Cosa vedere a Cagliari

Cosa vedere a Cagliari

S ituata al centro del Mediterraneo, la Sardegna è stata un punto di sosta quasi obbligato per tutti coloro che hanno navigato il "mare nostrum", dai Fenici alle navi da crociera di oggi. Non a caso, ognuno ha lasciato le sue tracce nella capitale dell'isola, Cagliari, Casteddu per sardi, che si trova sulla costa meridionale della Sardegna. La parte più antica di Cagliari è conosciuto appunto come "Castello". Si aggrappa alle pendici di una collina che sale ripida dal porto e nella storia fu contesa dai pisani, dai genovesi, dagli aragonesi con frequenti puntate dai corsari saraceni provenienti dalle coste del Nord Africa.

 

 

La gente e le tradizioni di Cagliari mostrano questo patrimonio variegato, e le influenze di diversi periodi si riflettono nella sua architettura. Di fronte al porto, lo stile del bianco Municipio si fonde tra il gotico spagnolo e lo stile Liberty italiano, e in altre parti della città, si riconoscono arcate neoclassiche e bastioni, torri medievali, romani e medievali in pietra, e chiese barocche. Ecco qui di seguito un sunto delle più importanti cose da vedere in questa bellissima città.

 

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Quartiere Marina

 

Quartiere MarinaL'ampia Via Roma corre lungo il porto, dove le navi da crociera attraccano nel cuore della città. All'angolo di fronte alla stazione ferroviaria si trova il bianco palazzo del Municipio, e accanto ad esso, l'alberato Largo Carlo Felice sorge in una leggera salita che arriva fino a Piazza Yenne con i suoi bar e gelaterie. Sopra, sorgono i bastioni del quartiere di Castello, a destra, lungo la base del Castello, Via Manno, una via commerciale molto popolare conosciuta che poi arriva fino a Piazza della Costituzione . Da questa piazza, il bel Viale Regina Elena scende tranquillamente alla Stazione Marittima, completando i confini del quartiere Marina.

 

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Bastione Saint Remy

 

Bastione San Remy a CagliariPotete cominciare la vostra visita a Cagliari salendo i gradini di marmo della Passeggiata Coperta (o prendere l'ascensore gratuito) da Piazza della Costituzione fino al Bastione Saint Remy e godere di una vista mozzafiato della città. Anche se questo e altri bastioni, come il più alto Bastione di Santa Caterina, sono stati costruiti per difendere il quartiere di Castello, roccaforte di Pisani e Genovesi e brevemente casa per la famiglia reale dei Savoia, oggi, forniscono un punto di osservazione ideale per turisti e gente del posto per godere di ampie vedute, magari accompagnate da un aperitivo. E 'un posto perfetto per avere dei  punti di riferimento da segnarsi per la successiva visita - il porto, il quartiere Marina di sotto, il quartiere verdeggiante Villanova a sinistra, e la collina della Basilica di Nostra Signora di Bonaria...Continua a leggere sul Bastione Saint Remy.

 

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Cattedrale di Santa Maria

 

Bastione San Remy a CagliariLa chiesa più importante di Cagliari è la Cattedrale di Santa Maria Assunta e di Santa Cecilia, o semplicemente Duomo di Cagliari, si trova nel cuore del quartiere storico di Castello, tra il Palazzo del Viceré e l’Ex Palazzo di Città. Della struttura originaria restano il campanile a sezione quadrata, i bracci del transetto con le due porte laterali di stampo Romanico e la "cappella pisana" a cui si contrappone la trecentesca cappella in stile gotico - aragonese...Continua a leggere sulla Cattedrale di Cagliari.

 

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Santuario di Bonaria

Bastione San Remy a CagliariIl Santuario di Bonaria, sorto tra il 1323 e il 1326, è il primo esempio di architettura gotico-catalana in Sardegna. Nella facciata conserva un bel portale gotico proveniente dalla chiesa di San Francesco, ormai distrutta. Al suo interno è custodito il leggendario simulacro di Nostra Signora di Bonaria. A questo simulacro è legata una leggenda: nel 1370 un veliero spagnolo, a causa di una tempesta fu costretto a buttare in mare l'intero carico, tra cui una cassa contenente la statua della Madonna...Continua a leggere sul Santuario di Bonaria.

 

Chiesa di Sant'Efisio  

Chiesa e Cripta di Sant'EfisioLa Chiesa di Sant'Efisio sorge su una grotta che affonda per nove metri nella roccia calcarea e si confonde in mezzo alle strade strette del quartiere di Stampace Alto. Da qui il 1° di maggio di ogni anno parte la processione votiva più grande della Sardegna, la Festa di Sant’Efisio. Le origini della chiesa risalgono al '200, quando fu costruita sopra quella che la tradizione vuole essere la prigione dove Sant’Efisio fu tenuto e torturato prima di essere portato a Nora per essere decapitato. Efisio (Elia in Antiochia, 250 d.C. " Nora, 15 gennaio 303) fu un martire cristiano sotto l'imperatore Diocleziano...Continua a leggere sulla Chiesa di Sant'Efisio a Cagliari.

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Cripta di Sant’Efisio

Dalla via Sant’Efisio, sul fianco della Chiesa di Sant'Efisio, attraverso una piccola porticina e una ripida scala scavata nella roccia, si entra nella cripta ritenuta dalla tradizione la prigione di Sant’Efisio. Questo ambiente sotterraneo è stato scavato probabilmente già nel periodo punico per ricavare materiale costruttivo. Nel periodo tardo romano, l’ambiente fu utilizzato probabilmente come tempio dedicato alla dea Iside, in quanto in mezzo al pavimento l’archeologo Taramelli trovò un pozzo, che avrebbe potuto contenere le acque del Nilo che servivano per i riti di iniziazione. Nel XVII secolo, dopo la controriforma, e l’interesse per la ricerca delle reliquie dei Santi Martiri, i confratelli di Sant’Efisio chiesero alle autorità di poter ispezionare anche questo ipogeo, non per trovare le reliquie di Sant’Efisio, poiché queste erano già dall’alto medioevo custodite dapprima nella Chiesa di Nora, prima che i Pisani nel 1088 non le prendessero per custodirle nella Cattedrale di Santa Maria di Pisa per sottrarle alle invasioni arabe. Furono custodite nel duomo pisano fino al 1866, quando vennero restituite a Cagliari. Nella cappella di San Ranieri a Pisa è rimasta la statua di Sant'Efisio scolpita nel 1592 da Battista di Domenico Lorenzi detto il Cavaliere. Sempre a Pisa, nel camposanto monumentale, sono esposte in pannelli fotografici le storie dei Santi Efisio e Potito affrescate nella galleria sud o parete di sinistra da Spinello Aretino. Nel 1616 si trovò una tomba scavata nel pavimento con uno scheletro che fu attribuito a Sant’Edizio, cosa che fu confermata dal ritrovamento di una piccola lastra di marmo (14X16 cm) sulla quale c’era scritto B.m. Editius, cioè a dire Bonae Memoriae Editius. In questo periodo fu sistemato anche l’altare che c’è ancora oggi, decorato con ajulejos, posto al fianco della colonna dove la tradizione vuole che sia stato flagellato Sant’Efisio durante la sua prigionia. Durante la seconda guerra mondiale, i Cagliaritani usarono la cripta di Sant’Efisio come rifugio contro i bombardamenti aerei degli alleati.

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Palazzo Civico

 

Nel 1896 il Consiglio Comunale di Cagliari prese la decisione di trasferire la sede della municipalità dal vecchio edificio di Piazza Palazzo, nel quartiere di Castello, alla trafficata via Roma sorta, dopo la distruzione delle mura difensive spagnole, di fronte al porto. Dal quel momento in poi il Castello non sarà più la roccaforte del potere. Progettato alla fine del 1800, il palazzo fu inaugurato nel 1907. Venne poi ristrutturato, fedelmente al disegno originario, per riparare i danni causati dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Lo stile dell'edificio riprende le forme architettoniche del gotico catalano, che hanno ispirato le aperture del porticato d'ingresso, accogliendo anche, nelle decorazioni floreali della facciata, lo spirito innovativo dell'art noveau. Le due torrete medievali (che si pensa si ispirino alle torri pisane dell'Elefante e di San Pancrazio) sembrano invece richiamare, nostalgicamente, un lontano passato. Agli angoli del palazzo si innalzano quattro pinnacoli che raffigurano i quattro mori bendati. La facciata è decorata con fregi in bronzo: un'aquila che sorrege lo scudo di Cagliari e due leoni, anch'essi in bronzo, voluti da Ottone Bacaredda, sindaco della città dal 1896 al 1921. Gli ambienti interni sono abbelliti dalle opere dei più amati artisti isolani. La Sala del Consiglio espone le sculture di Francesco Ciusa e tre dipinti di Filippo Figari (autore anche del trittico che si trova nella Sala Museo);la Sala della Giunta vanta le opere di Giovanni Marghinotti ed il bellissimo "Retablo dei Consiglieri" dello stampacino Pietro Cavaro; la Sala dell'Argenteria (o Sala Vivanet) le pitture ad olio dell'artista sardo F. Melis Marini. Nella Sala dei matrimoni si può ammirare l'affresco del Figari: un dipinto su tela di 27 metri per 2,5 metri, che raffigura "Il matrimonio sardo". Infine, la Sala del Sindaco ospita l'arazzo in lana e seta del fiammingo F.Spierink, la bacheca con la chiave della città e la penna d'oro che il re Umberto usò per firmare la posa della prima pietra del palazzo.

 

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Torre dell'Elefante

 

 la torre dell'Elefante venne edificata nel 1307 dai pisani che ne affidarono il progetto all'architetto Giovanni Capula (come precisa una lapide marmorea in latino: Capula Johannes fuit caput magister numquam suis operibus inventum sinister), che progettò anche la "gemella" torre di San Pancrazio (una terza torre, la Torre del Leone, gravemente danneggiata dai cannoni inglesi, spagnoli e dall'attacco francese del 1793, fu inglobata nel Palazzo Boyl). La torre faceva parte del sistema difensivo voluto dai pisani timorosi delle incursioni moresche quanto delle mire genovesi sulla città. I tre lati esterni della torre, traforati soltanto in corrispondenza delle sottilissime fessure delle feritoie, furono costruiti in bianco calcare del colle di Bonaria. Il quarto lato, rivolto verso il Castello, è aperto alla maniera tipica pisana e mostra quattro piani costruiti su soppalchi di legno. La costruzione era dotata di tre imponenti portoni e due saracinesche (una di esse si conserva ancora tenuta su da pesanti catene). In cima, sui mensoloni, un'impalcatura lignea serviva per la difesa dall'alto. La torre raggiunge in altezza 31 metri che diventano 35 se si considera anche il torrino, mentre dal lato di via Cammino Nuovo (il viale alberato che si scorge nella foto ai piedi della torre) si eleva sino a 42 metri di altezza. Si pensa addirittura che essa sia stata edificata sui resti di alcune cisterne di epoca punica. La torre si è conservata nei secoli pressoché intatta.Essa rappresenta ancora oggi l'ingresso al Castello. Il nome non gli deriva, come si potrebbe facilmente immaginare, dalla scultura dell'elefantino, simbolo di forza e di fedeltà (di autore ignoto e sicuramente contemporanea alla torre), posta a circa 10 metri dal lato di viale Università, ma dalla Ruga Leofantis, che oggi corrisponde alla Via Stretta. Ai piedi dell'elefantino si notano ancora gli stemmi dei castellani pisani di Cagliari. Durante i secoli la torre è stata utilizzata per varie destinazioni. Intorno al 1328 gli aragonesi fecero chiudere la parte nord dell'edificio per utilizzarla a scopo abitativo e come magazzino. Gli spagnoli usavano praticarvi un macabro rituale: esponevano, dentro grate di ferro, le teste decapitate dei condannati a morte. Il capo mozzato dell'illustre marchese di Cea, accusato dell'uccisione del vicerè Camarassa, vi rimase esposta per ben 17 anni, efficace ammonimento contro ogni nuovo tentativo di insurrezione. Nel 1800 infine fu adibita a carcere per detenuti politici. Venne restaurata nel 1906 riaprendo il lato murato dagli aragonesi, riacquistando così il suo aspetto originario.

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Palazzo di Città

 

 il Palazzo di città, sino al 1906, fu la sede del municipio di Cagliari. Situato in piazza Palazzo, di fianco alla Cattedrale, esso risale probabilmente ad epoca pisana e durante il periodo aragonese vi si riuniva lo Stamento reale. L'origine pisana del palazzo pare attestata da un documento recante la firma del sovrano aragonese Alfonso IV che nel 1331 lo concesse ai consiglieri cagliaritani, che chiedevano un luogo per riunirsi. Nell'atto citato si parla di un edificio da costruire "supra lotgiam regalem que est ante plateam dicti castri". La lotgiam regalem potrebbe indicare un preesistente edificio di epoca pisana. Il palazzo è costruito in stile settecentesco, ed il suo aspetto attuale risale al 1787, anno in cui venne completamente ristrutturato ad opera degli architetti piemontesi. Del periodo spagnolo rimane la significativa testimonianza della visita di Carlo V di Spagna, immortalata dall'iscrizione marmorea collocata sopra il portone d'ingresso. Il sovrano, infatti, sostò in città nel 1535 prima della battaglia di Tunisi contro i pirati barbareschi che continuamente saccheggiavano le coste dell'isola. Sopra la lapide commemorativa, campeggiano le armi della città. Il secondo ingresso del palazzo si affaccia sulla piazzetta Carlo Alberto. Le sale interne del Palazzo sono ricche di storia ed erano abbellite con opere di notevole pregio. Lo Spano, nella sua Guida, ricorda il Retablo dei Consiglieri, eseguito da Pietro Cavaro tra il 1517 ed il 1531, che raffigura la Madonna col Bambino e "cinque consiglieri di vari tempi". Il dipinto si trovava nella sala principale in cui si svolgevano le riunioni dei consiglieri e nei giorni festivi si celebrava la messa. Nell'edificio erano custodite anche diverse tele dipinte dal Marghinotti, tra cui Carlo Felice protettore delle arti, L'arrivo di Carlo Alberto a Cagliari (nel 1841) con il figlio primogenito Vittorio Emanuele II, ed infine due quadri che ritraggono due episodi storici che hanno come protagonista il Questore romano Caio Gracco (il migliore che abbia avuto la Sardegna nei tempi della Repubblica Romana, scrisse lo Spano). Queste due piccole tele, commissionate al grande artista dal generale Alberto della Marmora, ritraggono il questore Caio Gracco che, nella prima scena, si discolpa a presenza del senato, mostrando la cintura che piena di denajo aveva portato in Sardegna, e che vota la riportava nel restituirsi; nel secondo dipinto si vedono i sardi offerendo gran quantità di saj ai romani rimasti senza vesti durante un inverno molto rigido. Questi preziosi dipinti si trovano ora nel nuovo Palazzo civico di via Roma. Nel palazzo era custodita la statua della Assunta Dormiente, donata dalla regina Maria Cristina, consorte di Carlo Felice, alla città. Questo simulacro viene portato in processione ogni anno alla vigilia di Ferragosto, ricorrenza della festa dell'Assunta. Dopo che la sede della municipalità fu trasferita nel Palazzo civico di via Roma, l'edificio ha ospitato, dal 1922 al 1931, il Liceo musicale ed in seguito, dal 1939 al 1970, il Conservatorio di musica Pier Luigi da Palestrina, che nel 1970 venne trasferito nei nuovi locali di via Bacaredda. Da lunghi anni l'ex palazzo di città è chiuso per restauri.

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Palazzo Viceregio

  il Palazzo Viceregio venne edificato nel 1337 dagli aragonesi per ospitare la sede del potere vicereale. Il Palazzo nei secoli successivi divenne realmente il centro del potere politico e amministrativo dei viceré che si susseguirono nel governo della città e dell'isola. Agli aragonesi - catalani seguirono, infatti, gli spagnoli, gli austriaci (seppur per breve tempo) ed infine i Savoia. Fu proprio durante la presenza sabauda che il palazzo subì le più importanti modifiche, affidate agli ingegneri militari piemontesi. L'aspetto attuale dell'edificio rispecchia il disegno approvato dal re Carlo Emanuele III di Savoia nel 1769. Dal 1799 al 1815, il palazzo divenne la dimora dei re di Sardegna che Napoleone aveva messo in fuga da Torino. Dopo l'unificazione d'Italia, nel 1885, il palazzo venne acquistato dall'amministrazione provinciale di Cagliari. Fu accuratamente restaurato e le sue sale , tra il 1894 ed il 1895, furono decorate con gli affreschi del perugino Domenico Bruschi. Bellissimi i dipinti che raccontano gli episodi più significativi della storia dell'isola, dall'epoca romana sino alla storia contemporanea. La Sala consiliare custodisce il dipinto di "Eleonora d'Arborea che promulga la Carta de Logu" ed il grande affresco del soffitto che rappresenta allegoricamente "La Sardegna che custodisce lo scudo sabaudo". Attualmente il Palazzo viceregio ospita la Prefettura e nelle sue sale si riunisce il Consiglio provinciale.

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Palazzo Boyl

 

 il Palazzo Boyl è uno degli edifici nobiliari più rappresentativi del Castello di Cagliari. Fu costruito nel 1840 da Carlo Pilo Boyl, marchese di Putifigari, generale d'artiglieria e comandante del Regio Arsenale militare, discendente di quel don Filippo Pilo Boyl, che nel 1300 aiutò gli aragonesi ad impadronirsi del Castel di Castro, scacciandone i pisani. Il palazzo fu concepito secondo il gusto neoclassico molto in voga in quegli anni a cui si richiamano Porta Cristina e la porta del Regio Arsenale militare, anch'esse disegnate dal marchese di Putifigari, su imitazione delle romane Porta Angelica e Porta di Piazza del Popolo. L'edificio presenta una balaustrata in marmo ornata da quattro statue che raffigurano le stagioni, mentre al centro è scolpito lo stemma del casato. In esso sono presenti lo stemma della famiglia Pilo (una mano che racchiude un mazzo di capelli, in sardo pilu), lo stemma dei Boyl (il toro, boi in sardo) e quello d'Aragona (pali rossi su sfondo oro). Sotto si legge l'iscrizione che ricorda l'anno di edificazione dell'edificio: COMES KAROLUS PILO BOYL EX MARCHIO PUTIFIGARI INSTAURAVIT ANNO MDCCCXL L'edificio incorporò la pisana Torre del Leone (erroneamente rinominata Torre dell'Aquila) costruita insieme alle gemelle torre di S. Pancrazio e torre dell'Elefante, dall'architetto Giovanni Capula. La torre aveva perduto la sua parte superiore durante l'assedio spagnolo del 1717 ed era ridotta quasi a un rudere. Essa aveva fronteggiato i bombardamenti inglesi del 1708, i cannoni spagnoli che tentavano di riprendersi l'isola nel 1717 ed infine l'attacco francese del 1793. Tre palle di cannone infisse sulla facciata ricordano i tre attacchi subiti. Lo Spano racconta che "questa torre servì di abitazione del Procurator Reale nel tempo di Spagna. Servì, pure come quella dell'elefante, per la punizione di delitti politici. Quivi, nei moti popolari del 28 aprile 1794, fu rinchiuso il Segretario di stato Valsecchi fino al suo imbarco pel continente". La torre diede il nome alla porta dell'aquila che si apre sotto il moderno edificio. Attraverso di essa si accedeva al Castello. Oltrepassata la porta, sul lato sinistro, ad una attenta osservazione si nota un cippo funerario romano, molto annerito dal tempo, che era stato murato nella torre insieme ad altre iscrizioni purtroppo coperte dall'intonaco antico. Dalla fine del 1800 il palazzo appartenne alla famiglia dei baroni Rossi (come è testimoniato dalla lettera "R" scolpita in alcune finestre che si affacciano sul Bastione di Santa Caterina); ora ne sono proprietari i conti marchigiani Tomassini Barbarossa.

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Cimitero Monumentale di Bonaria

 

  la vocazione cimiteriale del colle di Bonaria risale ad epoca antichissima. Tutta l'area intorno alla collina, infatti, apparteneva alla necropoli orientale della Carales romana, di cui ci rimangono le numerose tombe ad arcosolio che si arrampicano sino in cima al parco di Bonaria. Secondo la testimonianza del canonico Spano, ancor prima dei romani, i cartaginesi avevano scelto il colle per dare l'estremo saluto ai loro defunti, lasciandoci numerose tracce della loro presenza che oggi sono esposte, come preziosi reperti, nel Museo di Bonaria. Anche a Cagliari, secondo una pratica molto diffusa nei secoli scorsi, prima della inaugurazione del Cimitero di Bonaria, si usava seppellire i morti all'interno o attorno alle chiese. Già nel 1804 tuttavia, Napoleone, con l'editto di Saint Cloud, obbligava le città a destinare alla sepoltura dei defunti un luogo ai margini dell'abitato, per chiare esigenze di natura igienico-sanitaria. A Cagliari la necessità di trovare un luogo adatto ai morti si fece particolarmente urgente in seguito all'epidemia di colera che scoppiò nel 1916 causando circa 600 vittime che si ebbe grande difficoltà a seppellire proprio per la mancanza di spazi appositi. In quella drammatica circostanza i morti trovarono sepoltura nel "campo di San Paolo", attraversato oggi dai binari della ferrovia. Il Cimitero monumentale di Bonaria fu costruito nel 1828 su progetto del Capitano del Genio militare Mallerini e portato a compimento dal Capitano Luigi Damiano e fu il primo luogo adibito alla sepoltura in città. In corrispondenza di quello che è attualmente l'ingresso principale del Cimitero, sorgeva un'antica chiesa consacrata a San Bardilio (demolita nei primi anni del 1900), risalente al XII secolo e di architettura pisana, in cui svolsero la loro opera i frati dell'Osservanza ed in seguito, i Trinitari. Essa fu innalzata su una primitiva chiesa che si dice fosse la più antica di tutta la Sardegna: la chiesa di Sancta Maria in portu Gruttae. Essa era la chiesa parrocchiale del sobborgo di Bagnaria abitato da marinai e pescatori. I giudici di Cagliari la donarono nella prima metà del XII secolo ai monaci vittorini di Marsiglia che si dedicavano all'estrazione ed al commercio del sale, per cui era conosciuta come Santa Maria de Portu Salis; in seguito (nel 1218) passò all'Opera di Santa Maria di Pisa ed infine, nel 1229, fu affidata ai frati minori conventuali. Il canonico Spano, nella sua ottocentesca "Guida della città e dintorni di Cagliari", racconta: "Questa è la famosa Chiesa di cui parlano le storie e le cronache antiche, detta Sancta Maria in portu Gruttae, che credesi sia stata fabbricata nello stesso sito dove San Paolo pose per la prima volta il piede, e predicò il Vangelo ai Sardi. Anzi secondo una cronaca, ultimamente scoperta, si venerava in questo sito la pietra su cui salì l'Apostolo delle Genti per predicare la fede all'arrivo che fece in Sardegna, la qual pietra si conservò sino al sec. VIII, e venne infranta dai Saraceni". Il curioso nome attribuito a quest'antichissimo luogo di culto, Sancta Maria in portu Gruttae, si riferiva alle numerose grotte e colombari di epoca punica e romana visibili sul colle di Bonaria, molti dei quali furono distrutti dalle mine utilizzate in occasione della costruzione del Cimitero (in uno di questi colombari, chiamato la "grotta del Re", trovò rifugio l'infante Alfonso d' Aragona al suo sbarco in città). Dopo la sua inaugurazione, avvenuta il 29 dicembre del 1829 (il primo "ospite" della nuova struttura fu il commerciante Lorenzo Basciu che vi fu sepolto il 1 gennaio 1829), il Cimitero di Bonaria venne ingrandito a varie riprese. I primi interventi di ampliamento risalgono al 1858 e furono affidati a Gaetano Cima. Altri ingrandimenti si resero necessari in seguito, cosicché il Cimitero si espanse sino a raggiungere la cima del colle. Dal 1968 il Cimitero di Bonaria non è più adibito alla sepoltura (soprattutto perché si costruì il nuovo e più grande camposanto di San Michele) e da allora è divenuto "cimitero monumentale". Esso rappresenta per la città uno straordinario patrimonio artistico, immerso nel verde e nei ricordi del passato. Testimonia la vitalità della città che tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900, conobbe un'incredibile espansione, dovuta principalmente ad una fiorente attività commerciale, legata soprattutto allo sfruttamento delle miniere, che attirava a Cagliari molti continentali (in particolare genovesi) e numerosi stranieri. Passeggiando all'interno del cimitero si nota, infatti, come gran parte delle tombe riccamente scolpite appartengano a personaggi non sardi. Anche molti degli artisti che hanno firmato i più bei monumenti funebri, provengono dalla penisola. Il più famoso di essi è sicuramente il vercellese Giuseppe Sartorio il cui nome si legge su numerosissime tombe ispirate allo stile liberty, molto in voga in quegli anni. Tra le numerose cappelle, molte delle quali purtroppo abbandonate all'incuria e ai danni del tempo, si distinguono quelle appartenenti alle nobili famiglie cittadine, semplici e modeste, da quelle fatte edificare dalla ricca borghesia, ricche e sfarzose. Suscitano molta tenerezza le tombe dedicate ai bambini, alcune delle quali sono dei veri capolavori d'arte, che occupano uno spazio a parte all'interno del Cimitero. In un settore distinto si trovano anche le sepolture degli acattolici, soprattutto inglesi, francesi e tedeschi di religione protestante. Una cappella apposita ospita le spoglie degli arcivescovi cagliaritani. Incuriosisce il monumento funebre a forma di tempietto del canonico archeologo, Giovanni Spano, che egli costruì personalmente, utilizzando alcuni reperti archeologici rinvenuti durante le sue numerose ed appassionate campagne di scavi. I lavori di ampliamento del Cimitero, eseguiti alla fine dell'800, riportarono alla luce degli ambienti funerari risalenti ad epoca paleocristiana. Essi sono noti come: cubicolo di Giona e tomba di Munatius Irenaeus. Quest'ultima è visitabile all'interno del Cimitero Monumentale.

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Cittadella dei Musei

 

 La Cittadella dei Musei sorge su un' area che nel corso dei secoli ha conosciuto differenti destinazioni. La presenza di una cisterna a bagnarola di epoca punica e di una cisterna romana a bottiglia (che fa bella mostra di sè sul pavimento della Sala Mostre Temporanee), fanno risalire la frequentazione del luogo molto indietro nel tempo. Durante la dominazione pisana l'intera area si trovava fuori dalle mura del Castello ed era separata dalla Torre di San Pancrazio da un fossato e da un ponte levatoio. La valorizzazione del luogo si ebbe con gli spagnoli che, intorno al 1552, commissionarono al cremonese Rocco Capellino la costruzione di una struttura difensiva cosiddetta a tenaglia. Durante il governo sabaudo divenne sede del Regio Arsenale militare. Al 1825 risale la costruzione della Porta dell'Arsenale progettata dal generale di Artiglieria Carlo Pilo Boyl, sul modello della Porta del Popolo di Roma. Sull'imponente ingresso di ordine dorico, sorretto da quattro colonne di granito, è collocata l'iscrizione che ricorda la fondazione dell'edificio. Al di sopra della scritta Regio Arsenale incisa in caratteri di piombo, domina lo stemma bronzeo del Regno di Sardegna. Il portone di bronzo collocato tra le due colonne centrali, risale invece al 1979 e venne scolpito da Mario Salazzari e Riccardo Cassini. Dopo il 1870 la Cittadella ospitò il Distretto Militare ed in seguito la Caserma intitolata ad Eligio Porcu, l'eroe quartese del primo conflitto mondiale. I bombardamenti della seconda guerra mondiale danneggiarono gravemente l'edificio che d'allora in poi conobbe un lento ed inesorabile degrado. Solo nel 1965 si iniziarono i lavori di ristrutturazione che, affidati agli architetti Libero Cecchini e Pietro Gazzola, si conclusero nel 1979. Il moderno complesso della Cittadella dei Musei realizza un felice connubio tra le reminiscenze del passato e le nuove strutture. Al suo interno, oltre alle preesistenze puniche e romane, rimangono visibili frammenti di costruzioni di epoche più recenti, tra cui la cappella del vecchio Arsenale militare, di gusto rinascimentale, dedicata a Santa Barbara, protettrice dell'artiglieria. La Cittadella racchiude un complesso museale di cui fanno parte:

 

Il Museo Archeologico nazionale

La Pinacoteca nazionale

Il Museo d'Arte Siamese S. Cardu

La Collezione di cere anatomiche C. Susini

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Museo Archeologico Nazionale

 

Il museo conserva le testimonianze archeologiche di tutte le civiltà ed i popoli che, dalla preistoria (6.000 a.C.) al medioevo (VII-VIII sec.), hanno abitato la Sardegna. I reperti che vi sono esposti provengono dagli scavi archeologici di tutta l'isola. Una grande suggestione esercita, indubbiamente, la copiosa collezione dei bronzetti di epoca nuragica. Il museo conserva, inoltre, diversi oggetti ritrovati nella necropoli punica di Tuvixeddu. Alla fine del mese di giugno 2000, saranno inaugurati ed aperti al pubblico altri piani d'esposizione. Orari di apertura: tutti i giorni orario continuato dalle ore 9.00 alle 20. Chiuso il lunedì. Ingresso: €4; gratuito sino ai 18 anni e dopo i 65 anni; riduzioni per i visitatori di età compresa tra i 18 ed i 25 anni. Il biglietto cumulativo di €5 comprende la visita al Museo archeologico ed alla Pinacoteca nazionale. La biglietteria chiude mezz'ora prima dell'orario di chiusura del Museo. Per informazioni: 070 655911.

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Pinacoteca nazionale

 

La Pinacoteca ospita un collezione notevole di "Retabli" di epoca quattrocentesca, ossia pale d'altare di grandi dimensioni, incorniciate, con dipinti spesso alternati a rilievi. Originario artisticamente della Spagna, il retablo si diffuse in Sardegna, tra il XV ed il XVIII secolo, durante la dominazione aragonese-spagnola. Questo tipo di dipinti venivano in genere divisi in singole opere pittoriche per ragioni espositive. La particolarità dei Retabli esposti nella Pinacoteca cagliaritana, consiste nel fatto che la gran parte di essi sono stati conservati interi. Le opere esposte sono di autori catalani, provenienti soprattutto da Barcellona, come R.Tomàs, J.Figuera e J.Barcelo (di cui possiamo ammirare l'unica opera superstite: il "Retablo della Visitazione"), che rimasero a lungo in Sardegna (Tomàs morì a Cagliari) e di alcuni maestri sardi del '400, come l' anonimo maestro di Castelsardo (autore del "Retablo della Porziuncola") e l'anonimo maestro di Sanluri (a cui è stato attribuito il "Retablo di S.Eligio"). Sono presenti anche opere di scuola stampacina del '500: i "Retabli" di Pietro (il "Retablo della Deposizione") e Michele Cavaro (il "Trittico della Consolazione" ed il "Retablo di Bonaria") padre e figlio, ed un "Retablo della Vergine" di Antioco Mainas, opere, quest'ultime, che rispecchiano un gusto rinascimentale. I Retabli della Pinacoteca cagliaritana sono stati esposti alla "Ibm Gallery of Science and Art" di New York, riscuotendo un grande interesse ed un entusiastico apprezzamento. Oltre alla collezione di Retabli, la Pinacoteca espone dipinti, che vanno dal XVII al XX secolo, di varie scuole artistiche italiane, soprattutto napoletane e genovesi. Le sale della Pinacoteca ospitano anche una notevole raccolta di oggetti artistici di vario genere: ceramiche italiane e ispano-moresche, gioielli sacri e profani, armi bianche e da fuoco, arredi ed altri vari oggetti di valore artistico. Orari di apertura: tutti i giorni dalle ore 8,30 alle ore 19. Lunedì chiuso. Ingresso: € 2; riduzioni per studenti e adulti oltre i 65 anni. Il biglietto cumulativo di €5 comprende la visita alla Pinacoteca ed al Museo archeologico. Per informazioni: 070 674054 - 662496.

 

Museo d'Arte Siamese Stefano Cardu

 

Il museo accoglie una stupefacente esposizione, superiore a qualsiasi altra raccolta museale italiana, di oggetti artistici ed etnologici provenienti dall'area geografica asiatica. La collezione espone argenti, avori, porcellane, armi, monete e dipinti. Tra i valori conservati rivestono una particolare importanza, sia per il numero sia per la rarità, quelli appartenenti alla regione asiatica del Siam (antico nome della Tailandia). Orari di apertura: dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15,30 alle 19,30. Lunedì chiuso. Ingresso: € 2,06; € 0,52 per gli studenti sino ai 26 anni; € 1,55 per i gruppi organizzati (minimo di 15 persone); omaggio per i bambini sino ai 5 anni e per gli adulti oltre i 65 anni. Un biglietto cumulativo di € 4,13 comprende una visita al Museo ed alla Galleria Comunale d'Arte. Per informazioni: 070 651888.

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Collezione cere anatomiche Clemente Susini

 

La Collezione consiste di numerose riproduzioni (23 in tutto) di diverse sezioni del corpo umano, ottenute utilizzando la cera. Fu il viceré sabaudo Carlo Felice, nei primi anni dell'800, a chiederne la realizzazione allo scultore fiorentino Clemente Susini, a cui la collezione venne in seguito intitolata. Lo scultore ricavò le forme anatomiche in cera da dei calchi in gesso realizzati direttamente su parti anatomiche umane, sia maschili che femminili, che riuscì a riprodurre nei più piccoli dettagli. Carlo Felice di Savoia acquistò le cere per esporle nel Museo di Antichità e Storia Naturale che aveva allestito nel Palazzo Viceregio di Cagliari. In seguito, nel 1858, esse furono trasferite nel Palazzo dell'Università per poi essere esposte, nel 1923, presso l'Istituto di Anatomia. Dal 1991 le cere sono ospitate nella sala pentagonale della Cittadella dei Musei. Orari di apertura: tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 16 alle 19. Lunedì chiuso. Ingresso: € 1,55; ridotto €0,52 per bambini ed adulti oltre i 65 anni. Per informazioni: 070 6757627.

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Galleria Comunale d'Arte

 

 la Galleria Comunale d'Arte ha sede in una costruzione di stile neoclassico a cui si accede percorrendo il vialetto d'accesso dei Giardini Pubblici. L'edificio, immerso nel verde, fu costruito intorno alla fine del 1700 e nei secoli passati fu sede della Polveriera regia. I primi interventi di ristrutturazione, a seguito di un incendio, risalgono al 1822. Nel 1828 l'ingegnere comandante dell'Arsenale militare Carlo Pilo Boyl, ispirandosi ai canoni architettonici del neoclassicismo, progettò la facciata, che rimane l'unica parte originaria della antica costruzione. Raccontava lo Spano nella sua ottocentesca Guida della città e dintorni di Cagliari: "tutti gli ornamenti, fregi e capitelli sono di pietra di Bonaria, sebbene siano imbiancati da sembrare di stucco. L'attico è ornato nel suo finimento di tre statue di marmo di Carrara. Quella di mezzo è di Giove Ansuro, e le due laterali rappresentano due divinità greche, Pallade e Minerva, fatte eseguire tutte e tre dal sullodato Conte, e da lui date in dono. Avi davanti una tribuna che non fu terminata. Si vedono le quattro basi di colonne preparate per innalzarvi altre quattro colonne in forma di peristilio che avrebbero dato maggior aspetto all'edifizio. Pure fa un bellissimo effetto, dando l'idea di un Tempio antico, sebbene sia in parte impedito dagli alberi che stanno davanti". Alla fine del 1800, l'edificio perse la sua funzione di polveriera e venne acquistato dal comune che lo affidò ai militari che vi allestirono una caserma ed un magazzino. Dal 1928, dopo un radicale intervento di restauro affidato al cagliaritano Ubaldo Badas, la struttura assunse la sua attuale e definitiva destinazione di Galleria Comunale d'Arte. Gli ultimi restauri che hanno interessato la Galleria si sono conclusi nei primi mesi del 2001. Le rinnovate sale dell'edificio hanno riaperto al pubblico con l'esposizione permanente della "Collezione d'Arte Francesco Ingrao" donata al comune di Cagliari il 28 luglio 1999. Si tratta di una raccolta di 650 opere che appartengono ad un arco temporale che va dalla metà dell'800 sino agli anni '80 del ventesimo secolo. 250 di esse, di cui 40 sono sculture, sono distribuite in 13 sale che occupano il piano terra ed il primo piano. Il resto della Collezione è esposto in tre sale del piano terra. Si tratta di 400 opere tra pitture, disegni, bronzi, gessi, marmi, legni, che costituiscono le cosiddette "stanze del collezionista": una serie di opere di vario genere accomunate più dalla sensibilità artistica che dal metodo scientifico. Esse rispecchiano una tendenza molto diffusa sin dal Rinascimento, soprattutto nei palazzi principeschi romani, che ha dato origine ai moderni musei. La Collezione Ingrao rappresenta un patrimonio artistico di valore nazionale che vanta la firma dei più grandi artisti italiani del novecento: Giorgio Morandi, Umberto Boccioni, Nino Maccari, Giacomo Balla, Carlo Carrà, sono solo alcuni dei nomi più noti. Sino allo scorso anno la Galleria ospitava anche l'Archivio Storico Comunale e la Biblioteca di Studi Sardi. Attualmente entrambi sono stati trasferiti negli appositi locali di via Newton, 5/7. Dove si trova: nel Largo Dessì, immersa nel verde dei Giardini Pubblici. Come arrivarci: ci si arriva con l'autobus numero 6 e numero 7 (fermate di via Regina Elena), o a piedi dal centro cittadino o dal quartiere di Castello, attraverso Porta S'Avanzada. Orari di apertura: dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15,30 alle ore 19,30. Chiuso il martedì. Ingresso: € 3,10; ridotto € 1,03 per gli studenti sino ai 26 anni; € 1,55 per gruppi di almeno 15 persone. Ingresso gratuito per i disabili, i visitatori sino ai 6 anni ed oltre i 65 anni d'età. Un biglietto cumulativo di € 4,13 comprende una visita alla Galleria Comunale ed al Museo d'Arte Siamese Stefano Cardu. Per informazioni: 070 490727.

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Museo del Tesoro di Sant'Eulalia

 

 il Museo del Tesoro di Sant'Eulalia nasce agli inizi degli anni '90, su iniziativa del parroco don Mario Cugusi, con il preciso intento di preservare dalla dispersione e dall'abbandono il ricco patrimonio storico-artistico di tre chiese: Santa Eulalia, Santa Lucia (completamente distrutta dalle bombe durante la seconda guerra mondiale) e del Santo Sepolcro. Il museo conserva inoltre, il ricco materiale documentario di due importanti arciconfraternite, oggi estinte, l'Arciconfraternita del Crocifisso, alias dell'Orazione e della Morte o del Santo Sepolcro (che si occupava della sepoltura dei poveri e degli abbandonati) e l'Arciconfraternita della Santissima Trinità e Prezioso Sangue di Cristo, con particolare devozione a Santa Lucia. Ricavato interamente negli ambienti della parrocchia, il museo ospita, racchiusi in bacheche di vetro, numerosi argenti facenti parte di un ricco corredo liturgico: calici, pissidi, croci e ostensori. La preziosità di questi oggetti testimonia l'importanza che la parrocchia aveva assunto nei secoli scorsi. Infatti, presso di essa era stata istituita una Collegiata ed essa ospitava, inoltre, il sindacato di quartiere. La collezione del museo comprende anche un gran numero di statue lignee (databili tra la fine del '500 ed il '700), quasi tutte accuratamente restaurate, scolpite da anonimi artisti sardi, qualcuna attribuita alla scuola del Lonis (conosciutissimo artista originario di Senorbì, ma di scuola stampacina, autore, tra l'altro, della spagnoleggiante statua lignea di Sant'Efisio), altre ad artigiani di scuola napoletana. Di grande pregio artistico e preziosità sono anche i paramenti sacri, pinete e piviali, riccamente ricamati con fili di seta, oro ed argento, esposti anch'essi nel museo. Infine, il museo si arricchisce di sette opere pittoriche di grande impatto emotivo, tra cui un ritratto della Vergine col Bambino ed un "Ecce Homo". La prima pittura, donata alla parrocchia da un privato, si pensa facesse parte di un trittico o di un polittico quattrocentesco, smembrato nel '700. L'Ecce Homo è un olio su tela che rappresenta un Cristo sofferente con la corona di spine sul capo, ritratto sia di fronte che di spalle. Incerto l'autore del dipinto che alcuni critici hanno individuato nel pittore fiammingo Bilevelt ed altri in un artista spagnolo-fiammingo del 1600, non meglio identificato. Tra gli altri dipinti uno rappresenta le anime del Purgatorio, mentre altri quattro, olio su tela, ritraggono il vicerè Antonio Lopez de Ayala ed i suoi familiari. Nei locali della parrocchia oltre al museo, si può visitare l'area archeologica di recente scoperta. Durante i lavori di ristrutturazione della sacrestia della Parrocchiale di Sant'Eulalia, seguendo le indicazioni rinvenute in documenti dell'epoca, è stata ritrovata un'enorme cisterna risalente al 1857, opera dell'architetto cagliaritano Gaetano Cima e costruita tra l'altro su una più antica cisterna di epoca romana (del I secolo d.C). Del tutto casuale invece, sempre durante i lavori, è stata la scoperta di un tratto di strada romana lunga circa 16 metri, su cui sono state individuate altre costruzioni di epoca altomedievale e numerose testimonianze (soprattutto lucerne) che attestano la frequentazione del luogo anche in epoca paleocristiana. Dove si trova: in vico Collegio, 2, nel cuore dell'antico quartiere della Marina. Come arrivarci: ci si arriva facilmente a piedi dal centro della città. Orari di apertura: tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17 alle 20. Chiuso il lunedì. Ingresso: € 2,58; ridotto a € 1,29 per le scolaresche. Visite guidate. Per informazioni: 070 663724.

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Museo di Bonaria

 

 Il Museo di Bonaria conserva i doni che, nel corso dei secoli, i fedeli devoti alla Vergine hanno donato al Santuario in segno di riconoscenza per le grazie ricevute. La raccolta museale infatti, allestita recentemente in nuovi locali, consiste soprattutto di ex-voto di tema marinaresco offerti da credenti scampati al naufragio per l'intervento miracoloso della Vergine, esposti insieme ai preziosi regali omaggio di sovrani e papi ed alle testimonianze archeologiche del colle e dell'opera dei frati mercedari. Nella prima sala del Museo di Bonaria sono esposti, protetti in teche di vetro, diversi reperti archeologici ritrovati nel colle di Bonaria che attestano la presenza umana in questi luoghi sin dall'epoca prenuragica e nuragica. In tempi più recenti il colle fu frequentato anche dai cartaginesi e, successivamente, dai romani. Alcuni manifesti affissi alla parete, vicino all'ingresso del Museo, raccontano la storia del colle di Bonaria. Nella stessa sala sono conservati alcuni ritratti delle figure più importanti dell'Ordine della Beata Vergine della Mercede a cui il re d'Aragona, Alfonso il Giovane, nel 1335 fece dono della chiesa di Castell de Bonayre per edificarvi il convento dove abitano ancora oggi. L'Ordine della Mercede venne fondato nel 1218 a Barcellona, da San Pietro Nolasco. Il fondatore dell'Ordine dei Mercedari investì tutti i suoi averi per liberare dalla schiavitù molti cristiani che venivano catturati dai mori che imperversavano, soprattutto in quegli anni, lungo le coste del Mediterraneo. Esaurite tutte le sue risorse personali si rivolse in preghiera alla Vergine che lo incaricò di fondare l'Ordine e di raccogliere proseliti che lo aiutassero in questa nobile missione. I frati dell'Ordine della Mercede con le risorse ottenute chiedendo l'elemosina o grazie alle donazioni dei fedeli, riscattavano gli schiavi. In Sardegna l'Ordine si fece conoscere grazie all'opera di Carlo Catalano. L' isola, ed in particolare le coste e le spiagge del cagliaritano, risentirono per tutto il medioevo sino all'età moderna, delle razzie compiute dai pirati barbareschi alla ricerca di bottino e di uomini da rivendere nei mercati di Tunisi come schiavi. Per questo i religiosi e la loro opera erano tenuti in grande considerazione non solo dal popolo ma anche dalle autorità politiche aragonesi che governavano a Cagliari. In riconoscimento dell'importanza della loro opera alcuni frati mercedari furono nominati viceré: uno di essi è Monsignor Gaspari Pietro, di cui si può ammirare il ritratto. Altri governarono la diocesi di Cagliari come arcivescovi. L'ultima liberazione avvenuta per l'intervento dei mercedari risale al 1803 quando un centinaio di carlofortini riacquistarono la libertà dopo quasi 15 anni di prigionia. Nelle teche del Museo sono esposti alcuni ex-voto donati dai fedeli riconoscenti che riuscirono a liberarsi grazie all'opera dei frati: catene molto pesanti, ed ormai arrugginite, che stringevano i polsi dei prigionieri, un osso di bue usato come remo e numerose uova di struzzo. Proseguendo la visita lungo il corridoio del Museo, possiamo ammirare la ricchissima collezione di ex-voto di tema prevalentemente marinaresco, in quanto la Madonna di Bonaria è considerata, in particolare, la protettrice dei naviganti. Sono bellissimi i numerosi modellini di navi donati come ex-voto, la maggior parte dei quali riproducono imbarcazioni che hanno realmente solcato i mari del mondo. Molte di queste riproduzioni artigianali sono delle vere e proprie opere d'arte e rappresentano una testimonianza unica dell'evoluzione dell'arte navale. Alle pareti sono appesi tantissimi quadri, anch'essi dono di fedeli riconoscenti alla Vergine di Bonaria. Questi dipinti raffigurano scene di naufragi in cui è sempre presente, avvolta dalla luce, l'immagine della Madonna di Bonaria che accorre in soccorso dei naviganti sorpresi dalle intemperie del mare. In quasi tutti i quadri sono dipinte le lettere V F G A, che sono le iniziali della frase latina: Votum feci gratia abui, cioè Ho fatto un voto ed ho ottenuto la grazia; oppure le lettere P G R, iniziali della frase: Per grazia ricevuta. Altri ex-voto conservati nelle vetrine sono stati donati da associazioni sportive. Tra essi c'è anche la maglia del calciatore Gigi Riva. Continuando la visita al Museo, lungo il corridoio incontriamo una testimonianza molto importante della vita del Convento: un'antica cisterna ricavata nella roccia calcarea. Essa veniva utilizzata per incanalare l'acqua piovana, dalle terrazze e dai tetti, fungendo da riserva idrica per il Convento. L'acqua si attingeva con delle carrucole che col passare dei secoli hanno lasciato i segni delle corde che possiamo osservare sulle pareti della cisterna. I frati usufruirono di questa riserva sino ai primi decenni del 1900. Altre teche esposte nel corridoio conservano varie armi antiche, tra cui sciabole e rivoltelle, donate alla Madonna come ex-voto per lo scampato pericolo di guerra. La seconda sala del Museo ospita i modellini navali più antichi e di maggior valore. Essi testimoniano l'evoluzione dell'ingegneria navale dalle galere alle navi a vapore. Un'altro modellino navale si trova nel Santuario di Bonaria. E' la navicella d'avorio che pende dalla volta del presbiterio ed è il più antico ex-voto donato alla Madonna, risale infatti al XIV secolo. Si dice che questa navicella venne donata da una distinta pellegrina (rimasta anonima) diretta in Terra Santa, la cui nave approdò sulla spiaggia di Bonaria. La particolarità della navicella è che essa segnala con i suoi spostamenti la direzione dei venti che soffiano nel Golfo degli Angeli. Essa inoltre rappresenta uno dei primi modelli di unico timone poppiero centrale. L'introduzione di un solo timone, in sostituzione dei due laterali di cui le navi erano dotate precedentemente, fu una innovazione molto importante nella storia dell'evoluzione dell'arte navale. La navicella d'avorio di Bonaria è una testimonianza unica del progresso dell'ingegneria navale se si pensa che nel 1400 la gran parte delle navi che solcavano i mari, avevano ancora due timoni laterali. Un'altro importante dono esposto in questa sala è l'ancora d'argento che la Regina Margherita regalò al Santuario come ex-voto, nel 1899. Questo prezioso omaggio è il ringraziamento della sovrana alla Madonna per aver protetto il figlio, duca degli Abbruzzi, durante una spedizione al Polo Nord, con la nave Stella Polare. La sala conserva anche l'ultimo ex-voto donato al Santuario: un telegrafo. Sempre nella seconda sala, si possono osservare, protetti dentro una teca di vetro, i corpi mummificati della nobile famiglia Alagon, marchesi di Villasor. Essi morirono di peste nel 1605 e furono sepolti ai piedi del Santuario di Bonaria, di cui probabilmente erano dei benefattori. Essi vennero sepolti nella roccia calcarea del colle ed il carbonato di calcio prodotto all'interno della sepoltura ne permise la mummificazione spontanea. La visita al Museo si conclude nella terza sala dove è esposto il Tesoro del Santuario. Il Tesoro consiste in diversi doni di grande valore offerti alla Madonna di Bonaria da Papi, arcivescovi e sovrani. Papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita al Santuario nel 1985 donò il rosario che si può vedere nella teca di vetro al centro della sala. Il suo predecessore, Paolo VI, lasciò al Santuario i paramenti sacri ed un calice che usò durante le celebrazioni da lui officiate nella chiesa di Bonaria, nel 1970. Il cardinale Baggio donò alla Madonna un anello, che aveva a sua volta ricevuto in dono da Papa Paolo VI. Gli altri preziosi paramenti liturgici esposti nella sala e ricamati con fili d'oro e d'argento, furono donati da alti prelati o da famiglie nobili. La teca centrale che custodisce gli ori del Museo, conserva le corone d'oro che il sovrano di Sardegna Carlo Emanuele I e la sua gentile consorte donarono al Santuario nel 1806. Esse adornavano il capo del simulacro ligneo della Vergine e del Bambino che si trova nell'abside del Santuario. In seguito, per ragioni di sicurezza, ne venne fatta una copia e gli originali sono ora gelosamente conservati nel Museo. Nella teca ci sono tantissimi gioielli, dono di famiglie abbienti o nobili, che si usava appuntare su un corpetto che in occasione di particolari ricorrenze veniva fatto indossare alla statua della Vergine. I rosari che sono appesi alla parete sono invece degli ex-voto offerti in segno di ringraziamento alla Madonna per una grazia ricevuta. Dove si trova: in piazza Bonaria, 2. Al Museo si accede dall'ingresso a destra del Santuario di Bonaria. Come arrivarci: l'autobus numero 5 arriva direttamente sulla piazza di Bonaria. Orari di apertura: Il Museo di Bonaria è aperto al pubblico tutti i giorni, compresa la domenica, secondo i seguenti orari: la mattina dalle ore 10 alle 12 ed il pomeriggio dalle ore 16 alle 18,30. L'ingresso al Museo è libero, è gradita l'offerta. Per informazioni: 070 301747.

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Lazzaretto di Cagliari

 

 I documenti storici più attendibili attestano l'esistenza del lazzaretto già a partire dal 1600, anche se, presumibilmente, la struttura originaria, in legno, si può far risalire addirittura al 1400. Il lazzaretto nacque dall'esigenza di isolare in quarantena le persone colpite da malattie infettive quali vaiolo, peste, colera e lebbra, molto diffuse nei secoli scorsi, per evitare il contagio della popolazione sana. L'edificio nei primi secoli contava poche stanze ed un magazzino adibito a sciorinatoio delle pelli e delle merci sospettate di essere venute a contatto con malatti infettivi. Grazie alla sua posizione centrale, esso divenne uno dei più affollati del Mediterraneo. Nel 1835 Carlo Alberto di Savoia ordinò la costruzione del piano superiore riservato agli infetti di nobile stirpe che, dalla terrazza delle loro stanze, potevano godere un'invidiabile vista sul Golfo degli Angeli. Di fronte al lazzaretto sorge la Torre del Lazzaretto conosciuta anche come "Torre de su perdusemini". Essa, insieme alla Torre delle Stelle, nella fortezza di Villasimius, ed alla Torre di Cala Pira, nelle giornate di cielo limpido costituiva un ottimo punto di osservazione da cui vigilare sull'intera costa di sud-est dell'isola e dare l'allarme in caso di eventuali tentativi di invasione. Inoltre, dalla Torre si controllava che nessun malato infetto scappasse dal lazzaretto: per i temerari che tentavano la fuga era prevista la fucilazione! Alla fine del 1800 risale anche il chiostro, percorso sotterraneamente da una cisterna alimentata con l'acqua piovana. La bottola di accesso alla cisterna si può osservare ancora oggi. Il canonico Spano, che fu ospite del lazzaretto per un mese, così lo descriveva: "Il lazzaretto venne fabbricato da molto tempo in questo sito, che migliore non poteva desiderarsi. Venne riordinato, ed accresciuto dal Re Vittorio Amedeo II: ma nel 1835 fu riformato, e vi furono ben assettate le camere superiori dove i passeggieri possono vivere comodamente, e separati: bisogna però dire che non soddisfa ai presenti bisogni, allorquando accorrono passeggieri da diverse provenienze per iscontarvi la contumacia, come accadde nel 1837 mentre infieriva il Cholera morbus in tutta Italia. ...In mezzo all'atrio interno vi è la Cappella in forma di un Tempio rotondo. Vi sono vasti magazzini dove si sciorinano le mercanzie in tempo sospetto. In uno degli atrii destinato a cimitero..." (cfr. G. Spano "Guida della città e dintorni di Cagliari"). Col trascorrere dei secoli e con il ridursi delle epidemie, il lazzaretto venne adibito a diverse destinazioni. Nel 1879 ospitò i bambini colpiti da scrofolosi della provincia di Cagliari; nella prima guerra mondiale i malati di tifo petecchiale; ed infine, durante la seconda guerra mondiale, accolse gli sfollati le cui abitazioni caddero sotto il peso delle bombe. Furono proprio questi ultimi che fondarono, nel secondo dopoguerra, il vecchio borgo di Sant'Elia. Nei secoli seguenti la struttura venne abbandonata. Solo nel 1997 il comune di Cagliari intraprese i lavori di restauro che hanno restituito alla città un nuovo e bellissimo spazio culturale. Il lazzaretto rinnovato conta diversi ambienti riservati a mostre temporanee e permanenti. La sala più grande si pensa che anticamente ospitasse il magazzino e fungesse da sciorinatoio delle pelli provenienti dai paesi dove imperversavano i morbi infettivi. Unica parte originaria della struttura antica è un tratto di pavimento in trachite. In un'altra sala è narrata la storia e le vicissitudini architettoniche del lazzaretto, ripercorsa con l'ausilio di pannelli esplicativi appesi alle pareti, mentre un plastico riproduce l'edificio nelle sue forme attuali. Diverse sono le sale polifunzionali adibite a mostre temporanee. Una sala della capienza di cento posti, con relativa sala regìa, è riservata ai convegni. Infine, un ultima sala funge da Mediateca. Essa ospiterà i corsi di informatica organizzati per le scuole medie di Sant'Elia e i corsi regionali. Il Lazzaretto espone la mostra permanente "I fili d'Arianna", collezione etnografica di manufatti dell'800 appartenuta alla famiglia Manconi-Passino e donata al comune di Cagliari. La città di Cagliari tra i pali d'AragonaDella struttura originaria rimangono il dipinto di un angioletto (affrescato su una parete, verso l'uscita), che l'architetto responsabile del restauro ha voluto rimanesse visibile anche nella moderna costruzione, e lo stemma aragonese della facciata. Esso risale al periodo spagnolo (1600) e rappresenta la città di Cagliari tra i pali d'Aragona. Il lazzaretto è circondato da un bellissimo prato verde e si affaccia sul mare azzurro del Golfo degli Angeli. La domenica mattina si riempie delle voci e del profumo del pesce appena pescato, venduto nel vicino mercato di Sant'Elia. Dove si trova: nel cuore del vecchio Borgo Sant'Elia. Come arrivarci: con l'autobus numero 6. La domenica mattina, a causa del mercato, il percorso dell'autobus viene deviato perciò si consiglia di scendere alcune fermate prima del vecchio borgo e proseguire a piedi. Orari di apertura: dal martedì al sabato dalle ore 9 alle ore 13,30 e dalle ore 16,30 alle 19,30. Chiuso il lunedì, il 25 dicembre ed il 1° gennaio. Ingresso: visite alla struttura € 1,50; per le mostre varia. Per informazioni: 070 3838085. Il lazzaretto, dopo anni di abbandono e l'ultimo restauro iniziato nel 1997 a cura del comune di Cagliari, è stato riaperto al pubblico in occasione della manifestazione "Monumenti Aperti" del 28/29 ottobre 2000.

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Collezione sarda Luigi Piloni

 

 la Collezione di Luigi Piloni è costituita dalle numerose opere artistiche e artigianali sarde che il ricercatore raccolse dopo anni di appassionata ricerca, donandole, nel 1981, all'Università di Cagliari. Questa ricca raccolta è ospitata nei locali di un palazzo settecentesco, l'ex Seminario Tridentino, affianco ai locali sede del Rettorato. Gli oggetti della raccolta sono esposti in sei sezioni. Spostandoci da una sezione all'altra, possiamo ammirare i ritratti di sardi illustri, rari dipinti di artisti cagliaritani del '500 ( un ritratto di "Santa Chiara" di Michele Cavaro ed una "Sepoltura di Cristo" di Antioco Mainas), acquerelli, raffigurazioni di Santi isolani, una rassegna delle opere dei più rappresentativi pittori sardi del '900, antichi e preziosi oggetti di artigianato sardo (mantas, coberibancus e bertulas), gioielli, rosari, disegni, stampe e carte geografiche della Sardegna. Dove si trova: la collezione è ospitata presso i locali della Università degli Studi di Cagliari, in via Università, 32.  

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Museo Ferroviario

 

 Il Museo Ferroviario Sardo, allestito nei locali della Stazione ferroviaria, espone in un unica sala circa un centinaio di testimonianze che raccontano l'evoluzione del trasporto ferroviario in Sardegna. La collezione comprende fotografie, disegni, modelli di ponti e locomotive, un modellino del traghetto "Gennargentu" perfettamente funzionante, vari arredi e altri oggetti tipici dell'attività ferroviaria. Una particolarità ospitata dal Museo è sicuramente il salotto della carrozza personale di Vittorio Emanuele III, che andò distrutta durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, con le poltroncine realizzate su misura per il sovrano. L'idea di un museo ferroviario nacque nel 1985. L'iniziativa fu incoraggiata dal grande successo di pubblico e dall'entusiastico interesse che accolse una mostra temporanea ospitata nel 1984 alla Cittadella dei Musei, in occasione dei festeggiamenti per i cento anni delle Ferrovie sarde. Immagini e notizie approfondite sull'allestimento museale sono reperibili sul sito del Museo Ferroviario sardo a Cagliari, curato dall'Associazione Sardegnavapore. Dove si trova: via Sassari, 24 , presso la Stazione delle Ferrovie di Stato (si accede dall'ingresso delle auto). Come arrivarci: ci si arriva a piedi dal centro della città. Orari di apertura: il Museo apre solo su prenotazione e per gruppi da 5 a 30 visitatori. Ingresso gratuito. Per informazioni: 070 6794715 - 070 6794512.

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Ghetto di Cagliari

 

 con l'impropria denominazione di ghetto degli ebrei si intende indicare la caserma costruita nel 1738, sotto il regno sabaudo di Carlo Emanuele III e voluta dal viceré Carlo di Rivarolo, per alloggiare il reparto di artiglieria dei Dragoni. La caserma, dedicata a San Carlo, sorgeva sul Bastione di Santa Croce e si affacciava sulla via del Cammino Nuovo. Il luogo è tradizionalmente conosciuto come ghetto degli ebrei perchè essi anticamente abitavano nella zona di Castello compresa tra la via Santa Croce (chiamata per questo vicus iudeorum), dove sorgeva anche la sinagoga (nel luogo occupato attualmente dalla Basilica di Santa Croce), e la via Stretta (via del vino).(La presenza in città, sin dall'antichità, di una comunità ebraica è attestata dall'epistolario di papa Gregorio Magno che intervenì presso il vescovo di Cagliari Gianuario essendo venuto a conoscenza di un episodio di intolleranza religiosa. Nella Pasqua del 599, accade che un ebreo, Pietro, da poco convertito al cristianesimo, fece irruzione nella sinagoga imponendo con la forza un'immagine della Madonna ed un crocifisso e cacciandone i suoi vecchi compagni di fede. Il pontefice non gradì questo gesto ed insistette presso Gianuario perchè la sinagoga fosse restituita agli ebrei.) Nel 1492 gli ebrei vennero cacciati da tutti i possedimenti del re di Spagna e quindi anche dalla Sardegna. Alcuni di essi rinunciarono alla loro religione pur di rimanere in città, altri invece lasciarono definitivamente l'isola. Prima dell'editto di espulsione la loro presenza dentro le mura del Castello (dalle quali invece, per diverso tempo, furono esclusi i cagliaritani ed i sardi in genere) era stata tollerata in quanto gli ebrei svolgevano una fervida attività finanziaria e commerciale, molto vantaggiosa per i governanti della città e dell'isola. Tuttavia, nonostante il privilegio di abitare nel Castello, erano costretti a sopportare umiliazioni molto pesanti: avevano l'obbligo di portare sugli abiti un drappo giallo come segno distintivo, di inginocchiarsi o nascondersi al passaggio di processioni in cui veniva portata la statua di Cristo, erano costretti a pagare una tassa annua e non potevano indossare ornamenti d'oro. La cinta muraria, nota come bastione di San Giovanni, su cui sorgeva la caserma, alla fine del 1400, però, non era ancora stata costruita. Essa risale infatti soltanto al 1568 e venne eretta dall'architetto militare Rocco Capellino, per volere del re di Spagna Filippo II. La caserma San Carlo mantenne la sua destinazione originaria sino al 1800. Alla fine del secolo XIX essa ospitava ben 342 uomini e 40 cavalli ed i suoi ambienti erano adibiti ad alloggi per i veterani, scuderie per i carabinieri, magazzini del Genio ed uffici dell'Intendenza. Assolta la sua funzione militare, essa seguì la sorte di molti beni demaniali. Acquisita da privati cittadini l'area divenne zona abitativa destinata a famiglie povere. Prima dei recenti interventi di restauro, le rovine dell' ex caserma erano indicate dagli abitanti di Castello come su quartieri becciu. Percorrendo la via Santa Croce, alcuni metri prima dell'ingresso della nuova struttura museale, sulla sinistra, si incontra il vecchio portico di accesso alla caserma S. Carlo (che oggi immette ad abitazioni private) con l'iscrizione ancora leggibile che indica la data di edificazione. Essa dice: CAROLUS EMMANUEL SARDINIAE REX OPTIMUS CAROLI MARCHIONIS RIVAROL PRO REGIS STATIONEM HANC MILITUM SOTATIO POSITAM DIVI CAROLI SAPIENTER ORNAVIT ANNO DOMINI MDCCXXXVIII La caserma S. Carlo, o ghetto degli ebrei, è stata restaurata e restituita alla città ed al suo quartiere, sebbene con una destinazione molto differente da quella originaria. L'ex caserma, che conserva tra le mura fresche di restauro anche qualche testimonianza dell'architettura antica, è stata riaperta al pubblico in occasione della manifestazione "Monumenti Aperti" del 28 e 29 ottobre 2000. Le sue nuovissime sale, che si articolano su diversi piani, ospiteranno mostre temporanee, convegni e varie iniziative culturali. Dove si trova: in via Santa Croce, n° 18, nel cuore dello storico quartiere di Castello. Come arrivarci: ci si arriva a piedi o con il minibus numero 7. Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle 10,30 alle 13 e dalle 17 alle 20,30. Chiuso il lunedì. Ingresso: € 2,60 per singola mostra; € 4,50 per tutte le esposizioni. Per informazioni: 070 6401730.

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Centro d'Arte e Cultura Exmà

 

 l'Exmà, come suggerisce il nome stesso, è il locale che un tempo era adibito al macello del bestiame. Esso venne costruito nell'800 da Domenico Bocabino e rimase in funzione sino al 1966, anno in cui entrò in funzione il nuovo mattatoio di via Po. Il locale originario, che occupava un'area più ampia rispetto alla struttura attuale (che venne ristretta in seguito all'allargamento della via Sonnino, negli anni trenta), era costituito da un edificio centrale e da quattro locali secondari distribuiti agli angoli. Al centro della struttura una grande cisterna riforniva l'acqua necessaria al funzionamento del macello. Caratteristico l'antico portone che si affacciava sulla via San Lucifero: esso era sormontato da una protome bovina in marmo in posizione centrale, stretta tra due protomi di montone anch'esse di marmo.Protome bovina L'ingresso odierno (come si può osservare dalla foto), che si affaccia su via San Lucifero, ha conservato la marmorea protome bovina centrale. Debitamente ristrutturato, l'edificio è divenuto uno degli spazi culturali più vivaci della città. Nei suoi ampi locali ospita mostre temporanee, spettacoli teatrali e musicali. All'interno dell'edificio c'è anche un locale disco bar. Dove si trova: in via San Lucifero, 71. Come arrivarci: ci si arriva vicino con l'autobus numero 1 ed M, fermate di via Sonnino. Orari di apertura: dalle ore 9 alle ore 20. Lunedì chiuso. Ingresso: € 3; ridotto € 1. Per informazioni: 070 666399.

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Anfiteatro Romano di Cagliari

 

 l'anfiteatro è la testimonianza più imponente della presenza romana a Cagliari. Il canonico Spano la definì: l'opera più maravigliosa del tempo di Cagliari romana. L'anfiteatro si trova ai piedi della passeggiata di viale Buoncammino in un'area di notevole importanza archeologica che si estende sino all' Orto botanico (nella cosiddetta "vallata di Palabanda") ed alla Villa di Tigellio. La sua costruzione è datata tra il I° ed il II° secolo dopo C. La maggior parte delle gradinate dell'edificio insieme all'arena e ad altri ambienti furono ricavate scavando direttamente nella roccia della vallata. Per il resto della costruzione (e soprattutto per la facciata meridionale andata distrutta) si utilizzarono i blocchi calcarei provenienti dalle numerose cave delle vicinanze. Una di esse, in seguito trasformata in cisterna, si trova all'interno dell'Orto dei cappuccini di viale Fra Ignazio. Purtroppo il complesso archittetonico, rispetto al suo aspetto originario, è stato privato di gran parte delle sue numerose gradinate, per le quali in passato era stato soprannominato Centu scalas, che vennero utilizzate, nel corso dei secoli, come materiale da costruzione. Il prelievo dei blocchi dalla struttura, evidente dai tagli netti visibili soprattutto nella parte posteriore, iniziò intorno al 1217 con i Pisani che avevano intrapreso la costruzione delle mura del Castello ed è proseguita fino al momento in cui il Comune, verso la metà del 1800, dichiarò l'area "proprietà comunale". Fu grazie all'opera instancabile del canonico Spano che l'anfiteatro fu riportato al suo meritato splendore e ripulito dei detriti e della terra che l'avevano quasi sepolto. Egli, durante la sua campagna di scavi, trovò numerosissime lastrine di marmo che originariamente dovevano ricoprire le gradinate. Si stima che l'anfiteatro nell'epoca del suo maggiore splendore potesse ospitare circa diecimila spettatori. Si possono osservare, quasi intatte, all'interno della struttura le fosse in cui venivano tenute le belve per gli spettacoli e tre diversi livelli di gradinate, riservate ciascuna ad una distinta classe sociale di appartenenza, ognuna delle quali faceva il suo ingresso all'anfiteatro da un proprio passaggio. Il podium, immediatamente al di sopra dell'arena, era riservato ai personaggi più importanti; l'ima, la media e summa cavea erano destinate alle classi sociali dei liberi (divisi secondo l'ordine di importanza in senatores, equites, plebei e servi). Sull'ultima gradinata coperta, la galleria, prendevano posto le donne e gli schiavi. Gli spettacoli che si svolgevano all'anfiteatro di Cagliari erano soprattutto combattimenti all'ultimo sangue tra gladiatori (munera) e scontri tra gladiatori ed animali feroci (venationes). Sull'arena si rappresentavano anche opere teatrali. Inoltre vi si eseguivano le sentenze capitali e "nel tempo in cui il paganesimo infieriva barbaramente contro i cristiani, molti dei martiri sardi avranno lasciato la vita in questo recinto, combattendo colle fiere per sollazzare un popolo avvezzo a divertimenti sanguinosi" (G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). I prigionieri venivano incarcerati all'interno del cisternone dell' Orto dei cappuccini, come testimoniano le trenta anelle ricavate alle pareti, cui erano legati i condannati. L'anfiteatro è collegato al cisternone da un passaggio lungo 96 metri cui si accede attraverso una apertura scavata nella roccia (euripus) sul lato sud dell'arena. Questo canale, tranquillamente percorribile, serviva per convogliare l'acqua piovana che si raccoglieva sulle gradinate dell'anfiteatro all'interno della cisterna in seguito adibita a carcere. Altri tratti dello stesso canale, che si sviluppavano in diverse direzioni, sicuramente alimentavano le cisterne dell'Orto botanico. Dopo il 313, quando, con l'Editto di Costantino, il cristianesimo divenne religione dell'impero anche l'anfiteatro di Cagliari perse di importanza. Si hanno notizie della sua esistenza ed integrità nel 777 d. C. quando per festeggiare la cacciata dei saraceni "ivi si fece una giostra di tori e la carne fu tutta distribuita al popolo" (G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). Durante il secondo conflitto mondiale i sotterranei dell'anfiteatro hanno dato rifugio ai cagliaritani le cui abitazioni vennero distrutte dalle bombe. Da diversi anni l'anfiteatro ospita le manifestazioni liriche e musicali della stagione estiva cagliaritana. Dove si trova: l'Anfiteatro si trova in Viale Fra' Ignazio (nello stesso viale in cui si trovano le facoltà universitarie di: Scienze politiche, Economia e commercio e Giurisprudenza) ai piedi di viale Buoncammino e di fronte alla chiesa di Sant'Ignazio da Laconi o dei Cappuccini. Come arrivarci: non esiste una linea che arrivi direttamente sul posto, vi arrivano molto vicino l'autobus numero 8 (fermate di viale Buoncammino) e l'autobus numero 5 (fermate di viale Merello). Ci si può arrivare facilmente anche a piedi dal centro della città. Orari di apertura: dal 1° Novembre al 31° Marzo orario continuato dalle 10,00 alle 16,00; dal 1° Aprile al 31° Ottobre la mattina dalle 10,00 alle 13,00 ed il pomeriggio dalle 15,00 alle 18,00. Visite guidate dal Martedì alla Domenica. Visite guidate per scolaresche e gruppi previa prenotazione. Per informazioni: 070/652956 - e-mail: info@anfiteatroromano.it. Chiuso il lunedì. Tariffe d'entrata: Biglietto intero € 3,00 Biglietto ridotto (studenti fino al 26° anno di età, militari di leva, scolaresche e insegnanti) € 2,00 Biglietto ridotto (gruppi organizzati, scuole di formazione e similari per un numero non inferiore a 15 persone) € 1,50 Biglietto Omaggio (persone oltre i 65 anni, bambini fino a 5 anni, portatori di handicap e accompagnatori).

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Basilica San Saturno

 

 La Basilica di San Saturno è uno dei più antichi luoghi di culto cristiano edificato in Sardegna, la sua costruzione risulta documentata infatti già dal V-VI secolo d. C. "Questo Tempio è il più storico che abbiamo in Sardegna", scriveva il Canonico Spano nella sua ottocentesca Guida della città e dintorni di Cagliari. Nella Vita Fulgentii, biografia di San Fulgenzio da Ruspe scritta da Ferrando nel VI secolo, l'autore cita il monastero che Fulgenzio, durante il suo esilio in Sardegna, eresse nei pressi della chiesa dedicata al giovane martire Saturnino. Gli studi di alcuni archeologi, inoltre, hanno confermato che il corpo cupolato e ciò che resta dell'abside della originaria Basilica, si collocano certamente intorno al V secolo. La Basilica fu elevata sul luogo in cui era stato sepolto il giovane martire cristiano Saturnino, che la città di Cagliari invoca come suo patrono e festeggia il 29 novembre. Tutta l'area circostante l'edificio, compresa la chiesa di San Lucifero sino al colle di Bonaria, apparteneva alla necropoli orientale della città romana. Nei primi anni del cristianesimo intorno alla tomba di San Saturnino si moltiplicarono le sepolture cristiane che furono riportate alla luce per la prima volta nel '600, insieme alle ("presunte") reliquie del santo, e, recentemente, durante gli scavi intrapresi alla fine degli anni novanta e tuttora in corso. La Passio del giovane martire descrive il luogo dove venne deposto il suo corpo come una crypta. Narra inoltre che Saturnino, educato sin da tenera età al cristianesino, fu martirizzato, il 23 novembre del 304, a soli 19 anni: durante lo svolgimento di un rituale pagano nel Capitolium romano (il santuario dedicato alla triade capitolina: Giove, Minerva e Giunone), nei pressi nell'attuale piazza del Carmine, fu accusato di essere il responsabile dei cattivi presagi rivelati dal rito e cadde vittima della folla. Il suo corpo esangue venne poi trasportato, complice l'oscurità della notte, nella necropoli orientale della città romana per esservi sepolto, probabilmente in una tomba di famiglia. Il 14 ottobre del 1621, nella prima cappella a destra del presbiterio della Basilica, si ritrovarono le sacre spoglie del patrono della città. Gli scavi alla ricerca dei corpi dei santi martiri cagliaritani (la cosiddetta "invencion de los cuerpos santos") intrapresi nel 1600, iniziarono infatti dalla Basilica di San Saturnino. Situata fuori dal centro abitato, essa era circondata da campi e orti. Si conoscevano bene le sue antiche origini e si sapeva che essa era sorta sul luogo di sepoltura di Saturnino, vittima della persecuzione di Diocleziano. La Basilica, verso il VI secolo d.C., venne concessa dall'arcivescovo di Cagliari Brumasio ai vescovi africani esiliati dal vandalo Trasamondo. Tra essi vi erano San Fulgenzio da Ruspe, che vi eresse un monastero, ed il vescovo di Ippona che portò con sé le reliquie del suo predecessore, Sant' Agostino. I vescovi esiliati condussero seco le reliquie di numerosi martiri con l'intento di preservarle dalla profanazione pagana (una Passio del IV secolo elenca i nomi di decine di martiri africani di Abitine, caduti vittime delle persecuzioni del 304, tra i quali figura anche quello di Santa Restituta). Diverse reliquie vennero donate loro dal papa sardo Simmaco perchè fossero di esempio e di sostegno nella dura prova dell'esilio. Le vicende storiche del luogo convinsero i ricercatori del diciassettesimo secolo, guidati dall'arcivescovo spagnolo Francisco Desquivel (che resse l'archidiocesi di Cagliari dal 1605 al 1624), che le prime testimonianze del cristianesimo in città erano sepolte in quei luoghi. La certezza del ritrovamento delle reliquie del martire Saturnino, si basò su un'iscrizione che diceva: "SANCTUS TURNINUS CALARITANU". Una seconda iscrizione in latino volgarizzato, risalente cioè ad un epoca più tarda, fugò tutti i dubbi. Essa riportava queste parole: "IN HOC TEMPLO IACET BM ET SM SATURNINUS CIVES QUI VIXIT ANIS XVIII ET MENSIS V ET DIES VIII ET EGO CLAUS PI M DO CON LOCU K XXVIII NOVEMBR". Anche in questa circostanza le iniziali B M vennero interpretate nel significato di BEATUS MARTIR e non in quello più consono di BONAE MEMORIAE. Questo equivoco ricorrerà per tutto il corso delle ricerche de los cuerpos santos e su di esso si baserà essenzialmente l'attribuzione di santità alle spoglie ritrovate, che potevano legittimamente appartenere a semplici credenti. In realtà questa erronea interpretazione non risulta del tutto inconsapevole, tuttavia l'urgenza di voler a tutti costi credere che di sante reliquie si trattasse, travalicò ogni prudenza. Ciò appare ancor più comprensibile se si inquadra la invencion de los cuerpos santos nella lotta per il Primato di Sardegna e Corsica, sorta da tempo immemorabile, tra il vescovo di Cagliari ed il vescovo di Sassari. Allora assunse un'importanza vitale dimostrare l'antichità della propria diocesi ed il numero di sante reliquie ritrovate diventò determinante per risolvere la disputa a favore dell'uno o dell'altro contendente. Intanto le sante reliquie di San Saturnino furono portate in cattedrale con una solenne processione ed esposte alla venerazione dei fedeli.Ancora oggi riposano nell'altare della cappella che il Desquivel volle dedicare al patrono di Cagliari, all'interno della cripta del duomo, insieme alle sante reliquie dei numerosi (e "presunti") martiri cagliaritani riportate alla luce nello stesso periodo. I ricercatori del '600 furono troppo entusiasti per la eccezionalità della scoperta che non si posero (o, forse, non vollero porsi) dubbio alcuno sulla autenticità delle lapidi marmoree, uniche testimonianze dell'appartenenza delle spoglie ritrovate al martire Saturnino. Molti studiosi, invece, hanno messo in dubbio l'autenticità di entrambe le iscrizioni e alcuni di essi contestano addirittura la validità di tutte le iscrizioni ritrovate sulle tombe scavate nel '600. Secondo una diversa tradizione le spoglie di San Saturnino sarebbero conservate a Milano nella chiesa di San Vittore al Corpo. Ivi sarebbero giunte con il re longobardo Liutprando insieme alle reliquie di Sant' Agostino di Ippona e dei martiri sardi Lussorio, Cesello, Camerino e altri, che egli riscattò dagli Arabi. Questa interessante tesi ha ricevuto ulteriore conferma dopo che l'arcivescovo di Milano, Ildefonso Schuster, nel 1938, ordinò la ricognizione canonica delle reliquie ritenute appartenere al patrono cagliaritano. Il risultato dell'analisi antropologica confermò che si trattava del corpo di un giovane la cui morte era stata provocata da una ferita da taglio inferta sul cranio. Il particolare della giovane età e le circostanze della morte collimano perfettamente con quanto è riportato nella Passio di San Saturnino. alla fine degli anni novanta, tutta l'area intorno alla Basilica è oggetto di interessanti scavi archeologici che stanno riportando alla luce numerosi ambienti funerari risalenti ai primi albori del cristianesimo e ad epoca bizantina. Già nella prima metà degli anni cinquanta, quando si costruì la piazza, in corrispondenza dei gradini che conducono alla Basilica, si ritrovarono diverse sepolture ancora intatte che contenevano iscrizioni funerarie. Le iscrizioni collocate sulle tombe rappresentano una grande testimonianza lasciataci da chi ci ha preceduto nel cammino della storia. Nella Basilica di San Saturnino, sia negli scavi improvvisati del 1600, sia negli scavi attuali, sono state riportate alla luce diverse epigrafi, molte delle quali sono esposte nel cortile davanti all'ingresso. Le iscrizioni delle sepolture cristiane, soprattutto negli anni successivi alle persecuzioni quando cioè la nuova religione poteva essere praticata liberamente, si distinguono dalle iscrizioni romane. Le epigrafi romane indicavano il nome completo del defunto e facevano riferimento anche alle relazioni di parentela, come testimoniano i numerosi cippi funerari emersi, alla fine del 1800, in viale Regina Margherita. Nelle epigrafi cristiane il solo nome è sufficiente per identificare il defunto. Nome che può essere inerente alla religione, alla provenienza geografica, allo status sociale o all'attività che caratterizzavano la persona durante la vita. Il momento determinate ormai è quello della morte, il requiescit in pace die che segna il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna. Tra le diverse iscrizioni ritrovate nella Basilica, alcune rivestono una particolare importanza. Una di esse, che tra l'altro si distacca dalla tradizione che abbiamo descritto sopra perchè indica il rapporto di parentela esistente tra il dedicante (il padre addolorato) e il defunto (il figlio), riporta una citazione molto colta, che non è stata ripresa in altre epigrafi. Si tratta del Salmo 50 di Davide: il Miserere ("Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato"). Oltre alla sua unicità, la particolarità di questa iscrizione risiede nel fatto che il testo del Salmo scolpito sulla lapide è identico alle traduzioni della Bibbia che, intorno al VI secolo d.C., venivano elaborate negli scriptoria fondati da Fulgenzio da Ruspe nel convento da lui eretto nei pressi di San Saturnino. Questi testi (che sono in realtà tre codici) riportano una versione del Testo Sacro che è precedente alla traduzione di Gerolamo, che fu il primo a tradurre gran parte della Bibbia in latino. Essi rappresentano quindi un patrimonio liturgico, religioso e documentario di incommensurabile valore. Molto interessante è anche la lapide funeraria di Deusdedit (custodita al Museo archeologico nazionale di Cagliari). Questo nome, rarissimo in Sardegna, è presente solo in questa epigrafe e trova riscontro documentario esclusivamente negli atti del Concilio Vaticano del 649. Papa Martino I convocò questo Concilio per condannare le dottrine monotelite degli imperatori bizantini Eraclio e Costante II. A questo Concilio parteciparono un centinaio di vescovi, di cui la maggior parte italiani, tra i quali il vescovo di Cagliari Deusdedit a cui si riconobbe un ruolo di primo piano, dovuto all'antichità e all'importanza della diocesi a lui affidata, tanto che fu chiamato ad esporre il suo pensiero immediatamente dopo il papa ed il patriarca di Aquileia. Egli venne sorpreso dalla morte prima della conclusione del Concilio e si ipotizza che sia stato egli stesso una vittima della persecuzione che Costante II scatenò contro la Chiesa occidentale, che l'aveva aspramente condannato per le sue posizioni eretiche. In base a queste circostanze, l'archeologa Donatella Salvi è giunta ad ipotizzare che la lapide funeraria ritrovata a San Saturnino, appartenga al vescovo Deusdedit. Il fatto che il defunto sia descritto nell'iscrizione come defensor fidei e non con l'attributo di episcopus, non rappresenterebbe di per sè un ostacolo all'identificazione dei due personaggi (quello presente negli atti del Concilio ed il defunto a cui appartiene l'iscrizione funebre) bensì metterebbe in risalto la lotta condotta dal vescovo Deusdedit in difesa dell'ortodossia religiosa, per la quale, presumibilmente, sacrificò la sua stessa vita. Letture: per chi volesse approfondire la disputa sul primato arcivescovile in Sardegna e la invencion de los cuerpos santos, suggeriamo la lettura del volume: "L'arcivescovo Francisco Desquivel e la ricerca delle reliquie dei martiri cagliaritani nel secolo XVII", di Antioco Piseddu, Edizioni della Torre, 1997. Dove si trova: in piazza San Cosimo. Consulta la mappa! Consulta la mappa Come arrivarci: con l'autobus numero 1 e M (fermate di via Sonnino) oppure con l'autobus numero 30 e 31 (fermate di via Dante). Orari di apertura: dal lunedì al sabato dalle ore 9 alle ore 13. Chiuso la domenica. Ingresso gratuito. Per informazioni: 070/20101.

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Fortino di Sant'Ignazio

 

  "Questo forte di S.Ignazio che sta a cavaliere del Lazzaretto e dell'altro fortino dei Segnali, detto anche di Calamosca, venne eretto nel 1792 dal capo Ingegnere Franco, a spese dell'Amministrazione delle torri, nel tempo che si temeva l'invasione francese (G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). Ed infatti nei mesi di gennaio del 1792 e di febbraio del 1793, i cannoni del fortino furono determinanti per respingere le truppe rivoluzionarie francesi del generale Truguet. Nel 1793 (il fortino) fulminò la squadra nemica, racconta lo Spano. Il fortino di Sant'Elia o di Sant'Ignazio, come venne erroneamente ribattezzato, fu concepito dall'ingegnere militare Franco Lorenzo che lo progettò, come un imponente fortificazione militare in grado di ospitare ben 50 cannoni, dotata di torri casamattate e circondata da un profondo fossato. In realtà il progetto originario non venne mai portato a termine. Solo una torre venne casamattata ed il fossato fu realizzato a metà. Non venne neppure costruita la cisterna per il rifornimento dell'acqua. Durante l'attacco francese l'approvigionamento idrico e le munizioni vennero garantite dal vicino quartiere di San Bartolomeo. Nemmeno i 50 cannoni previsti spararono dal forte. Il loro numero si ridusse a poche unità nonostante l'ottima posizione di avvistamento di cui gode la fortezza che domina su tutto il golfo. Il suo utilizzo militare cessò nel 1800 quando il forte venne destinato ad ospitare i malati contagiosi che non potevano essere accolti nel vicino lazzaretto. La fortezza venne rivalutata durante la seconda guerra mondiale come punto di segnalazione "acustica" degli aerei nemici. Nella zona compresa tra la torre di Calamosca ed il fortino di S. Ignazio, intorno al 1930 venne installata la batteria antiaerea C 135, che faceva parte di un sistema difensivo che doveva proteggere la città di Cagliari da eventuali attacchi nemici. Si contano ancora oggi, spesso nascoste tra i cespugli, una decina di piazzole scavate a semicerchio nella roccia del colle. Esse sono sparse nello spazio circoscritto dai due fortini e sono collegate tra loro attraverso delle gallerie sotterranee i cui accessi sono stati sbarrati da grate di ferro. Al centro della struttura veniva collocata l'artiglieria. La batteria antiaerea C 135 , con il nuovo nome di Batteria 285, fu attiva durante tutta la seconda guerra mondiale. Purtroppo attualmente si trova in stato di profondo abbandono. La stessa infelice sorte condivide il fortino di Sant'Ignazio ridotto a poco meno di un cumulo di rovine. Bellissimo e senza eguali il panorama che si gode da questa altura. Vale veramente la fatica arrampicarsi per l'erto sentiero che dalla spiaggetta di Calamosca conduce al faro ed al fortino.

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Necropoli di Tuvixeddu

 

 La necropoli di Tuvixeddu per estensione e per numero di sepolture è la più grande necropoli punica di tutto il Mediterraneo. Dalla fine del VI sino agli inizi del III secolo a.C., i cartaginesi, che si erano stabiliti presso lo stagno di Santa Gilla, scelsero il colle per seppellirvi i loro morti. I defunti venivano deposti nelle tombe "a pozzo" scavate interamente nella roccia calcarea del colle e profonde dai due metri e mezzo sino agli undici metri. All'interno del pozzo una piccola apertura introduceva alla camera funeraria o cella. Il morto veniva calato nel sepolcro in verticale, con il corpo adagiato su una barella, in cui venivano fissati dei ganci di ferro attraverso i quali il passaggio di funi ne facilitava la discesa all'interno della tomba. Gli addetti alla sepoltura, i necrofori, scendevano nel pozzo utilizzando le "pedarole", dei fori di forma rettangolare scavati sulle pareti frontali dei pozzi per poggiare i piedi durante la discesa e la risalita. Il defunto veniva deposto sul pavimento della camera ed era accompagnato nel viaggio verso l'aldilà dal suo corredo. Oltre ai suoi ornamenti personali (gioielli e porta profumi soprattutti) accanto al morto si deponeva il suo corredo funebre, prevalentemente ceramico: anfore, brocchette, piattini, coppe e lucerne. Il corredo funebre serviva a contenere le bevande ed il cibo necessari al defunto. I punici credevano infatti che dopo la morte convivessero due anime: una che abbandonava subito il corpo ed un'altra vegetativa che continuava a vivere per un pò di tempo ancora dopo la morte e che aveva bisogno di nutrimento per affrontare il passaggio al mondo dei morti. Compiuto il rito funebre, la camera veniva chiusa con una lastra di pietra ed il pozzo completamente riempito, spesso con lo stesso materiale estratto dallo scavo. Sulle pareti delle tombe si osservano dei tagli orizzontali, le "riseghe", che dovevano servire per poggiare le lastre di chiusura dei pozzi per poterli poi riaprire in occasione di nuove sepolture. Nella necropoli di Tuvixeddu però le "riseghe" non hanno carattere funzionale in quanto le tombe venivano utilizzate per un unica deposizione (anche se in realtà a distanza di secoli da una prima sepoltura, si è verificato che la stessa tomba venisse riutilizzata per una seconda inumazione). La mezzaluna sorgivaAll'interno di alcuni pozzi si notano delle decorazioni che riproducono simboli religiosi come la mezzaluna sorgiva (simbolo di Tanit), la palma o il globo solare, altri invece presentano delle decorazioni geometriche. Tra le sepolture se ne distinguono due di particolare bellezza: la tomba "dell'Ureo" e la tomba "del Combattente", entrambe dipinte. La tomba dell'Ureo venne scoperta nel 1981, ed è datata intorno al IV secolo a.C. Il suo nome deriva dal serpente alato, l'ureo, dipinto sulla parete e simbolo, nell'antico Egitto, del potere. Il serpente è dipinto tra fiori di loto, palmette e due maschere gorgoniche. Queste maschere, dall'aspetto e dall'espressione orrida, secondo la simbologia religiosa antica avevano il potere di tenere lontani i demoni. La tomba del Combattente è stata esplorata sin dal 1973 e risalirebbe ad un arco temporale compreso tra il IV ed il III secolo a.C. Sulle pareti di questa tomba è dipinta una figura seminuda di guerriero barbuto con elmo sul capo, colto nell'atto di colpire con la lancia l'avversario. In origine doveva essere stata dipinta a tinte forti che sono andate sfumando col passare dei secoli. Il Combattente raffigura il divino Sid, il liberatore, che lotta contro le paure che accompagnano gli uomini durante la vita e nell'oltretomba. Purtroppo né la Tomba dell'Ureo né quella del Combattente possono essere visitate. Attualmente è molto difficile anche individuarle tra le tante tombe presenti sul colle a causa della mancanza di indicazioni in loco. Infatti, per la preoccupazione di proteggerle dal saccheggio sono state murate (ahimé!) con uno strato di cemento. In entrambe i ricercatori hanno rinvenuto diversi arredi funebri (lucerne, coppe, brocche semplici o a "biberon") che sono ora gelosamente conservati al Museo archeologico nazionale di Cagliari. La rilevanza archeologica del colle di Tuvixeddu era conosciuta sin dalla metà del 1800 e proprio a quel periodo risalgono i primi scavi effettuati nella necropoli. Queste prime perlustrazioni vennero condotte con metodi poco scientifici e procedendo "a sbalzi", non in maniera sistematica. Si scavava spinti dall'entusiasmo che in quel momento animava gli studi sulla cultura fenicio - punica, allora poco conosciuta. Una parte consistente della necropoli andò distrutta proprio in quegli anni a causa dell'utilizzo della collina come cava di estrazione di materiale edilizio, sorte che ha condiviso con gli altri colli cittadini. Il risultato più evidente del frenetico lavoro di scavo intrapreso già dall' epoca è il profondo canyon artificiale che si apre alle spalle della necropoli. Esso copre una superficie immensa che da via Falzarego (ingresso principale della necropoli) giunge sino a via Is Maglias. Nei primi decenni del 1900 l'attività estrattiva raggiunse il suo culmine. Con il materiale ricavato dal colle si incrementò la produzione di cemento e calce favorendo lo sviluppo del cementificio di via Santa Gilla, oramai completamente abbandonato ad un lento ed inesorabile degrado. Esso rimane comunque un importante esempio di archeologia industriale in città. La parete di tombe sezionate dalle ruspeSono bene evidenti i tagli causati dalle ruspe, che hanno "sezionato" le tombe distruggendone una gran parte. Nonostante i gravi danni causati, la destinazione della collina come cava l'ha, seppur paradossalmente, preservata da un'urbanizzazione selvaggia che avrebbe quasi sicuramente segnato il suo destino. Dall'osservazione della parete di tombe sezionata, gli archeologi hanno potuto studiare la disposizione delle sepolture e trarne utili informazioni per conoscere il rituale funebre di età punica. La parete di tombe sezionate dalle ruspeI tagli sulla roccia hanno messo in evidenza anche un lungo tratto dell'acquedotto romano che attraversa tutta la necropoli e la taglia al centro. Attualmente sulla collina sono in corso i lavori per la realizzazione del Parco Archeologico che preserverà tutta l'area dallo stato di abbandono da cui versa da ormai troppi decenni e che l'ha resa facile preda di tombaroli privi di scrupoli. Durante le opere di sistemazione, nello spazio che nel progetto del Parco è destinato ad ospitare la biglietteria ed i servizi (cioè al lato dell'ingresso di via Falzarego), sono emerse nuove tombe sino ad ora inesplorate. Questa recente scoperta testimonia come le tombe abbiano occupato tutto lo spazio della collina. In questo lato della necropoli è accaduto che molte tombe si siano sovrapposte le une alle altre, creando delle situazioni in cui il pozzo dell'una si può trovare sopra la camera dell'altra. Questa sovrapposizione è causa di cedimenti nel terreno. Tra le tombe della parte più interna della necropoli invece si rispetta una maggiore distanza tra una cella e l'altra. Oltre alla necropoli di Tuvixeddu, sepolture di epoca punica sono state rinvenute sul colle di Bonaria, come scriveva nell'ottocento lo Spano: "Questa collina (Bonaria) è storica e monumentale, perché vi si trovano sepolture cartaginesi...". Per il momento non si sono trovate invece a Cagliari testimonianze di sepolture fenicie. I fenici a differenza dei loro predecessori cartaginesi, praticavano l'incinerazione, ossia la cremazione del corpo del defunto. Sul colle di Tuvixeddu si trova anche una necropoli romana. Le sepolture romane sono sparse lungo il pendio del colle che degrada verso viale Sant'Avendrace. L'intero viale, in periodo romano, costituiva la necropoli occidentale della città (contrapposta a quella orientale che si estendeva dal complesso di San Lucifero e San Saturnino sino a Bonaria). I romani avevano un concetto della morte molto diverso rispetto a quello dei punici. Per essi la morte era nefasta e generava contaminazione. Per questo i luoghi di sepoltura si trovavano fuori dal centro abitato, lungo le vie di accesso (e viceversa, d'ingresso) delle città. Al contrario, la necroli punica sorgeva proprio di fronte al centro urbano che si estendeva nei pressi dello stagno di Santa Gilla. In viale Sant'Avendrace si può visitare la Grotta della Vipera, il più importante monumento funebre di epoca romana, eretto in memoria della nobile matrona romana Atilia Pomptilla. Nella necropoli romana di Tuvixeddu prevale il rito funebre dell'incinerazione (ossia della cremazione del corpo del defunto) tipico dell'età repubblicana. In seguito si diffuse anche la pratica dell'inumazione dei corpi e per un certo periodo si praticarono entrambi i rituali. Nella necropoli romana di Bonaria, per esempio, i due riti coesistevano persino all'interno di una stessa area cimiteriale. Le sepolture più frequenti infatti sono i colombari, cioè le camere scavate nella roccia con piccole nicchie alle pareti dove venivano deposte le urne contenenti le ceneri dei defunti. Uno di essi si trova all'interno della Grotta della Vipera, ed è noto come Colombario di Berillio.Sepolture romane scavate nel calcare della collina di Tuvixeddu Sul colle tra i cespugli sono visibili anche delle sepolture più semplici di forma rettangolare scavate nel calcare. All'interno di esse sono state ritrovate delle cassettine di legno o di metallo contenenti le ceneri del defunto. Il colle di Tuvixeddu raggiunge in altezza i 99 metri sopra il livello del mare. Ancora oggi è incerta l'origine del nome intorno al quale esistono varie ipotesi: Tuvixeddu potrebbe derivare da tuvu (cava) e quindi significare piccola cava o piccola grotta in riferimento alle numerose grotte, ai cunicoli, ai pozzi ed alle cavità naturali e artificiali sparse sul colle; oppure Tuvixeddu potrebbe significare collina dai tanti fori, le tombe a pozzo, scavate nella roccia dai cartaginesi per seppellirvi i loro defunti. Letture: per chi volesse approfondire l'argomento suggeriamo la lettura dei volumi: "Tuvixeddu la necropoli occidentale di Carales", a cura della Associazione Culturale Filippo Nissardi, Edizioni della Torre, 2000; "Cagliari, viaggio nella città sotterranea", scritto da Marcello Polastri, Artigianarte editrice, Cagliari, 1997. Dove si trova: la necropoli si trova in cima al colle omonimo di Tuvixeddu, alle spalle di viale Sant' Avendrace. L'ingresso principale è sito in via Falzarego. Come arrivarci: non esiste una linea che arrivi direttamente sul posto, ma l'autobus numero 1 (fermate di viale Sant'Avendrace o di viale Trento) e 10 (capolinea viale Trento) arrivano molto vicino. Scendendo alla fermata di viale Trento, si prosegue a piedi per la salita di via Zara, svoltando in via Vittorio Veneto si arriva in via Falzarego: l'ingresso della necropoli si trova in fondo alla via. Orari di apertura: la necropoli di Tuvixeddu non è attualmente accessibile al pubblico. Sono in corso, infatti, i lavori per la realizzazione del Parco Archeologico.

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Grotta della Vipera

 

 La Grotta della Vipera è un monumento funebre di epoca romana, risalente al periodo compreso tra la fine del I° ed il II° secolo dopo Cristo, scavato interamente nella roccia ai piedi del colle di "Tuvixeddu". Esso è la testimonianza più importante della necropoli occidentale della Carales romana che si estendeva lungo tutto il viale Sant'Avendrace. Per i romani la morte aveva un significato particolarmente nefasto. Per questo motivo i luoghi di sepoltura sorgevano lontano dal centro abitato, nelle vie d'accesso alla città. La Grotta della Vipera è il mausoleo funebre che il nobile romano Lucio Cassio Filippo dedicò alla moglie, la nobile Atilia Pomptilla. Secondo la leggenda Atilia Pomptilla sacrificò la sua vita agli dei in cambio della guarigione del marito (che giunse in Sardegna al seguito del padre, Cassio Longino, esiliato nell'isola da Nerone) ammalatosi gravemente di malaria. Per celebrare il sacrificio della moglie ed il profondo sentimento che univa i due coniugi, Filippo volle consacrare al suo ricordo questo edificio funebre. Sulle pareti della grotta si possono leggere, seppur con molta difficoltà, i versi in lingua greca e romana che egli dedicò alla consorte. Il nome "Grotta della Vipera", deriva dai due serpenti, scolpiti nell'architrave, che simboleggiano la fedeltà coniugale ed il trasporto amoroso anch'esso insito nel significato simbolico attribuito dagli antichi alla figura del serpente, e non dalla presenza di serpenti, che infestavano il luogo, come sosteneva un dicerìa molto diffusa nei secoli passati. All'interno della grotta si aprono due passaggi sotterranei sui quali la fantasia popolare ha intrecciato varie leggende. Una racconta che percorrendo uno dei due cunicoli si arriva ad un tesoro, mentre l'altro porterebbe a sicura morte il malcapitato che vi si avventura. In realtà i due cunicoli conducono entrambi ad un vicolo cieco, anche se molti anziani del quartiere continuano a sostenere che attraverso questi passaggi sotterranei si arriva in cima al colle di Tuvixeddu. Al lato del mausoleo funebre di Atilia Pomptilla, ci sono alcuni colombari, scavati nella parete rocciosa, in cui erano collocate le urne contenenti le ceneri di diversi defunti. Questo colombario è noto col nome di Tomba di Berillio. La Grotta venne salvata da sicura distruzione da Alberto Lamarmora nel 1822, quando, durante la costruzione della strada Cagliari - Sassari (la Carlo Felice o 131), incorse seriamente nel pericolo di "saltare in aria" a causa delle mine fatte brillare nel corso dei lavori, che non risparmiarono (ahimé) molte altre tombe della necropoli occidentale della Carales romana. Tutta la collina, lungo il pendio che si affaccia sul viale Sant'Avendrace, era disseminata di tombe romane. Alcune di esse si conservano ancora, nascoste dalle costruzioni moderne ed in stato di profondo degrado, causato dal tempo e dall'incuria dell'uomo. Lo Spano nell'ottocento aveva potuto ammirare le opere "da cui si può argomentare la grandezza dell'antica Cagliari", e ci ha lasciato una testimonianza scritta di ciò che altrimento oggi non potremmo nemmeno immaginare. Egli, nella sua Guida della città e dintorni di Cagliari, descrive con dovizia di particolari diverse sepolture tra le quali la cosiddetta Tomba di Rubellio. La Tomba di Rubellio è un colombario, posto all'incirca all'altezza della chiesa di Sant'Avendrace, che Cassio Rubellio fece scavare nella roccia del colle in ricordo delle sue due mogli Marcia Eliade e Cassia Sulpicia Crassilla. La lapide scolpita sul frontone d'ingresso riportava queste parole: C. Rubellius Clyteus Marciae L. F. Heliadi. Cassiae Sulpiciae C. F. Crassilae. Conjugibus carissimis Posterisque suis. Qui legis hunc titulum mortalem te esse memento (Tu che leggi questa iscrizione ricordati che sei mortale) Il colombario era molto bello e vi si accedeva attraverso una scalinata scavata a semicerchio, già danneggiata ai tempi dello Spano. Attualmente, purtroppo, è difficilmente accessibile. Oltre alla tomba di Atilia Pomptilla, nel viale Sant'Avendrace si può visitare la cripta in cui si rifugiò il vescovo cagliaritano Avendrace (da cui il viale prese il nome) per sfuggire alle persecuzioni di cui furono vittima i primi cristiani. Sulla cripta, sicuramente un ambiente funerario risalente ad epoca fenicio-punica, sorse la chiesa dedicata al santo. Dove si trova: la Grotta della Vipera si trova in Viale Sant'Avendrace, 87. Come arrivarci: si arriva direttamente con l'autobus numero 9 o con l'autobus numero 1, poi si prosegue a piedi per pochi metri. Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle ore 10,30 alle ore 13. Chiuso il lunedì. L'ingresso è gratuito.

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Cripta e chiostro di San Domenico

 

La cripta ed il chiostro di San Domenico rappresentano ciò che rimane del grandioso complesso edificato, a partire dalla seconda metà del 1200, dai padri domenicani. La chiesa e l'annesso campanile furono, infatti, completamente distrutti durante i bombardamenti del 13 maggio 1943 che ridussero in macerie alcuni dei più bei monumenti cittadini ed alcune chiese di antichissima tradizione (ricordiamo tra esse la chiesa dei Santi Giorgio e Caterina dei genovesi, ricostruita alle pendici di Monte Urpinu, Sant'Anna, San Giuseppe Calasanzio in Castello, la Madonna del Carmine e Santa Lucia nella Marina). I seguaci dell'ordine, fondato dallo spagnolo Domenico Guzman, giunsero in Sardegna nel lontano XIII secolo. Sotto la guida di fra Nicolò Fortiguerra da Siena costituirono una comunità nel quartiere di Villanova, appendice orientale del Castello, allora zona di campi e orti. Al principio si stabilirono nei pressi di una antica chiesa benedettina dedicata a Sant'Anna che venne in seguito concessa all'ordine dall'arcivescovo Gallo ed inglobata nel chiostro della nuova chiesa da essi edificata nel 1254, come cappella intitolata alla Madonna dei Martiri ("Rimpetto a questa cappella...se ne trova un'altra di non minore considerazione. Essa è dedicata alla Madonna dei Martiri, e si ha per tradizione che quivi abbiano sparso il sangue molti sardi nel tempo delle persecuzioni per la fede di Cristo. Quivi era eretta la prima chiesa sotto il titolo di Sant'Anna...", Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). L'impianto originario dell'edificio si ispirava ai canoni architettonici del gotico italiano con copertura lignea, adottato anche nel San Francesco di Stampace costruito nello stesso periodo extra moenia dai frati francescani. L'intitolazione a Sant'Anna della primitiva chiesa benedettina, su cui sorse il complesso domenicano, rimase sino al 1313; a partire dal 1316 il complesso divenne "Convento di Castel di Castro". In una campana rinvenuta nel 1598 si leggeva un' iscrizione con dedica a San Domenico datata al 1313. Durante il periodo pisano rimasero fortissimi i legami con i fratelli dell'ordine domenicano di Pisa. Risale a quell'epoca una tela che raffigura San Domenico, ora conservata nel Museo parrocchiale di Ploaghe, attribuita a Francesco Neri di Volterra, artista attivo a Pisa nel 1300. L'importanza che l'ordine e l'opera dei frati predicatori, che i cagliaritani, parafrasandone il nome, chiamavano affettuosamente canes domini (i cani di Dio, per la loro fedeltà alla chiesa ed al Papa) avevano assunto per il quartiere e per la città non mutò in alcun modo con l'avvento degli aragonesi nel secolo XIV. Fu proprio sotto la reggenza della Corona d'Aragona che l'intero edificio si convertì architettonicamente al gusto gotico-catalano importato dai nuovi conquistatori, che ebbe una grande diffusione nell'isola e soprattutto in città. Molte chiese erette a Cagliari e nel circondario in quegli anni si ispirarono alle linee del gotico-catalano: il santuario di Bonaria fu il primo esempio, seguito dalla chiesa di San Giacomo nel quartiere di Villanova, dal San Francesco dei Minori conventuali di Stampace, dalla chiesa di Sant'Eulalia nel quartiere della Marina e dalla chiesa della Purissima in Castello. Il convento fu costruito a spese dei sovrani d'Aragona e nel 1533 il re di Spagna Carlo V gli concesse il titolo di Regio convento accordandogli una particolare protezione che estese a tutti i beni ed i possedimenti dell'Ordine situati "fuori e dentro di città" (Spano, "Guida della città e dintorni di Cagliari", 1861). Lo stesso sovrano durante il suo soggiorno a Cagliari nel 1535, mentre preparava la spedizione di Tunisi contro i mori, visitò la chiesa ed il convento. Sicuramente già nel XV secolo il complesso, comprendente la chiesa ed il chiostro, occupava la superficie attuale. Questa datazione è confermata dalla collocazione nella Cappella eretta, nel braccio occidentale del chiostro, dal Gremio dei calzolai, del retablo Dei SS. Pietro da Verona e Marco Evangelista, eletti, a Cagliari ed in Catalogna, patroni dei calzolai. Il retablo viene attribuito al Catalano Juan Figuera che arrivò in città nel 1455. Lo Spano ci tramanda che questa antichissima tavola era divisa in "dodici spartizioni in fondo dorato. In mezzo vi è la Vergine col bambino: ai lati San Pietro Martire a sinistra, ed a destra San Marco Evangelista. All'intorno ci sono varie storie e miracoli del Santo Martire divisi in varii spartimenti...i nembi di cui sono ornati i principali Santi sono graziosamente arabescati in oro" (G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). Altre testimonianze sulla esistenza della cappella si possono ricercare nelle carte della Santa Inquisizione che ivi aveva stabilito la sua sede. La chiesa subì delle modifiche sia nel secolo XV che alla fine del XVI, si ignorano però le date certe di questi interventi. E' databile con assoluta certezza soltanto l' edificazione della cappella del Rosario intrapresa nel 1580. Alcuni studiosi collocano la definitiva sistemazione della chiesa secondo canoni tardogotici al XVI secolo sulla base della cattedrale di Gerona, riprogettata da Guillem Bofill nel 1416, che funse da modello per molte chiese edificate in Spagna in quegli anni nonché per la chiesa della Purissima di Castello ed il San Domenico di Cagliari. Quest'ultimo presentava navata unica divisa in tre campate, coperte da volta stellare a otto e a quattro punte e a botte spezzata, nelle quali si aprivano due cappelle per parte. Sull'ultima campata, più stretta delle altre, si affacciava l'arco rinascimentale che introduce alla cappella del Rosario. Il particolare che l'accomuna al duomo di Gerona è il presbiterio più stretto rispetto alla navata, in cui l'arco ogivale dell'abside è affiancato agli archi d'ingresso delle sacrestie. Secondo la studiosa Renata Serra la trasformazione del San Domenico in forme tardo gotiche non può essere avvenuta prima del XVI secolo "giacché nelle quattro gemme minori della volta stellare semplice (delle quali una si conserva nel chiostro) si avevano degli stemmi di San Domenico entro scudi di tipo sannitico, usati in Spagna soprattutto durante il XVI secolo ed in Sardegna mai prima. Ma l'elemento valido lo offre la chiesa della Purissima, stilisticamente così vicina al San Domenico e datata, col monastero di cui fa parte, al 1554" (R. Serra, Contributi all'architettura gotica catalana: il San Domenico di Cagliari, 1961). Le immagini fotografiche ed i disegni precedenti il 1943, fanno supporre che la chiesa fosse priva di facciata. Dalla testimonianza di Dionigi Scano, che la visitò nel 1907, risulta che alla chiesa si accedeva attraverso una porticina aperta sul braccio del chiostro. Lo stesso Scano dubitava che questo fosse l'ingresso originario. Infatti, osservando diversi edifici ispirati, come il San Domenico, al gotico-catalano, egli argomentava che le chiese gotiche presentavano tutte una ampia navata divisa in tre campate da archi a sesto acuto, coperte con volte a crociera costolonata e gemmata, particolarmente elaborate in corrispondenza del vano centrale. Tutto ciò lo induceva a ritenere che la chiesa di San Domenico dovesse avere una quarta campata, forse andata distrutta o rimasta incompiuta. La volta del coro straordinariamente bella con la sua stella a otto punte, lo convinse che quella doveva essere la campata centrale. Anche l'archeologo Giovanni Spano parlava con ammirazione della chiesa, nella sua Guida scrisse: "Tanto la chiesa quanto il chiostro è pieno di bellezze pittoriche, da potersi paragonare a quelle del cenobio di S. Francesco di Stampace". Egli descrisse con minuzia di particolari la disposizione ed i ricchi arredi delle cappelle. Procedendo dalla sinistra dell'altare maggiore descrisse: la cappella della Vergine del Rosario, la cappella di San Biagio e quella dedicata a San Vincenzo; in mezzo era collocato il pulpito "sostenuto da una colonna antica di granito sardo". Seguiva la cappella della Vergine Addolorata che "non ha altro di particolare che il quadro grossolano... in cui sono rappresentate due Madonne d'ugual forma, altezza e dimensione... Hanno il titolo una della buona sorte, e l'altra della buona morte, come viene indicato da un'iscrizione in lingua spagnuola, che allude alla miracolosa invenzione di queste due Madonne avvenuta in Saragozza nel 1681, per cui cessò la peste da cui era flagellata la città". L'ultima cappella era quella dedicata a San Giuseppe eretta a spese del gremio dei falegnami nel 1787, di cui il santo era patrono. In un' iscrizione erano indicati i nomi degli operai che in quell'anno vi prestarono la loro opera. Sul lato destro del presbiterio "nella prima cappella vicino alla porta grande vi sta un dipinto della Maddalena, di buon pittore..", segue la cappella del Crocifisso ed infine la cappella in marmo di San Tommaso d'Aquino "eretta dalle consorelle nel 1813". L'altare maggiore era di legno dorato, al centro, dentro una nicchia, si trovava "un antico simulacro molto bello di San Domenico" (ai lati vi sono pure quelli di B. Ambrogio Uccelli, B. Alberto Magno, S. Pio V e S. Tommaso). L'unica cappella sovravissuta ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, è quella intitolata alla Madonna del Rosario. Essa venne edificata nel 1580 dai fratelli Michele e Gaspare Barrai, stampacini molto attivi in città e nei dintorni. La cappella si apre sul lato sinistro del presbiterio. Ad essa si accede attraverso un arco trionfale che immette in un piccolo corridoio (ricavato da una precedente cappella a crociera costolonata) voltato a botte a tutto sesto con il soffitto riccamente decorato nel quale si alternano rosoni variamente scolpiti e punte di diamante (ripetendo i motivi decorativi del presbiterio del Sant'Agostino nuovo edificato tra gli anni 1577-80). La cappella presenta pianta quadrata con copertura a padiglione ottagonale poggiante su un cornicione dentellato aggettante. La volta si inserisce nella struttura sottostante tramite mezze voltine a crociera (scuffie), costolonate e gemmate, di chiaro riferimento gotico. Se infatti la cappella richiama, soprattutto nella copertura della volta, i nuovi canoni rinascimentali introdotti in città dalla nuova chiesa di Sant'Agostino, non riesce tuttavia a slegarsi completamente dalla tradizione gotica. La cappella del Rosario realizza una mirabile sintesi tra il gusto gotico e quello rinascimentale che andava lentamente affermandosi nell'isola in quegli anni. I Barrai sono indicati come gli autori della coeva cappella della Madonna del Carmelo e della stessa chiesa del Carmine, cui la cappella apparteneva, andata purtroppo distrutta nei bombardamenti del 1943. Questa ipotesi è stata avanzata osservando la notevole somiglianza tra le due cappelle che fondono in un mirabile connubio le nuove istanze del classicismo italiano con le forme gotiche. Questo nuovo stile gotico-rinascimentale (che in Spagna era conosciuto come plateresco) verrà imitato in tutto il meridione dell'isola. Nella cappella del Rosario aveva la sua sede la Confraternita del SS. Rosario eretta con bolla papale il 16 giugno del 1578. La confraternita, dedicata alla Madonna invocata col Santo Rosario, si diffuse nella Chiesa soprattutto dopo la vittoria cristiana sui turchi ottenuta a Lepanto nel 1571. Ad essa era affidata la guida della processione che si svolgeva ogni prima domenica del mese. La divisa dei confratelli è abito bianco guernito di frangia, contornato di bindello nero cappetta aperta nera, placa di tela coll'effigie della SS. Vergine. Vi sono pure le consorelle (Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). All'epoca la confraternita del Rosario, la cui diffusione fu fortemente incoraggiata dalla Chiesa, fu istituita in numerosi paesi e nelle città; oramai è scomparsa quasi dapertutto. La cappella del Rosario era abbellita dai dipinti di Pantaleone Calvo e dalla scultura lignea della Vergine di scuola napoletana, oggi custodita nella nuova chiesa di San Domenico. Dei numerosi dipinti che decoravano la cappella, raffiguranti diverse scene tra le quali lo Spano descrisse un "San Domenico che predica ad una moltitudine di popolo il rosario", "l'approvazione dell'Ordine fatta dal Pontefice Onorio III" ed "i misteri della verginità di Maria", alcuni sono conservati nella sacrestia della nuova chiesa di San Domenico. Nella sacrestia del moderno edificio è custodito, dentro una teca di vetro, anche lo stendardo degli archibugieri del Tercio di Sardegna che combatterono valorosamente sulla nave ammiraglia di Don Giovanni d'Austria, che comandò la flotta della Santa Alleanza durante la famosissima battaglia di Lepanto nell'ottobre del 1571, che fermò l'avanzata degli ottomani in Europa. Al loro rientro in città, i superstiti, accolti con grande entusiasmo dal popolo, offrirono in segno di ringraziamento lo stendardo alla Madonna del Rosario. E forse furono proprio essi con i confratelli del Rosario a voler costruire la cappella in segno di riconoscimento alla Vergine al cui intervento miracoloso, secondo il pontefice Pio V, si doveva la vittoria. Da quel momento lo stendardo, oramai consunto e sfilacciato, venne conservato nella cappella del Rosario ed attualmente, dopo la distruzione della chiesa antica, nella nuova sacrestia. Anche lo Spano lo ricorda:" nella processione che si fa nella prima domenica di ottobre si porta uno stendardo che 400 archibugieri sardi, sotto don Giovanni d'Austria, ai 7 ottobre del 1570, presero nella crociata contro i turchi, mozzando il capo di Alì, e che presentarono allo stesso don Giovanni, il quale reduce da levante si congratulava coi cagliaritani. Questo stendardo s'usò nelle feste qui fatte per la canonizzazione di San Pio V" (Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). Come la chiesa antica, anche il chiostro di San Domenico venne edificato in diversi momenti. Esso si articola in quattro lati con cortile in cui si apre al centro il pozzo, secondo una caratteristica dei monasteri spagnoli. I bracci orientati a sud e a ovest si sono conservati integri. Essi risalgono al XV secolo e rispecchiano i canoni stilistici tipici dell'architettura tardogotica, di cui rimangono in città uno degli esempi più belli. Le campate sono coperte con volte a crociera costolonata e gemma riccamente scolpita in chiave. I sottarchi che separano le campate poggiano su capitelli decorati con elementi floreali ed animali dalle forme fantasiose, che si innestano su peducci troncopiramidali. Notevole l'intaglio e la scultura delle corpose decorazioni vegetali. Il braccio orientale del chiostro, a due ordini di arcate, di cui non si è salvato il lato nord, venne edificato nel 1598 seguendo i canoni dell'arte rinascimentale, molto cari a Filippo II di Spagna, che forse contribuì economicamente alla realizzazione. Essi si distinguono dai primi due bracci (risalenti al XV secolo) per i loggiati rinascimentali a doppie arcate e copertura lignea, impostate su pilastri ottagonali poggianti su capitelli e basi decorati con modanature di tendenza ancora gotica, da cui si deduce una certa difficoltà ad abbandonare del tutto i richiami di quello stile. Nelle arcate del chiostro si aprivano numerose cappelle, alcune delle quali erette dai gremi per onorare i loro santi patroni, anch'esse riccamente decorate. L'antico convento di San Domenico ospitava anche una stamperia, che i frati acquistarono da Onofrio Martin, e che rimase attiva dal 1679 al 1767: "Una gloria di questo chiostro è che nella fine del secolo XVII aveva una tipografia propria che nel 1680 era regolata da Onofrio Martini, e nel 1696 passò sotto la direzione di Fr. Giambattista Cannavera, e poi di Fr. Agostino Murtas. Uscirono molte opere che agevolarono la diffusione delle lettere in Sardegna" (Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). Essa possedeva inoltre una fornitissima biblioteca che annoverava diversi volumi di prestigio, oltre ad opere d'arte di maestri sardi del quattrocento e del cinquecento. Questo preziosissimo patrimonio fu purtroppo disperso o distrutto in seguito alla soppressione degli ordini religiosi voluta dalle famigerate leggi emanate nella seconda metà dell'800 dal governo del Regno d'Italia. A tal proposito lo Spano ricorda, con profonda indignazione, che poco prima delle leggi sulla chiusura dei conventi, i frati vendettero in tutta fretta "ad uno speculatore sardo che preferì il suo profitto al sentimento patriottico di conservare una tavola sì bella al suo paese", la grandiosa Tavola della Crocifissione (collocata nel chiostro) in cui erano ritratte diverse figure e personaggi storici, tra cui il sommo poeta Dante Alighieri. Secondo lo Spano, il Marghinotti attribuì quest'opera al Masaccio, ma egli la giudicò di "di pennello sardo". Il complesso ospitò l'inquisitore del Santo Ufficio ed, in seguito, l'Inquisizione spagnola prima del suo trasferimento nei nuovi locali di Is Stelladas. La soluzione architettonica adottata dall'architetto Fagnoni nel progetto della nuova chiesa dedicata a San Domenico, ha permesso di preservare le strutture originarie al di sotto del nuovo edificio, come cripta. La chiesa antica si presenta oggi al visitatore spoglia di abbellimenti. Gran parte degli arredi che la ornavano sono andati purtroppo dispersi, alcuni abbelliscono il San Domenico nuovo. Della cripta e del chiostro di San Domenico si possono ammirare oramai soltanto le nude forme architettoniche che rappresentano una delle più significative espressioni in città dell'arte gotica catalana.

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Necropoli di Bonaria

 

  la collina di Bonaria è storica e monumentale, perchè vi si trovano sepolture cartaginesi, e colombaj romani, mentre era la necropoli della parte dell'antica Cagliari sita nella sottoposta pianura" (G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861). Così il canonico Spano descriveva la vocazione cimiteriale del colle di Bonaria, scelto, nel corso dei secoli, da cartaginesi, romani e cristiani per dare l'estremo saluto ai loro morti. Se non resta traccia delle sepolture di epoca punica, lungo il pendio della collina, immerse nel verde del parco di Bonaria, sono ancora visibili, spesso nascoste sotto tetti di lamiera o grate di ferro, le tombe ad "arcosolio" scavate in epoca romana. Molte di queste tombe sono state distrutte dalle mine fatte esplodere, nel 1863, durante i lavori di ampliamento del Cimitero Monumentale di Bonaria. Nel 1888, in occasione di interventi di sistemazione del Cimitero, furono portati alla luce due ambienti funerari di epoca cristiana, databili intorno al IV secolo d.C. (come testimoniano alcune monete, una di Diocleziano e l'altra di Galerio, ritrovate in loco), di grande valore storico e archeologico: il cubicolo di Giona e la tomba di Munatius Irenaeus. Il cubicolo di Giona, scavato nella roccia del colle e rifinito con mattoni intonacati con la calce, ospitava diverse sepolture e deve il suo nome ad uno dei tre affreschi, dipinti sulle pareti, che aveva come protagonista il profeta Giona. Il dipinto è andato perduto e di esso rimangono solo alcune riproduzioni (quelle che vi mostriamo sono state tratte dal testo "L'enigma di Lucifero di Cagliari", di A. Figus, Fossataro, Cagliari, 1973). L'affresco raffigurane il profeta GionaL'affresco raffigurava (come indica l'immagine affianco) la scena di Giona gettato in mare dai suoi compagni, che viene ingoiato da un mostro marino e risputato, dopo tre giorni, su una spiaggia: come Gesù, morto e resuscitato il terzo giorno. La navicula PetriIn un altro affresco, invece, si distingueva la nave della Chiesa (la navicula Petri) con i dodici apostoli che pescano con la rete le anime degli uomini purificate dalle acque del mare che simboleggiano il battesimo; l'agnello che sale sulla nave rappresenta l'umanità redenta dal battesimo o, forse, Cristo stesso. Su un'altra parete dello stesso cubicolo, era dipinto Cristo Buon Pastore che pasce il suo gregge. Alcuni anni dopo la loro scoperta, gli affreschi, al contatto con l'aria, incominciarono a deteriorarsi. Per questo motivo il Vivanet dispose di farne redigere una copia in modo che ne rimanesse una testimonianza anche dopo la loro sparizione, come infatti è avvenuto. Egli ne affidò l'esecuzione ad un pittore locale. Queste riproduzioni vennero pubblicate, a cura dell' archeologo romano Giovanni Battista De Rossi, nel 1892, sul Bullettino di Archeologia Cristiana. Il cubicolo di Giona è visitabile all'interno del Cimitero Monumentale di Bonaria, e si trova a pochi metri dall'ingresso. La tomba di Munatius Irenaeus ospitava diverse sepolture ad arcosolio e tombe a fossa (formae), entrambe scavate nella roccia calcarea del colle. Al momento della sua scoperta, sulla parete di fondo dell'arcosolio (dove sono state ritrovate ben tre inumazioni) fu rinvenuta intatta un' iscrizione marmorea con la dedica della moglie Perpetua e del figlio Ireneo al defunto Munatius Irenaeus. L'iscrizione opistografa (che diceva: "Bonae memoriae homini bono Ireneo, rari exempli, qui vixit annis XLVI, mensibus VIII, diebus XVIII, horis V, Perpetua marito incomparabili et Ireneus patri contra votum fecerunt"), ossia con scritte su entrambe le facce, oltre ad indicare i meriti del defunto e la sua età al momento della morte (46 anni, 8 mesi, 18 giorni e 5 ore), conteneva anche un messaggio beneaugurale: "pax tecum sit in aeternum cum tuis" ("possa tu riposare in pace per l'eternità con i tuoi cari). La lastra è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. I bordi della lastra erano decorati di rosso ed ai lati erano collocati due pavoni simbolo, in antichità, di immortalità perché le loro carni erano considerate incorruttibili. La volta della tomba era affrescata con scene del Vangelo (due miracoli di Gesù, probabilmente la Guarigione del Paralitico e la Resurrezione di Lazzaro) e decorazioni floreali e uccelli che richiamavano un'immagine idealizzata del Paradiso. Questi affreschi oramai non sono più visibili. Anche di essi il Vivanet si preoccupò di farne realizzare una copia. Infatti, già dopo pochi anni dalla loro scoperta, essi, come quelli dipinti sulle pareti del cubicolo di Giona, al contatto con l'aria, cominciarono presto a deteriorarsi. Le riproduzioni a colori, realizzate sempre dal pittore locale Serpi, furono pubblicate nel 1892 sul Bollettino di Archeologia Cristiana. La tomba di Munatius Irenaeus è visitabile all'interno del Cimitero Monumentale di Bonaria. Altre tombe romane ad arcosolio ed a fossa (formae) sono nascoste nella scalinata di Bonaria che degrada verso viale Diaz. In prossimità del nuovo edificio in costruzione all'interno del Cimitero, durante gli scavi intrapresi nel 1987, è emersa una necropoli romana a cielo aperto (sub divo) risalente al II-III secolo d.C. In questa necropoli coesistono i due differenti rituali funerari diffusi in epoca romana: l'incinerazione (tipica dell'età repubblicana) e l'inumazione. E' curioso riscontrare, inoltre, che anche nella pratica del medesimo rito le tipologie tombali sono diverse. Si sono ritrovate infatti urne di vetro o di terracotta contenenti le ceneri di defunti deposte direttamente sul terreno, che fanno pensare a sepolture di persone poco abbienti. Nella stessa area ci sono tombe a tumulo, con la salma adagiata sul fondo di una fossa profonda oltre il metro e mezzo e coperta con delle tegole disposte a tettuccio, bloccate con delle pietre. La fossa era piena di terra e sopra vi era costruito il tumulo. Altre tombe invece presentano un tumulo a forma di botte (cupa). In alcune sepolture più modeste, il corpo del defunto era deposto direttamente sulla nuda terra e coperto con delle tegole o con dei frammenti di anfora (le cosiddette sepolture ad enchytrismòs). Particolarmente interessante è il mausoleo rinvenuto nella necropoli. Si tratta di una piccola costruzione in muratura con un bancale ed un ollario, cioè un blocco di pietra incavato, all'interno del quale è stato ritrovato un piccolo contenitore di vetro con le ceneri di un bambino. La presenza del mausoleo testimonia che all'interno del cimitero si praticavano dei riti comunitari. I romani dedicavano ai defunti due festività: i parentàlia, a febbraio, in occasione dei quali si usava portare delle offerte ai defunti e consumare dei pasti rituali sulle tombe; ed i lèmuria, a maggio, che avevano lo scopo di "placare" le anime dei defunti (i lèmuri), che si pensava vagassero per le case dei vivi. In queste particolari ricorrenze i parenti del defunto, seduti sul bancale, consumavano dei pasti comunitari. Si credeva che gli stessi defunti potessero partecipare, insieme ai vivi, a questi pasti conviviali, per questo negli ollari venivano inserite delle canalette che, in occasione delle festività, servivano per versarvi il vino o il miele. Anche durante il rito dell'incinerazione, sulle ceneri ancora calde si versava del vino e si brindava (rituale che ricorreva già presso i punici). Parte di questa necropoli romana è stata conservata sotto il nuovo edificio in costruzione all'ingresso del Cimitero Monumentale. La collina di Bonaria, insieme all'area cimiteriale di San Lucifero e di San Saturnino, apparteneva alla necropoli orientale della Cagliari romana. Un'altra necropoli si sviluppò ad occidente della città romana lungo viale Sant'Avendrace e nel colle di Tuvixeddu. Un'altro cimitero romano è stato rinvenuto nel viale Regina Margherita, esattamente dove sorge oggi l'agenzia funebre di Pani Erminio. Nel 1886, durante i lavori di costruzione delle fondamenta di un edificio vennero ritrovati, a otto metri di profondità, numerosi cippi funerari. Essi appartenevano ad una necropoli ad incinerazione all'interno della quale un piccolo settore era destinato ai militari della flotta del Tirreno, di stanza a Cagliari tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo d.C. La tipologia funeraria di queste sepolture è completamente diversa da tutte quelle che abbiamo descritto sinora. Si tratta infatti di epigrafi che riportano con precisione e dovizia di particolari tutti i dati personali del defunto: il nome, l'età, il grado militare e gli anni di militanza nella flotta. Oltre alla straordinaria rilevanza documentaria, considerata la ricchezza di informazioni sulla vita del defunto, sulla sua famiglia e sulla società del tempo rivelate dalle epigrafi, il loro ritrovamento ha consentito contemporaneamente di acquisire o confermare notizie storiche relative alla situazione dell'isola e della città, durante la dominazione romana. La presenza a Cagliari della flotta del Tirreno, infatti, che scortava le navi cariche di merci (soprattutto grano, minerali e sale) che salpavano verso la penisola, per proteggerle dall'attacco dei pirati, testimonia la grande importanza e la vivacità dei traffici commerciali che si svolgevano nel porto di Cagliari in epoca romana. Recentemente, nell'area dell 'ex albergo Scala di Ferro, tra via Torino ed il viale Regina Margherita, nel quartiere della Marina, durante i lavori per la costruzione dei parcheggi del nuovo edificio della Prefettura, sono state ritrovate alcune tombe di epoca romana. Si tratta più precisamente di quattro sarcofagi databili, ad una prima analisi, intorno alla fine del I secolo e l'inizio del II secolo d. C. I cippi rinvenuti sono ricchissimi di informazioni sulla vita del defunto. La zona, come è stato già osservato, al tempo dei romani era utilizzata come area di necropoli. Gli archeologi della Soprindendenza che hanno già effettuato i primi sopralluoghi, coadiuvati dall'osteologa Ornella Fonzo, potranno fornire informazioni più precise e dettagliate in merito a questo importantissimo ritrovamento soltanto dopo un esame più accurato sulle tombe. Dove si trova: in viale Bonaria. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva con l'autobus numero 5, 6, 7, 30 e 31. Orari di apertura: la necropoli all'interno del parco è aperta tutto il giorno, secondo gli orari del parco di Bonaria. All'interno del Cimitero si può visitare la tomba di Munatius Irenaeus. Per informazioni sulla necropoli romana rivolgersi allo: 070 6757610.

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Fullonica

 

Intorno alla seconda metà degli anni cinquanta, durante i lavori di ampliamento dell'edificio dell'INPS, all'angolo tra viale Regina Margherita e via XX Settembre, si rinvennero delle antiche costruzioni in muratura la cui scoperta sollecitò l'immediato intervento della Soprintendenza ai Beni Archeologici e Culturali di Cagliari. La campagna di scavi intrapresa in loco, riportò alla luce una struttura quadrangolare in muratura che circoscriveva un piccolo ambiente con due vasche ed un pozzo. La presenza delle vasche ed il confronto con costruzioni molto somiglianti ritrovate nella antica città romana di Pompei, condussero alla conclusione che si trattasse di una fullonica di epoca romana, risalente all'incirca alla fine del I secolo d.C. La fullonica nel periodo romano era una locale adibito al trattamento ed alla tintura dei tessuti. Si potrebbe paragonare ad una odierna tintoria. La struttura in muratura invece sembrerebbe appartenere ad un epoca più recente, probabilmente al V secolo d.C. Tuttavia, la mancanza di una analisi stratigrafica che non fu possibile eseguire al momento della scoperta, consente di avanzare solo delle ipotesi. La fullonica è costituita da due vasche utilizzate per la colorazione ed il lavaggio dei tessuti, da un pozzo e da un bancale in muratura. Molte curiosità suscita il pozzo, il cui contenuto non è stato ancora esplorato. Esso si presenta in una posizione di "rottura" rispetto all'ambiente circostante che fa presumere o che sia stato successivamente alla fullonica o che esso sia stato allargano in un secondo momento ampliandone le dimensioni iniziali.Il bancale invece poggia su l'unica parete presente nel piccolo ambiente. Non sono stati trovati infatti i muri perimetrali che forse vennero distrutti in antichità o forse il locale originario era molto più esteso di quanto non appaia oggi a distanza di secoli. Un tratto di pavimentazione in basolato, realizzato cioè con lastre di pietra di forma irregolare, suggerisce l'idea che si potesse trattare di un ambiente a cielo aperto, probabilmente un cortile. Sempre sul pavimento si osservano anche dei tratti di cocciopesto ed un mosaico centrale. Sul cocciopesto, che è un impasto ottenuto con cocci finemente pestati a cui si aggiungono acqua e calce (molto usato per rivestire cisterne e vasche dato il suo effetto impermeabilizzante), sono inserite delle tessere di mosaico a scacchiera, nero e bianco, ed altre lastrine di marmo colorato (soprattutto verde e bianco) a forma di losanga. I mosaici che circondano il pozzo disegnano figure di ispirazione marina: alligatori, delfini e ancore. Il mosaico più importante si trova ai piedi del bancale. Al centro presenta dei motivi a clessidra e dei cerchi che racchiudono delle margherite a sei petali. Sotto questi motivi c'è un iscrizione, sempre mosaicata, in cui si legge: Marcus Ploti Silisonis F. Rufus (Marco Plotio Rufo figlio di Silisone). Questa iscrizione indicherebbe il nome del proprietario della fullonica. Lo studio epigrafico dell'iscrizione ha rivelato l'appartenenza dell'intestatario ad una comunità medioitalica. Questo particolare è stato confermato e ricorre in un'altra iscrizione presente all'interno dell'ambiente della fullonica. Si tratta questa volta di una iscrizione incisa su un blocco utilizzato per la costruzione della muratura tardo antica. Questo blocco proveniva sicuramente da un monumento funerario con fregio dorico che si trovava nelle vicinanze della fullonica, ed era dedicato ad un Apsena, nome di origine medioitalica che attesta la presenza a Cagliari di una comunità etrusca. Smesso l'utilizzo del luogo come fullonica, la struttura venne completamente rasa al suolo, interrata, ed in epoca più recente vi si costruì sopra la struttura quadrangolare in muratura. L' ipotesi più plausibile circa la destinazione di questa nuova costruzione è che si trattasse di una struttura difensiva, accreditata anche dalla presenza di muri bugnati. Dall'osservazione dei rilievi eseguiti sul luogo al momento degli scavi (e che si possono vedere all'interno del palazzo INPS, appesi alle pareti della sala d'attesa) parrebbe che la struttura muraria innalzata sulla fullonica sia una "torretta", particolare che avvalorerebbe ulteriormente la tesi difensiva. Dove si trova: all'interno del Palazzo dell'INPS, con ingresso in via XX Settembre. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva con l'autobus numero 1, M e 6. Orari di apertura: la fullonica è visitabile, per ora, soltanto in particolari occasioni, tra le quali la manifestazione "Monumenti Aperti". Per informazioni: 070/605181.

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Cripta Santa Restituta

 

La cripta di Santa Restituta è una grotta, in parte naturale e in parte scavata artificialmente nella roccia, che la devozione popolare ha consacrato al culto della Santa, le cui origini sono ancora misteriose. La tradizione considera Restituta cagliaritana e madre di Sant' Eusebio, vescovo di Vercelli (vissuto nel IV secolo d.C.), martire per non aver voluto rinnegare la sua fede cristiana. Questa tradizione si basa, essenzialmente, su un' anonima biografia di Sant' Eusebio dell'VIII secolo ritenuta da molti studiosi "fantasiosa e poco credibile" (cfr. A. Piseddu, L'arcivescovo Francesco Desquivel e la ricerca delle reliquie dei martiri cagliaritani nel secolo XVII, Edizioni della Torre, 1997, pag.107). Una diversa interpretazione fa risalire il culto della Santa alle reliquie dei martiri che, nel VI secolo d.C., vennero portate in Sardegna dal nord Africa dai vescovi africani esiliati dal vandalo Trasamondo. Sarebbero stati proprio questi ultimi a conservarle nella cripta che avevano scelto come loro rifugio. Restituta, quindi, sarebbe una santa africana originaria di Teniza, il cui nome ricorre in una Passio del IV secolo, insieme ai 50 nomi di martiri di Abitine che subirono il martirio nel 304 d.C. Le reliquie della Santa, in realtà, vennero rinvenute nella grotta, durante gli scavi intrapresi alla ricerca dei corpi dei santi martiri cagliaritani nel 1614 su iniziativa dell'Arcivescovo di Cagliari Francisco Desquivel. Il 26 dicembre del 1614 i ricercatori trovarono, sotto una lapide marmorea (oramai andata perduta) su cui era incisa l'iscrizione latina: "Hic sunt reliquiae Sanctae Restitutae" un vaso di terracotta contenente parte delle ossa di un corpo umano con i tipici segni di bruciatura. Essi ritennero, in tutta buona fede e senza ombra di dubbio, che le ossa ritrovate appartenessero a Santa Restituta Questa scoperta convalidò la tradizione che narrava il suo martirio col fuoco. La credenza che le ceneri della santa fossero state sparse nella cripta portò alla nascita di una pratica superstiziosa: le madri cospargevano i figli con la polvere del luogo convinte che le sacre ceneri li avrebbero protetti dal vaiolo. Per porre fine a questi riti superstiziosi l'autorità religiosa ordinò che la cripta venisse chiusa al culto. Narrava lo Spano, nella sua Guida alla città e dintorni di Cagliari: "a sinistra scendendo (all'interno della cripta) vi si vede una cameretta che si venera come il preciso sito dove fu martirizzata la Santa; e perciò le donne ne avevano in molta divozione la polvere, e vi portavano i loro piccoli figli per farli coricare e rivoltolare nella polvere onde liberarli dal vaiolo senza che avessero bisogno della scoperta di Jenner. L'Arcivescovo Marongio Nurra, la fece chiudere per togliere l'occasione alle superstiziose ed agli abusi che vi commettevano le anime troppo credule e timorate". Risalgono al periodo del ritrovamento delle sante reliquie i lavori di ristrutturazione dell'ipogeo e la costruzione dell' altare a tre nicchie, ricavate nella roccia e completate con l'uso di mattoni e intonacate, che furono poi dipinte di rosso, giallo e verde con motivi geometrici. La nicchia centrale doveva ospitare la statua di Santa Restituta e le sue reliquie (per custodire queste reliquie e quelle delle vergini martiri Enedina, Giustina e Giusta, ritrovate insieme a quelle di Restituta nella cripta, fu ricavato nella roccia un reliquiario di forma quadrata chiuso da una porticina di legno che si può osservare tuttora alle spalle del simulacro della santa), mentre le due laterali erano forse riservate alle statue di Sant' Eusebio, vescovo di Vercelli, e di Sant' Eusebia abbadessa, ritenuti dalla tradizione figli di Santa Restituta. Nel 1620 fu edificato il grande altare addossato alla parete di fondo dell'ipogeo, decorato con un arco in cui sono scolpiti rosoni a forma di fiore che si alternano a punte di diamante, ad imitazione della volta della cripta della Cattedrale, fatta edificare proprio in quegli anni dall'arcivescovo Desquivel per ospitare le reliquie dei santi martiri cagliaritani venute alla luce durante la invencion de los cuerpos santos, e della volta del presbiterio della chiesa di Sant' Agostino. Le reliquie della Santa vennero conservate in una cassetta di legno foderata con velluto cremisi (secondo una usanza che diverrà caratteristica dei vari ritrovamenti di sante reliquie avvenuti nel XVII secolo) ed esposte all'adorazione dei fedeli. Esse scomparvero misteriosamente e si pensò che fossero andate perdute durante i bombardamenti del 1943. Con grande sorpresa invece, sono state ritrovate il 10 novembre del 1997 in un nascondiglio della chiesa di Sant'Anna, a Cagliari (Durante il riordino degli arredi della chiesa di Sant'Anna, in un ambiente della chiesa non più frequentato da decenni, vennero ritrovate cinque urne lignee rivestite di stoffe preziose contenenti reliquie Un cartiglio sulla fronte dell'urna principale, ormai quasi illeggibile, ne indicava il contenuto: "Reliquie della Gloriosa Santa Restituta Martire, che si trovarono assieme alle altre reliquie, nella catacomba di questa chiesa, il dì 26 dicembre 1614". Al suo interno i resti di un olla globulare in terracotta, del XIII secolo, assieme ad una certa quantità di ossa umane incinerate. Altri tre scrigni contenevano reliquie delle Sante Martiri Barbara, Vergine cagliaritana, Dorotea, Teodosia, Eugenia e di San Teodoreto Martire, mentre nell'ultimo riposavano i resti di almeno tre scheletri, privi di cartigli identificativi. Si tratta di quelle "urnette" che nel 1800, il can. Giovanni Spano segnalava conservate nell'altare maggiore della chiesa di Santa Restituta a Stampace, e che si credevano perdute ormai da cinquant'anni, in seguito agli ultimi eventi bellici. Tratto da: "La riscoperta delle reliquie di vari martiri trovate nella cripta di santa Restituta nel XVII secolo" di Mauro Dadea, in Cagliari, itinerari urbani tra Archeologia e Arte, Janus, 1999, a cura della Soprintendenza ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici delle Provincie di Cagliari e Oristano) Intorno al 1640-45 sopra la cripta, dove sorgeva, secondo la tradizione più antica, l'abitazione della santa, venne costruita la chiesa dedicata a Santa Restituta. Gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1943, la chiesa è stata sconsacrata ed i suoi locali sono ora utilizzati dalla GIOC. Ai primi anni del 1600, nel corso delle prime ricerche effettuate nella cripta, risale invece, il ritrovamento del ritratto marmoreo di Santa Restituta, che ora si trova nella nicchia centrale dell'altare costruito in occasione del ritrovamento delle sante reliquie. La scultura, ricavata in un unico blocco di marmo, rispecchia le caratteristiche stilistiche proprie dell'arte copta, particolare che avvalorerebbe l'origine africana del culto della Santa. Narra ancora lo Spano: "In uno degli altari vi è la statua di marmo di Santa Restituta molto antica, e dietro si vede una grata di ferro, dove è rinchiusa una cassetta foderata a vellutto rosso, piena di reliquie". Nella cripta è collocata la colonna del martirio. Intorno a questo simbolo si svilupparono riti fertilistici pagani. Recentemente la cripta è stata restaurata e riaperta al pubblico. Nei suoi ambienti sotterranei, ricchi di storia, si svolgono attualmente manifestazioni culturali. Oltre al culto di Santa Restituta, la grotta, nel corso dei secoli, ha avuto varie destinazioni. Il ritrovamento di una mazza e di alcuni bronzetti, ha fatto ritenere infatti, che la grotta fosse stata abitata sin dal periodo nuragico. I romani la utilizzarono come deposito di anfore e vi costruirono due grandi cisterne che si possono osservare tutt'oggi. Nel periodo bizantino ospitò una comunità di monaci o monache di culto ortodosso, come testimonia un affresco che ha la curiosa particolarità di vedersi chiaramente solo nei mesi estivi. Il dipinto, datato intorno al XIII secolo, rappresenta San Giovanni Battista con le dita unite in segno di benedizione: "...unendo al pollice il medio e l'anulare e tenendo distesi l'indice e il mignolo: nella simbologia della Chiesa greca, il mignolo indica la lettera iota (I) di Iesoùs (Gesù), l'indice e il medio incrociati la chi (X) di Xristòs (Cristo); le tre dita riunite indicano l'unità e la trinità di Dio, mentre le due tenute nettamente separate riaffermano il dogma della duplice natura di Cristo, umana e divina" (cfr. Mauro Dadea, Il Cristianesimo a Cagliari - Dalle Origini al XIII secolo, in Chiese e Arte Sacra in Sardegna, Arcidiocesi di Cagliari, Tomo Primo, Zonza Editori, 2000, pag. 57). Nel 1263 la cripta fu visitata dall'arcivescovo di Pisa Federico Visconti. Durante la seconda guerra mondiale la cripta servì da rifugio antiaereo. Purtroppo è legata ad un episodio doloroso: il 27 febbraio 1943, durante un bombardamento aereo, molti cagliaritani trovarono la morte all'ingresso della grotta dove avevano invano tentato di trovare riparo. Una lapide, affissa di recente, ne ricorda il sacrificio. Dove si trova: la cripta si trova nello storico quartiere di Stampace, in via S.Efisio. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva facilmente a piedi dal centro della città. Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle ore 10,30 alle ore 13. Chiuso il lunedì. Ingresso gratuito. Per informazioni: 070/41108.

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Complesso di San Lucifero

 

Il Complesso di San Lucifero circoscrive tre ambienti funerari di epoca romana, databili intorno al III-IV secolo d.C., che furono poi trasformati in luoghi di sepoltura cristiani ed utilizzati, con questa destinazione, sino al VI-VII secolo d.C. Essi vennero riportati alla luce nel '600 durante la spasmodica ricerca dei corpi dei santi martiri cagliaritani (la cosiddetta "invencion de los cuerpos santos"), voluta dall'arcivescovo spagnolo Francisco Desquivel. La "invencion des los cuerpos santos" non può essere considerata disgiunta dalla disputa molto vivace, sorta dal 1574, tra il vescovo di Sassari ed il vescovo di Cagliari (cui si aggiunse nel 1611 l'arcivescovo di Pisa) che si contendevano il titolo di Primate di Sardegna e Corsica. L'annoverare il maggior numero possibile di reliquie di cristiani morti in nome della fede divenne l'elemento principale a sostegno della più antica tradizione cristiana per poter rivendicare il titolo primaziale. Particolare importanza assunse allora individuare il sepolcro del grande vescovo cagliaritano Lucifero strenuo difensore del credo ortodosso contro l'arianesimo, morto a Cagliari intorno al 370 d.C. Secondo la tradizione cagliaritana, accolta dallo storico G. F. Fara nel suo "De Rebus Sardois", il vescovo Lucifero sarebbe stato sepolto "prope ecclesiam calaritanam" e "sub illius invocatione templum constructum". Un ulteriore riferimento ad una chiesa dedicata a san Lucifero i ricercatori dell'epoca lo rinvennero nella Passio dei Santi Lussorio, Cesello e Camerino, che riferendosi alla sepoltura di questi due santi martiri dice:"...et sepelierunt eos (Cesello e Camerino) in loco ubi nunc est ecclesia Sancti Luciferi confessoris...". L'unica chiesa cagliaritana (ecclesiam calaritana) all'epoca della redazione della Passio (che risalirebbe al IV secolo d.C.) era la Basilica di San Saturnino, non avendo testimonianze sull'esistenza in quegli anni di un'altra chiesa cittadina. Sulla base di queste indicazioni si iniziarono le ricerche nell'area di San Saturnino, allora circondata da campi e orti. Scavando in mezzo agli orti, nel 1615, si trovò una cappella in mattoni che, al posto dell'altare, dentro una nicchia ricavata nel muro, conteneva un sarcofago di marmo che all'apertura rivelò un corpo umano "da cui emanava celestiale profumo". Erroneamente si ritenne di aver trovato la sepoltura di San Lucifero. Nel prosieguo delle ricerche, nella stessa area, si ritrovarono altre due tombe che conservavano ossa di bambini ed una piccola lastra marmorea con incisa la scritta: Cisel. Questa scritta confermò ai ricercatori che si trattava della tomba dei santi Cesello e Camerino che la Passio di San Lussorio descriveva come due martiri bambini, i cui corpicini, dopo morti, furono crudelmente dati in pasto ai cani nello stesso giorno del martirio del Santo di Fordongianus. Quindi lì vicino doveva esserci senz'altro la tomba del martire. Le attese non rimasero deluse. Il 23 febbraio del 1615 si credette di trovare la tomba di San Lussorio. Su un mosaico che decorava il sepolcro si lesse la scritta: BONE MEM B M LUXU US REQUIEVIT IN PACE. Le lettere "B M ", vennero interpretate come le iniziali di "BEATUS MARTIR", e non come BONAE MEMORIAE, che ne è il significato corretto. Questa interpretazione erronea si ripeterà per tutte le iscrizioni ritrovate nei sepolcri cristiani scoperti nel '600 e su essa si baserà l'attribuzione del martirio. Intorno alle reliquie di San Lussorio si creò un grosso equivoco, ancor oggi irrisolto. Infatti, secondo le cronache e la tradizione cristiana, il santo, ufficiale di Diocleziano, subì il martirio a Fordongianus (Forum Traiani) dove fu sepolto. Il presunto sepolcro ritrovato nel '600, fa ipotizzare che le sue reliquie siano state traslate successivamante a Cagliari, come testimonia l' iscrizione mosaicata scritta in latino ormai volgarizzato, risalente quindi ad una seconda sepoltura. Ma altri luoghi rivendicano il possesso delle reliquie del santo: la chiesa di Pavia, dove le portò Liutprando che le avrebbe acquistate dai vandali con quelle di Sant'Agostino; la chiesa di Pisa, che se ne impadronì nel 1088, insieme con quelle di Sant'Efisio e San Potito, che giacevano a Nora. Un'altra tesi sostiene che le reliquie si trovino custodite a Fordongianus, dove Lussorio fu martirizzato, nella cripta indicata dalla tradizione popolare come il luogo del martirio e sulla quale sorse la chiesa dedicata al santo. In realtà potrebbe essere accaduto che dopo il trasferimento a Cagliari delle spoglie di Lussorio, parte di esse rimasero in città (e furono poi rinvenute nel '600), una parte fu traslata a Pavia da Liutprando ed il resto delle spoglie venne portato a Pisa nel 1088. Nonostante queste perplessità, la scoperta della tomba di San Lussorio nel '600, fu accolta con grande entusiasmo e per l'occasione si organizzò una solenne processione, durante la quale si sparò a salve per tributare i dovuti onori militari al santo, ufficiale dell'esercito romano, di cui per otto giorni dal pulpito della cattedrale si acclamarono le lodi. Nel frattempo gli scavi continuarono e nello stesso anno si trovò un'altra chiesa sotterranea che, dalle prime sepolture ritrovate, venne intitolata ai Santi Rude ed Eliano. Le reliquie del grande vescovo Lucifero si rinvennero soltanto nel 1623, nella terza chiesa sotterranea. Procedendo negli scavi i ricercatori riportarono alla luce una lastra di marmo, che al momento del ritrovamento ruppero in quattro parti. Sul marmo erano incise le seguenti parole: HIC IACET BM LUCIF CRUS ARCEPIS CALLAPITANUS PRIMARIUS SARDINE ET CORCICE.CA FL S R ME ECLESIAE QUE VIXIT.ANNIS LXXXI.K.DIE XX MAI Sulla lapide erano scolpite anche: la croce patriarcale con ai lati due palmette, una rosetta ad otto petali, l'aquila bicipite ed il crismon. La convinzione di aver trovato il sepolcro di San Lucifero fu confermata dal ritrovamento di una tomba in mattoni e calce, coperta da una lastra di pietra, dentro la quale giacevano ossa umane. In prossimità del petto era poggiata una piccola lastra marmorea triangolare con la scritta: A. LUCIFER EPP ed una piccola croce. La gioia, quando si sparse la voce della grandiosa scoperta, fu incontenibile. Il 24 giugno del 1623, una solenne processione accompagnò le sacre reliquie nella cripta della cattedrale. Esse riposano, ancora oggi, nell'altare della cappella dedicata al grande vescovo cagliaritano. Sull'architrave della porta della stessa cappella, dal lato interno, il successore del Desquivel, l'arcivescovo Ambrogio Machin, fece murare le iscrizioni marmoree ritrovate nel santuario del santo. Nel '600 non si ebbero dubbi circa l'autenticità del ritrovamento. Del resto le iscrizioni marmoree parlavano chiaro: non poteva che trattarsi delle spoglie del vescovo Lucifero. Qualche dubbio però è lecito sollevarlo. Gli studi effettuati nel corso degli anni su queste lapidi hanno portato a risultati molto diversi. Il Mommsen nell'800 liquidò la lapide come un falso, giudizio che estese a tutte le iscrizioni ritrovate nel 1600. Altri studiosi si sono mostrati più prudenti. Uno studio epigrafico più recente, condotto dal Galimberti, ha concluso che si tratta certamente di una iscrizione molto più tarda rispetto al periodo in cui morì San Lucifero. L'utilizzo di un latino poco corretto avvalora questa tesi, che troverebbe conferma anche nei diversi rimaneggiamenti che subì il sepolcro nel corso dei secoli. Quindi si può presumere che dopo una prima sepoltura, ne intervenì una seconda in età più tarda, epoca a cui risalirebbe l'iscrizione trovata nel '600. Tre delle chiese sotterranee in cui nel XVII secolo si ritrovarono sante reliquie, si conservano ancora oggi sotto la chiesa di San Lucifero. Il primo di questi ambienti, conosciuto come Sacello di San Lucifero, situato sotto il presbiterio della chiesa omonima, è quello dove venne ritrovano il sepolcro del Santo. Dopo il prezioso ritrovamento, il luogo fu abbandonato e sino a pochi anni fa era utilizzato come magazzino e per le attività parrocchiali. L'edificio, che oramai ha perduto la sua originaria fisionomia, soprattutto dopo che è stato costruito un soppalco in cemento armato, è visitabile e mostra alle pareti una serie di illustrazioni che ne raccontano la storia. Nel 1937 venne costruito un passaggio che lo mette in comunicazione con il Sacello dei Santi Rude ed Eliano. Anche questa seconda chiesa sotterranea dopo l'entusiasmo del 1600, venne chiusa per essere riaperta solo nel 1830 per depositarvi le ossa del cimitero parrocchiale. Rivalutato agli inizi del 1900, l'edificio si presenta ancora costruito in mattoni, mentre si è persa l'originaria volta a crociera retta da quattro pilastri, sostituita dalla seicentesca volta a botte. Il pavimento, a spina di pesce, risale al XX secolo. In questo ambiente si rinvennero diverse sepolture "seconde" cioè di persone seppellite altrove ed in seguito trasferite in questo luogo, come attestano le epigrafi ritrovate sulle tombe. Sulla parete ad ovest dell'ampio ambiente principale se ne apre un altro più ristretto con nicchie alle pareti, che conserva al centro un antico sarcofago in pietra. Dal Sacello di Rude ed Eliano si accede al terzo ambiente, il Sacello di San Lussorio di cui si è conservata solo una piccola parte dove sono visibili sepolture ad arcosolio. Questo luogo, dopo la scoperta delle contestate reliquie del santo martirizzato a Fordongianus e di altre presunte reliquie di santi martiri, fu abbandonato. Le cronache del seicento documentarono con grande accuratezza e dovizia di particolari tutti i ritrovamenti effettuati. Molti sono gli schizzi pervenuti sino a noi che ci aiutano a ricostruire, seppur a distanza di secoli, l'aspetto originario dell'area cimiteriale di San Lucifero e San Saturnino. Paragonando i disegni delle tre chiese sotterranee realizzati da alcuni improvvisati artisti che assistettero agli scavi, con la necropoli della via Sacra (a Roma), è emerso che i "santuari" ritrovati nel '600, erano in realtà dei mausolei in laterizi con tettuccio a forma di casetta. La gran parte di questi mausolei risalgono ad epoca romana (esattamente al II secolo d.C.) ed attestano l'esistenza in questa zona della città di una necropoli di persone facoltose. I ricchi sarcofagi ritrovati all'interno di questi mausolei venivano sicuramente commissionati oltre mare, a Roma soprattutto. Alcuni di essi sono stati murati nella cripta della Cattedrale di Cagliari e abbelliscono le cappelle di San Lucifero e San Saturnino. Altri ancora si possono ammirare al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Essi rivestono una grande importanza per capire come i romani affrontavano l'evento della morte e come essi immaginavano l'aldilà. Molto significativi a questo riguardo sono due sarcofagi originari della necropoli di San Lucifero e San Saturnino, conservati al Museo archeologico: il sarcofago delle Nereidi ed il sarcofago delle stagioni. Il sarcofago delle Nereidi raffigura un medaglione centrale, in cui è scolpita una figura femminile che suona il liuto: essa rappresenta la defunta. Sullo sfondo di un ambiente marino si scorgono le agili figure di amorini che giocano tra le onde, mentre sulla parte superiore, nereidi giaciono in grembo ai tritoni. Tutta la scena è pervasa da un'atmosfera festosa. I romani credevano che l'aldilà si trovasse oltre l'oceano e che il viaggio verso l'oltretomba avvenisse a cavallo dei tritoni. Il sarcofago delle stagioni esprime una simbologia differente. Il medaglione centrale in cui è raffigurata la defunta che tiene in mano un libro, è sorretto da due Vittorie alate che rappresentano la vittoria della vita sulla morte. Sotto il tondo centrale, si vedono figure di amorini che piggiano l'uva. Ai lati sono scolpite la stagioni: l'inverno e la primavera, sul lato sinistro; l'estate e l'autunno, sul lato destro. L'uva pigiata che si trasformerà in vino simboleggia il passaggio dalla morte alla vita dell'aldilà, immagine che verrà ripresa dal cristianesimo per significare la resurrezione. Le stagioni ed il loro avvicendarsi invece sono paragonabili al susseguirsi dei diversi stadi della vita. Nella cappella di San Saturnino, nascosto dietro il mausoleo funebre del piccolo Carlo Emanuele di Savoia, tra le nicchiette in cui riposano le spoglie di alcuni santi martiri cagliaritani, è incastonato il sarcofago che potremo definire di Amore e Psiche. Al centro è scolpito il medaglione che raffigura un busto maschile con un libro in mano, rappresentazione del defunto a cui la lapide era dedicata, sorretto da due Vittorie alate. Nella parte inferiore sono scolpite due figure: alla destra giace una figura che simboleggia il mare insieme ad un amorino che gioca con un delfino. La figura femminile seminuda giacente alla sinistra, è la terra con ai piedi un amorino che gioca con un animale. Su entrambi i lati Amore e Psiche si abbracciano teneramente, simboleggiando l'amore divino che attende il defunto. Nella stessa cappella, sull'altare centrale è murato un altro bellissimo sarcofago romano su cui sono scolpite figure di genietti che suonano ognuno un diverso strumento musicale. Letture: per chi volesse approfondire la disputa sul primato arcivescovile in Sardegna e la invencion de los cuerpos santos, suggeriamo la lettura del volume: "L'arcivescovo Francisco Desquivel e la ricerca delle reliquie dei martiri cagliaritani nel secolo XVII", di Antioco Piseddu, Edizioni della Torre, 1997. Per informazioni approfondite sulla Passio di San Lussorio suggeriamo la lettura del volume: "Fordongianus, memorie litiche, immagini, frammenti di storia civile e religiosa", di Mario Zedda, Zonza Editori. Dove si trova: l'ingresso al Complesso è in via San Lucifero, 78. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: con l'autobus numero 1 e M, fermate di via Sonnino. Orari di apertura: il sabato dalle ore 10 alle ore 12,30 e dalle ore 17 alle ore 20; la domenica dalle ore 10,30 alle ore 12,30; tutti gli altri giorni solo su richiesta. Ogni secondo e quarto fine settimana del mese l'Associazione Urbs Urbium vi guiderà gratuitamente alla scoperta di questi ambienti sotterranei. Per informazioni: 070/656617.

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Villa di Tigellio

 

La Villa o casa di Tigellio, come è stata impropriamente definita, circoscrive in realtà, i ruderi di tre abitazioni private romane che uno stretto vicolo separa da ciò che rimane di antiche terme. Costruita intorno al II secolo d.C., la Villa sarebbe appartenuta, secondo una tradizione popolare, al poeta e cantore sardo Tigellio Ermogene, amico di Cesare ma inviso a Cicerone ed Orazio. La prima delle tre domus, tutte ad atrio tetrastilo, ossia ornate da tre colonne nella facciata, è conosciuta come la "casa del tablino dipinto", in quanto la stanza adibita a sala da pranzo era riccamente decorata con dipinti parietali. La seconda domus è stata ribattezzata la "casa degli stucchi", anch'essa era decorata con stucchi e mosaici, ritrovati durante i lavori di scavo dello scorso secolo. Della terza domus sono rimaste scarse testimonianze che non consentono di ipotizzarne una descrizione. Si può soltanto osservare come, anche quest'ultima, sia dotata di atrio tetrastilo. Dove si trova: la villa di Tigellio si trova in via Tigellio, una traversa del Corso Vittorio Emanuele, nel cuore della città moderna. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva facilmente a piedi dal centro della città o con l'autobus numero 1 (fermate di Corso Vittorio Emanuele). Orari di apertura: la Villa è chiusa al pubblico per cui la si può vedere solo dall'esterno attraverso la cancellata. Visite guidate sono organizzate soltanto in particolari occasioni, tra le quali la manifestazione "Monumenti Aperti". Per informazioni: 070/605181.

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Cavità di via Vittorio Veneto

 

L'apertura al pubblico della cavità sita in via Vittorio Veneto (il cui ingresso è posto di fronte al numero civico 40) rappresenta una novità assoluta dell' edizione straordinaria della manifestazione Monumenti aperti del 5 e 6 maggio 2001. Si tratta in realtà di una ambiente scavato dall'uomo in epoca antichissima sul quale al momento non è possibile pronunciarsi con assoluta certezza perchè sono ancora in corso gli studi su questo sito e sul suo utilizzo. La cavità si presenta al visitatore come uno spazio sotterraneo molto ampio che occupa una superficie di circa 150 metri, sorretto da cinque pilastri di roccia calcarea scolpiti durante gli scavi antichi per sorreggere l'intera struttura (pare esistesse anche un sesto pilastro di cui si notano i segni sulla volta). In origine esso era utilizzato come cava estrattiva di blocchi calcarei e solo successivamente fu adibito a cisterna, sorte che condivise con diverse altri sotterranei presenti nella zona (tra cui anche il non lontano cisternone dell'Orto dei cappuccini). Già lo Spano, nella sua ottocentesca Guida alla città e dintorni di Cagliari, ne parlava: "Nella vicina collina per andare alla Necropoli (di Tuvixeddu) se ne vedono altri (serbatoi) scavati come questi nella nuda roccia. Si può credere che siano opere dei primi popoli, e che i Cartaginesi poi li abbiano ingranditi di mano in mano che la città cresceva in popolazione. I romani li tennero in gran conto, e si vedono i loro lavori che annunziano una età posteriore, perchè nel fare gli sfiatatoi, hanno dovuto bucare le sepolture che prima v'esistevano di carattere greco e punico". La conversione della cavità da cava di estrazione a cisterna per il momento rimane soltanto un'ipotesi. Infatti, sulle pareti sino a poco tempo fa interamente coperte di detriti, non si sono rinvenute tracce di impermeabilizzazione in cocciopesto, impasto ottenuto con cocci finemente pestati a cui si aggiungono acqua e calce, molto usato per rivestire cisterne e vasche dato il suo effetto impermeabilizzante. Un' ulteriore esplorazione sul pavimento della cavità, che attualmente è ben al di sopra della sua base originaria, potrà fornire risposte più certe al riguardo. La cavità si trova molto vicino alla necropoli punica di Tuvixeddu (come ricordava lo Spano) le cui tombe a pozzetto sono tagliate da un lungo tratto di acquedotto romano. La presenza di una bancale scolpito sulla roccia, molto simile a quelli ritrovati nella cripta di Sant'Efisio, fanno pensare che la cavità abbia dato asilo anche ad una comunità monastica che si raccoglieva in preghiera sul sedile di pietra. Non si esclude nemmeno un più tardo utilizzo della cavità come ricovero per il bestiame. Durante il secondo conflitto mondiale la cava divenne sicuro riparo per sfuggire alle bombe sganciate dagli aerei nemici. La presenza umana in quegli anni è testimoniata anche dal ritrovamento di un primitivo impianto elettrico. Nel dopoguerra gli ampi spazi della cava ospitarono le famiglie cagliaritane le cui abitazioni furono distrutte dai bombardamenti. La cavità è stata riscoperta e rivalutata di recente, in seguito all'intervento del comune di Cagliari sollecitato da alcune associazioni cittadine. L'accesso alla struttura è stato reso possibile in seguito alla rimozione di alcune abitazioni fatiscenti che ne ostruivano l'ingresso. Dove si trova: l'ingresso della grotta è sito in via Vittorio Veneto proprio di fronte al numero civico 40, in un piccolo spiazzo adibito a parcheggio. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva vicino con l'autobus numero 5 (fermate a metà altezza di viale Merello), poi si prosegue a piedi svoltando per la traversa di via Vittorio Veneto. Oppure con l'autobus numero 1 o 10 (fermate di viale Trento), si prosegue poi a piedi per la salita di via Zara e via Giusti sino alla via Vittorio Veneto. Orari di apertura: la cavità è stata aperta al pubblico per la prima volta in occasione della edizione straordinaria della manifestazione "Monumenti Aperti" del 5 e 6 maggio 2001. Per informazioni contattare il gruppo speleologico Specus (via Santa Gilla, 115 Cagliari 0338/2774790) oppure l'associazione Tanit (via Mandrolisai, 10 Cagliari 070/292195). 

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Orto dei Cappuccini

 

 l'Orto dei frati Cappuccini di viale Fra Ignazio conserva al suo interno diverse cisterne che per lungo tempo si pensò essere state scavate dai punici. Anche il canonico Spano, nella sua Guida della città e dintorni di Cagliari del 1861, ne parla: "Nell'orto di questo Convento si possono vedere i due più grandi serbatoi d'acqua dell'epoca cartaginese. Quello a destra poteva contenere più di 10 mila litri d'acqua. In alcune parti è così ben conservato che potrebbe utilizzarsi per il pubblico; come difatti in vicinanza ve n'è una porzione in attività". All'epoca in cui scriveva lo Spano l'estensione della proprietà dei frati Cappuccini comprendeva un'area molto più vasta rispetto a quella attuale, che era compresa tra il viale Buoncammino (a nord), l'anfiteatro romano (ad est), il viale Merello (ad ovest) e la via Don Bosco (a sud). Nel 1800 il comune di Cagliari acquisì gran parte dell'area occupata dal convento, più 12.000 metri quadri d'orto, per costruirvi la Casa di Riposo per anziani intitolata a Vittorio Emanuele II, operante ancora oggi. Ai frati rimase quindi soltanto la superficie delimitata dalla chiesa, confinante con la Casa di Riposo. Le cisterne più significative si trovano attualmente all'interno dell'orto della Casa di Riposo. Diversi studi effettuati in loco hanno rivelato che le cosiddette "cisterne" sono in realtà antiche cave di estrazione di blocchi di calcare, risalenti ad epoca romana (coeve sicuramente alla costruzione dell'anfiteatro e databili intorno al II° secolo d.C.) solo successivamente riutilizzate in funzione di cisterne per raccogliere l'acqua piovana. Una di queste cisterne in particolare, conosciuta per la sua spettacolare ampiezza come Cisternone Vittorio Emanuele II, suscita un grandissimo interesse. Esso nacque in origine come latomia da cui vennero ricavati i blocchi di calcare che servirono per edificare l'ala meridionale della cavea dell' anfiteatro romano. Infatti, i tagli operati nella parete dagli schiavi sacrificati a questo durissimo lavoro, sono perfettamente visibili tutt'ora. Solo in seguito la struttura venne rivestita quasi interamente di cocciopesto (un impasto ottenuto con cocci finemente pestati a cui si aggiungono acqua e calce, molto usato per rivestire cisterne e vasche dato il suo effetto impermeabilizzante) per impedire all'acqua di filtrare attraverso le pareti, ed adibita a cisterna. Il cisternone è collegato all'anfiteatro da una galleria sotterranea (che attraversa viale Fra Ignazio) lunga 96 metri che convogliava nella grande vasca le acque piovane che si raccoglievano nelle gradinate dell'anfiteatro. Questo canale è ancora oggi tranquillamente percorribile e dentro l'anfiteatro è visibile l'imbocco (attraverso un altro ramo del canale le stesse acque raggiungevano, quasi sicuramente, anche le cisterne dell' Orto botanico). La cisterna ha una profondità di 130 metri, misura 180 metri di larghezza e si innalza in altezza sino a 8 metri. Essa poteva contenere sino ad un milione di litri d'acqua! Le sue altissime pareti sono segnate per sempre dal livello raggiunto dall'acqua piovana. Una volta cessato il suo utilizzo come cisterna (a causa di crepe prodottesi nelle pareti), questo ambiente venne trasformato in un carcere come testimoniano le trenta anelle ricavate nella roccia alle quali venivano legati i condannati, attraverso robuste catene o corde. Sicuramente i reclusi del cisternone erano destinati a morire nei giochi che si svolgevano nel vicino anfiteatro. Una grande curiosità ha suscitato nel 1997 (l'8 agosto) la scoperta, in prossimità di una delle anelle, di un graffito paleocristiano ancora di incerta datazione. Esso rappresenta una nave mercantile romana a due alberi che simboleggia la Navicula Petri, ossia la nave della Chiesa. " Il graffito, in maniera rozza e schematica, ma allo stesso tempo abbastanza precisa, rappresenta una nave da trasporto romana a due bracci: l'albero di maestra ha la vela spiegata, gonfiata dal soffio dello Spirito Santo, ed il suo lembo inferiore forma la traversa di una croce. A circa i quattro quinti della sua altezza è tracciato un occhiello ricurvo, a formare la lettera P (il rho dell'alfabeto greco, corrispondente alla R latina), che unito alla X (la chi greca, corrispondente alla CH latina), forma la cosiddetta "croce monogrammatica", con le iniziali della parola greca Chr(istòs). Dai bracci della croce pendono le lettere alpha e omega, la prima e l'ultima dell'alfabeto greco. Queste, nel libro dell'Apocalisse, esprimono l'eternità e quindi la divinità di Cristo:" Io sono l'alpha e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine" (Ap. 1,8). la croce è il simbolo della Fede (1 Cor. 1,23), il pesce graffito all'incrocio dei suoi bracci è simbolo della Carità (Gv. 21, 9-13; Rom. 5,8), l'ancora ai suoi piedi è simbolo della Speranza (Eb. 6,19), per cui si avrebbe una delle più antiche raffigurazioni delle tre Virtù teologali, verie volte menzionate in questo stesso ordine negli scritti di San Paolo (1 Cor. 13,13; 1 Ts. 5,8)" (tratto da: "La cisterna dell'orto dei cappuccini e il graffito paleocristiano", di M. Dadea, in Cagliari, itinerari urbani tra Archeologia e Arte, Janus, 1999). I dodici apostoli sono raffigurati sulla prua con dodici linee verticali mentre lanciano in mare la rete che li renderà, simbolicamente, pescatori di uomini, come aveva loro comandato il Maestro ("Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono", cfr. Mt 4, 18-20). Una firma non perfettamente leggibile attribuirebbe il graffito ad un Ianuario o Ianuaria. Esso è stato datato al IV secolo dopo C., ossia intorno agli anni 304-305 durante l'impero di Diocleziano, che fu l'ultimo imperatore romano a perseguitare i cristiani. Questa collocazione cronologica induce a pensare che il graffito sia stata l'ultima testimonianza di fede di un discepolo di Cristo imprigionato e destinato a morire nell'anfiteatro. Il graffito del cisternone rappresenta un unicum nella iconografia paleocristiana, anche se la simbologia della nave utilizzata per indicare la Chiesa di Cristo non è rara nelle raffigurazioni dei primi anni del cristianesimo. Alcune similitudini sono state individuate con un affresco ritrovato, sempre a Cagliari, nel cosiddetto Cubicolo di Giona all'interno del Cimitero Monumentale di Bonaria. Alcune perplessità intorno alla datazione del disegno sono motivate tuttavia dalla presenza della croce monogrammatica, di incerte origini, che si diffuse soltanto in epoca costantiniana quando ormai il cristianesimo era liberamente praticato. Si potrebbe ipotizzare allora che il graffito risalga ad un epoca successiva alle persecuzioni e che il cisternone divenne nei secoli un luogo di pellegrinaggio cristiano dove rendere omaggio a tutti coloro che vi furono imprigionati e che, per amore di Cristo, sacrificarono la loro vita. Dove si trova: il cisternone si trova all'interno dell'Orto della Casa di Riposo per anziani Vittorio Emanuele II. Ci si accede da viale Fra Ignazio o da Vico I° Merello. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva con l'autobus numero 5 (fermate di viale Merello) o con l'autobus numero 8 (fermate di viale Buocammino). Orari di apertura: L'Orto ed il cisternone per il momento sono accessibili al pubblico soltanto in occasione della manifestazione "Monumenti Aperti". Per informazioni contattare il Gruppo Speleologico Centro Studi Ipogei Specus, via Santa Gilla, 115 Cagliari - Tel. 0338/2774790.

 

Spiaggia del Poetto

Spiaggia del PoettoIl Poetto si affaccia sul Golfo degli Angeli ed è la spiaggia principale della città, e dista solo una corsa in autobus da cinque a dieci minuti dal centro della città. Numerosi chioschi di una certa eleganza lungo la spiaggia servono aperitivi, bevande in genere, panini e snack, e sono aperti giorno e notte per tutta l'estate con spesso l'aggiunta di musica dal vivo  o dj. Li scenario di sabbia bianco che va avanti per chilometri è accresciuto dalla presenza dello scenografico promontorio della Sella del Diavolo, che domina dall'alto il promontorio di Marina Piccola. Tutte queste caratteristica, vicinanza alla città, bellezza, presenza di servizi fanno del Poetto la spiaggia preferita dai cagliaritana nella stagione estiva o in qualsiasi altra giornata soleggiata nel resto dell'anno.

Il Poetto

Curiosità: il Poetto è la spiaggia più grande ed affollata di Cagliari ed è sicuramente una delle più belle del Mediterraneo. E' una bianca distesa di sabbia finissima che si estende per otto chilometri, dalla Sella del Diavolo sino al litorale di Quartu Sant' Elena. Il nome della spiaggia si pensa derivi da una torre soprannominata "del Poeta", che si può osservare ancora oggi sulla collinetta della Sella del Diavolo e che fu costruita, insieme a tante altre, diversi anni orsono per difendere l'isola e la città dagli attacchi dei terribili pirati barbareschi. Il poetta a cui deve il suo nome era il latino Ennio che da quel privilegiato punto d'osservazione dove il mare si confonde con l'azzurro del cielo, trovava forse ispirazione per le sue opere. Si può ipotizzare anche che l'origine del nome "Poetto" derivi dal catalano "pohuet" che significa pozzetto, in riferimento ai numerosi pozzi e cisterne per la conservazione dell'acqua piovana sparsi sul colle. La frequentazione del Poetto come spiaggia privilegiata dai cagliaritani iniziò nei primi decenni del 1900. Prima di allora i cagliaritani amavano bagnarsi nelle acque della spiaggetta di Giorgino, nella parte opposta del Golfo più riparata dal potente vento di Maestrale. Dal quel momento cominciarono a sorgere le prime strutture di accoglienza (gli storici "Lido" e il "D'Aquila"), i chioschetti per i rinfreschi ed anche un ospedale, l'Ospedale Marino. Molti ricordano con nostalgia i caratteristici "casotti", le piccole abitazioni in legno costruite per ospitare bagnanti e vacanzieri, disseminate lungo tutta la spiaggia. I "casotti" con profondo rammarico dei cagliaritani, vennero rimossi interamente nel 1986 per motivazioni di natura igienico - sanitaria. Il Poetto offre tutti i servizi di ristoro e di intrattenimento: stabilimenti balneari, docce, ristoranti, pizzerie e sale da ballo. Lungo tutto il litorale si incontrano i caratteristici "baretti" che sono il ritrovo preferito dei cagliaritani soprattutto nelle calde notti d'estate. La sera sul Poetto arrivano le luci e la musica del vicino Luna Park, il Cavalluccio marino. Nei mesi estivi sulla spiaggia si organizzano numerose manifestazioni musicali e sportive. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva direttamente con gli autobus PF, PN e PQ, che partono da piazza Matteotti (di fronte alla stazione delle Ferrovie di Stato), con l'autobus QS. Nei mesi estivi si aggiungono il 9P (che parte da piazza S.Michele) e il 3P (che parte da piazza S.Giovanni).

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La Sella del Diavolo

Curiosità: la Sella del Diavolo è il nome dato alla collina che domina la spiaggia del Poetto ed il porticciolo di Marina Piccola. Questo nome così originale gli deriva da una antica leggenda. La leggenda narra che Lucifero, l'Angelo che si ribellò all'Onnipotente, sconfitto dagli Angeli precipitò in mare e la sua sella si conficcò sulla collina pietrificandosi, lasciando così l'impronta che caratterizza questa piccola altura. Da quel momento in poi, racconta sempre la leggenda, il Golfo fu protetto dagli Angeli. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva direttamente con gli autobus PF, PN e PQ, che partono da piazza Matteotti (di fronte alla stazione delle Ferrovie di Stato), con l'autobus QS. Nei mesi estivi si aggiungono il 9P (che parte da piazza S.Michele) e il 3P (che parte da piazza S.Giovanni).

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Torre di Calamosca

Curiosità: la torre di Calamosca venne costruita dagli spagnoli nel 1638. Insieme alle altre torri edificate lungo il litorale sardo, anch'essa rientrava nel disegno difensivo degli spagnoli preoccupati di tutelare le coste da possibili minacce provenienti dal mare. La torre è collocata sul promontorio di Calamosca, da cui ha preso il nome, ed è situata a 54 metri sopra il livello del mare. Rispetto alle torri tradizionali presenta una base molto ampia e molto robusta in quanto era destinata ad ospitare cannoni di grosse dimensioni pronti a rispondere agli attacchi nemici sferrati dal mare. Per questo motivo era stata ribattezzata "Torre de Armas". L'appellativo di "Torre dei Segnali" gli venne attribuito invece a causa dei segnali che dalla sua postazione inviava sino al Castello di Cagliari, segnali che avvertivano del passaggio di navi e bastimenti sulle acque del golfo. La torre ebbe un'importanza strategica e difensiva notevole durante il tentativo di invasione della flotta napoleonica, avvenuto nel 1792-93, coraggiosamente risospinta in mare dai sardi. Al 1859 risale il faro costruito affianco alla torre ed alla fine del 1800 il semaforo per la navigazione. Attualmente la torre è sotto la tutela della Marina Militare. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva direttamente con l'autobus numero 11; la domenica con l'autobus numero 5/11. Poi si prosegue a piedi.

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Torre Spagnola

Curiosità: la Torre, ormai consumata dai venti, fu costruita dagli spagnoli come torre di avvistamento per difendere le coste dell'isola dalle terribili incursioni barbaresche. Un'altra torre, di epoca più recente, si trova nel litorale di Quartu immersa nelle acque del mare, di traverso. Questa seconda torre venne utilizzata durante la seconda guerra mondiale sempre con funzione difensiva. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva direttamente con gli autobus PF, PN e PQ, che partono da piazza Matteotti (di fronte alla stazione delle Ferrovie di Stato), con l'autobus QS, e, nei mesi estivi, con il 9P (il diretto che parte da piazza S.Michele) e con il 3P (il diretto che parte da piazza S.Giovanni), scendendo alla settima fermata del Poetto oppure a piedi, attraversando la spiaggia sino al vecchio Ospedale Marino.

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Spiaggia di Calamosca

Curiosità: La piccola spiaggia di Calamosca è un angolo di sabbia e mare molto piacevole che si insinua tra gli scogli in un ambiente che è rimasto ancora selvaggio. Si trova in una zona della città destinata ad esigenze militari, come si può facilmente notare dagli edifici che si incontrano percorrendo il lungo viale alberato che conduce alla spiaggia. E' dotata di strutture di accoglienza quali un piccolo chioschetto per i rinfreschi ed un Hotel-Ristorante-Pizzeria che si affaccia sul mare. Consulta la mappa! Un click qui! Come arrivarci: ci si arriva direttamente con l'autobus numero 11; la domenica con l'autobus numero 5/11.

Stagno di Molentargius

Curiosità: lo stagno di Molentargius è un'oasi naturale, una delle più importanti del Mediterraneo, che i fenicotteri rosa, esemplari rarissimi che in Europa nidificano solo in Spagna e Francia, hanno scelto come luogo ideale per costruire i loro nidi. L'evento eccezionale si verificò nel 1993 quando una colonia di fenicotteri nidificò nello stagno dando vita ad un migliaio di nuovi nati. Nella primavera di quell'anno nelle acque dello stagno si registrò la presenza di oltre 10.000 esemplari della specie. Negli anni successivi essi ritornarono ad accoppiarsi a Molentargius e nel 1997 si è intrapreso il monitoraggio dei nuovi nati ai quali è stato applicato un piccolo anello che consentirà di controllarne gli spostamenti. I fenicotteri sono degli uccelli dalle lunghe zampe e dal piumaggio vivacemente colorato che librandosi in volo disegnano una lunga scia rosa nel cielo. Il loro caratteristico colore rosa deriva da un piccolo crostaceo di cui sono ghiotti e che vive nelle acque dello stagno insieme ad altre varietà di crostacei ed insetti di cui essi si cibano. I sardi li hanno soprannominati sa genti arrubia. Ogni primavera puntualmente si accoppiano, seguendo precisi rituali, nelle acque dello stagno, protetti dalle lunghe file di canne dagli sguardi indiscreti di uomini e predatori. La particolarità dello stagno di Molentargius è proprio quella di trovarsi nel bel mezzo del centro abitato più popoloso di tutta l'isola, quello di Cagliari e Quartu Sant'Elena, immerso nel traffico caotico e nei rumori cittadini. La scorsa primavera però la cova dei fenicotteri è stata tragicamente e brutalmente interrotta da un gruppo di cani randagi che si aggiravano affamati nelle acque dello stagno facendo scempio delle uova. Questo episodio ha suscitato profonda commozione e sdegno nella comunità richiamando le autorità competenti alle loro responsabilità. Lo stagno, che si estende su una superficie di 550 ettari, dal 1999 è stato dichiarato Parco regionale e affidato alla tutela dei quattro comuni coinvolti nell'area: Cagliari, Quartu, Quartucciu, Selargius ed alla provincia. L'attuazione del progetto del Parco Molentargius - Saline tuttavia stenta a decollare. L'episodio dei cani randagi ha messo in evidenza quanto sia urgente prendere delle misure che garantiscano i necessari controlli e la protezione delle zone di nidificazione. Lo stagno, che si divide in due aree, quella d' acqua salata del Bellarosa maggiore e quella d' acqua dolce del Bellarosa minore, racchiude un ecosistema di grandissima rilevanza scientifica. La stessa diversità delle acque che lo compongono consente l'esistenza di differenti varietà sia vegetali che animali. Le acque salmastre rappresentano l'habitat ideale oltre che dei fenicotteri rosa anche di molte altre varietà di uccelli: avocette, gabbiani, cormorani, aironi cinerini, tuffetti, sono sono alcuni degli esemplari che frequentano assiduamente lo specchio d'acqua salata. Preferiscono le acque dolci del Bellarosa minore e la sua folta vegetazione: la garzetta, il pollo sultano, il cavaliere d'Italia, il mignattaio e tante altre specie rare. Altri uccelli, anfibi e rettili frequentano indistintamente entrambi i bacini. Negli ultimi anni, durante la stagione invernale, è stata segnalata la presenza di circa 20.000 uccelli. Un'altra zona umida importantissima in cui i fenicotteri ed altri rarissimi esemplari hanno scelto di riprodursi, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, è la laguna di Santa Gilla, situata nel versante occidentale di Cagliari. Del Parco fanno parte anche le saline, che si trovano tra lo stagno e la spiaggia del Poetto. Il nome Molentargius è legato alla produzione del sale derivando da "su molenti", "l'asinello" utilizzato in passato per trasportare il sale estratto dalle saline di cui il Bellarosa maggiore rappresentava la prima vasca di evaporazione. Le altre due vasche evaporanti e le caselle salanti occupano l'area retrostante il litorale del Poetto e sono separate dallo stagno dalla breve striscia sabbiosa di Is Arenas. La storia delle saline ha origini antichissime. Tutti i conquistatori dell'isola e della città, a partire dai fenici sino ai piemontesi, si dedicarono allo sfruttamento di questa preziosissima risorsa naturale. I primi colonizzatori dell'isola, i fenici, al loro arrivo trovarono già una fiorente produzione. Essi furono i primi ad intraprenderne l'esportazione da abili navigatori e commercianti quali erano. Fu durante l'impero romano che l'attività raggiunse il suo culmine: dal porto di Cagliari partivano navi cariche di sale (e grano) dirette verso la penisola, scortate dalla potente flotta del Tirreno per non essere saccheggiate dai pirati. Caduto l'impero sotto i colpi delle invasioni barbariche, il commercio del sale conobbe una battuta d'arresto durata alcuni secoli. I giudici di Cagliari concessero lo sfruttamento delle saline ai monaci vittorini di Marsiglia. Ad essi subentrarono i pisani che, dopo aver distrutto il giudicato di Cagliari nel 1258, presero il potere dando nuovo impulso all'attività estrattiva. Gli aragonesi assegnarono agli abitanti di Cagliari una concessione annua di sale, mentre i re di Spagna introdussero il monopolio regio sul sale che in tutto il Regno era venduto al prezzo di "10 soldi a quartino". Gli addetti all'estrazione del prezioso minerale, i salinieri, erano i contadini dei villaggi limitrofi (i cagliaritani erano esonerati da questo obbligo) costretti ad estrarre il sale mettendo a disposizione i propri attrezzi e gli animali per il trasporto (gli asinelli che hanno dato il nome allo stagno). Ad essi si affiancarono in seguito i condannati della colonia penale di San Bartolomeo. Fu il re Carlo Alberto, nel 1836, a decretare la fine di questa durissima prestazione servile. Dal quel momento in poi l'estrazione del sale fu affidata a manodopera libera. Le saline attiravano lavoratori da tutto l'hinterland cagliaritano rappresentando un'importante fonte d'impiego e di sviluppo economico. Negli ultimi secoli l'industria saliniera passò sotto il diretto controllo dello stato che investì notevoli risorse per l'introduzione di moderni macchinari e la formazione del personale addetto alle attività estrattive. Nonostante il calo dell'esportazione che si registrò nel ventesimo secolo a causa della concorrenza di altri paesi del Mediterraneo, il sale continuò ad esse una risorsa importante dell'economia cittadina e isolana. L'attività di estrazione svolta dalle Saline di Stato cessò definitivamente nel 1985 a causa dei notevoli danni ambientali ad essa connessa. Non pochi sperano che una volta risolti i problemi di inquinamento e riconvertita l'industria del sale in modo da essere compatibile con l'ambiente circostante, le saline possano rincominciare a produrre dando nuovo impulso allo sviluppo economico di tutta la zona. .
Dove si trova: il parco si trova tra le città di Cagliari e Quartu (ad est e ad ovest), il viale Marconi (a nord) che unisce i due centri abitati, ed il litorale del Poetto. Un' ottima panoramica dello stagno si può godere dalla terrazza naturale di Monte Urpinu.

Orari di apertura: visite guidate al parco (a pagamento) per scolaresche e, su richiesta, per gruppi di turisti sono organizzate da Legambiente. La stagione ideale è quella autunnale-invernale. Per informazioni contattare Legambiente: 070 671003.

Laguna di Santa Gilla

Curiosità: la laguna di Santa Gilla, che si trova nella zona occidentale di Cagliari, riveste una notevole importanza storica, scientifica e naturalistica. Essa si estende per circa 10 km sino alle foci del Rio Cixerri e del Rio Fluminimannu, che la alimentano. E' separata dal mare dalla striscia di sabbia di La Plaia. Nelle acque dello stagno sbarcarono i fenici, nel lontanissimo VIII secolo a.C., e qui nacque il primo insediamento urbano della Carales cartaginese. Durante il periodo giudicale Santa Gilla conobbe la sua massima importanza. La zona lagunare, al riparo dalle terribili incursioni islamiche che imperversavano sulle coste, venne scelta per stabilirvi la capitale del regno giudicale di Cagliari, Santa Igia. Con l'arrivo dei Pisani, che distrussero la città nel 1258, trasferendo il centro del potere sul colle di Castello, Santa Igia iniziò la sua decadenza. Rimasero poche testimonianze della antica e gloriosa città medievale distrutte anch'esse questa volta non per schermaglie di guerra ma per la più banale costruzione di un cavalcavia! La laguna di Santa Gilla è solo una parte del grande stagno di Cagliari (il più esteso di tutta l'isola) che raggiunge più di 3.000 ettari di superficie. Oltre alla laguna esso comprende le saline di Macchiareddu ed il piccolo stagno di Capoterra. La laguna ha una notevole importanza avifaunistica. Vi nidificano rare specie di uccelli acquatici: il cormorano, l'avocetta, il pollo sultano, il cavaliere d'Italia e soprattutto il fenicottero rosa che frequenta anche lo stagno di Molentargius. Le acque dello stagno erano riconosciute tra le più pescose di tutta Europa. Tuttavia interventi edilizi (come la costruzione del porto canale), gli scarichi fogniari e l'inquinamento causato dagli stabilimenti industriali di Cagliari e dell'hinterland cagliaritano, hanno messo in pericolo, nel corso degli anni, questo inestimabile patrimonio naturalistico. Attualmente lo stagno è al centro di un importantissima iniziativa: il Progetto Gilia. Grazie all'accordo raggiunto dai sindaci dei quattro comuni confinanti con lo stagno, Cagliari, Assemini, Capoterra e Elmas, e con i finanziamenti della regione e dell'Unione Europea, è stato possibile recuperare al degrado ben 2.000 ettari di terreno destinati allo studio ed alla osservazione delle rarissime specie acquatiche che popolano lo stagno. Nell'ambito del progetto è stato istituito un attrezzatissimo laboratorio di ricerca ospitato in un vecchio casale ristrutturato, Casale Terr'e Olia, adibito anche a spazio museale. Tutte le informazioni relative la progetto Gilia si possono trovare sul sito:www.gilia.net
Dove si trova: nella parte occidentale di Cagliari.

Come arrivarci: lo si può raggiungere percorrendo, in uscita dalla città, viale La Plaia e via San Paolo e raggiungendo la statale 195 verso Pula. Oppure da Assemini (cittadina a circa 10 km da Cagliari) attraverso la zona industriale di Macchiareddu.

Giardini Pubblici di Cagliari

Curiosità: i Giardini pubblici sono una delle aree verdi più belle e frequentate di Cagliari. Furono realizzati durante la reggenza dei Savoia che durante la loro permanenza in città (dal 1799 al 1815) lamentarono la mancanza di passeggiate verdi di cui erano dotate le più grandi città continentali del regno di Sardegna. La creazione dei Giardini, insieme a quella del viale Buoncammino e del viale Regina Margherita, fu il risultato di una serie di opere realizzate riconvertendo le fortificazioni della parte orientale del Castello, che regalarono alla città nuovi spazi verdi e viali alberati. La costruzione dei Giardini ebbe inizio nel 1819 ad opera del viceré Giacomo Pes di Villamarina e venne completata nel 1829 dal colonnello d'artiglieria Carlo Pilo Boyl. Quando, dopo il 1839, l'area venne acquisita dal comune si procedette ad ulteriori modificazioni. Venne realizzato il vialetto principale, l'ingresso ed i giardini furono dotati di vasche d'acqua. L'aspetto attuale con l'ingresso ad arcate di mattoncini rossi e pavimento mosaicato, la bella vasca centrale che si incontra a metà del viale principale, risale al secondo dopoguerra. Nei Giardini si trovano moltissime varietà di piante: i lecci del viale d'ingresso, le palme delle Canarie e la caratteristica macchia mediterranea sono solo alcune. All'interno dei giardini, sopra un piedistallo, c'è una grande statua di marmo "alla quale", racconta lo Spano, "si è dato il nome di Eleonora, ponendole un volume in mano, alludendo al corpo di leggi che ordinò per regolare i suoi stati....Questa statua venne trasportata da Uta per cura del citato Boyl, togliendola dalla Chiesa rurale di S. Tommaso, dov'era collocata in un nicchione della facciata. E' una bella statua di marmo greco panneggiata, e si vede tuttora la grandezza dello stile nelle parti in cui non è stata ritoccata. Viso e mani sono di moderno ristauro". Percorrendo il viale alberato d'ingresso si arriva al Palazzo di stile neoclassico, utilizzato un tempo come polveriera, che dal 1928 ospita la Galleria comunale d'arte. All'interno dei Giardini si trovano ancora dei cannoni un pò arrugginiti dal tempo, che ricordano l'antica destinazione del luogo, riconvertito ad uno scopo più ameno. Affacciandosi sul lato rivolto verso il viale San Vincenzo, si può godere una piacevole vista della città. Una stradina scavata nella roccia collega i Giardini a viale Buoncammino. E proprio addentrandosi in questa stradina, si nota un grande portale in legno, molto malandato a dire il vero, che chiude l'accesso ad un grande sotterraneo artificiale. Questa cavità venne utilizzata già nei primi decenni del ventesimo secolo come stalla per gli animali che popolavano il minizoo di esemplari sardi: volpi, cinghiali e mufloni, allestito in quegli anni nei giardini pubblici. Durante il secondo conflitto mondiale, molti cagliaritani in questa stessa cavità trovarono un sicuro rifugio alle bombe sganciate dagli aerei nemici. All'uscita dei giardini, incamminandosi verso la discesa del viale Regina Elena, si incontra un altro spazio verde molto gradevole della città: il Terrapieno, la passeggiata preferita dei Savoia. La sua costruzione risale al 1839 per iniziativa del colonnello Carlo Pilo Boyl e sotto la cura del botanico ligure Giuseppe Piccaluga, membro della Società Agraria ed Economica cagliaritana, che si occupava anche dei giardini pubblici e che lo Spano definì giardiniere molto intelligiente complimentandosi per la disposizione e la quantità delle piante, indigene ed esotiche, che riuscì a far proliferare nonostante l'aridità del suolo poco atto alla vegetazione. Trascurato per diversi anni, il terrapieno venne ristrutturato per la prima volta negli anni trenta del ventesimo secolo dall'urbanista Ubaldo Badas e di recente. Esso si trova proprio sotto lo strabiombo del Castello dove volgono il loro lato esterno la cattedrale ed il palazzo viceregio. Dal privilegiato punto d'osservazione del terrapieno la visuale si apre al sottostante quartiere di Villanova ed in una più ampia prospettiva, verso il Poetto e la Sella del Diavolo.
Dove si trova: i Giardini si trovano nel largo Dessì. Un ingresso secondario si trova in viale San Vincenzo.

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Come arrivarci: ci si arriva con l'autobus numero 7 (fermate di viale Regina Elena) e con l'autobus numero 6 (fermate di viale Regina Elena).

Orari di apertura: sono aperti tutti i giorni dalla mattina alla sera. L'ingresso è gratuito ed all'interno c'è anche un piccolo chiosco per i rinfreschi.

Viale Buoncammino

Curiosità: la passeggiata di viale Buoncammino, come la creazione dei Giardini Pubblici, risale al periodo sabaudo. Furono proprio i Savoia infatti che ordinarono la costruzione di passeggiate e di viali alberati, di cui notarono la mancanza in città quando, l'incalzare delle truppe napoleoniche che diffondevano in tutta Europa gli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità, li costrinse a rifugiarsi nell'isola (dal 1799 al 1815). La passeggiata del Buoncammino percorre un lungo viale alberato che inizia da Porta Cristina, che introduce al quartiere di Castello ed alla Cittadella dei Musei, e si conclude in piazza d'Armi. Lungo tutto il percorso si incontrano panchine, chioschetti per i rinfreschi, divenuti veri e propri luoghi di ritrovo, un'edicola, un parco giochi per i più piccoli ed anche una pizzeria all'aperto. Non mancano i piccioni, assidui frequentatori delle piazze cagliaritane. Dal viale si gode una splendida vista della città e del suo porto. Ai piedi di Buoncammino resiste alla sfida dei secoli l'Anfiteatro romano la più imponente testimonianza della presenza romana a Cagliari. L'amenità del luogo, una delle aree verdi più amate e frequentate dai cagliaritani e dai turisti soprattutto durante i caldi mesi estivi, non è turbata nemmeno dalla imponente presenza della Casa Circondariale: il carcere cittadino. Chiesa dei Santi Lorenzo e Pancrazio Una stradina scavata nella roccia (proprio a ridosso del giardino del carcere) collega il viale ai Giardini Pubblici. Una traversa del viale, invece, conduce alla terrazza del Belvedere che offre una suggestiva panoramica della città. In cima ad una piccola salita si può scorgere la chiesetta dei Santi Lorenzo e Pancrazio che risale al XII secolo.
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Come arrivarci: Ci si arriva facilmente a piedi dal centro della città o con l'autobus numero 8 (fermate di viale Buoncammino), 5 (fermate di piazza D'Armi) 20 e 21 (fermate di piazza D'Armi).

 

Castello di San Michele

Curiosità: la presenza dell'uomo sul colle di San Michele risale ad un epoca molto remota, forse sin dal periodo eneolitico (2700-1800 a. C.) come dimostrano alcune mazze ritrovate in loco diversi anni orsono. In un primo periodo l'uomo trovò rifugio all'interno di piccole grotte, tra cui la cosiddetta Grotta di San Michele oramai non più identificabile a causa delle trasformazioni subite dal colle nel corso dei secoli. La presenza dei cartaginesi e dei romani è testimoniata dalle gallerie che questi popoli scavarono sui fianchi del colle per estrarre blocchi di calcare. La frequentazione cartaginese è attestata anche dall'esistenza di una cisterna che si trova poco oltre il fossato che circonda il Castello dal lato che si rivolge verso la pianura del Campidano, esattamente in corrispondenza del Cimitero San Michele. Attualmente è visibile l'imbocco che è coperto da una grata di ferro. L'interno è poco profondo ed è coperto da detriti, inoltre la poca luce che filtra dall'esterno e la situazione di degrado della struttura non permettono nemmeno di riconoscere il rivestimento impermeabilizzante della cisterna, già osservata e studiata in passato. E' l'unica cisterna risalente al periodo punico. Un'altra cisterna più grande si trova nel cortile interno del Castello e fu costruita al tempo dei pisani. Il canonico Giovanni Spano nella sua Guida alla città e dintorni di Cagliari, ne parla: "..il gran cisternone di mezzo era in buono stato sino agli anni scorsi.." Esso soddisfaceva alle necessità idriche del Castello soprattutto durante i lunghi periodi di assedio. La fisionomia originaria del colle San Michele è mutata notevolmente in seguito all'apertura, nel secolo scorso, di grandi latomie, cioè cave per l'estrazione di blocchi di calcare destinati all' edilizia. Questi interventi oltre ad aver deturpato l'aspetto naturale del luogo, hanno coperto le testimonianze lasciateci dai più antichi frequentatori del colle confondendole con le opere realizzate in epoca contemporanea. Il Castello di San Michele venne edificato agli inizi del XIII secolo dai pisani, con l'intento di difendere la città, che allora sorgeva sulla Laguna di Santa Gilla, da possibili tentativi d'invasione provenienti dal Campidano. Il Castello fu costruito su un preesistente monastero vittorino dedicato all'Arcangelo Michele, da cui prese poi il nome che conserva tuttora. I pisani lo dotarono delle due torri che si innalzano in posizione nord e sud sul lato orientale. Esse furono costruite utilizzando blocchi di media pezzatura di calcare di Bonaria impostati su uno zoccolo molto inclinato realizzato con cantoni bugnati. Gli altri miglioramenti furono opera di Berengario Carròz, conte di Quirra, che ebbe il Castello in feudo, come ricompensa per l'appoggio offerto agli aragonesi nella conquista della città e che lo ribattezzò Castello di Bonvehi per la vista che si gode dal colle. Egli fortificò ulteriormente il Castello di San Michele aggiungendo alle due torri dell'originaria costruzione pisana, la terza torre sul lato sud (anche se il progetto ne prevedeva due), più alta rispetto alle altre due ma più tozza. Il Castello venne circondato da un ampio fossato, ricavato nella roccia calcarea del colle ed una volta sollevato il ponte levatoio, diventava un baluardo inespugnabile per le armi nemiche. Il Castello divenne la residenza abitativa dei discendenti dell'ammiraglio Carròz e subì la sorte della crudele dinastia. L'ultima erede della famiglia fu Violante Carròz, conosciuta come "la sanguinaria" per la sua indole malvagia e vendicativa. Si racconta che Violante, invaghitasi di Berengario Bertran, sciolse il suo vincolo matrimoniale per unirsi in segreto con l'amato. Il suo gesto venne condannato apertamente dal cappellano di corte. Il religioso, per aver osato manifestare il suo giudizio, fu sommariamente processato e condannato all'impiccagione. Il suo corpo senza vita penzolò per lungo tempo da una finestra del Castello, macabro avvertimento per chiunque avesse osato sfidare nuovamente il potente casato. Violante morì sola e amareggiata nel 1511 nel convento di San Francesco di Stampace dove si era ritirata. Il canonico Spano nella sua Guida alla città e dintorni di Cagliari, narra così la sua storia: Questa ricca e potente signora che visse nel secolo XV, aveva fatto trucidare il suo Cappellano nella villa di Ales (Giovanni Castangia), suo feudo, dove a sue spese eresse la bella Cattedrale. Per fare penitenza del suo fallo si ritirò in un camerino nell'ingresso a destra di questo chiostro (la Chiesa di San Francesco in Stampace, oramai distrutta), dove morì umile e penitente, ordinando nel suo testamento che fosse seppellita fuori di Chiesa (il sarcofago in pietra di Violante Carroz, con scolpito lo stemma nobiliare del casato Carroz-Manrique, si trova ora a Decimomannu ed è di proprietà della famiglia Cao-Pinna). Fece pure un legato ai frati, ordinando che ogni anno si corrispondesse ai medesimi 50 ettolitri di grano, ed una somma in danaro che hanno goduto sempre fino alla legge del 29 maggio 1855 (le famose leggi di abolizione degli ordini religiosi emanate dai governi del Regno d'Italia). Le fortune del Castello vennero meno con la fine della dinastia dei Carròz. Con l'introduzione dell'artiglieria, il suo ruolo difensivo passò in secondo piano. Durante la terribile epidemia di peste che colpì la città (nel 1656) venne utilizzato come lazzaretto. Nel 1793 il Castello conobbe un ultimo momento di gloria: durante il tentativo di invasione delle milizie napoleoniche venne dotato di cannoni per difendere la città contro eventuali attacchi francesi provenienti dallo stagno di Santa Gilla. Quando Cagliari non fu più una città fortificata il Castello di San Michele perse definitivamente ogni ruolo difensivo. Nel 1895 la fortezza, insieme al colle omonimo, fu desmanializzata e ceduta al marchese Edmondo Roberti di San Tommaso (che fu per molti anni sindaco di Cagliari), che si occupò dei primi lavori di restauro del Castello, affidandoli all'architetto Dionigi Scano, ed iniziò l'opera di rimboschimento del colle. Infine il Castello, seppur per breve tempo, ospitò la Stazione Radiotelegrafica della Marina. In questi ultimi anni il Castello di San Michele è stato restaurato ed il colle è stato trasformato in un bellissimo parco verde. Al suo interno ci sono anche un ristorante ed un bar all'aperto. In cima al colle si può godere una panoramica della città che spazia dalla Sella del Diavolo, sul litorale del Poetto, sino allo stagno di Santa Gilla, verso la pianura del Campidano. Inoltre il Castello, che domina imperioso sul suo colle, è visibile da qualsiasi punto della città: sia arrivando a Cagliari dalla Statale 131 (la Carlo Felice), sia sollevando lo sguardo dalla spiaggia del Poetto. Il colle di San Michele si trova a 120 metri sopra il livello del mare.
In occasione dell'edizione straordinaria dei "Monumenti Aperti" del 5 e 6 maggio 2001, sono state aperte al pubblico, per la prima volta, le sale interne del Castello. Dopo anni di abbandono, gli ambienti interni, completamente restaurati, sono stati adibiti a spazio culturale ed espositivo. Una modernissima sala ospiterà conferenze. L'accurato lavoro di ristrutturazione ha consentito la convivenza tra i muri ed i pavimenti originari, spesso visibili solo sotto lastre di vetro, e la moderna struttura in legno, acciaio e policarbonato. Molto interessanti le due torri pisane con le sottilissime feritoie la cui profondità mette in risalto lo spessore dei muri, la chiesetta del Castello ed il portone d'ingresso che conserva i segni della medievale saracinesca. All'esterno, sopra il portone, si vede ancora lo stemma del casato dei Carròz.

Dove si trova: sul colle di San Michele.

Come arrivarci: si può raggiungere con gli autobus numero 20 e 21 (fermate di via Serbariu e di via Cornalias), si procede poi a piedi per la salita.

Orari di apertura: il parco intorno al Castello è aperto tutti i giorni, dalla mattina alla sera. L'ingresso è libero. Il castello è aperto al pubblico dal martedì alla domenica secondo i seguenti orari: dalle ore 10 alle 13; il pomeriggio dalle ore 17 alle 20. L'ingresso alla struttura è libero. Per le mostre è a pagamento. Per informazioni: 070 500656.

Orto botanico di Cagliari

L'Orto Botanico sorge su un'area della città di grandissimo interesse archeologico. L'Orto, infatti, è situato tra l'Anfiteatro romano e la Villa di Tigellio, le più importanti testimonianze della presenza romana a Cagliari, ed al suo interno conserva alcune cisterne di epoca punica e quel che resta di un terminale di acquedotto romano che portava l'acqua in città da Villamassargia. Nell'Orto si trova ancora il "libarium" (altrimenti conosciuto come Fontana di Palabanda), un pozzo romano molto profondo di acqua di falda, così chiamato perché vi si dissetavano gli attori che recitavano all'Anfiteatro. L'acqua del pozzo era utilizzata ed, addirittura, venduta sino all'ottocento. L'area dell'Orto è nota come "vallata di Palabanda" e si distingue per il suo clima mite e la protezione dai venti. In passato però l'intera zona ebbe una fama sinistra legata alle vicende del suo ultimo proprietario: l'avvocato Salvatore Cadeddu. Accusato di essere uno degli artefici della "congiura di Palabanda" organizzata nel 1812 per detronizzare Vittorio Emanuele I di Savoia, il Cadeddu venne processato ed impiccato. Dal quel momento in poi tutta la zona venne vista con sospetto. All'interno dell'Orto, vicino alla vasca centrale, un lapide apposta nel 1992 ricorda questo tragico episodio. Fu l'Università di Cagliari ad acquistare l'area dove, nel 1866, su iniziativa del prof. Patrizio Gennari venne inaugurato ufficialmente l'Orto Botanico. L'Orto si trova tra le Facoltà universitarie di Giurisprudenza, Scienze Politiche, Economia e Commercio e l'Ospedale civile (il San Giovanni di Dio), progettato nel 1844 dall'architetto Gaetano Cima. Si estende su una superficie di 5 ettari e si trova a 50 metri sopra il livello del mare. Il clima, di tipo mediterraneo secco, ha favorito lo sviluppo di quattro settori di ricerca:
Il settore mediterraneo
che si dedica alla coltivazione ed allo studio di specie vegetali sarde e provenienti da aree caratterizzate dal clima mediterraneo (Americhe, Asia, Africa, Oceania).
Il settore tropicale
che si occupa dell'acclimatizzazione delle specie tropicali.
Il settore delle piante succulente
indirizzato allo studio delle specie vegetali caratteristiche di zone aride e rocciose.
Il settore medicinale (o Orto dei Semplici)
ristrutturato nel 1996, conta circa 120 specie suddivise secondo l'uso terapeutico. Ne fanno parte due aiuole aromatiche destinate ai non vedenti.
L'Orto fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale e negli anni 1942-44 ospitò un battaglione di cavalleria che trovò rifugio in un enorme cisterna romana a forma di damigiana. La cisterna, che aveva la capacità di contenere circa 160 m³ d'acqua, costituiva la parte finale dell'acquedotto romano che portava l'acqua in città da Villamassargia (in corrispondenza dell'inbocco della cisterna si trova attualmente un aula della vicina facoltà di Giurisprudenza). Nel dopoguerra fu ripresa con grande alacrità l'opera di rimboschimento e l'Orto assunse l'aspetto che conserva ancora oggi. L'Orto ospita circa 600 alberi, 550 arbusti e 75 piante lianose; ci sono anche 800 specie coltivate in vaso e facenti parte di diverse collezioni; le piante grasse (o succulente) sono circa 1000 distinte in diverse coltivazioni. In occasione dell'anno giubilare all'interno dell'Orto è stato inaugurato una percorso molto interessante dedicato alle piante della Bibbia. Disseminati qua è là tra le altre piante, si incontrano vasi che si contraddistinguono per la particolare etichetta che cita il passo della Bibbia in cui vengono nominate. All'interno dell'Orto si trova anche l'Istituto di Botanica, edificato nel 1908, che ospita il Dipartimento di Scienze Botaniche, da cui l'Orto stesso dipende. Il Dipartimento si occupa delle ricerche, delle esercitazioni e delle lezioni di Biologia vegetale per i Corsi di Laurea delle Facoltà di Scienze e Farmacia dell'Università di Cagliari. Nelle sale dell'Istituto è possibile visitare l'Erbario con la sua ricca collezione di circa 50.000 piante secche distinte in due settori: quello Sardo e quello generale. L'ingresso dell'Istituto si trova in viale Fra Ignazio, a fianco alla Facoltà di Giurisprudenza. L'Orto Botanico non è solo un centro di studi dell'Università. Esso è uno dei giardini più ameni nel cuore della città dove è possibile trascorrere delle piacevoli ore di relax all'ombra delle sue piante ormai secolari.
Dove si trova: l'ingresso dell'Orto Botanico si trova in viale Fra Ignazio, 11.

Come arrivarci: Ci si arriva facilmente a piedi dal centro della città.

Orari di apertura: l'Orto si può visitare tutti i giorni dalle 8 alle 13,30; dal 1° aprile al 15 ottobre è aperto anche al pomeriggio dalle 15 alle 18,30; nei mesi di maggio, giugno, luglio e agosto sino alle 20. Il biglietto d'ingresso è di L 1.000/€ 0,52; gratuito per le scolaresche del comune di Cagliari, i visitatori di oltre 60 anni di età, per i bambini sino ai 6 anni e per i portatori di handicap. Visite guidate sono organizzate la 2° e la 4° domenica di ogni mese e tutte le domeniche estive alle ore 11. Chiuso nei giorni di Pasqua, Pasquetta, Ferragosto ed il 1° maggio. Per informazioni: 070 6753501.

Monte Urpinu

parco di Monte Urpinu si trova alle pendici del monte omonimo. Il nome deriva da "urpi" che in lingua sarda significa "volpe". Il colle infatti venne soprannominato "Monte Volpino" perchè era conosciuto come un luogo impervio, isolato dal centro cittadino ed abitato dai lupi. Solo in seguito al graduale popolamento della zona, la flora e la fauna del "Monte volpino" si andarono modificando. Il suo penultimo proprietario, il marchese Sanjust di Teulada, gli dedicò una particolare cura e ne iniziò il rimboschimento con la coltivazione del profumato pino d'Aleppo. Nel 1939 il colle venne acquistato dal comune e sebbene nel periodo fascista fosse stato eletto "primo parco verde" della città, sino al secondo dopoguerra, fu destinato al completo abbandono. Oggi il parco di Monte Urpinu è una delle più belle isole verdi nel cuore di Cagliari. All'interno del parco si può passeggiare piacevolmente attraverso i vialetti alberati che si inerpicano sino in cima al colle, dare da mangiare ai piccioni, alle oche ed alle anatre che sguazzano chiassose nei loro laghetti o passeggiano tra il verde, oppure riposarsi sulle panchine a prendere il fresco. Non mancano i giochi per i più piccoli: altalene, scivoli, trenini e giostre ed un chioschetto per i rinfreschi. Attraverso i vialetti che fiancheggiano il colle, si arriva al Belvedere, una terrazza naturale da cui si può godere una suggestiva veduta panoramica della città che spazia dal quartiere di Castello al Castello di San Michele e, dall'altro lato, si affaccia sullo Stagno di Molentargius, le Saline, il Poetto e la Sella del Diavolo. Il colle si trova a 98 metri sopra il livello del mare.
Dove si trova: al parco si accede attraverso diversi ingressi: l'ingresso principale è in via Pietro Leo, altri ingressi secondari si trovano in viale Europa (nel tratto superiore e all'angolo con via Garavetti) ed in via Vidal. Un altro ingresso si apre sulla terrazza del Belvedere.

Come arrivarci: Ci si arriva con l'autobus numero 3 (fermate di via Scano).

Orari di apertura: L'ingresso è libero ed il parco è aperto tutti i giorni, dalla mattina alla sera, con alcune variazioni di orario a seconda della stagione.

Parco di Bonaria

Il Parco di Bonaria è un giardino verde che si inerpica sino in cima alla collina sui cui sorgono il Santuario e la Basilica dedicate alla Vergine di Bonaria, protettrice dei naviganti. All'interno del parco, protette da tetti di lamiera o da grate di ferro, sono custodite le sepolture ad arcosolio di epoca romana.Il Castello di Cagliari visto dal colle di Bonaria Dalle scalinate che conducono in cima al colle, si può godere una suggestiva veduta del Castello di Cagliari, con le sue torri, le antiche mura e la cupola della Cattedrale. Il colle di Bonaria proprio per la sua posizione, venne scelto dall'Infante Alfonso d'Aragona, per edificarvi, nel 1323, la città catalana di Castell de Bonayre, da cui organizzò l'assedio al Castello di Castro, roccaforte dei pisani.
Dove si trova: sul colle di Bonaria. Il parco ha due ingressi: uno di fianco al Cimitero Monumentale; l'altro alle spalle della Basilica, in cima al coll
Come arrivarci: ci si arriva con l'autobus numero 5 (fermata sul piazzale di Bonaria), 6 (fermate di viale Bonaria), 30 (fermate di viale Bonaria), 31 (fermate di viale Bonaria).

Orari di apertura: è aperto tutti i giorni. L'ingresso è libero.

 

 

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