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- da Il Sole-24 Ore, 19 ottobre 2003 
Lo sguardo attento di Manolo
di BRUNO ARPAIA

Stavolta Pepe Carvalho e Biscuter dovranno affrontare un lungo viaggio da soli.
Nelle circa mille pagine di Millennio, il nuovo libro già quasi pronto, i due personaggi di Manuel Vázquez Montalbán dovranno fare il giro del mondo e, allo stesso tempo, i conti con i grandi simboli del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. Ma il loro autore, purtroppo, non potrà più accompagnarli. Forse Carvalho, uno dei pochi eroi di carta capaci di sopravvivere al proprio creatore, in questo, momento starà bruciando libri nella sua casa di Vallvidrera a Barcellona, starà sfogandosi in cucina, starà piangendo insieme a noi per la prematura scomparsa di Manuel, a soli sessantaquattro anni, in un aeroporto thailandese.
Ci mancherà, Manolo, e molto. Perché è sempre più difficile saper abbinare, come nel suo caso, intelligenza, generosità e calore umano. Perché ci sarà data sempre più raramente l'opportunità di conoscere persone "necessarie" come lui, con quel suo modo di essere intellettuale: colto, profondo, ma allo stesso tempo assolutamente passionale e irriverente, attratto dal calcio, dalla cucina, dalle minime manifestazioni della vita, sulle quali sapeva riflettere come pochi. «Cinema e canzoni», amava ripetere, «si sono alimentati di letteratura. È ora che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d'elite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura».
Perciò lo ricorderemo a lungo per i suoi romanzi polizieschi, per il suo personaggio di detective che trent'anni fa segnò l'inizio di una rottura con la tradizione letteraria spagnola ed europea del'epoca. «Ai giovani», aveva raccontato in un'intervista a Stefano Malatesta «si chiedeva di scrivere l'Ulisse. Se non eri raffinato, ermetico, un acrobata o un giocoliere di parole, però di genere lento, estenuante, non contavi. Non se ne poteva più di quella letteratura d'avanguardia. Mi ricordo che Rafael Alberti diceva che i personaggi di questi romanzi impiegavano trenta pagine per salire le scale. Volevo scrollarmi di dosso il peso di una letteratura entrata in un vicolo cieco». Fu così che, in qualche modo, nacque il "noir mediterraneo", che, secondo la definizione dello stesso Vázquez Montalbán, era un incrocio «tra hard boiled tradizionale e nuovi substrati culturali, destinato a proporsi come poetica del neocapitalismo, cioè di una società supercompetitiva in cui l'intreccio tra crimine e politica è costante, fragilissimo il limite tra il legale e l'illegale». E fu così che nacque Carvalho, che fece la sua prima apparizione in un libro del 1972 intitolato Ho ammazzato J.F. Kennedy. Da allora, quello strambo detective ne aveva fatta di strada. Diversamente dal Maigret di Simenon, che in tutti i suoi libri è rimasto sempre uguale a se stesso, Pepe Carvalho è cambiato, invecchiato, diventando preda di forze oscure che non riesce più a dominare. Eppure, in tutti questi anni, è stato il termometro di un'epoca, il sismometro dei passaggi da un periodo di grandi speranze e utopie a uno di disincanto e di delusione, superando i limiti di un personaggio romanzesco e diventando parte del nostro stesso paesaggio sociale. Attraverso i suoi occhi abituati a cogliere i più impercettibili segnali dei cambiamenti sociali e politici, abbiamo assistito alla morte di un dittatore, alla caduta del Muro, allo sgretolarsi delle ideologie, per ritrovarlo infine, dopo qualche parentesi a Madrid e a Buenos Aires, con L'uomo della mia vita, nella "sua" Barcellona post-Olimpiadi del 1992, ormai quasi irriconoscibile: «Una città inservibile, bella ma senz'anima, una città pastorizzata». L'aveva trasformata il tempo, che non aveva risparmiato le sue zampate al detective, rendendolo più vecchio, e dunque più lucido, più disincantato, più nostalgico. Un uomo che continuava a bruciare libri, a sfornare ricette, a pronunciare folgoranti Battute, a risolvere casi complicati, ma che si sentiva molto vicino alla sconfitta definitiva.
Troppo facile identificarlo con il suo autore, leggere quel suo libro come un presagio. Anche perché a Manolo sarebbe dispiaciuto essere ricordato soltanto come l'inventore di Carvalho. Era nato come poeta, infatti, e da poeta continuava a scrivere e a vivere. Oltre ai suoi libri di poesia, che varrà la pena rileggere e rivalutare, ci aveva dato anche meravigliosi romanzi senza Carvalho, come Galìndez, forse il suo più riuscito, e numerosi saggi appassionati e graffianti. Ma era stato anche militante politico, aveva fondato riviste e conosciuto le prigioni del franchismo, e quelle esperienze l'avevano certamente segnato in tutta la sud attività di saggista e di polemista sui giornali di mezzo mondo. Era stato comunista, ortodosso nell'epoca della clandestinità e della dittatura, ma la sua straordinaria apertura mentale l'aveva trasformato ben presto nel motore della trasformazione culturale e politica della sinistra spagnola prima della Transizione. Dopo, la sua ironia e la sua implacabile irriverenza avevano aperto la strada a un nuovo modo di partecipare alle vicende del proprio tempo, avevano indicato un modello che era insieme letterario, politico e umano. Non sempre, magari, si era d'accordo con le sue analisi, ma si poteva star sicuri che nascevano da una profonda onestà intellettuale, da un occhio abituato a cogliere, dai segnali apparentemente più insignificanti, la direzione del vento e a restituirla sulla carta senza infingimenti e senza riguardi per nessuno. Come dovrebbe accadere normalmente e invece, in quest'epoca che lui riteneva «un tempo stupido fra due tempi tragici», raramente accade. Perciò ci mancherà, e molto. Ciao, Manolo.


- da L'Unità, 19 ottobre 2003
Un antifascista che amava la vita
di ANTONIO TABUCCHI

Manuel Vázquez Montalbán era un mio amico. Era un uomo scontroso, allegro, ironico, fermo e coraggioso. Siamo diventati amici troppo tardi rispetto a quando conobbi il suo nome per la prima volta. Allora erano gli anni Sessanta, e lui con altri tre studenti antifranchisti, Salvator Clotas, Marti Capdevila e Ferran Fullà, era rinchiuso nel carcere di Lleida per aver scritto ed espresso opinioni non gradite rispetto a quelle che il generalissimo Franco gradiva gli fossero espresse. E opinioni, così, nella Spagna di allora, erano considerate "attività contro lo Stato".
Manolo conosceva la sua Barcellona come forse nessun'altro (non sono giusto, anche altri amici, come Jorge Herralde e Enrique Vila Matas o Juan Marce la conoscono altrettanto bene); solo che lui l'aveva «adottata». O meglio, aveva adottato la Barcellona orfana, quella dei quartieri antichi, popolata da gente povera, da marginali, da pensionati, da vecchi repubblicani che sono sopravvissuti alle fucilazioni di Franco e all'età. La Barcellona di Mercé Rodoreda, quella della Plaza del Diamante, dove ci sono ancora le feste popolari con i lampioni di carta e le ragazze per ballare calzano scarpe bianche con il tacco alto. La Barcellona che ritrovate nei suoi libri: pensioncine incredibili frequentate da clienti incredibili, locali dove si gioca a carte o a dama in un'irrespirabile atmosfera di «tabaco negro», ristorantucoli dove si mangiano i migliori piatti di pesce del Mediterraneo.
Manolo amava molto la cucina, era un gastronomo sopraffino. Ma soprattutto amava la vita. Una volta mi disse che da ragazzo aveva capito cos'era il franchismo dal motto che esso aveva adottato: «Viva la muerte!». Il suo eroe, Pepe Carvaiho, riprende uno dei generi più ricchi e vitali della letteratura spagnola, la picaresca. Pepe in fondo è un picaro che fa il detective, uno che si arrabatta, un povero Cristo, uno del Sud, insomma, come siamo noi del Sud. Tutto il contrario del detective anglosassone, che veste lo smoking, gioca a canàsta e beve champagne. Ma non è detto che per scoprire delle malefatte si debba indossare lo smoking.
Oltre ai suoi molti romanzi, Manolo, con gli strumenti del grande scrittore che era, ha scritto una biografia. Quella di Francisco Franco. Una biografia magnifica, un'analisi impeccabile a cui i politici spagnoli nostalgici non hanno mai obiettato. Peccato che non sia mai citata dai pubblicisti che recentemente in Italia si sono dati da fare per rivalutare il franchismo. Ho sentito dire alla televisione italiana che era morto «uno scrittore controcorrente». Se la definizione ha in sé qualcosa di esatto, è sinistra per tutti noi. Montalban era uno scrittore antifascista: dunque, qual è la corrente?
Manolo mi mancherà, ne sono certo. Mancherà a molti. Ma gli scrittori hanno un vantaggio sui conduttori dei programmi che ogni sera imbastiscono chiacchiere in televisione. Spento il televisore, le loro parole muoiono. I libri invece restano, tanto le videocasssette di certi programmi, magari gridati e scandalosi, chi se le rivede? Se non lo aveste ancora fatto, leggete libri di Montalbán, sono una buona compagnia. Poi li mettete da parte, e quando vi pare ve li rileggete.

 

 

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