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Biografie > GUIDO MONACO: L'INVENTORE DELLE NOTE MUSICALI
Guido Monaco
o Guida d'Arezzo che nacque fra il 990 e il 1000 è un personaggio italiano
che dovremmo conoscere tutti, l'inventore delle note musicali, invece
il nome, purtroppo ai più non dice niente. Il luogo di nascita è una
questione disputata tra diversi luoghi: sono spesso indicate infatti Arezzo, Ferrara, Pomposa
vicino a
Ferrara, Talla vicino ad Arezzo. Quest'ultimo, un piccolo paese del
casentino sembra il più accreditato. Quel che è certo è che Guido Monaco
visse gran parte della sua vita ad Arezzo e nel suo contado.
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Guido Monaco era appunto un monaco benedettino che curava l'insegnamento della
musica ai suoi confratelli. Poiché aveva ideato un metodo completamente nuovo per insegnarla,
suscitò invidie ma trovò protezione presso il vescovo di Arezzo Tedaldo (o
Teodaldo), a cui dedicò uno dei suoi scritti: il Micrologo. Ad Arezzo, fra il 1025 e il 1035, insegnò la musica e il canto per la
Cattedrale. Ebbe modo di proseguire gli studi e giunse alla definizione
della notazione musicale. Questa invenzione rivoluzionò il modo di
insegnare, di comporre e tramandare la musica. Morì intorno al 1050.
Nel 1998 ha aperto a Talla, suo presunto luogo di
nascite, nel zona toscana del Casentino
il primo museo della musica al mondo dedicato al monaco inventore del
tetragramma, predecessore del pentagramma e delle note musicali. Talla da
allora è chiamato il borgo delle sette note. Il mistero attorno al luogo di
nascita di Guido Monaco va avanti da mille anni tra le
colline del Casentino: chi è stato, veramente questo monaco benedettino? Da quale
famiglia può essere nato, e quando? C'è solo una realtà certa: la trascrizione delle note musicali, che il monaco toscano
ha inventato all'inizio del secondo millennio. E c'è un paese, Talla
appunto, un borgo appartato in
una piccola valle secondaria dell'Arno, sulle pendici del monte Pratomagno, tanto
silenzioso di querce e castagneti quanto trasudante di note musicali dalle
sue pietre. A Talla non hanno dubbi sulle origini di Guido. Sarebbe nato qui, fra
il 992 e il 995, nella casa sulla quale hanno scritto il suo nome, una fra
le poche rimaste del paese vecchio, dove è franato da secoli l'antico
castello degli Ardinghi. Non esistono prove scritte, nei registri, che
nessuno teneva, in quei lontani anni.
Ci sono indizi, ai quali i tallesi si aggrappano,
ricavati dai frammenti delle lettere di Guido; e soprattutto la memoria
orale, che si è tramandata con orgoglio per generazioni. La casa, abitata in
continuità fino agli anni Cinquanta, ha conservato l'acquaio originario, il
forno in pietra risalente al Medio Evo; è il luogo dove ha aperto il Museo
della musica, che la Comunità montana del Casentino e il Comune di Talla
hanno voluto dedicare al "loro Guido". Il museo di Talla raccoglie documenti
sulle origini della musica nel Medio Evo, dalla formazione del gregoriano
nei monasteri all'insorgere del canto profano nelle corti. Cinquanta metri
sotto la casa natale di Guido Monaco si trova la millenaria chiesa di San
Nicolò, con sette cipressi, quattro dei quali bicentenari, nel prato
antistante: uno per ogni nota. Qui si può cantare, e suonare, leggendo lo
spartito sui tronchi. All'interno della casa ci sono i documenti sulle
origini della musica nel Medio Evo, dalla formazione del gregoriano nei
monasteri all'insorgere del canto profano nelle corti. Ci sono la gentile
viella del quattordicesimo secolo, antenata del violino, il liuto
cinquecentesco, il chitarrone del Seicento. E c'è, naturamente,
la storia di Guido Monaco, seguita nelle poche tappe conosciute. Una di
queste tappe fu all'Abbazia
di Pomposa, vicino a
Ferrara da dove fu costretto ad andarsene perché le sue idee troppo
avanzate sulla musica irritavano superiori e confratelli.
Arezzo, città che, benché priva di un'abbazia,
aveva una fiorente scuola di canto dove lo chiamò il vescovo Teobaldo,
che aveva intuito l'importanza della sua scoperta.
Roma, dove Guido andò fra il 1030 e il 1032 per presentare il suo
metodo al papa.
Giovanni XIX ne rimase così
sbalordito che si mise a cantare
egli stesso, seguendo la scrittura che il monaco gli indicava nel suo
antifonario. I passaggi successivi della sua vita in parte si perdono. Non è sicura nemmeno la
notizia della morte.
Alcune ipotesi lo danno scomparso in Francia molto più tardi, quando
Guido Monaco aveva più di 80 anni. Un dato rimarrà per sempre certo: l'invenzione del tetragramma
per fissare le note, che da quel giorno consentì di imparare la musica
leggendola, anziché ascoltandola, come si era fatto fino allora. E il cuore
del museo è la grande scritta in caratteri gotici corrente lungo tutta una
parete, con l'inno a San Giovanni Battista, sul quale Guido, in un giorno
non più identificabile dell'undicesimo secolo, modellò il suo sistema: "Ut
queant laxis resonare fibris - mira gestorurn famuli tuorum - Solve polluti
labri reatum - Sancte Johannes". Le note non erano sette,
all'inizio.
La settima, il Si, venne coniata solo nel 1482, da Bartolomeo
Ramis che, fedele al modello, inventò una sillaba unendo la S di Sancte alla
I di Iohannes. E non cominciavano con il do. Il do è un frutto di una
"appropriazione",
venne introdotto nel Cinquecento dal compositore Giovan Battista Doni, che
si appropriò della scala di Guido Monaco e sostituì l'ut con la prima sillaba del
suo cognome. Ma cosa ci sta a a fare quel do intruso, che nell'inno a San
Giovanni non avrebbe senso e fa perdere solo le tracce del glorioso
originale? Alcuni ortossi hanno sempre sostenuto che si dovrebbe
tornare all'originario ut. Secondo loro sarebbe il modo più giusto per ricordare che la musica, come noi
la conosciamo, è nata da quell'inno, da quella parola, da quel personaggio:
vissuto nella penombra, scomparso nel silenzio, lasciando a noi il dono
inestimabile delle note: Ut-re mi-fa-sol-la-si-ut.
Inno a San Giovanni
" Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Iohannes " |
"Affinché
possano con libere
voci cantare
le meraviglie delle azioni
tue i (tuoi) servi,
cancella del contaminato
labbro il peccato,
o san Giovanni " |
Prima di Guido Monaco gli antichi non conoscevano una notazione musicale propriamente detta,
limitandosi a indicare i suoni della scala diatonica con le prime lettere
dell'alfabeto.
Nel Medioevo, a causa della crescente difficoltà nel memorizzare melodie
sempre più lunghe ed articolate, nacque l'esigenza di "notare" sopra il
testo da cantare con alcuni segni (detti neumi) che aiutassero i cantori a
ricordare la direzione (ascendente o discendente) della linea melodica.
Da questi embrionali aiuti mnemonici nacque a poco a poco la moderna
notazione, le cui tappe storiche fondamentali sono l'introduzione del
tetragramma (attribuita appunto Guido Monaco o Guido D'Arezzo), e la
scrittura delle durate, (inventata da Francone da Colonia) ottenuta
proporzionalmente, cioè non indicando la durata effettiva della nota, ma la
durata di essa in proporzione alle altre dello stesso brano.
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