Il contratto sociale

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Il contratto sociale - Jean-Jacques Rousseau   

di Massimo Serra

Con la famosa frase "l'uomo nasce libero, ma è ovunque in catene", Rousseau contesta gli stati moderni unitari, affermando che essi reprimono la libertà fisica che è nostro diritto di nascita, ma non assicurano la libertà civile, per il bene della quale, entriamo nella società civile. L'autorità politica legittima non può detenerla un monarca, ma solo uno stato democratico, alla base del quale c'è un contratto sociale concordato da tutti i cittadini per la loro reciproca conservazione.

Ai tempi di Rousseau, nel 1700, il sovrano era un monarca assoluto. I governanti avevano assunto il controllo assoluto sui loro stati, sia per quanto riguardava la proprietà che per quanto riguardava gli abitanti. Si dice che Luigi XIV, che regnò fino al 1715, l'archetipo del monarca assoluto, una volta abbia detto:  "L'État, c'est moi!", ovvero "Io sono lo stato". Rousseau viveva in Francia dove qualsiasi cosa il re dicesse era legge e doveva essere obbedita, e nessuna forza esterna poteva esercitare alcuna influenza né su Luigi né sul suo stato. L'obiettivo di Rousseau nel Contratto sociale è determinare come le persone possano mantenere la loro libertà entro i confini dell'associazione politica, per cui l'idea di un monarca unico con potere assoluto sui sudditi è contraria al suo ideale. Sorprendentemente Rousseau teorizza lo stato democratico molto in anticipo rispetto ai tempi...

Introduzione

Il Contratto Sociale è un trattato filosofico e politico scritto da Jean-Jacques Rousseau nella seconda metà del 1700. Nel testo l'autore, constatate l'impossibilità di ritornare come esseri umani allo stato di natura iniziale e la crisi dell'uomo moderno, cerca di definire un modello politico di società in grado di garantire, da un lato, la libertà individuale e, dall'altro, la costituzione e il corretto funzionamento di uno Stato democratico.

Le idee di Rousseau costituirono le fondamenta della Rivoluzione francese, anche se la realtà dimostrò ben presto, quanto difficile fosse la determinazione della volontà generale, e fece emergere il paradosso di persone che devono essere "costrette ad essere libere".

Alla base della società, dell’associazionismo politico, vi deve essere secondo Roussesau, un accordo razionale e convenzionale, un contratto appunto, che permetta di superare la semplice legge del più forte. Nella società di Rousseau però gli individui non rinunciano ai loro diritti "naturali" a favore della comunità, poiché secondo lui, l’individuo non ha alcun diritto, se non come cittadino di uno Stato.

L’individuo, nella teoria di Rousseau, non è quindi dipendente o sottomesso ad altri, cui ha ceduto tutti o parte dei suoi diritti, ma è un membro di un corpo politico, definito “io comune?, che si fa garante dei diritti e delle libertà dei singoli. Mentre ogni individuo ha una volontà particolare che mira al proprio interesse, l"io comune" esprime la volontà generale che mira al bene comune e  ha autorità assoluta sulle questioni di interesse pubblico, Rousseau addirittura raccomanda la pena di morte per chi si oppone all'"io comune" violando il contratto sociale.

Lo stato moderno

Un aspetto annoso, e tuttora interessante da indagare, è la preoccupazione che Rousseau ha nei confronti degli Stati moderni. Per Rousseau difatti la libertà civile che viene dalla partecipazione politica attiva è, in gran parte, la libertà di determinare il proprio destino. Ne deriva che negli Stati moderni, dove i cittadini non sono partecipanti attivi della vita politica, quanto piuttosto testimoni di decisioni prese da altri sulla loro pelle, tale libertà viene sacrificata...

Potere legislativo, esecutivo e giudiziario

La volontà generale trova la sua espressione più chiara nelle leggi generali e astratte dello Stato, che vengono create all'inizio della vita dello Stato da un legislatore imparziale. Tutte le leggi devono garantire la libertà e l'uguaglianza, anche se possono variare a seconda delle circostanze locali.  Il potere legislativo è esercitato attraverso le leggi, ma ovviamente gli stati hanno anche bisogno di un governo che eserciti il potere esecutivo, svolgendo le attività quotidiane. Ci sono molte forme diverse di governo, ma possono essere suddivise approssimativamente in democrazia, aristocrazia e monarchia.

Secondo Rousseau la monarchia è la forma di governo più forte, e si adatta meglio alle grandi popolazioni e ai climi caldi, mentre le aristocrazie tendono ad essere le più stabili. Governo e potere legislativo sono in attrito tra di loro spesso e questo attrito alla fine distruggerà lo stato, ma gli stati sani possono durare molti secoli prima di dissolversi. Il popolo esercita la propria sovranità riunendosi in assemblee regolari e periodiche. Spesso è difficile convincere tutti i cittadini a partecipare a queste assemblee, ma la partecipazione è "essenziale" per il benessere dello Stato. Quando si vota nelle assemblee, le persone non devono votare per ciò che vogliono personalmente, ma per ciò che credono sia la volontà generale. In uno stato in salute, i risultati di queste votazioni dovrebbero avvicinarsi all'unanimità. Per dimostrare che anche i grandi Stati possono riunire tutti i loro cittadini, Rousseau prende l'esempio della repubblica romana e della sua "comizia".

Rousseau raccomanda l'istituzione di un tribunale per mediare tra governo e potere legislativo e tra potere legislativo e popolo. In caso di emergenza, possono essere necessarie brevi dittature. Il ruolo dell'ufficio del censore è quello di dar voce all'opinione pubblica. Mentre tutti dovrebbero essere liberi di osservare le proprie convinzioni personali in privato, Rousseau suggerisce che lo Stato richieda anche a tutti i cittadini di osservare una religione pubblica che incoraggi la buona cittadinanza (cosa che verrà ripresa appieno dalla Rivoluzione Francese).

Contesto storico

Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) fu attivo al culmine dell'Illuminismo francese. Pensatori come Voltaire, Diderot, e d'Alembert guidarono un movimento che poneva la fede suprema sui poteri della ragione. Essi disprezzavano la religione o la fede cieca di qualsiasi tipo, credendo che la ragione e la conoscenza potessero lentamente portare al miglioramento dell'umanità. Diderot e d'Alembert assunsero la direzione dell'Enciclopedia, il coronamento dell'Illuminismo. L'enciclopedia doveva documentare tutto il sapere umano raccolto fino a quel momento.

Rousseau era inizialmente amico delle altre figure principali dell'Illuminismo, e contribuì all'Enciclopedia con diversi articoli (per lo più sulla musica). Tuttavia, il filosofo e scrittore ginevrino non condivideva la fede assoluta nella ragione o nel progresso umano, e le differenze intellettuali e di temperamento lo allontanarono sempre più da Diderot e D'Alembert.

Il pensiero politico di Rousseau fu influenzato principalmente da due scuole di pensiero: la scuola di tradizione "volontaristica" di Hobbes, Pufendorf, e Grozio, e la scuola di tradizione "liberale" di Locke e Montesquieu. La prima sosteneva come forma di governo da attuare la monarchia assoluta. Secondo Hobbes, Pufendorf, e Grozio, solo entrando nella società, e giurando fedeltà assoluta a un re, si può sfuggire alla depravazione e alla brutalità di una vita selvaggia. Secondo invece la tradizione "liberale" di Locke e Montesquieu, la società esiste per proteggere alcuni diritti inalienabili dei suoi cittadini.

Rousseau pur ispirandosi a entrambe le scuole non è d'accordo con nessuna delle due, è in realtà più favorevole ai sistemi politici degli antichi greci e dei romani, e spesso si riferisce a Sparta o a Roma quando riporta un esempio di stato in salute. Le società dell'antichità erano caratterizzate da un forte spirito civico, e la cittadinanza era considerata non solo un onore, ma una caratteristica determinante di chi si era. L'influenza di tale pensiero pervade il Contratto sociale, soprattutto l'influenza delle idee di Aristotele.

Quando fu pubblicato per la prima volta nel 1762, il Contratto sociale fu accolto con indignazione e fu censurato. Rousseau divenne un ricercato sia in Francia che nella nativa Ginevra. Tuttavia, trentadue anni dopo, nel 1794, dopo la Rivoluzione Francese le sue spoglie furono trasportate al Pantheon di Parigi e fu sepolto come eroe nazionale.

Analisi

L'obiettivo principale di Rousseau con Il Contratto sociale è quello di stabilire come la libertà sia possibile nella società civile. Ma cosa intendeva l'autore per "libertà"? Nello stato di natura godiamo della libertà fisica di non avere restrizioni al nostro comportamento. Con la stipula del contratto sociale, poniamo dei vincoli al nostro comportamento, che ci permettono di vivere in una comunità. Rinunciando alla nostra libertà fisica, tuttavia, otteniamo la libertà civile di poter pensare e vivere razionalmente. Accettiamo di controllare i nostri impulsi e i nostri desideri, e quindi impariamo a pensare moralmente. Il termine "moralità" ha un significato solo all'interno dei confini della società civile, secondo Rousseau.

Non solo la libertà, quindi, ma anche la razionalità e la moralità sono possibili solo all'interno della società civile, e la società civile, dice Rousseau, è possibile solo se si accetta il contratto sociale. Non dobbiamo solo ringraziare la società per la protezione e la pace che ci offre; dobbiamo alla società civile anche la nostra razionalità e la nostra moralità. In breve, non saremmo "esseri umani" se non partecipassimo attivamente alla società.

Se possiamo essere pienamente umani solo sotto l'egida del contratto sociale, allora quel contratto è più importante degli individui che lo accettano. Gli individui hanno valore solo perché accettano quel contratto. Il contratto non viene accettato da ogni individuo separatamente, ma dal gruppo collettivamente. Quindi, il gruppo collettivamente è più importante di ogni individuo che lo compone. Il sovrano e la volontà generale sono più importanti dei suoi sudditi e delle singole particolari volontà. Rousseau arriva a parlare del sovrano come di un individuo distinto che può agire di propria iniziativa.

Potremmo discutere su queste argomentazioni con serie riserve e, in effetti, Rousseau è stato accusato di appoggiare il totalitarismo. Viviamo in un'epoca in cui i diritti individuali sono considerati di vitale importanza ed è normale pensare che il sistema proposta da Rousseau, revochi la libertà piuttosto che tutelarla. Potremo però anche riflettere sul fatto che le nostre decisioni e i nostri comportamenti sono in gran parte dettati da una cultura consumistica che scoraggia il pensiero individuale.

I cittadini nella "repubblica ideale" di Rousseau non sono costretti ad entrare in una comunità: lo fanno per il loro reciproco vantaggio. Rousseau sosteneva che i cittadini dell'antica Grecia e di Roma erano molto attivi e capaci di conquiste e che da allora non ci siamo più avvicinati ad emulare quelle comunità. Lo spirito comunitario che li univa non comprometteva l'individualità, ma dava all'individualità la sua massima espressione. Anche se Rousseau permette ai cittadini di fare quello che vogliono, purché non interferisca con gli interessi pubblici, sembra comunque dare per scontato che la personalità umana sia in qualche modo pubblica. Non sembra percepire una distinzione tra ciò che siamo in pubblico e ciò che siamo in privato. Chiedendo una cittadinanza così attiva, egli chiede che la nostra personalità pubblica abbia la precedenza su quella privata.

Il Contratto sociale si articola in 4 libri, suddivisi in capitoli, di seguito un indice analitico per comprendere la sua struttura.

Riassunto del Contratto sociale di Rousseau, libro I

Il libro I si apre con la famosa frase: "L'uomo è nato libero, ed è ovunque in catene". Queste "catene" sono i vincoli posti alla libertà dei cittadini negli Stati moderni. Lo scopo dichiarato di questo libro è quello di determinare se può esistere un'autorità politica legittima, se può esistere uno Stato che sostiene, piuttosto che limitare, la libertà.

Rousseau rifiuta l'idea che l'autorità politica legittima si trovi in natura. Secondo lui, l'unica forma naturale di autorità è l'autorità che un padre ha sul figlio, che esiste solo per la sua conservazione. Alcuni pensatori, come Grozio e Hobbes, hanno affermato che il rapporto tra governante e governato è simile a quello tra padre e figlio: il governante si prende cura dei suoi sudditi e quindi ha diritti illimitati su di essi. Questo tipo di ragionamento presuppone la naturale superiorità dei governanti sui governati. Tale superiorità si perpetua con la forza, non con la natura, per cui l'autorità politica non ha alcun fondamento in natura. Ora, se il potere è l'unico fattore determinante del diritto, allora le persone obbediscono ai governanti non perché dovrebbero, ma perché non hanno scelta. La risposta suggerita da Rousseau è che la legittima autorità politica si basa su un patto (un "contratto sociale") stipulato tra i membri della società. Egli ha diversi predecessori nel teorizzare un contratto sociale, tra cui Grozio, che propone che ci sia un patto tra il re e il suo popolo - un "diritto di schiavitù" - dove il popolo accetta di cedere la propria libertà al re. Grozio è meno chiaro su cosa ottiene il popolo in cambio della sua libertà. Non è la "conservazione": il re si mantiene nutrito e soddisfatto del lavoro del popolo, e non il contrario. Non è "sicurezza": la pace civile ha poco valore se il re fa andare in guerra il suo popolo, e depaupera il paese accumulando beni solo per il proprio consumo. Eppure deve essere qualcosa, perché solo un pazzo rinuncerebbe alla sua libertà per niente, e un patto fatto da un pazzo sarebbe nullo. Inoltre, anche se le persone fossero in grado di rinunciare alla propria libertà, non potrebbero rinunciare legittimamente anche alla libertà dei loro figli.

È impossibile rinunciare alla propria libertà in uno scambio equo. Consegnando la propria libertà al proprio sovrano, le persone rinunciano a tutti i loro diritti e non sono più in grado di chiedere qualcosa in cambio. Ancora più importante, Rousseau collega la libertà con il significato morale: le nostre azioni possono essere morali solo se sono state compiute liberamente. Rinunciando alla nostra libertà rinunciamo alla nostra moralità e alla nostra umanità.

Rousseau si oppone anche all'idea che i prigionieri di guerra possano diventare schiavi attraverso uno scambio equo, dove il conquistatore risparmia la vita dei vinti in cambio della libertà di quella persona. Le guerre non hanno nulla a che vedere con gli individui. Le guerre sono condotte tra gli Stati per il bene della proprietà. Quando un nemico si arrende, cessa di essere un nemico e diventa semplicemente un uomo.

Il popolo in una monarchia assoluta è schiavo, e gli schiavi non hanno né libertà né diritti. Un popolo diventa un popolo solo se ha la libertà di deliberare tra i suoi componenti e di concordare su ciò che è meglio per tutti.

Commento:  la natura e lo stato naturale

Il "concetto di natura" è molto importante in tutta la filosofia di Rousseau. Egli è famoso per aver contrastato la convinzione illuministica secondo cui la ragione e il progresso migliorano costantemente l'umanità, suggerendo che forse stiamo meglio nel nostro stato di natura, come "nobili selvaggi". Questa opinione è espressa con più forza nella sua precedente opera, il Discorso sulla disuguaglianza mentre nel Il contratto sociale Rousseau è pronto ad accettare la possibilità che la società moderna porti beneficio alle persone.

Rousseau non è interessato alla storia o all'archeologia, ma è interessato a comprendere la natura umana così come esiste nel presente. La sua filosofia politica è guidata dalla convinzione che le associazioni politiche a cui partecipiamo modellano in gran parte il nostro pensiero e il nostro comportamento. Il suo interesse per uno "stato naturale", quindi, è uno sforzo per determinare come saremmo se le istituzioni politiche non fossero mai esistite. Ciò che non fa parte di questo "stato naturale" è il risultato della società umana, ed è quindi "innaturale".

Nel Discorso sull'ineguaglianza, Rousseau dipinge un quadro molto roseo di questo stato naturale: senza proprietà da contendersi e senza governi che impongano la disuguaglianza, la nostra natura umana fondamentale è compassionevole e priva di conflitti. Questa visione è in netto contrasto con la maggior parte dei predecessori di Rousseau. Nel Leviatano, Thomas Hobbes afferma infatti che la vita umana senza istituzioni politiche è "solitaria, povera, brutta, brutale e breve". Hobbes e Grozio affermano entrambi che la società umana nasce per migliorare questo spiacevole stato naturale. Rousseau riflette sul fatto che se gli esseri umani di oggi si trovassero improvvisamente senza istituzioni politiche, condurrebbero davvero delle vite spiacevoli, perché avrebbero assimilato tutto l'egoismo e l'avidità che la società ha allevato in loro, senza però alcuna delle protezioni che la società offre. L'ipotetico stato naturale di Rousseau è "pre-sociale": prima di essere corrotti dalla politica, quando l'essere umano non aveva nessuna delle caratteristiche spiacevoli che Hobbes identifica. È importante tuttavia sottolineare che Rousseau ritiene impossibile tornare a questo stato naturale.

Cedere la propria libertà

Rousseau evidenzia un forte contrasto tra la natura e la società civile. La società umana non fa parte del nostro stato naturale, ma si forma artificialmente. Il suggerimento di Rousseau è di basare la società che viene "costruita" su un "contratto sociale", grazie al quale le persone che vivono in uno stato di natura si riuniscono e si accordano, accettando alcuni vincoli, per il bene comune. L'idea di un contratto sociale non è originale di Rousseau, e potrebbe essere fatta risalire addirittura al Critone di Platone.

Ora, mentre Hobbes, Grozio e Pufendorf, usano l'idea di un contratto sociale per giustificare la monarchia assoluta, sostenendo che le persone acconsentono ad essere governate da un monarca assoluto in cambio della protezione e dell'elevazione dallo stato di natura che questo offre loro, Rousseau rifiuta il concetto stesso di contratto alla base di una forma monarchica. Egli ritiene che le persone, nel cedere la propria libertà al monarca, rinunciano alla libertà e all'autorità di acconsentire a un contratto sociale, e quindi rendono nullo qualsiasi contratto stipulato con il monarca. Secondo Rousseau, la nostra libertà e la nostra umanità sono strettamente legate alla capacità di deliberare e di fare scelte. Se un monarca ha potere assoluto su di noi, perdiamo sia la nostra libertà che la nostra umanità e diventiamo schiavi.

Si arriva a un punto nello stato della natura, suggerisce Rousseau, in cui le persone hanno bisogno di unire le forze per sopravvivere. Il problema risolto dal contratto sociale è come le persone possano legarsi l'una all'altra e conservare la loro libertà. Il contratto sociale stabilisce essenzialmente che ogni individuo deve arrendersi alla comunità nel suo insieme. Rousseau trae tre implicazioni da questo: (1) Poiché le condizioni del contratto sociale sono le stesse per tutti, tutti vorranno rendere il contratto sociale il più facile e giusto possibile per tutti. (2) Poiché le persone si arrendono incondizionatamente per il bene comune, l'individuo non ha diritti che possano opporsi allo Stato. (3) Poiché nessuno è posto al di sopra di tutti gli altri, le persone non perdono la loro libertà naturale stipulando il contratto sociale.

La comunità che si forma con questo contratto sociale non è semplicemente la somma delle vite e delle volontà dei suoi membri: è un'entità distinta con una vita e una volontà proprie. Questa entità, chiamata nell'antichità "città" o "polis", oggi si chiama "repubblica" o "corpo politico". Lo stato nel suo ruolo attivo è "sovrano" in relazione ad altri stati, la comunità che lo forma è "un popolo" e individualmente i singoli sono sono "cittadini" e sono "sudditi" del sovrano nella misura in cui si sottomettono ad esso.

La "bontà" del sovrano

Poiché il sovrano è un insieme distinto e unificato, Rousseau lo tratta sotto molti aspetti come se fosse un individuo. Poiché nessun individuo può essere vincolato da un contratto stipulato con se stesso, il contratto sociale non può imporre al sovrano alcuna regolamentazione vincolante. Al contrario, i sudditi del sovrano sono doppiamente vincolati: come individui sono vincolati al sovrano, e come sudditi del regno sono vincolati ad altri individui. Il sovrano, pur non essendo vincolato dal contratto sociale, non può fare nulla che possa violare il contratto sociale stesso, poiché deve la sua esistenza a quel contratto. Inoltre, facendo del male ai suoi sudditi, farebbe del male a se stesso, per cui il sovrano agirà nell'interesse dei suoi sudditi senza alcun impegno vincolante in tal senso.

I singoli, invece, hanno bisogno dell'incentivo della legge per rimanere fedeli al sovrano, poiché essi potrebbero essere tentati dal godere di tutti i benefici della cittadinanza senza obbedire ad alcuno dei doveri di suddito. Così, Rousseau suggerisce che i sudditi riluttanti siano costretti ad obbedire alla volontà generale, ovvero "costretti ad essere liberi".

In contrasto con il Discorso sull'ineguaglianza, Rousseau traccia qui una distinzione tra natura e società civile che favorisce fortemente quest'ultima. Mentre perdiamo la libertà fisica di poter seguire i nostri istinti e fare ciò che vogliamo, otteniamo la libertà civile che pone i limiti della ragione e della volontà generale al nostro comportamento, rendendoci così morali. Nella società civile, ci assumiamo la responsabilità delle nostre azioni e diventiamo più nobili di conseguenza.

La proprietà

Rousseau parla nel Contratto sociale anche della proprietà. Egli suggerisce che la proprietà della terra è legittima solo se nessun altro la rivendica, se il proprietario non occupa più terra di quanta ne abbia bisogno e se la coltiva per il suo sostentamento. Nel Contratto sociale, ogni individuo cede tutte le sue proprietà  a se stesso, al sovrano e alla volontà generale. Così facendo, egli non cede la sua proprietà, poiché è anche soggetto del regno.

Secondo Rousseau i singoli cittadini hanno una vita e una volontà proprie, ma nel legarsi al contratto sociale, diventano anche parte della vita e della volontà del regno. Così come ogni parte del corpo di un uomo interagisce con il resto del corpo per assicurar il suo buon funzionamento, così ogni individuo è impegnato nei confronti del regno. Tuttavia, il regno non deve nulla ai suoi sudditi, così come una persona non deve nulla al suo mignolo o al suo ginocchio sinistro. Cerchiamo di non danneggiare le nostre dita e le nostre ginocchia non perché siamo legati da una sorta di contratto, ma perché le nostre dita e le nostre ginocchia sono parte del nostro corpo, e nel far loro del male faremmo del male a noi stessi. Il regno non deve nulla ai suoi sudditi, ma si adopererà comunque per garantire il loro benessere.

Il punto di vista comunitario di Rousseau può essere compreso facendo riferimento al contrasto tra lo stato di natura e la società civile. La libertà che abbiamo nello stato di natura è la libertà degli animali: libera e irrazionale. Entrando nella società civile impariamo a frenare i nostri istinti e ad agire razionalmente. Lasciando il nostro stato naturale, arriviamo a riconoscere che abbiamo bisogno di ragioni per giustificare le nostre azioni. Questa razionalità è ciò che definisce le nostre azioni come morali. La razionalità e la moralità ci distinguono dagli animali, secondo Rousseau, quindi è solo diventando parte della società civile che diventiamo umani. La comunità è superiore all'individuo perché è una comunità di esseri umani e l'individuo è solo un animale solitario.

Costretti a essere liberi

Rousseau contrappone la libertà fisica di seguire i nostri istinti alla libertà civile di agire razionalmente. Nella società civile impariamo la libertà dell'autocontrollo. Così, secondo Rousseau, non rinunciamo alla nostra libertà vincolandoci al contratto sociale, ma la realizziamo pienamente. Questo contesto può aiutarci allora a comprendere l'inquietante affermazione di Rousseau secondo cui i cittadini recalcitranti dovrebbero essere "costretti ad essere liberi". Se otteniamo la libertà civile solo entrando nella società civile e vincolandoci al contratto sociale, qualsiasi violazione di tale contratto violerà anche la nostra libertà civile. Mettiamo a repentaglio la nostra stessa razionalità e moralità violando il contratto che ci ha resi razionali e morali. Costringendo i sudditi ad obbedire al contratto sociale, il sovrano costringe essenzialmente i suoi sudditi a mantenere la libertà civile che è parte integrante di questo contratto sociale. Alcuni commentatori sono arrivati al punto di accusare Rousseau di totalitarismo.

Capitoli 1-6 del Libro II

L'obiettivo finale di ogni Stato è il bene comune. Rousseau sostiene che il bene comune può essere raggiunto solo tenendo conto della volontà generale espressa dal sovrano. Il sovrano è inalienabile: non può rinviare il suo potere a qualcun altro, né essere rappresentato da un gruppo più piccolo. Esprime la volontà generale, che non coinciderà mai esattamente con una particolare volontà privata. Come la volontà del popolo, il sovrano può esistere solo finché il popolo ha una voce politica attiva e diretta.

La sovranità è indivisibile: il sovrano esprime sempre e necessariamente la volontà del popolo nel suo insieme e non di una parte. L'espressione della volontà generale assume la forma del diritto, mentre l'espressione di una volontà particolare è, nella migliore delle ipotesi, un'applicazione del diritto. Rousseau accusa altri filosofi di non comprendere questa distinzione. Essi considerano atti particolari (amministrazione, dichiarazioni di guerra, ecc.) come atti di sovranità, e poiché questi atti non sono intrapresi dal popolo nel suo insieme, essi concludono che la sovranità è divisibile. Questa conclusione permette a pensatori come Grozio di investire il potere sovrano nella volontà particolare di un singolo monarca, privando così il popolo dei suoi diritti.

Rousseau sostiene la pena di morte, sostenendo che il sovrano ha il diritto di determinare se i suoi sudditi debbano vivere o morire. La sua più forte motivazione di questa posizione è l'affermazione che i malfattori, violando le leggi dello Stato, stanno essenzialmente violando il contratto sociale. In quanto nemici del contratto sociale, essi sono nemici dello Stato e devono essere esiliati o messi a morte. È possibile perdonare i criminali, ma sia la grazia che la punizione sono segni di debolezza: uno Stato sano ha pochi criminali.

I concetti di sovrano e di volontà generale erano stati trattati prima di Rousseau, ma non nella forma che Rousseau dà loro. Un sovrano è l'autorità suprema nei confronti di un certo gruppo di persone. È la voce della legge, e tutti i popoli sono sotto la sua autorità e devono obbedirgli. È anche indipendente da qualsiasi influenza esterna.

Ai tempi di Rousseau, il sovrano era generalmente un monarca assoluto. Il re dettava legge e nessuna forza esterna poteva esercitare alcuna influenza su di lui. L'unico modo in cui le persone possono essere sottomesse a un potere sovrano senza perdere la loro libertà è se sono esse stesse questo potere sovrano. Così, Rousseau capovolge l'idea di sovranità, affermando che il popolo, e non il re, è sovrano. Nella repubblica ideale di Rousseau, l'autorità sovrana si esprime nella "volontà generale". Così come un re usa l'autorità per ottenere ciò che è meglio per lui, il popolo che agisce insieme usa l'autorità per ottenere ciò che è meglio per tutti.

Volontà generale e volontà di tutti

La volontà generale, a differenza della volontà di un re, non è la volontà di un individuo in particolare. Rousseau fa un'importante distinzione tra la "volontà generale" e la "volontà di tutti". La volontà di tutti è semplicemente ciò che otteniamo quando sommiamo tutto ciò che ogni individuo vuole. La volontà generale mira al bene comune. Rousseau suggerisce che i cittadini dovrebbero votare tenendo conto della volontà generale e non dei loro interessi privati. Nelle moderne democrazie, gli elettori tendono a perseguire i propri interessi: i ricchi favoriscono i tagli alle tasse, i poveri favoriscono i programmi sociali, e così via. Nella repubblica ideale di Rousseau, ogni persona voterà con l'interesse di realizzare ciò che è meglio per tutti: i ricchi riconosceranno che la tassazione per i programmi sociali aiuterà chi ne ha bisogno, i poveri riconosceranno che una riduzione delle tasse può stimolare l'economia, e così via.

La volontà generale e la volontà di tutti spesso coincidono, ma se un numero significativo di persone si riunisce a causa di interessi privati condivisi e accetta di promuovere tali interessi votando in blocco, riuscirà a sbilanciare la volontà generale. Invece di puntare uniformemente verso il bene comune, lo Stato inizierà a puntare in modo diseguale verso il bene della fazione più potente. In uno Stato libero da fazioni, la differenza sembra risiedere interamente nell'atteggiamento con cui i cittadini votano. In una repubblica sana, ogni cittadino vota con l'interesse di assicurare ciò che è meglio per lo Stato. Paradossalmente, questo richiede che ogni cittadino pensi con la sua testa piuttosto che consultarsi con i suoi concittadini su ciò che ritiene sia meglio. Un voto privato è essenziale per evitare il fazionalismo.

Mentre sostiene che il sovrano ha potere assoluto su tutti i suoi sudditi, Rousseau è attento a ritagliarsi uno spazio anche per gli interessi privati. Il cittadino deve rendere tutti i servizi o i beni necessari allo Stato, ma lo Stato non può pretendere più di quanto sia necessario al cittadino. Inoltre, il sovrano è autorizzato a parlare solo nei casi che riguardano la politica dell'organismo nel suo insieme. I casi che riguardano solo individui o particolarità non riguardano tutti i cittadini, e quindi non riguardano il sovrano: il sovrano si occupa solo di questioni che sono di interesse comune. Di conseguenza, ogni cittadino è libero di perseguire interessi privati, ed è vincolato al sovrano solo nelle questioni di interesse pubblico.

Capitoli 6-7 del Libro II

La legge

La precedente discussione sul contratto sociale e sul sovrano spiega come nasce il corpo politico, la questione di come si mantiene, richiede una discussione sul diritto. Rousseau suggerisce che esiste una giustizia universale e naturale che ci viene da Dio, ma che non è vincolante. I malvagi non obbediranno alla legge di Dio, e quindi dobbiamo stabilire leggi positive e vincolanti all'interno della società, altrimenti coloro che obbediscono alla legge di Dio soffriranno per mano di coloro che la disobbediscono.

Rousseau definisce la legge come un'espressione astratta della volontà generale che è universalmente applicabile. Tutte le leggi sono fatte dal popolo nel suo insieme e si applicano al popolo nel suo insieme, la legge non si occupa di particolarità. La legge non può mai trattare con singole persone o gruppi, quindi, può dire che un certo gruppo dovrebbe avere certi privilegi o che una certa persona dovrebbe essere il capo dello stato, ma non può determinare quale individuo o gruppo particolare dovrebbe ricevere questi privilegi.

La legge è essenzialmente una registrazione di ciò che le persone desiderano collettivamente. Una legge può essere promulgata solo se le persone sono d'accordo, e deve essere applicata a tutti. Una dichiarazione del sovrano che si applica solo a certe persone o a certi oggetti non è una legge, ma un decreto. L'esistenza della società civile dipende dall'esistenza di leggi. Tuttavia, Rousseau riconosce il problema di come le leggi debbano essere stabilite.

Come può un popolo nel suo insieme riunirsi e scrivere un codice di legge?

Non c'è solo il problema di come un numero così grande di persone possa scrivere un tale documento insieme, ma anche il problema che il popolo non sempre sa cosa vuole, o cosa è meglio per lui. La soluzione proposta da Rousseau è la presenza di un legislatore. Un legislatore ideale non è facile da trovare. Deve essere estremamente intelligente e disposto a lavorare in modo disinteressato per conto del popolo. Poiché le leggi modellano in larga misura il carattere e il comportamento del popolo, il legislatore deve mostrare una grande perspicacia. Affinché le leggi siano imparziali, il legislatore non deve essere egli stesso un cittadino dello Stato a cui dà leggi. Egli deve essere al di fuori e al di sopra dell'autorità del sovrano. Ricordando la difficoltà di trovare una tale persona, Rousseau osserva: "Gli dei sarebbero necessari per dare leggi agli uomini".

Non c'è solo la difficoltà di trovare un legislatore geniale che non voglia governare, ma anche la difficoltà di far sì che il popolo obbedisca alle leggi. È improbabile che le persone accettino semplicemente le leggi date loro da una persona in particolare. Rousseau osserva che nel corso della storia i legislatori hanno usato l'autorità di Dio o qualche altro potere divino per sostenere le leggi. Mosè, per esempio, sostiene che Dio gli ha dato i Dieci Comandamenti. Un appello alle origini soprannaturali delle leggi è generalmente un buon mezzo per assicurare che siano rispettate.

Commento ai capitoli 6-7 del Libro II

In larga misura, l'accordo di vivere secondo certe leggi stabilite è ciò che definisce il contratto sociale. Nei capitoli 6-9 del Libro I, si fa una distinzione tra libertà civile e libertà fisica, suggerendo di rinunciare alla seconda e di guadagnare la prima entrando nella società civile. La libertà fisica è caratterizzata dalla libertà illimitata di fare ciò che vogliamo, seguendo i nostri istinti e i nostri impulsi. La libertà civile mette sotto controllo i nostri istinti e i nostri impulsi, insegnandoci a pensare e a comportarci razionalmente.

Rousseau non è affatto l'unico filosofo a definire la "vera" libertà non come una libertà senza limiti, ma come la capacità di deliberare razionalmente. Se il nostro comportamento non è vincolato da leggi di qualche tipo, non siamo liberi, ma piuttosto schiavi dei nostri istinti e dei nostri impulsi. Se il nostro comportamento è limitato dalle leggi di qualche forza esterna, allora non siamo liberi, ma siamo schiavi di quella forza esterna. L'unica soluzione, quindi, è definire la libertà come un comportamento che è limitato solo dalle leggi che abbiamo creato noi stessi. Quando estendiamo questa soluzione alla società nel suo insieme, le uniche leggi che possono mantenere la libertà dei cittadini sono quelle leggi che i cittadini nel loro insieme concordano.

Leggi e decreti

Rousseau è attento a distinguere tra leggi e decreti. I decreti sono questioni di ordinaria amministrazione: un leader che nomina un procuratore generale, o la decisione di condannare a morte un traditore, o qualsiasi cosa che abbia a che fare con individui o gruppi particolari è un decreto. Le leggi sono fatte per il popolo nel suo insieme dal popolo nel suo insieme. Sono le linee guida generali in base alle quali un popolo sceglie di vivere. Come le restrizioni che un popolo pone su se stesso, le leggi sono ciò che definisce la sua libertà civile.

Poiché le leggi rappresentano restrizioni della libertà civile, esse rappresentano il salto dall'uomo nello stato di natura alla società civile. In questo senso, la legge è una forza civilizzatrice su di noi, quindi non sorprende che Rousseau creda che le leggi che governano un popolo definiscano in larga misura il loro carattere. Nel Discorso sull'ineguaglianza, egli afferma che è il cattivo governo, e non la natura umana, la fonte del nostro male. Qui, egli suggerisce che il buon governo, o meglio le buone leggi, sono capaci di rendere le persone buone. Le persone che accettano volontariamente, e come gruppo di persone, di rispettare certe restrizioni che andranno a beneficio di tutti, diventeranno probabilmente persone migliori.

Rousseau non fornisce alcuna soluzione pratica su come si debba formare un codice di leggi. Al contrario, egli osserva a lungo quanto sia difficile trovare qualcuno che sia all'altezza del compito. Poiché un insieme di leggi definisce in larga misura le persone che vivono secondo queste leggi, il legislatore è responsabile di determinare il tipo di persone che un certo stato produrrà. Il legislatore dovrebbe essere inteso come qualcuno che inventa un codice morale. Se ricordiamo, la moralità è definita dalla razionalità, la razionalità (secondo Rousseau) nasce con la società civile, e la società civile nasce grazie a un legislatore. Potremmo anche pensare al legislatore come a un santo o a una specie di profeta: non c'è da stupirsi che Rousseau associ la creazione di leggi al soprannaturale.

Nonostante tutti i suoi discorsi sulle difficoltà del fare legge, Rousseau stesso si è impegnato a scrivere due costituzioni: una per la Polonia e una per la Corsica, su invito di quegli Stati. La Polonia fu divisa e la Corsica fu annessa, prima che l'una o l'altra costituzione di Rousseau potessero essere attuate. In entrambi i casi, Rousseau svolgeva il ruolo del legislatore imparziale che si poneva al di fuori della legge: non era né corso né polacco, e dava a queste persone leggi senza alcun interesse personale o speranza di guadagno.

Capitoli 8-12 Libro II

Non solo è difficile trovare un buon legislatore, ma è anche difficile trovare un popolo che sia adatto per le buone leggi. Rousseau suggerisce che uno Stato deve ricevere leggi relativamente presto nella sua esistenza. Se il tentativo di dare leggi viene fatto troppo presto, il popolo non sarà pronto a ricevere una guida. Se il tentativo viene fatto troppo tardi, il popolo sarà rimasto bloccato nei suoi pregiudizi e si opporrà all'influenza positiva delle buone leggi. In rari casi, una rivoluzione può permettere a uno Stato più vecchio di riconquistare la propria libertà con nuove leggi, ma tali rivoluzioni possono avvenire solo una volta.

Rousseau osserva anche che uno Stato deve essere di dimensioni medie - né troppo grande né troppo piccolo - se vuole fare bene. In uno Stato grande, l'amministrazione diventa onerosa e costosa. Invece di un governo centrale, ci dovranno essere molti livelli di governo regionale, con ogni livello aggiuntivo che costa al popolo. Inoltre, un grande governo sarà meno rapido e preciso nel mantenere la legge e l'ordine, e in uno Stato che si estende su una grande area, caratterizzata da costumi e climi diversi, sarà difficile creare una legge che sia equa per tutti. D'altra parte, uno Stato troppo piccolo rischia costantemente di essere inghiottito dai vicini che sono in attrito con esso.

Ci deve essere anche un equilibrio tra il numero di persone e l'estensione del territorio di uno Stato. Se un piccolo numero di persone possiede un grande territorio, non sarà in grado di mantenerlo tutto, e sarà in costante pericolo di invasione. Se un gran numero di persone possiede un piccolo territorio, dovrà fare affidamento su beni di altri stati per sostenerli, e sarà costantemente tentato di invadere i propri vicini. Non c'è un numero magico per determinare il giusto rapporto tra popolazione e territorio, poiché molto dipende dal tipo di terra, dal tipo di persone e così via.

La condizione finale che Rousseau elenca per l'istituzione di leggi all'interno di uno Stato è che esso deve godere di un periodo di pace e di abbondanza, poiché la formazione e l'istituzione di leggi lo lascia momentaneamente vulnerabile.

Tenendo presente tutte le raccomandazioni di cui sopra, Rousseau osserva che non ci sono molti stati adatti a ricevere leggi. Un caso di particolare rilievo, tuttavia, è la Corsica. Rousseau osserva: "Ho il presentimento che questa piccola isola un giorno stupirà l'Europa".

Tutte le leggi devono perseguire i principi di libertà e di uguaglianza. L'"uguaglianza" per Rousseau non significa che tutti dovrebbero essere esattamente uguali, ma che le differenze di ricchezza non dovrebbero sbilanciare lo Stato. All'interno delle linee guida di questi principi generali, tuttavia, c'è molto spazio per manovrare. Ogni Stato ha esigenze e interessi diversi, e non c'è un solo modo "giusto" che tutti gli Stati devono seguire. Ogni Stato dovrebbe avere leggi che si armonizzino con le sue circostanze naturali.

Rousseau distingue quattro diverse classi di diritto. (1) Le Leggi Politiche o Leggi Fondamentali, che sono l'oggetto principale del Contratto Sociale. Esse determinano il rapporto che il corpo politico ha con se stesso, la struttura fondamentale dello Stato. (2) Le Leggi Civili, che si occupano degli individui in relazione tra loro e con l'organismo politico nel suo insieme. (3) Diritto penale, che si occupa dei casi di violazione della legge. E, soprattutto, (4) la morale, i costumi e le credenze del popolo. Questi determinano la qualità del popolo e il successo delle leggi più rigide e scritte.

Commento Capitoli 8-12 Libro II

La fine del Libro II si occupa delle persone che costituiscono uno Stato. Rousseau è saggio a non essere eccessivamente dogmatico nelle sue raccomandazioni. Egli osserva invece che persone diverse avranno esigenze diverse e richiederanno leggi diverse. Un popolo che vive in montagna potrebbe fare meglio a stabilire uno stile di vita pastorale, mentre un popolo che vive in riva al mare potrebbe fare meglio con il commercio marittimo e navale. In tutto il Contratto Sociale, le raccomandazioni di Rousseau sono intese solo a livello generale, e non particolare. Nel capitolo 11, egli suggerisce che l'unico requisito assoluto per le buone leggi è che esse preservino in tutti i casi la libertà e l'uguaglianza.

Uguaglianza materiale e proprietà privata

La domanda principale di Rousseau è come le persone possono preservare la loro libertà in un'unione politica. L'uguaglianza, gli sembra, è una condizione necessaria per la conservazione della libertà. Il Discorso sull'ineguaglianza ribadisce che la proprietà, e la disuguaglianza materiale, sono le cause principali della miseria e del male umano. E ancora, nel capitolo 11 del Contratto sociale, egli evidenzia il pericolo che i poveri sarebbero disposti a vendere la loro libertà e i ricchi sarebbero in grado di comprarla. Sia i ricchi che i poveri darebbero più valore al denaro che alla libertà. Così, Rousseau afferma che un certo livello di uguaglianza materiale è necessario per assicurare che la libertà venga prima del profitto.

Tuttavia, Rousseau insiste anche sulla difesa del nostro diritto alla proprietà privata. È contro il capitalismo eccessivo, ma non si unisce ai pensatori socialisti o comunisti nel raccomandare l'abolizione totale della proprietà privata. Se tutto ciò che facciamo fosse a beneficio dello Stato, non saremmo più liberi. Rousseau accuserebbe gli Stati comunisti (anche se non ce n'erano in giro ai suoi tempi) di perseguire l'uguaglianza a tal punto da dare ad essa la precedenza sulla libertà. L'uguaglianza è importante come condizione necessaria per la libertà, ma opera contro se stessa se rende schiavo il popolo che intende liberare.

Secondo Rousseau, pochissimi Stati sono pronti per le leggi e questo significa che, pochissimi Stati, sono pronti per la libertà. Egli spiega che alcuni Stati non sono ancora abbastanza civilizzati per ricevere leggi, mentre altri sono troppo radicati nei vecchi pregiudizi per adattarsi alle nuove leggi. Nel capitolo 12, egli afferma che la moralità è più importante per garantire il benessere di uno Stato di qualsiasi legge esplicita. Tuttavia, egli suggerisce anche che la moralità è qualcosa che deriva dalla creazione di leggi: le leggi e la vita nella società civile sono ciò che rende una persona morale. Così ci imbattiamo in una sorta di paradosso: un popolo ha bisogno di essere morale in una certa misura per ricevere leggi, ma può diventare morale solo quando ha delle leggi.

Il caso della Corsica

Nel 1764, due anni dopo aver scritto il Contratto Sociale, Rousseau fu invitato a redigere una costituzione per la Corsica. Questa costituzione non fu mai attuata, poiché la Francia invase e annesse l'isola nel 1769. In quello stesso anno, in Corsica nacque Napoleone Bonaparte. Rousseau aveva predetto che la Corsica avrebbe stupito l'Europa, ma non immaginava che lo avrebbe fatto attraverso questo incredibile condottiero.  Napoleone difatti divenne imperatore di Francia e marciò con i suoi eserciti fino a Mosca, fu un legislatore infaticabile e il suo Codice Napoleonico resta materiale giuridico vitale in Europa fino ad arrivare alla Louisiana, un tempo controllata dai francesi.

Capitoli 1-2 Libro III

Volontà del potere legislativo (Sovrano) e forza del potere esecutivo (Governo)

Rousseau apre il Libro III con una spiegazione del governo e del potere esecutivo che esso esercita. Le azioni di uno Stato, proprio come quelle di una persona, possono essere analizzate in termini di volontà e forza. Per camminare intorno all'isolato, devo decidere di camminare intorno all'isolato (volontà), e devo avere il potere nelle mie gambe per farlo (forza). La volontà della politica del corpo si esprime nelle leggi, di cui si parla a lungo nel Libro II. La forza che mette in pratica queste leggi si trova nel potere esecutivo del governo. Poiché il governo si occupa di particolari atti e applicazioni della legge, è distinto dal sovrano, che si occupa solo di questioni generali. Moltissimi pericoli sorgono quando governo e sovrano sono confusi o scambiati l'uno con l'altro.

In un grande stato, ogni individuo sarà solo una piccola parte del sovrano, e quindi ogni individuo sarà meno incline a seguire la volontà generale e più incline a seguire la propria volontà particolare. Per tenere in riga così tante persone, il governo dovrà essere in grado di esercitare un grande potere. Quindi, più grande è la popolazione, maggiore deve essere la forza che il governo deve avere rispetto a ciascun individuo. D'altra parte, più il governo è potente, più sarà tentato di abusare del suo potere e di approfittare della sua posizione. Così, come un governo forte è necessario per controllare una popolazione numerosa, così un sovrano forte è necessario per controllare un governo forte.

Proporzione continua

Mentre ovviamente non esiste un preciso rapporto matematico che possa determinare il potere proporzionato del governo, Rousseau suggerisce la seguente formula: il rapporto tra il potere del governo e il potere del popolo dovrebbe essere uguale al rapporto tra il potere del sovrano e il potere del governo. Rousseau propone che il governo, come il sovrano, possa essere considerato un organismo unico, con la differenza principale che il sovrano agisce secondo i propri interessi, mentre il governo agisce secondo gli interessi del sovrano, o meglio della volontà generale espressa dal sovrano. Tuttavia, il governo ha vita propria, ha le sue assemblee, i suoi consigli, le sue onorificenze e i suoi titoli. La difficoltà sta nell'organizzare le cose in modo che il governo non subordini il generale alla sua volontà.

Ogni membro del governo (chiamato da Rousseau magistrato o principe) dovrà esercitare tre diversi tipi di volontà: la sua volontà individuale che persegue i propri interessi, la volontà esecutiva che esprime la volontà del governo e la volontà generale che esprime la volontà del popolo nel suo insieme. Meno magistrati ci sono, più la volontà generale somiglierà a volontà particolari, viceversa con un gran numero di magistrati, la volontà del governo assomiglierà alla volontà generale, ma sarà il governo sarà anche relativamente più debole e meno capace di porre in essere azioni. In un grande stato, dove è necessario un governo forte, sono auspicabili meno magistrati.

Commento Capitoli 1-2 Libro III

Il governo legittimo

Nel libro III Rousseau passa dall'astratto al pratico e dal legislativo all'esecutivo, discutendo su come una repubblica dovrebbe essere governata, piuttosto che sui principi sui quali dovrebbe essere fondata. Invece di discutere di un sovrano e di leggi che sono generali e si applicano a tutti, egli discute di un governo che è composto da un gruppo selezionato di magistrati e che esercita il potere.

La distinzione di Rousseau tra volontà e forza è strettamente legata alla distinzione tra forza e diritto. Nei primi due libri si occupa di volontà e di diritto: discute semplicemente di come le cose dovrebbero essere, di come noi dovremmo volere che siano. Ora parla della forza, di come possiamo far sì che le cose siano come vogliamo che siano, di come possiamo metterle in pratica. Una corretta distinzione tra forza e diritto è necessaria per cogliere il concetto di governo legittimo.

Il governo sta in mezzo tra sovrano e sudditi ed è incaricato di eseguire le leggi e mantenere la libertà civile. I membri del governo, esercitano in nome del sovrano il potere che egli ha affidato loro. Il singolo membro del governo è chiamato magistrato o principe ed è in pratica un incaricato dell'amministrazione pubblica.

Rousseau cerca di spiegarsi in termini di analogie matematiche, pensando che la matematica dia chiarezza alle sue idee,  ma come lui stesso riconosce, non troveremo la precisione della matematica nella gestione del potere politico. I calcoli di Rousseau si basano sul presupposto che ogni cittadino eserciti più di un tipo di volontà. Io agisco prima di tutto nel mio interesse, come un singolo individuo, ed esercito una volontà particolare. Tuttavia, come membro del sovrano, penso e agisco tenendo presente la volontà generale. Se sono un magistrato del governo (un membro del governo), penso e agisco anche con una volontà di amministrazione, di concerto con i miei colleghi magistrati.

Un equilibrio delicato quello tra volontà e forza

Secondo Rousseau, per avere uno stato equilibrato, deve esserci equilibrio/uguaglianza tra il potere del governo (che riceve ordini dal sovrano e li trasmette al popolo) e il potere dei cittadini che sono sia sovrani che sudditi dello stato. Se i valori perdono equilibrio e il sovrano vuole governare o il governo dettare leggi, o il popolo non ubbidisce... forza e volontà non agiscono più in accordo e si va verso l'anarchia o la tirannia. Ora descrivendo in termini matematici equilibri  e proporzioni, siccome esiste una sola media proporzionale tra ciascun rapporto tra parti dello stato (sovrano, governo e cittadini) allora vi è un solo governo "buono" possibile in uno stato. Variando però nel tempo i rapporti di un popolo, ne deriva che un governo "buono" adesso, potrà non esserlo in futuro, oppure viceversa, un governo "non buono" adesso, potrà esserlo in futuro. 

Rapporti di forza tra sovrano (potere legislativo), principe (membro del governo e quindi incaricato di esercitare il potere esecutivo) e popolo

Per prevenire l'anarchia egoistica, Rousseau sostiene che una grande popolazione ha bisogno di un governo forte per mantenersi in riga. Un governo forte non significa un governo numeroso. Al contrario, Rousseau afferma che più piccolo è il governo, più forte è. In uno stato grande, la volontà particolare di ogni individuo è molto più forte della sua volontà generale, perché la sua volontà particolare riguarda solo se stesso, mentre la sua volontà generale riguarda un grande gruppo di cui l'individuo è solo una piccola parte (e più questa parte è numerosa - 10.000 o 100.000, meno conta rispetto al sovrano che resta 1). Più la volontà personale impatta su quella generale, più bisogno ci sarà di un governo forte e di un potere "reprimente". Rousseau conclude che in uno stato grande, ogni individuo si preoccuperà meno del benessere dello stato e si preoccuperà più di se stesso, dunque più grande è la popolazione, più piccolo dovrebbe essere il governo che la controlla.

Allo stesso modo, in un grande governo, la volontà di corpo (che noi potremo definire corporativa) di ogni magistrato sarà debole, mentre in uno  piccolo, la volontà corporativa di ogni magistrato sarà più forte ed egli avrà maggiori tentazioni e mezzi per abusare del potere conferito. Uno stato popoloso richiederà quindi un governo "ristretto e forte" ma anche un sovrano capace a sua volta di tenere a bada il governo, frenandolo dove lo riterrà necessario.

Il pericolo dei grandi stati, è che ogni singolo individuo si senta meno vincolato dalla volontà generale, e che quindi la volontà generale possa essere trascurata. Le idee di Rousseau sono in debito con i filosofi politici greci, specialmente Aristotele, e così egli pensa alla dimensione politica ideale come a quella di una piccola città-stato, come Atene o Sparta, o la Ginevra in cui è cresciuto. Un grande Paese non è adatto alle sue raccomandazioni...

Capitoli 3-7 Libro III

La democrazia

Rousseau distingue approssimativamente tre forme di governo. Quando tutti o la maggior parte dei cittadini sono magistrati (membri dell'esecutivo) il governo è una democrazia. Quando meno della metà dei cittadini sono magistrati, il governo è un'aristocrazia. Quando c'è un solo magistrato (o in alcuni casi una piccola manciata di magistrati), il governo è una monarchia. Non esiste una forma di governo che sia migliore per tutti. Piuttosto, come ha già notato Rousseau, più grande è la popolazione, meno magistrati ci dovrebbero essere. Così, i grandi Stati sono adatti alla monarchia, i piccoli Stati alla democrazia e gli Stati intermedi all'aristocrazia.

Rousseau è molto scettico sulla fattibilità della democrazia. Afferma che "non c'è mai stata e mai ci sarà una vera democrazia" se la si intende nel suo significato rigoroso. Gli Stati, per loro natura, tendono a far sì che un numero minore di persone si occupi degli affari di governo. Quando il governo e il sovrano sono lo stesso organo, c'è il grande pericolo che la combinazione delle funzioni legislative ed esecutive corrompa le leggi e porti alla rovina dello Stato. Una democrazia di successo dovrebbe essere piccola, i cittadini dovrebbero conoscersi tra di loro, essere semplici di costumu e onesti che hanno poca ambizione o avidità. Essendo così instabile, la democrazia è anche molto suscettibile alle lotte civili.

L'aristocrazia

Ci sono tre tipi principali di aristocrazia, quando pochi governano su e in nome del popolo. (1) L'aristocrazia naturale, spesso presente nelle civiltà primitive, dove gli anziani e i capi famiglia governano un villaggio o una tribù. (2) L'aristocrazia elettiva, che Rousseau considera il miglior tipo di aristocrazia, in cui vengono messi al comando coloro che hanno potere e ricchezze e coloro che sono più adatti a governare (per saggezza e probità sono eletti dalla maggioranza). (3) L'aristocrazia ereditaria, che Rousseau considera il peggior tipo di aristocrazia, dove alcune famiglie governano tutti gli altri per diritto ereditario. Finché ci si può fidare dei magistrati che governano con giustizia, Rousseau ritiene che l'aristocrazia sia un'eccellente forma di governo. È meglio avere un gruppo selezionato dei migliori uomini a governare, piuttosto che far sì che tutti cerchino di governare insieme, indipendentemente dalle qualifiche e dalle conoscenze.

Da parte sua l'aristocrazia per funzionare deve tenere a freno le esigenze dei ricchi ma anche tenere in considerazione la situazione dei poveri.

La monarchia

Rousseau esprime serie riserve sulla monarchia, così come sulla democrazia. La monarchia è efficiente, poiché tutto il potere è nelle mani di un solo uomo. Tuttavia, questo può essere pericoloso, poiché tutte le leve del potere stanno in una sola mano: volontà del popolo, forza pubblica dello stato e forza particolare del governo.

La volontà del governo corporativa diventa una volontà particolare, facile da imporre. Certamente i monarchi migliori sono quelli amati dal popolo, ma ciò che conta per il monarca è poter essere anche cattivo o ingiusto, ove voglia, senza cessare di esser re. Se un re vuole che il suo potere sia assoluto, è nel suo interesse mantenere le persone che governa sottomesse in modo che non possano mai ribellarsi. Un popolo debole, misero e incapace di opporsi è desiderabile per il monarca.

Le monarchie sono più adatte ai grandi stati, dove possono essere assegnati diversi ranghi di principi e subalterni. Tuttavia, un monarca raramente assegna queste posizioni in modo saggio, e pochi monarchi hanno la forza di governare i grandi Stati da soli.

C'è anche un problema di successione: se i re vengono eletti, queste elezioni sono soggette a grave corruzione, e se c'è una successione ereditaria, c'è il rischio costante di governanti incompetenti. Rousseau osserva anche che ogni re che si succederà avrà idee e progetti diversi, il che significa che lo Stato non manterrà una rotta fissa. Per tutte queste ragioni, e non solo, è difficile trovare un buon re.

Il governo semplice e i governi misti

I governi semplici (puri) sono i migliori in sé, poiché semplici. Nessun governo è strettamente una delle forme sopra citate (democrazia, aristocrazia e democrazia), tutti sono in qualche modo misti. Una monarchia ha bisogno di assegnare il potere a magistrati minori e una democrazia ha bisogno di una sorta di leader che la diriga. Nel complesso, Rousseau preferisce forme di governo semplici, ma raccomanda di mescolare le forme per mantenere un equilibrio di potere. Ad esempio, se il governo è troppo potente rispetto al sovrano, dividendo il governo in diverse parti si disperdono i suoi poteri corporativi. Se viceversa il governo è troppo "molle" si prevedono tribunali per concentrarlo, per rafforzarlo.

Commento Capitoli 3-7 Libro III

Reagendo contro i filosofi della generazione precedente che sostengono la monarchia assoluta, come Hobbes o Grozio, Rousseau guarda ancora più indietro, ai pensatori greci e romani antichi. In particolare, ha un enorme debito nei confronti della politica di Aristotele. Aristotele fa una distinzione simile a quella di Rousseau, tra democrazia, aristocrazia e monarchia, a seconda che il governo sia dei molti, dei pochi o di una sola persona. Aristotele ammette anche che le diverse forme di governo si addicono a popoli diversi e a persone diverse, ma tende a favorire l'aristocrazia. Forse, tuttavia, le differenze sono più interessanti delle somiglianze. Mentre Rousseau dà valore soprattutto alla libertà, Aristotele dà valore alla "buona vita", e ignora a sufficienza il valore della libertà per sostenere la schiavitù.

La ragione principale di Rousseau per preferire l'aristocrazia - o meglio, la sua ragione principale per avere riserve sulla democrazia e sulla monarchia - è che è profondamente preoccupato per la separazione tra potere esecutivo e volontà corporativa (volontà di una parte del corpo esecutivo, lobby come su direbbe oggi). In una democrazia, la volontà corporativa e la volontà generale possono essere confuse, mentre in una monarchia, la volontà corporativa non è altro che la volontà particolare del monarca.

Dovremmo riconoscere che quando Rousseau parla di democrazia e dei pericoli che essa comporta, non intende la democrazia nel senso che la viviamo oggi, ma in senso autentico, ortodosso. Gran parte del mondo moderno è costituito da democrazie rappresentative, in cui i cittadini sono coinvolti in politica solo nella misura in cui eleggono funzionari che li rappresentano nel governo. Quando Rousseau parla di "democrazia", intende la democrazia diretta, dove le persone sono i funzionari che siedono al governo. Secondo questo schema, ogni cittadino sarebbe tenuto a sedersi in assemblea insieme e a deliberare su questioni di Stato, possiamo facilmente capire perché Rousseau raccomanda la democrazia solo ai piccoli Stati...

Il problema principale della democrazia diretta, come la percepisce Rousseau, è che non riesce a distinguere tra l'esecutivo e il legislativo. L'idea di formare il contratto sociale è quella di garantire la libertà di ogni cittadino. Questa libertà verrebbe seriamente ridotta se ogni cittadino dovesse dedicare al governo tanto tempo quanto i funzionari eletti fanno normalmente. Il popolo nel suo insieme è necessario solo per concordare le leggi e accettare di osservarle. Questo è sufficiente a garantire la libertà di tutti i cittadini. La libertà non si basa sul lavoro esecutivo, che consiste nel portare avanti le questioni di stato quotidiane, e Rousseau preferisce che solo un gruppo selezionato si occupi di tali questioni.

Il pericolo in un governo di pochi eletti, naturalmente, è che l'organo esecutivo possa diventare corrotto e non più al servizio del popolo. Questo pericolo è particolarmente presente in una monarchia. Poiché l'organo esecutivo è ridotto a una sola persona, non esiste uno standard oggettivo per distinguere la volontà particolare del monarca dalla sua volontà come rappresentante del popolo. Di conseguenza, ogni monarca dovrà affrontare la tentazione di governare nel proprio interesse e non nell'interesse del popolo.

Potrebbe sembrare strano che un filosofo che difende così ardentemente la libertà e l'uguaglianza preferisca l'aristocrazia. Questo termine è stato preso in tempi moderni per indicare una classe superiore immeritevole e inefficace, ma Rousseau lo intende in senso greco, come impiegato da Aristotele. "Aristocrazia" significa letteralmente "regola del meglio", che Rousseau mette in contrasto con il significato letterale di "democrazia", "governo dei molti". In un mondo perfetto, un gruppo selezionato di magistrati assumerà compiti esecutivi, e questi magistrati saranno abili, efficienti e serviranno gli interessi del popolo. Rousseau riconosce che questo non è sempre il caso di un'aristocrazia, ma sembra pensare che i pericoli dell'aristocrazia siano di meno e più facilmente evitabili di quelli della democrazia o della monarchia. La sua preferenza per l'aristocrazia si basa, semmai, sulla convinzione che le città-stato di medie dimensioni, come la sua città natale, Ginevra, siano più adatte ad essere governate da pochi. La monarchia resta la migliore forma di governo per i grandi Stati poiché essi sono difficili da governare...

Capitoli 8-11 Libro III

Forma di governo e tipologia di paese a cui si adatta

Anche se la libertà è auspicabile, Rousseau concorda con Montesquieu sul fatto che essa non sia possibile in ogni paese e ambiente. Il governo di uno Stato non produce beni in sé, e quindi deve vivere del surplus prodotto dal popolo. Il surplus prodotto dal privato produce quanto necessario alla gestione pubblica. Ma c'è di più... non conta solo la quantità delle imposte, ma anche la "via che debbono percorrere queste, per tornare nelle mani d'onde uscirono".

Quanto più stretta è la relazione tra il governo e il popolo, tanto meno le tasse imposte dal governo graveranno sul popolo. Perciò nella democrazia il popolo è meno oberato di balzelli, peggio va nella aristocrazia, mentre nella monarchia il popolo subisce il maggior peso delle imposte. La democrazia può sopravvivere quindi anche dove c'è poco surplus, mentre la monarchia prospera solo dove c'è un grande surplus. Così, Rousseau suggerisce una forma di governo più adatta a seconda della grandezza della popolazione e della produzione della ricchezza da parte di un certo stato.

Anche il clima determina il governo in larga misura: più freddo, i paesi del nord hanno poco surplus e possono sostenere la democrazia, mentre più caldo, i paesi del sud hanno un grande surplus e si adattano alla monarchia. Nei climi caldi, la gente tende a mangiare meno, è frugale, ha più terreno fertile (e più facile da lavorare), a disposizione ed ha bisogno di meno persone per lavorare la terra. Poiché c'è bisogno di meno persone, la popolazione sarà più sparpagliata e sarà più facile governarla. Meno persone concentrate nello stesso posto significa anche che le ribellioni sono più difficili. Tutte queste considerazioni servono come prova che il governo monarchico prospera nei climi caldi.

Buon governo

Considerando le numerose controversie su ciò che rende un governo buono, Rousseau suggerisce che il fattore, obiettivo e facilmente calcolabile, della grandezza della popolazione, sia la misura migliore. Le associazioni politiche esistono per garantire la protezione e la conservazione dei loro membri. Una popolazione in crescita difatti è un segno di prosperità, e quindi un segno di buon governo. Il governo peggiore viceversa, si ha quando un popolo diminuisce e deperisce. La pace, la cultura e altri fattori non sono così importanti.

Abuso di governo

Il governo è inevitabilmente in contrasto con il sovrano, e l'attrito tra i due può far degenerare e distruggere il corpo politico. O il governo si contrarrà - passando dalla democrazia all'aristocrazia o dall'aristocrazia alla monarchia - o lo stato stesso si dissolverà.

Lo stato si dissolve nell'anarchia quando il governo usurpa il potere sovrano, quando i magistrati del governo non operano più secondo le leggi. Tale usurpazione rompe il contratto sociale, lo stato si riduce fino a dissolversi. I cittadini si liberano dei loro obblighi sociali/civili, ritornano nella loro libertà naturale. Oppure può accadere che il governo, si "frazioni" al suo interno, andando, ogni parte del governo che si è diviso, ad esercitare un potere proprio. Anche in tal caso lo stato si scioglie.

Se il sovrano esercita senza legittimità il suo potere, diviene un tiranno (un privato che si arroga l'autorità di regnare senza averne il diritto). Alla fine, tiranno ed usurpatore, sono sinonimi.

Morte del corpo politico

L'attrito tra governo e sovrano è destinato a distruggere tutti gli Stati alla fine. Gli Stati, come gli esseri umani, sono mortali, e il corpo politico è destinato anch'esso a morire. Rousseau osserva che anche Sparta e Roma (i suoi due stati preferiti) sono stati sciolti dopo un certo tempo. La longevità di uno Stato dipende dalla sua buona costituzione, lo stato meglio costituito finirà più tardi degli altri (salvo imprevisti!).

Fondamentale per la vitalità di uno stato è l'autorità sovrana, il potere legislativo che è il cuore dello stato. Il governo è il cervello, e lo stato, il corpo politico, può sopravvivere anche se il cervello non funziona, purché il cuore pompi il sangue.

Importante è infine la longevità del potere legislativo: se le leggi vengono mantenute a lungo, non vengono sostituite o cambiate, hanno il consenso del popolo. Il sovrano riconosce e accetta anche leggi antiche, che ha deciso di non revocare. Le leggi diventano forti, acquisiscono energia, ogni volta che sono riconosciute nel corso del tempo, sono rafforzata dalla tradizione.

Commento Capitoli 8-11 Libro III

La peculiare analisi di Rousseau sull'effetto che il clima ha sul governo si basa su considerazioni sulla produzione e il consumo. Ogni individuo ha bisogno di consumare una certa quantità fissa di beni - cibo, abbigliamento, ecc. Tuttavia, ogni individuo non produce questi beni in ugual misura. Mentre gli agricoltori e i sarti producono cibo e vestiti, i magistrati del governo non producono nulla del genere. Secondo Rousseau, quindi, i contadini e i sarti sono responsabili non solo della produzione di cibo e vestiti sufficienti per loro stessi, ma anche di produrre abbastanza per "rifornire" il governo, prendersi cura di esso. I magistrati vengono pagati una certa somma per servire nel governo, e possono usare questi soldi per comprare cibo e vestiti per se stessi. I magistrati vengono pagati con il denaro dei contribuenti, ogni cittadino paga tasse proporzionali al profitto che ricava da qualsiasi attività o commercio intraprenda.

Tuttavia, Rousseau tende a parlare negativamente delle motivazioni finanziarie e del profitto, quindi è più probabile che stia pensando che gli agricoltori rinunceranno a una certa quantità del loro cibo, non a scopo di lucro, ma semplicemente perché producono più cibo di quello di cui hanno bisogno e riconoscono che il loro cibo in eccedenza è necessario per nutrire i magistrati del governo. Se questo è ciò che Rousseau intende dire, sta facendo un'ipotesi piuttosto ingenua, pensando che la quantità di beni prodotti rimarrà fissa a prescindere. La storia suggerisce che i lavoratori che non hanno nulla da guadagnare personalmente dalla produzione di un'eccedenza saranno meno diligenti nel produrre tale eccedenza. Il capitalismo e il consumismo hanno avuto un successo così sorprendente perché forniscono un incentivo diretto, un aumento del profitto correlato all'aumentare della produttività. Quando non esiste un tale incentivo, la produttività tende a diminuire, e il surplus si riduce. Rousseau elenca una serie di fattori che determinano l'entità di un surplus, ma non sembra considerare che la produttività dipende fortemente da come i beni sono distribuiti.

Piuttosto che discutere di economia, Rousseau parla di clima, e dei tipi di suolo e di persone che si trovano in luoghi e latitudini diverse. Rousseau ammette che non c'è ovviamente una correlazione diretta tra il grado di latitudine che uno Stato occupa e il tipo di governo che ha, ma afferma anche, in modo interessante, che i fatti reali della questione hanno poco a che fare con la verità della sua teoria. Anche se il sud fosse pieno di democrazie e il nord di monarchie, la sua teoria secondo cui i climi più caldi tendono a produrre monarchie rimarrebbe comunque valida: significherebbe solo che gli altri fattori da lui discussi superano le sue considerazioni sul clima. Questa audace affermazione solleva due questioni: Come si potrebbe dimostrare che la sua teoria sia sbagliata? E che tipo di teoria è? Sembrerebbe che egli consideri questa teoria come una verità evidente...

Si potrebbe anche pensare che sia strano che Rousseau affermi che la democrazia prospera anche con un piccolo surplus, ma la monarchia necessiti di uno grande. Se ci fossero più magistrati in una democrazia, ci sarebbero più bocche da sfamare nel governo, e quindi sarebbe necessario un surplus più grande. Tuttavia, in questo caso, Rousseau è piuttosto astuto, osservando che il fattore determinante non è la dimensione del governo, ma l'efficienza con cui i beni vengono fatti circolare nella società. In una monarchia assoluta, il re consuma tutto il surplus, e il popolo non riceve nulla in cambio. In una democrazia, le persone che lavorano sono le stesse persone che godono dei benefici del surplus, quindi, anche se questo surplus è piccolo, ne beneficiano.

Prosperità e buon governo, e la libertà?

Infine, si potrebbe rimanere perplessi di fronte all'affermazione di Rousseau secondo cui la crescita della popolazione è il migliore, e l'unico, mezzo per determinare il buon governo. In tutto il contratto sociale, Rousseau continua a parlare dell'importanza della libertà e dell'uguaglianza, eppure qui suggerisce che la prosperità, così come si riflette nella crescita della popolazione, sia più importante. Dobbiamo notare, tuttavia, che egli parla di ciò che rende un buon governo, non di ciò che rende una società felice. In realtà, egli continua subito dopo sottolineando che il governo e il sovrano sono in costante conflitto e che alla fine tale conflitto provocherà la distruzione dello Stato, del corpo politico. Se la popolazione è sana e lo Stato è prospero, è probabile che il governo al potere rimanga felicemente al potere, che garantisca o meno la libertà e l'uguaglianza del suo popolo.

Capitoli 12-18 Libro III

Le assemblee del popolo

Il sovrano agisce per mezzo delle leggi che sono atti di volontà generale. Pertanto, affinché il potere sovrano possa mantenersi, è importante che tutti i cittadini si riuniscano in assemblee periodiche. Questo può sembrare irrealistico, ma Rousseau fa notare che nell'antichità anche città grandi come Roma riuscivano a gestire l'impresa. Roma all'ultimo censimento aveva 4 milioni di cittadini (esclusi gli stranieri, i bambini, le donne e gli schiavi). Se oggi sembra irrealistico, ciò è dovuto alla pigrizia del popolo, ai suoi pregiudizi, alle debolezze e non alle difficoltà logistiche.

Ogni quanto dovrebbe riunirsi il popolo?

Secondo Rousseau, oltre alle assemblee costitutive, una volta fissata la costituzione, emanato un corpo di leggi, stabilito il governo ed eletti i magistrati, il popolo dovrà riunirsi in assemblee fisse, periodiche e se necessario, anche straordinarie. Al di fuori di queste assemblee convocate, ogni riunione del popolo sarà illegittima.

Anche se non c'è un periodo di tempo prestabilito, Rousseau suggerisce che più il governo è potente, più spesso tutti i cittadini dovrebbero riunirsi. In generale, uno Stato non dovrebbe essere più grande di una singola città, quindi non dovrebbe essere difficile riunire i cittadini. Nel caso in cui più città siano parte dello stato, Rousseau suggerisce di non avere una capitale fissa dove riunire l'assemblea popolare, ma di ruotare la sede del governo e dell'assemblea popolare di città in città.

Poteri sospesi

Quando il popolo si riunisce in corpo sovrano, il potere esecutivo rimane sospeso. In tali assemblee, il cittadino più basso ha tanto voce in capitolo sulle decisioni, quanto il magistrato più potente. Di conseguenza, queste assemblee sono un pericolo per il governo, che spesso cerca di dissuadere il popolo dal riunirsi. Quando i cittadini sono troppo pigri o reticenti per esercitare la loro libertà, il governo può riuscire a minare l'autorità sovrana, che alla fine svanisce.

La figura del deputato

Spesso, un popolo che non vuole riunirsi per esercitare il potere legislativo, elegge dei rappresentanti per svolgere il lavoro al posto loro. Rousseau osserva che uno stato comincia a dissolversi quando il popolo dà più valore alla comodità che alla libertà, e paga rappresentanti e mercenari piuttosto che servire direttamente lo stato stesso. "Date denaro, e in breve avrete catene" sentenzia Rousseau, aggiungendo "In un paese veramente libero, i cittadini fanno tutto colle proprie braccia". Per lui la "finanza" è la pratica di lasciare che il portafoglio surroghi il proprio dovere di cittadino.
Non appena qualcuno dirà degli affari dello Stato, "Che m'importa?"... si deve guardare allo stato come perduto.

La sovranità non può essere rappresentata

Visto che non può essere alienata, la sovranità non può neppure essere rappresentata, poiché essa è espressione della volontà generale. I deputati non sono quindi rappresentanti del popolo ma suoi commissari, che da soli non possono concludere nulla in modo definitivo. La "rappresentazione" è un'idea moderna che si è evoluta dal feudalesimo e Rousseau ribadisce che la sovranità non può essere rappresentata. Solo nell'esercizio del potere esecutivo il popolo si fa rappresentare.

Rousseau osserva che gli antichi greci erano in grado di riunirsi regolarmente, in gran parte perché gli schiavi facevano la maggior parte del loro lavoro. Nel mondo moderno, il popolo si è reso schiavo eleggendo rappresentanti per esercitare la propria libertà attraverso di loro.

Il governo non si basa su un contratto

Rousseau si rivolge all'istituzione del governo, sostenendo, contrariamente all'affermazione di altri teorici, che il governo non viene istituito per mezzo di un contratto tra persone e magistrati. In primo luogo, il potere sovrano non può modificarsi in questo modo. In secondo luogo, tale contratto sarebbe un atto particolare, con cui il popolo disciplina il suo rapporto con i magistrati, e quindi non un atto sovrano bensì un atto privato. Terzo, non ci sarebbe un potere superiore per garantire che il contratto sia rispettato.

Istituzione di un governo

La decisione di istituire un governo è in effetti un atto di sovranità, ma non lo è l'atto di assegnare certi magistrati membri del governo. Se la prima decisione avviene per legge, la seconda invece è solo conseguenza della prima, è una funzione del governo. Rousseau spiega che, momentaneamente, il sovrano diventa una democrazia - un governo in cui ogni cittadino è un magistrato - e la decisione di nominare certi magistrati è un particolare atto di governo. Una volta nominati i magistrati, il sovrano cessa di agire come un governo, e il governo e il sovrano diventano due organi distinti.

Il popolo decide sul governo

Essendo il governo istituito per legge, non per contratto, i magistrati sono ufficiali del popolo non padroni del popolo. Quest'ultimo da all'amministrazione del corpo politico una formazione "provvisoria", che tale resta, fintanto che  gli aggrada.

Tutti i governi del mondo, rivestiti una volta della pubblica forza, prima o poi finiscono per usurpare l'autorità sovrana. Un'assemblea regolare di tutti i popoli è il mezzo migliore per garantire che il governo non usurpi il potere sovrano. In ogni assemblea, il popolo deve votare se il governo e i magistrati attuali devono essere mantenuti al potere.

Commento Capitoli 12-18 Libro III

Rousseaui ha già fatto notare l'attrito tra governo e sovrano: il governo che detiene il potere vorrà naturalmente agire per conto proprio, e non per conto del popolo nel suo insieme. Mentre in uno stato sano e felice, il governo può essere più o meno affidabile, deve esistere una sorta di controllo per tenere a bada il governo. Questo controllo è l'esercizio della sovranità popolare. Fin dall'inizio del libro, Rousseau ha parlato del sovrano come dell'espressione della volontà generale e della vera voce del popolo, ma solo qui afferma esplicitamente come la volontà generale debba farsi sentire. Ci dovrebbe essere un periodo di tempo concordato, scritto nella costituzione, in cui tutti i cittadini devono riunirsi in assemblea ed esprimere collettivamente le loro preoccupazioni. Durante questo periodo, il governo viene sciolto. Dopo tutto, il governo come esecutivo ha lo scopo di rappresentare il popolo, e quando tutto il popolo è presente, non c'è bisogno di rappresentanza. Una delle questioni discusse in ogni assemblea è il rendimento del governo e se debba essere permesso di continuare. Questo permette al popolo di controllare collettivamente il governo, impedendogli di agire contro i suoi interessi.

Rousseau ha probabilmente mutuato questa idea dei controlli e degli equilibri tra esecutivo e legislativo da Montesquieu, di cui riconosce l'influenza in altri punti del Contratto sociale. L'idea di Montesquieu era di dividere il governo in funzioni esecutive, legislative e giudiziarie, e di stabilire un sistema di controlli ed equilibri reciproci.

Rousseau che ha già sottolineato nei capitoli precedenti l'importanza della libertà e dell'uguaglianza, con l'idea dell'assemblea popolare, sottolinea l'importanza della fraternità. "Libertà, uguaglianza, fraternità" esattamente il motto della Rivoluzione Francese, che ha tratto grande ispirazione dalle sue idee.

Naturalmente, è nell'interesse del governo scoraggiare le assemblee popolari: senza di esse, il potere del governo è quasi illimitato. Per questo motivo, Rousseau insiste affinché sia scritto nella legge che il popolo debba riunirsi regolarmente e periodicamente. Anche se la legge può combattere i disegni egoistici del governo, non può combattere la pigrizia del popolo! Basta guardare l'affluenza alle urne nella maggior parte delle democrazie moderne per avere un'idea di quanto sia bassa la probabilità che ogni cittadino si presenti a deliberare su questioni di Stato in una grande assemblea...

La sopravvivenza del contratto sociale dipende in larga misura dall'entusiasmo del popolo nei confronti di questo contratto. Chi non ha interesse ad esercitare la propria libertà civile, secondo Rousseau, ha la garanzia di perderla.

Guardando ai termini odiati di Rousseau - "rappresentanza" e "finanza" - comprendiamo cosa si perde quando le persone non esercitano la sovranità popolare come gruppo. La prima tentazione, la rappresentazione, mina il concetto di fraternità di Rousseau. La volontà generale può essere espressa solo dal popolo nel suo insieme, e non da rappresentanti che esprimano questa volontà per loro. Se il sovrano è rappresentato, cessa di essere il sovrano.

La tentazione della finanza mina il concetto di uguaglianza di Rousseau. Se coloro che hanno abbastanza soldi possono comprare la loro via d'uscita dal servizio dello Stato, lo Stato stesso può essere comprato. Potremmo trovare qualcosa di simile nelle moderne democrazie, dove i cospicui contributi alle campagne elettorali da parte di gruppi di interesse e il giornalismo politicamente di parte possono fare molto per influenzare un'elezione.

Quando il popolo mette a repentaglio l'uguaglianza e la fratellanza, la libertà non è più in grado di stare in piedi da sola. Se ricordiamo, Rousseau crede che le persone possano trovare la libertà civile solo stipulando il contratto sociale ed esercitando la sovranità popolare. Se le persone cercano di comprarsi la via d'uscita dal loro dovere verso lo Stato, se scelgono deputati per decidere al posto loro, stanno essenzialmente comprando la loro schiavitù. Non avranno più voce in capitolo su come viene gestito lo stato e diventeranno schiavi di chi comanda.

Questa affermazione potrebbe sembrare un po' stravagante: la maggior parte di noi che vive nelle moderne democrazie rappresentative non è "schiava" del governo. Tuttavia nel mondo moderno viviamo sotto il dominio della cultura del consumo e se, la "rappresentanza" può non distruggere troppo la nostra libertà, stessa cosa non possiamo dire della "finanza" che ci ha reso schiavi a un punto tale che Rousseau non avrebbe potuto immaginare...

Capitoli 1-4 Libro IV

La volontà generale

Fino a quando gli uomini si riuniscono a formare un unico corpo politico, lo stato funziona e il bene comune si palesa. Se occorrono nuove leggi, la loro necessità viene riconosciuta. Solo quando cominciano a farsi sentire gli interessi privati, il comune interesse trova oppositori e nelle leggi non regna più l'unanimità. La volontà generale non è più la volontà di tutti, "il vincolo sociale è rotto in tutti i cuori" e lo stato finisce in rovina.

Cosa accade alla volontà generale se lo stato va in rovina?

Però, anche se la volontà generale può essere messa a tacere o venduta al miglior offerente negli stati che mancano della pace, dell'unità e dell'uguaglianza, non può mai essere annientata. La volontà generale è e resta, anche se lo stato va in rovina, "pura, costante e inalterabile" ma diviene subordinata ad altre volontà. Anche quando la volontà di tutti cessa di esprimere la volontà generale, la volontà generale continua ad esistere, per quanto poco venga ascoltata.

L'unanimità nelle decisioni popolari è segno di uno stato di salute. È il segno che la volontà generale è condivisa da tutti. Quando ognuno esprime solo la propria volontà particolare, ci saranno sicuramente dei disaccordi. Nel peggiore dei casi, l'unanimità riappare quando la gente vota in accordo con un tiranno per paura o per lusinghe.

Le decisioni e i suffragi

La presenza di lunghi dibattiti, dissensi, tumulti nella gestione degli affari generali, annuncia che qualcosa non va, fa presagire l'affermarsi di alcuni interessi generali e quindi il declino dello stato.

In materia di suffragi, di votazioni, ci sono varie regole con cui contare i voti e confrontare i pareri, da applicarsi in modo differente a seconda che lo stato sia in salute o in decadenza. Una sola legge però, per sua natura esige l'unanimità nel voto: il contratto sociale. Esso difatti deve essere concordato all'unanimità, poiché nessun uomo può essere costretto ad aderirvi. Quando lo stato è già esistente, il consenso è espresso dalla residenza, chi abita il territorio, accetta la sovranità. Coloro che si oppongono ad esso devono essere espulsi dallo Stato.

Tutti gli altri atti di sovranità possono essere decisi a maggioranza, ciò è conseguenza del contratto stesso. Quando un cittadino vota una decisione, gli si domanda non se approvi o respinga la decisione, ma se tale decisione sia conforme alla volontà generale. Se passa una legge sulla quale avevo parere contrario, significa che mi ero "ingannato" nel valutare quale fosse la volontà generale. Quando si agisce da sovrani, il popolo non deve votare per ciò che desidera personalmente, ma per ciò che percepisce essere la volontà generale.

Nelle questioni di grande importanza, il voto dovrebbe andare vicino all'unanimità per passare, e in questioni amministrative non importanti, dovrebbe bastare solo una maggioranza di uno dovrebbe.

Elezioni dell'esecutivo per scelta, per sorteggio e miste

Rousseau distingue tra l'elezione per sorteggio (scelta a caso) e l'elezione per scelta (aggiungendo che vi sono tipologie miste, come l'elezione del Doge di Venezia). La prima si addice a una democrazia, dove l'unico metodo equo per determinare chi dovrebbe assumere la responsabilità della carica è il caso. L'elezione per scelta va bene per l'aristocrazia, poiché il governo dovrebbe essere libero di scegliere i propri membri. In generale, l'elezione per scelta è migliore per attribuire cariche che richiedono un certo grado di competenza (come le cariche militari), e l'elezione per sorteggio è migliore per ricoprire cariche (come le cariche politiche) che richiedono solo il buon senso, la giustizia e l'integrità, che dovrebbero essere caratteristiche comuni a tutti i cittadini (che in una perfetta e solo teorica, democrazia, sarebbero pari anche per ingegno, costumi e fortuna).

Nella monarchia, niente sorte né suffragi, essendo il sovrano principe e magistrato unico, la scelta dei suoi "collaboratori", spetta solo a lui.

Le assemblee nell'Antica Roma

Il capitolo 4 del libro, lancia una lunga discussione sui comizi romani per mostrare come una grande città sia stata in grado di mantenere la sovranità del popolo per così tanto tempo. Facendo un excursus storico, dalle tribù suddivise in dieci curie, passando per le tribù urbane a cui si affiancarono le rustiche, per arrivare alle sei classi determinate per ricchezza decise da Servio.

Le assemblee

Le assemblee convocate legittimamente erano i comizi e si tenevano di solito nel foro di Roma o al Campo di Marte. Ci furono tre diverse assemblee popolari, comizi per curie, per centurie e per tribù. Tutti erano iscritti in uno dei citati raggruppamenti, quindi ogni cittadino votava ed era di diritto e di fatto, sovrano.

La comitia curiata era composta solo dagli abitanti della città, e non dai cittadini (ance se ricchi delle campagne periferiche), ed era generalmente abbastanza corrotta.  La comitia centuriata era un'assemblea di tutti i cittadini, ma il voto era pesantemente sbilanciato a favore dei ricchi. La comitia tribunata era un'assemblea davvero del popolo che escludeva senatori e patrizi benestanti, favorendo così la voce popolare. Rousseau ammira particolarmente quest'ultima comitia, e nota che, nonostante le immense dimensioni di Roma, tutto il popolo esercitava collettivamente il potere sovrano di promulgare leggi e di eleggere funzionari, assumendo anche alcuni compiti esecutivi.

I primi romani, raccoglievano il voto espresso a voce alta dai cittadini, un cancelliere annotava i voti e la maggioranza dei voti in ogni tribù, determinata il voto della tribù stessa. Quando la corruzione dilagò nelle votazioni, il voto divenne segreto.

Commento Capitoli 1-4 Libro IV

Se ricordiamo, la volontà generale è la volontà che mira al bene comune. Di conseguenza, la volontà generale continua ad esistere anche se viene totalmente ignorata. Rousseau fa un'importante distinzione tra la volontà generale e la volontà particolare di ogni cittadino. Nella misura in cui Rousseau tratta il sovrano come un unico individuo collettivo, la volontà generale è la volontà particolare di questo sovrano. Così come la volontà particolare di ogni individuo mira al miglior vantaggio di quell'individuo, la volontà generale mira al miglior vantaggio del sovrano, che è il bene comune.

In uno stato in salute, i cittadini si considerano solo una piccola parte di questo insieme più importante. Riconoscono la volontà generale e mirano ad essa. In uno stato non sano, i cittadini perdono il senso del dovere civico, ignorano la volontà generale e perseguono invece i propri interessi. Anche in uno stato in decadenza, la volontà generale continua ad esistere fintanto che il sovrano esiste, ma il sovrano è in cattive condizioni quando nessuno si preoccupa dei suoi interessi.

Le decisioni del sovrano vengono prese in assemblea con il voto popolare. Quando i cittadini si riuniscono per agire come il sovrano, ci si aspetta che il loro voto sia conforme a quella che ritengono essere la volontà generale. Così, i cittadini sono tenuti a votare contro i propri interessi privati, a volte, se pensano che ciò vada a beneficio dello Stato nel suo complesso. In uno stato sano, questi voti saranno quasi sempre unanimi, perché tutti i cittadini saranno intimamente consapevoli della volontà generale e non vorranno altro che votare in conformità ad essa. Ci sono due problemi collegati con questa visione. Il primo è che i cittadini devono sapere quale è la volontà generale. Supponiamo che il sovrano debba votare se il formaggio svizzero o il parmigiano debba essere il formaggio ufficiale dello Stato. Non solo la maggior parte dei cittadini preferisce il parmigiano, ma per qualsiasi motivo il formaggio parmigiano è più vicino al bene comune ed esprime così la volontà generale. Tuttavia, c'è una minoranza molto forte che sostiene il movimento del formaggio svizzero. Questa minoranza riesce a convincere la gente che in realtà la maggior parte della gente preferisce il formaggio svizzero e che è nell'interesse comune votare per il formaggio svizzero. Anche i sostenitori del formaggio parmigiano si sentiranno obbligati a votare a favore del formaggio svizzero se ritengono che questa sia l'espressione della volontà generale.

Nel sistema di Rousseau, la gente non vota per quello che vuole, ma per quello che pensa sia meglio per tutti. Se possono essere ingannati a pensare che una scelta impopolare e malsana sia in realtà nell'interesse di tutti, saranno obbligati a votare per quella scelta anche se è contro i loro interessi. Poiché i cittadini nell'assemblea non sono destinati a dar voce ad interessi personali, non c'è modo sicuro di scoprire che la scelta impopolare è in realtà impopolare. Rousseau non fornisce alcun criterio al di là di un'onesta intuizione su come i cittadini possano determinare quale sia, secondo loro, la volontà generale.

Il secondo problema, correlato, ha a che fare con la distinzione tra la volontà generale e la volontà di tutti. Nelle moderne democrazie, le elezioni danno voce alla volontà di tutti: sommiamo ciò che ciascuno vuole e scegliamo la scelta più popolare. In una repubblica sana, la volontà di tutti e la volontà generale sono identiche: tutti vogliono ciò che è nell'interesse dello Stato. Tuttavia, quando la volontà particolare della gente comincerà a prevalere sulla volontà generale, ci sarà una grande disparità tra le due. Il problema è che sia la volontà generale che la volontà di tutti sono determinate dal voto popolare. Se entrambe sono determinati nello stesso modo, come possiamo distinguerle? Non sembra esserci alcun criterio su come possiamo guardare i risultati di un'elezione e determinare se la volontà generale è stata effettivamente espressa o meno. Così, i sostenitori del formaggio svizzero possono approvare la loro legge e non ci saranno mezzi oggettivi per dimostrare che questo voto non ha espresso la volontà generale...

Capitoli 5-9 Libro IV

Un terzo organo, il tribunato

In alcuni casi, Rousseau raccomanda l'istituzione di un organo aggiuntivo chiamato "tribunato", la cui attività consiste nel mantenere un equilibrio costante tra sovrano e governo e tra governo e popolo. Questo organo non ha alcuna partecipazione nel potere esecutivo o legislativo, ed è al di fuori della costituzione. Il suo unico scopo è quello di difendere e garantire la sicurezza delle leggi (è un "conservatore delle leggi").

In rari casi, il tribunato degenera in tirannide, quando usurpa il potere del governo e vuol emanare leggi, che dovrebbe solo proteggere. Il tribunato s'indebolisce via via che diventano più numerosi i tribuni. Il modo migliore per far si che tutto funzioni bene è non rendere questo organo permanente. In questo modo il magistrato che succede al suo predecessore, non perpetra il potere che aveva chi lo ha preceduto ma ristabilisce il potere che la legge gli conferisce.

La crisi dello stato rende accettabile una breve dittatura

Talvolta, quando si tratta di salvare la patria, il potere sacro delle leggi può essere sospeso. La dittatura può essere necessaria per salvare lo stato dal collasso. Le leggi sono inflessibili, e ci possono essere circostanze in cui devono essere sospese per la sicurezza di tutti. Un dittatore non rappresenta il popolo o le leggi; agisce di concerto con la volontà generale solo nella misura in cui è nell'interesse di tutti che lo stato non crolli. Ovviamente la dittatura può degenerare nella tirannia, quindi i dittatori dovrebbero essere nominati solo per un breve periodo che non deve essere mai prorogato. Lo stato sarà salvato o distrutto e passata l'urgenza se la dittatura non cessa, diviene inutile o tirannia. Il dittatore nell'antica Roma aveva il tempo di provvedere al bisogno per cui era stato eletto, senza aver tempo ulteriore per pensare ad altri progetti.

La censura

Se la legge è lo strumento per la dichiarazione della volontà generale, la censura è la dichiarazione del pubblico giudizio. La esprime il censore, che è una sorta di ministro della pubblica opinione. Il tribunale censurale non fa da arbitro, ma si limita a dichiarare l'opinione del popolo in materia di costumi ed onore.

La legge fa nascere i costumi, e quando la legge s'indebolisce, s'indeboliscono i costumi. La censura serve quindi non per "raddrizzare" o modificare i costumi ma per ribadirli, conservarli.

L'ufficio del censore si fa portavoce dell'opinione pubblica. La funzione censoria sostiene le leggi e la moralità pubblica sostenendo l'integrità dell'opinione pubblica.

La religione civile

L'ultimo argomento di discussione di Rousseau è la controversa questione della religione civile. Nelle prime società, egli suggerisce, i capi di ogni stato erano gli dei che quello stato venerava, ogni stato credeva che i suoi dei fossero responsabili di vegliare sul suo popolo. Il dio d'un popolo non aveva nessun diritto sugli altri. Così dalle divisioni nazionali nacque il politeismo, e quindi l'intolleranza teologica e civile.

Cristianesimo e Stato

Gesù arrivò a fondare sulla terra un regno spirituale e a dividere il sistema teologico dal sistema politico. Il cristianesimo ha cambiato le cose predicando l'esistenza di un solo Dio, combattendo per importo e imponendo ai vinti l'obbligo di cambiar culto. Adorare il Dio cristiano non è necessariamente allearsi con un particolare stato, e le persone di tutti gli stati possono adorare questo stesso Dio. Di conseguenza, la chiesa e lo stato cessano di essere identici e sorge una tensione tra i due. Questo doppio potere rese impossibile ogni buona politica negli stati cristiani, non sapendo la gente se sentirsi obbligata ad ubbidire al prete o al padrone.

Rousseau distingue tre diversi tipi di religione. In primo luogo, c'è la "religione dell'uomo", che è una religione personale, che collega l'individuo a Dio. Rousseau ammira questo tipo di religione (e in effetti ha professato di praticarla), ma suggerisce che, da sola, danneggerà lo Stato. Un cristiano puro è interessato solo alle benedizioni spirituali e alle benedizioni dell'altro mondo, e sopporterà volentieri le difficoltà di questa vita per ottenere ricompense celesti. Tale religione non ha nessuna relazione con il corpo politico. Uno Stato sano ha bisogno di cittadini che lottino e combattano per rendere lo Stato forte e sicuro. Secondo Rousseau "la patria del cristiano non è di questo mondo".

In secondo luogo, c'è la "religione del cittadino", che è la religione ufficiale dello Stato, completa di dogmi e cerimonie. Questa religione combina gli interessi della Chiesa e dello Stato, insegnando il patriottismo e un pio rispetto per la legge. Ma corrompe anche la religione, sostituendo il culto vero e sincero con cerimonie ufficiali e dogmatiche. Provoca anche una violenta intolleranza verso le altre nazioni.

In terzo luogo, c'è il tipo di religione che Rousseau definisce "bizzarra", la religione cristiana della chiesa cattolica e che condanna con forza. Nel cercare di creare due leggi in competizione tra loro - una civile e una religiosa - crea ogni sorta di contraddizioni e impedisce il corretto esercizio di qualsiasi tipo di legge.

Ciò che importa allo stato è che ciascun cittadino abbia una religione che gli faccia amare i suoi doveri. Quali siano i dogmi di questa religione non interessa invece né lo stato, né i suoi membri. I cittadini dovrebbero giurare fedeltà a una religione civile con pochissimi precetti fondamentali.

L'intolleranza

Fare distinzione tra intolleranza civile e intolleranza teologica è un inganno. È impossibile scrive Rousseau "vivere in pace con gente cui si crede dannata: amarli, sarebbe un odiare Iddio che li punisce". Dovunque l'intolleranza teologica è ammessa, essa produce effetti anche civili e quando tali effetti si producono a comandare sono i preti e i re diventano loro ufficiali.

Commento Capitoli 5-9 Libro IV

Quando fu pubblicato per la prima volta il Contratto sociale, il libro fu condannato e il suo autore si trovò un ricercato sia in Francia che nel suo luogo natale, Ginevra. L'indignazione che il libro suscitò fu a causa principalmente del capitolo sulla religione civile, considerato blasfemo dalle autorità religiose dell'epoca. Sostenendo la religione civile, Rousseau propugna un culto dello Stato che è contrario agli editti di qualsiasi forma di cristianesimo.

L'idea di religione civile, come ammette Rousseau, si ispira in gran parte alle culture dell'antichità. Quasi tutte le culture antiche hanno un pantheon di divinità e una mitologia per spiegare l'origine del loro popolo. I loro dei sono i loro genitori e i loro protettori. Tutte le persone di una certa razza o tribù condividono il credo negli dei che gli sono propri, esclusione di tutti gli estranei. Così, nell'antichità, il culto di questi dei era un modo per cementare i legami e le tradizioni che tenevano insieme un popolo. Rousseau osserva che questo vale anche per il Dio ebraico dell'Antico Testamento. Egli è spesso indicato come "il Dio di Israele", e serve come legante che unisce le tribù di Israele.

Il cristianesimo è diverso in quanto è una religione evangelica. Non appena gli apostoli iniziarono a convertire, cessò ogni legame culturale o razziale che collegava tutti i cristiani. Essi non trovano la loro comune eredità sulla terra, ma dopo la morte nel regno dei cieli. Il cristianesimo è arrivato e ha preso il sopravvento. Cercare di tornare alla religione tribale sarebbe come cercare di tornare allo stato di natura. Inoltre, lo stesso Rousseau era stato cresciuto nello stato calvinista di Ginevra ed educato da devoti cattolici francesi. La questione della religione era solo una delle questioni su cui Rousseau era in forte disaccordo con i sostenitori atei dell'Illuminismo.

Per quanto Rousseau rispetti le Scritture e i Vangeli, ha poca pazienza per gran parte della religione consolidata del suo tempo. Non è stato né il primo né l'ultimo ad accusare la chiesa cattolica di superficialità e di una mescolanza malsana tra il regno terreno e quello celeste. Il cristianesimo di Rousseau era un cristianesimo personale, più strettamente legato all'amore per la natura che al rispetto per l'establishment. Una fede personale di questo tipo è compatibile con la sua filosofia politica perché non si interseca in nessun punto con la vita pubblica che ci si aspetta da tutti i cittadini. Chiesa e Stato possono essere in conflitto, ma la religione privata e lo Stato non dovrebbero essere in conflitto. Il sovrano è interessato solo alle questioni che sono di interesse pubblico, e la fede privata non rientra in questo ambito.

Cementare la buona cittadinanza nella fede

L'idea di religione civile di Rousseau è essenzialmente un tentativo di tornare all'antica idea di cementare la buona cittadinanza nella fede. Nel Libro II, capitolo 7, egli suggerisce che i legislatori spesso inventano le origini soprannaturali delle leggi per un motivo simile: se la gente crede che le leggi provengano dagli dei, sarà meno probabile che le violino. La sua religione civile non è molto complicata. Non poggia su molti dogmi, e mira solo a far sì che i cittadini rimangano onesti, coinvolti e obbedienti. In un'epoca in cui la religione è stata effettivamente separata dallo Stato nella maggior parte dei paesi sviluppati, il tentativo di riunire corpo religioso e politico, è certo strano e scomodo.

L'idea di adorare lo Stato sembra un po' inquietantemente, di matrice totalitaria. Rousseau è attento a fare della tolleranza uno dei precetti della sua religione civile, ma una tale azione non impedisce un asservimento irragionevole allo Stato. Nell'accettare il contratto sociale, i cittadini accettano razionalmente di unirsi per il miglioramento di tutti. Tuttavia, basando questo contratto in una certa misura sulla fede piuttosto che sulla ragione, potremmo sostenere che i cittadini sacrificano la razionalità e la libertà civile, la cui tutela è lo scopo del contratto sociale in primo luogo.

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