LE LEGGENDE SUDTIROLESI ALTOATESINE

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Le leggendo Alto Atesine

 


Il lago di Carezza

 

Nel lago di Carezza si vedono riflessi tutti i colori dell'iride, mentre gli altri laghi montani sono tinti solamente di azzurro o verde.  Questa meraviglia è però frutto di un sortilegio; infatti lo stregone del Latemar si era innamorato della bellissima Ondina, la ninfa che ne abitava le acque, e tentò più volte di rapirla. Così un giorno, consigliato dalla Stria del Masarè, fece apparire nel lago di Carezza un bellissimo arcobaleno con lo scopo di attrarre l'amata.

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Ma quando l'Ondina uscì dalle acque spinta dalla curiosità , vide lo stregone e fuggì spaventata. Il mago fu preso da un tale furore per l'ennesimo fallimento che prese l'arcobaleno e lo gettò in mille pezzi nel lago. E da quel giorno, appunto, le sue acque rispecchiano tutti i colori dell'iride.

Il vino dei fantasmi

Nella vecchia rovina "Haselburg", abitata dai fantasmi, un contadino di Salorno scoprì una fantastica cantina piena di vini. Rapito dalla bontà della bevanda, ne riempì subito un orcio da portare a casa, ma tre fantasmi lo fermarono facendogli promettere di prenderne solo quanto bastava a lui e alla sua famiglia e di mantenere il segreto sulla cantina. Ecco che in una serata di allegria con gli amici nel suo maso , si dimenticò della promessa fatta e offrì agli ospiti il prelibato vino dell'Haselburg. Impovvisamente si sentirono echeggiare nell'aria urla di rabbia e la magica cantina sidissolse per sempre. Si racconta però che la cantina esiste ancora nascosta da qualche parte, ma nessuno ne svela il segreto.

Il gioco dei birilli d’oro

Molti e molti anni fa, quasi nella notte dei tempi, un popolo di minatori venuti dal Brennero per cercar oro e argento abitava la Val di Fleres. Ma la loro felicità era turbata da un tiranno molto ricco e malvagio che governava il suo popolo con la paura ed esigeva enormi tributi. E quando non riuscivano a soddisfare le sue richieste, il malvagio sfogava la sua ira con grande crudeltà.

A tal motivo questa gente viveva nel terrore e nella miseria, mentre il re diventava ogni giorno più ricco; così ricco da farsi costruire un gioco dei birilli tutto d’oro zecchino. Ma arrivò un dì che il minatore più coraggioso di tutti, stanco dei soprusi, si rifiutò di lavorare e convinse i suoi compagni a ribellarsi allo sfruttamento ed a lottare per la libertà. La voce di tal fatto giunse presto all’orecchio del re che decise di vendicarsi personalmente del ribelle.

Il prode minatore, percependo il pericolo, fuggì veloce come un camoscio sulla montagna del Tribulaun inseguito dal tiranno che non gli dava tregua. Alla fine il re lo raggiunse brandendo alta la spada ma, quando stava per sferrare il colpo mortale, apparve potente il fantasma del Tribulaun che colpì con il pugno la cima del monte spaccandola in due. Da quel giorno, infatti, il Tribulaun ha due cime. Il minatore potè così salvarsi e tornare tra la sua gente, accolto come un eroe, mentre quel diavolo tiranno fu trasformato in fredda roccia, il " Goldkappl" appunto, posto davanti al Tribulaun, e ancora oggi si può vedere il luccichio rosso che rappresenta il mantello dell’avido re. I birilli d’oro non furono più trovati, ma si sussurra che giacciano ancora nascosti in Val di Fleres.

Castel del Porco

Castel del Porco era un piccolo maniero ove regnava la felicità e gli abitanti trascorrevano serenamente lo scorrere del tempo. Uno sventurato giorno però, Federico dalle Tasche Vuote, decise di conquistarlo, aiutato dai suoi temibili cavalieri.

Le battaglie che seguirono furono molto aspre e i valorosi soldati del castello, anche se in pochi, si difendevano con grande forza e coraggio. Ma Federico era persona molto superba e non si dava per vinto, così ordinò ai suoi uomini di assediare il castello giorno e notte.

Con il passare dei giorni all’interno della fortezza i soldati diventavano sempre più deboli perché il cibo scarseggiava e la situazione appariva disperata. L’unica cosa rimasta ancora da mangiare era un grosso porco, insufficiente per saziare tutti. Quando ormai tutto sembrava perduto, il capitano ebbe un’idea geniale e ordinò: " Cominciate a ridere, ballare e festeggiare. Arrostite il porco e gettatelo giù dalle mura!" Gli uomini rimasero sbalorditi chiedendosi se il loro comandante fosse uscito di senno, ma così fecero poiché riponevano grande fiducia in lui.

Quando Federico dalle Tasche Vuote udì i festeggiamenti e vide il porco gettato dalle mura, pensò che i suoi avversari avessero viveri ancora in abbondanza e forza per affrontare mille battaglie; così esclamò rosso dalla rabbia: " Sono invincibili, torniamo a casa!"

Il gigante Ortles

Nei tempi passati, quando gli uomini erano ancora agli albori della loro storia, la Val Venosta era popolata dai giganti che abitavano grotte inaccessibili.

Tra questa mitica gente vi era un giovine di nome Ortles che aveva come particolarità quella di crescere ogni giorno di più, tanto da superare ben presto tutti gli altri giganti. La sua statura sembrava non arrestarsi mai, ma con essa cresceva anche la sua superbia e guardava il mondo attorno con disprezzo perché lo vedeva piccino piccino.

Venne un giorno però che uno gnomo molto furbo, per punire l’arroganza del gigante, si arrampicò sulle gambe dell’Ortles, poi sulle braccia, sulle spalle e alla fine sulla testa provocandogli un gran solletico. Poi prese a cantare, tra capriole e danze questa filastrocca:

"Povero gigante Ortles, quanto sei piccolo,
più piccolo del piccino Gnomo,
sei cresciuto per mille lunghi anni
e il tuo naso presuntuoso
raggiunge persino il cielo,
ma a cosa serve, dimmi a cosa serve,
se lo gnomo Nudelhopf
qui sulla tua testa
è più grande di te"

Oh, l’orgoglio si punse di questa audace beffa e tentava di afferrare il piccolo nano, ma le braccia e le gambe gli sembravano di pietra e, mentre si lamentava e piangeva della sua disgrazia, anche il piccolo cervello ed il resto del corpo si trasformavano piano piano in ghiaccio e roccia rimanendo così per l’eternità.

Da quel giorno si può ammirare in Val Martello la magnificenza del Monte Ortles, il più alto di tutto l’Alto Adige.

L'Isarco e l'Adige

..in questa antica terra di montagne, due fiumi gareggiavano fra loro per scoprire qual era il più importante.

Uno diceva: "Sono il più importante, nasco dal Brennero e le mie acque hanno dissetato molti imperatori".

"Il più importante sono io", replicava l'altro, "nasco da un passo importante come il tuo e sono anch' io fiume imperiale".

Per questa contesa le acque quasi straripano e la gente fuggì terrorizzata.

Allora una ninfa di nome Vodia, regina di tutte le acque, comandò: " Tu Isarco sei il fratello più piccolo, chiedi all'Adige di prenderti in braccio e di portarti fino al mare."

Da quel momento, le acque di questi due fiumi, scorrono pacifiche una nell'altra fino all'Adriatico.

Monti Pallidi

Forse non tutti sanno che le Dolomiti vengono chiamate anche Monti Pallidi a seguito di un prodigioso incantesimo avvenuto ai tempi dell’antico Regno delle Dolomiti, quando la roccia delle montagne aveva lo stesso colore delle Alpi. Tale regno era ricoperto di prati fioriti, boschi lussureggianti e laghi incantati. Ovunque si poteva respirare aria di felicità e armonia meno che nel castello reale. Bisogna infatti sapere che il figlio del re aveva sposato la principessa della luna, ma un triste destino condannava i due giovani amanti a vivere eternamente separati. L’uno non poteva sopportare l’intensa luce della luna che l’avrebbe reso cieco, l’altra sfuggiva la vista delle cupe montagne e degli ombrosi boschi che le causavano una malinconia talmente profonda da farla ammalare gravemente.

Ormai ogni gioia sembrava svanita e solamente le oscure foreste facevano da solitario rifugio al povero principe. Ma si sa, però, che proprio le ombrose selve sono luoghi popolati da curiosi personaggi, ricchi di poteri sorprendenti e capaci di rovesciare inaspettatamente il corso degli eventi. Ed è così che un giorno, nel suo disperato vagare, il principe si imbatté nel re dei Salvani, un piccolo e simpatico gnomo in cerca di una terra per il suo popolo. Dopo aver ascoltato la triste storia del giovane sposo, il re dei Salvani gli propose, in cambio del permesso di abitare con la propria gente questi boschi, di rendere lucenti le montagne del suo regno. Siglato il patto, gli gnomi tessero per un’intera notte la luce della luna e ne ricoprirono tutte le rocce. La principessa poté così tornare sulla terra per vivere felicemente assieme al suo sposo e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.

 

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