo di Marte.
Ci furono tre diverse assemblee popolari, comizi per curie,
per centurie e per tribù. Tutti erano iscritti
in uno dei citati raggruppamenti, quindi ogni cittadino votava
ed era di diritto e di fatto, sovrano.
La comitia curiata era composta solo dagli
abitanti della città, e non dai cittadini (ance se ricchi delle
campagne periferiche), ed era generalmente abbastanza corrotta.
La comitia centuriata era un'assemblea di tutti
i cittadini, ma il voto era pesantemente sbilanciato a favore
dei ricchi. La comitia tribunata era un'assemblea
davvero del popolo che escludeva senatori e patrizi benestanti,
favorendo così la voce popolare. Rousseau ammira particolarmente
quest'ultima comitia, e nota che, nonostante le immense dimensioni
di Roma, tutto il popolo esercitava collettivamente il potere
sovrano di promulgare leggi e di eleggere funzionari, assumendo
anche alcuni compiti esecutivi.
I primi romani, raccoglievano il voto espresso a voce alta
dai cittadini, un cancelliere annotava i voti e la maggioranza
dei voti in ogni tribù, determinata il voto della tribù stessa.
Quando la corruzione dilagò nelle votazioni, il voto divenne
segreto.
Commento Capitoli
1-4 Libro IV
Se ricordiamo, la volontà generale è la volontà che mira
al bene comune. Di conseguenza, la volontà generale continua
ad esistere anche se viene totalmente ignorata. Rousseau fa
un'importante distinzione tra la volontà generale e la volontà
particolare di ogni cittadino. Nella misura in cui Rousseau
tratta il sovrano come un unico individuo collettivo, la volontà
generale è la volontà particolare di questo sovrano. Così come
la volontà particolare di ogni individuo mira al miglior vantaggio
di quell'individuo, la volontà generale mira al miglior vantaggio
del sovrano, che è il bene comune.
In uno stato in salute, i cittadini si considerano solo una
piccola parte di questo insieme più importante. Riconoscono
la volontà generale e mirano ad essa. In uno stato non sano,
i cittadini perdono il senso del dovere civico, ignorano la
volontà generale e perseguono invece i propri interessi. Anche
in uno stato in decadenza, la volontà generale continua ad esistere
fintanto che il sovrano esiste, ma il sovrano è in cattive condizioni
quando nessuno si preoccupa dei suoi interessi.
Le decisioni del sovrano vengono prese in assemblea con il
voto popolare. Quando i cittadini si riuniscono
per agire come il sovrano, ci si aspetta che il loro voto sia
conforme a quella che ritengono essere la volontà generale.
Così, i cittadini sono tenuti a votare contro i propri interessi
privati, a volte, se pensano che ciò vada a beneficio dello
Stato nel suo complesso. In uno stato sano, questi voti saranno
quasi sempre unanimi, perché tutti i cittadini saranno intimamente
consapevoli della volontà generale e non vorranno altro che
votare in conformità ad essa. Ci sono due problemi collegati
con questa visione. Il primo è che i cittadini devono sapere
quale è la volontà generale. Supponiamo che il sovrano debba
votare se il formaggio svizzero o il parmigiano debba essere
il formaggio ufficiale dello Stato. Non solo la maggior parte
dei cittadini preferisce il parmigiano, ma per qualsiasi motivo
il formaggio parmigiano è più vicino al bene comune ed esprime
così la volontà generale. Tuttavia, c'è una minoranza molto
forte che sostiene il movimento del formaggio svizzero. Questa
minoranza riesce a convincere la gente che in realtà la maggior
parte della gente preferisce il formaggio svizzero e che è nell'interesse
comune votare per il formaggio svizzero. Anche i sostenitori
del formaggio parmigiano si sentiranno obbligati a votare a
favore del formaggio svizzero se ritengono che questa sia l'espressione
della volontà generale.
Nel sistema di Rousseau, la gente non vota per quello che
vuole, ma per quello che pensa sia meglio per tutti. Se possono
essere ingannati a pensare che una scelta impopolare e malsana
sia in realtà nell'interesse di tutti, saranno obbligati a votare
per quella scelta anche se è contro i loro interessi. Poiché
i cittadini nell'assemblea non sono destinati a dar voce ad
interessi personali, non c'è modo sicuro di scoprire che la
scelta impopolare è in realtà impopolare. Rousseau non fornisce
alcun criterio al di là di un'onesta intuizione
su come i cittadini possano determinare quale sia, secondo loro,
la volontà generale.
Il secondo problema, correlato, ha a che fare con la distinzione
tra la volontà generale e la volontà di tutti. Nelle moderne
democrazie, le elezioni danno voce alla volontà di tutti: sommiamo
ciò che ciascuno vuole e scegliamo la scelta più popolare. In
una repubblica sana, la volontà di tutti e la volontà generale
sono identiche: tutti vogliono ciò che è nell'interesse dello
Stato. Tuttavia, quando la volontà particolare della gente comincerà
a prevalere sulla volontà generale, ci sarà una grande disparità
tra le due. Il problema è che sia la volontà generale che la
volontà di tutti sono determinate dal voto popolare. Se entrambe
sono determinati nello stesso modo, come possiamo distinguerle?
Non sembra esserci alcun criterio su come possiamo guardare
i risultati di un'elezione e determinare se la volontà generale
è stata effettivamente espressa o meno. Così, i sostenitori
del formaggio svizzero possono approvare la loro legge e non
ci saranno mezzi oggettivi per dimostrare che questo voto non
ha espresso la volontà generale...
Capitoli
5-9 Libro IV
Un terzo organo, il tribunato
In alcuni casi, Rousseau raccomanda l'istituzione di un organo
aggiuntivo chiamato "tribunato", la cui attività consiste nel
mantenere un equilibrio costante tra sovrano e governo e tra
governo e popolo. Questo organo non ha alcuna partecipazione
nel potere esecutivo o legislativo, ed è al di fuori della costituzione.
Il suo unico scopo è quello di difendere e garantire la sicurezza
delle leggi (è un "conservatore delle leggi").
In rari casi, il tribunato degenera in tirannide, quando
usurpa il potere del governo e vuol emanare leggi, che dovrebbe
solo proteggere. Il tribunato s'indebolisce via via che diventano
più numerosi i tribuni. Il modo migliore per far si che tutto
funzioni bene è non rendere questo organo permanente. In questo
modo il magistrato che succede al suo predecessore, non perpetra
il potere che aveva chi lo ha preceduto ma ristabilisce il potere
che la legge gli conferisce.
La crisi dello stato rende accettabile una breve dittatura
Talvolta, quando si tratta di salvare la patria, il potere
sacro delle leggi può essere sospeso. La dittatura può essere
necessaria per salvare lo stato dal collasso. Le leggi sono
inflessibili, e ci possono essere circostanze in cui devono
essere sospese per la sicurezza di tutti. Un dittatore non rappresenta
il popolo o le leggi; agisce di concerto con la volontà generale
solo nella misura in cui è nell'interesse di tutti che lo stato
non crolli. Ovviamente la dittatura può degenerare nella tirannia,
quindi i dittatori dovrebbero essere nominati solo per un breve
periodo che non deve essere mai prorogato. Lo stato sarà salvato
o distrutto e passata l'urgenza se la dittatura non cessa, diviene
inutile o tirannia. Il dittatore nell'antica Roma aveva il tempo
di provvedere al bisogno per cui era stato eletto, senza aver
tempo ulteriore per pensare ad altri progetti.
La censura
Se la legge è lo strumento per la dichiarazione della volontà
generale, la censura è la dichiarazione del pubblico giudizio.
La esprime il censore, che è una sorta di ministro della
pubblica opinione. Il tribunale censurale non fa da arbitro,
ma si limita a dichiarare l'opinione del popolo in materia di
costumi ed onore.
La legge fa nascere i costumi, e quando la legge s'indebolisce,
s'indeboliscono i costumi. La censura serve quindi non per
"raddrizzare" o modificare i costumi ma per ribadirli, conservarli.
L'ufficio del censore si fa portavoce dell'opinione pubblica.
La funzione censoria sostiene le leggi e la moralità pubblica
sostenendo l'integrità dell'opinione pubblica.
La religione civile
L'ultimo argomento di discussione di Rousseau è la controversa
questione della religione civile. Nelle prime società, egli
suggerisce, i capi di ogni stato erano gli dei che quello stato
venerava, ogni stato credeva che i suoi dei fossero responsabili
di vegliare sul suo popolo. Il dio d'un popolo non aveva nessun
diritto sugli altri. Così dalle divisioni nazionali nacque il
politeismo, e quindi l'intolleranza teologica e civile.
Cristianesimo e Stato
Gesù arrivò a fondare sulla terra un regno spirituale e a
dividere il sistema teologico dal sistema politico. Il cristianesimo
ha cambiato le cose predicando l'esistenza di un solo Dio, combattendo
per importo e imponendo ai vinti l'obbligo di cambiar culto.
Adorare il Dio cristiano non è necessariamente allearsi con
un particolare stato, e le persone di tutti gli stati possono
adorare questo stesso Dio. Di conseguenza, la chiesa e lo
stato cessano di essere identici e sorge una tensione tra i
due. Questo doppio potere rese impossibile ogni buona politica
negli stati cristiani, non sapendo la gente se sentirsi obbligata
ad ubbidire al prete o al padrone.
Rousseau distingue tre diversi tipi di religione. In primo
luogo, c'è la "religione dell'uomo", che è una religione
personale, che collega l'individuo a Dio. Rousseau ammira questo
tipo di religione (e in effetti ha professato di praticarla),
ma suggerisce che, da sola, danneggerà lo Stato. Un cristiano
puro è interessato solo alle benedizioni spirituali e alle benedizioni
dell'altro mondo, e sopporterà volentieri le difficoltà di questa
vita per ottenere ricompense celesti. Tale religione non ha
nessuna relazione con il corpo politico. Uno Stato sano ha bisogno
di cittadini che lottino e combattano per rendere lo Stato forte
e sicuro. Secondo Rousseau "la patria del cristiano non è
di questo mondo".
In secondo luogo, c'è la "religione del cittadino",
che è la religione ufficiale dello Stato, completa di dogmi
e cerimonie. Questa religione combina gli interessi della Chiesa
e dello Stato, insegnando il patriottismo e un pio rispetto
per la legge. Ma corrompe anche la religione, sostituendo il
culto vero e sincero con cerimonie ufficiali e dogmatiche. Provoca
anche una violenta intolleranza verso le altre nazioni.
In terzo luogo, c'è il tipo di religione che Rousseau definisce
"bizzarra", la religione cristiana della chiesa cattolica e
che condanna con forza. Nel cercare di creare due leggi in competizione
tra loro - una civile e una religiosa - crea ogni sorta di contraddizioni
e impedisce il corretto esercizio di qualsiasi tipo di legge.
Ciò che importa allo stato è che ciascun cittadino abbia
una religione che gli faccia amare i suoi doveri. Quali
siano i dogmi di questa religione non interessa invece né lo
stato, né i suoi membri. I cittadini dovrebbero giurare fedeltà
a una religione civile con pochissimi precetti fondamentali.
L'intolleranza
Fare distinzione tra intolleranza civile e intolleranza teologica
è un inganno. È impossibile scrive Rousseau "vivere in pace
con gente cui si crede dannata: amarli, sarebbe un odiare Iddio
che li punisce". Dovunque l'intolleranza teologica è ammessa,
essa produce effetti anche civili e quando tali effetti si producono
a comandare sono i preti e i re diventano loro ufficiali.
Commento Capitoli
5-9 Libro IV
Quando fu pubblicato per la prima volta il Contratto sociale,
il libro fu condannato e il suo autore si trovò un ricercato
sia in Francia che nel suo luogo natale, Ginevra. L'indignazione
che il libro suscitò fu a causa principalmente del capitolo
sulla religione civile, considerato blasfemo dalle autorità
religiose dell'epoca. Sostenendo la religione civile, Rousseau
propugna un culto dello Stato che è contrario agli editti di
qualsiasi forma di cristianesimo.
L'idea di religione civile, come ammette Rousseau, si ispira
in gran parte alle culture dell'antichità. Quasi tutte le culture
antiche hanno un pantheon di divinità e una mitologia per spiegare
l'origine del loro popolo. I loro dei sono i loro genitori e
i loro protettori. Tutte le persone di una certa razza o tribù
condividono il credo negli dei che gli sono propri, esclusione
di tutti gli estranei. Così, nell'antichità, il culto di questi
dei era un modo per cementare i legami e le tradizioni che tenevano
insieme un popolo. Rousseau osserva che questo vale anche per
il Dio ebraico dell'Antico Testamento. Egli è spesso indicato
come "il Dio di Israele", e serve come legante che unisce
le tribù di Israele.
Il cristianesimo è diverso in quanto è una religione evangelica.
Non appena gli apostoli iniziarono a convertire, cessò ogni
legame culturale o razziale che collegava tutti i cristiani.
Essi non trovano la loro comune eredità sulla terra, ma dopo
la morte nel regno dei cieli. Il cristianesimo è arrivato e
ha preso il sopravvento. Cercare di tornare alla religione tribale
sarebbe come cercare di tornare allo stato di natura. Inoltre,
lo stesso Rousseau era stato cresciuto nello stato calvinista
di Ginevra ed educato da devoti cattolici francesi. La questione
della religione era solo una delle questioni su cui Rousseau
era in forte disaccordo con i sostenitori atei dell'Illuminismo.
Per quanto Rousseau rispetti le Scritture e i Vangeli, ha
poca pazienza per gran parte della religione consolidata del
suo tempo. Non è stato né il primo né l'ultimo ad accusare la
chiesa cattolica di superficialità e di una mescolanza
malsana tra il regno terreno e quello celeste. Il cristianesimo
di Rousseau era un cristianesimo personale, più strettamente
legato all'amore per la natura che al rispetto per l'establishment.
Una fede personale di questo tipo è compatibile con la sua filosofia
politica perché non si interseca in nessun punto con la vita
pubblica che ci si aspetta da tutti i cittadini. Chiesa e Stato
possono essere in conflitto, ma la religione privata e lo Stato
non dovrebbero essere in conflitto. Il sovrano è interessato
solo alle questioni che sono di interesse pubblico, e la fede
privata non rientra in questo ambito.
Cementare la buona cittadinanza nella fede
L'idea di religione civile di Rousseau è essenzialmente un
tentativo di tornare all'antica idea di cementare la buona cittadinanza
nella fede. Nel Libro II, capitolo 7, egli suggerisce che i
legislatori spesso inventano le origini soprannaturali delle
leggi per un motivo simile: se la gente crede che le leggi provengano
dagli dei, sarà meno probabile che le violino. La sua religione
civile non è molto complicata. Non poggia su molti dogmi, e
mira solo a far sì che i cittadini rimangano onesti, coinvolti
e obbedienti. In un'epoca in cui la religione è stata effettivamente
separata dallo Stato nella maggior parte dei paesi sviluppati,
il tentativo di riunire corpo religioso e politico, è certo
strano e scomodo.
L'idea di adorare lo Stato sembra un po' inquietantemente,
di matrice totalitaria. Rousseau è attento a fare della tolleranza
uno dei precetti della sua religione civile, ma una tale azione
non impedisce un asservimento irragionevole allo Stato. Nell'accettare
il contratto sociale, i cittadini accettano razionalmente di
unirsi per il miglioramento di tutti. Tuttavia, basando questo
contratto in una certa misura sulla fede piuttosto che
sulla ragione, potremmo sostenere che i cittadini sacrificano
la razionalità e la libertà civile, la cui tutela è lo scopo
del contratto sociale in primo luogo.
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