La Rivoluzione Ungherese del 1956

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La Rivoluzione Ungherese del 1956 

 

Parlando di Budapest, delle sue strade, dei suoi monumenti e delle sue tante bellezze, non possiamo fare a meno di parlare brevemente di quella che passò alla storia come Rivoluzione Ungherese del 1956, un sogno di rivalsa democratica, che in qualche modo ispirò il mondo intero e che venne, tra lo sgomento internazionale, soffocato nel sangue dall'intervento delle truppe sovietiche, nelle stesse strade che vi accingete a visitare. Poiché è sempre meglio ricordare, per non dimenticare, vi accenneremo quei momenti.

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Rivoluzione Ungherese del 1956Alle cinque del mattino del 4 novembre 1956 Budapest viene destata dal rombo delle cannonate: dalle alture avvolte nella nebbia che sovrastano Buda, i carri armati russi aprirono il fuoco sulla città. Alle 5 e 20 Imre Nagy, primo ministro ungherese, con voce rotta dall'emozione, lancia alla radio un appello: "Qui parla Imre Nagy. All'alba di questa mattina le truppe sovietiche hanno scatenato un attacco contro la nostra capitale, con lo scopo evidente di rovesciare il governo legale e democratico d'Ungheria. Le nostre truppe hanno impegnato il combattimento. Il governo è al suo posto. Porto questo fatto a conoscenza del Paese e del mondo intero."

 

L'appello fu poi trasmesso in inglese, in russo e in francese. Alle 6 e 08 radio Budapest annunciava che Imre Nagy aveva informato Dag Hammarskjöld segretario generale delle Nazioni Unite, dell'attacco sovietico.

 

Alle 6 e 15 le prime colonne corazzate sovietiche — formate da carri armati T34 — attraversano i ponti sul Danubio, seguite da camion di fanteria. I Mig russi sorvolavano Budapest senza tuttavia aprire il fuoco.

 

Ore 7 e 12, ci fu appello del governo, riunito in permanenza al Parlamento, agli ufficiali e ai soldati russi: "Non sparate. Evitate lo spargimento di sangue. I russi sono nostri amici e resteranno nostri amici".

 

Ore 7 e 56, la radio dà lettura di un manifesto della Associazione degli scrittori: "Qui parla l'Associazione degli scrittori. Noi ci rivolgiamo a tutti gli scrittori e scienziati, a tutte le associazioni di scrittori, a tutte le accademie scientifiche del mondo, ci rivolgiamo agli intellettuali del mondo intero. Vi chiediamo di aiutarci, di sostenerci. Il tempo stringe. Voi conoscete i fatti. Aiutate la Ungheria. Aiutate gli scrittori, gli scienziati, gli operai, i contadini, gli intellettuali del nostro Paese. Aiutateci. Aiutateci..."

 

Verso le 8 del mattino Imre Nagy ricevette comunicazione dell'ultimatum sovietico, che ingiungeva alle forze ungheresi di capitolare entro mezzogiorno; in caso contrario Budapest sarebbe stata bombardata.

 

Alle ore 8 e 24 radio Budapest lancia un ultimo Sos per tre volte, poi tace. Riprenderà le trasmissioni solo alle 21, sotto il controllo sovietico.

 

I carri armati e la fanteria sovietica scendevano lungo il viale della Gioventù rivoluzionaria (anticamente viale Stalin e ancor più anticamente viale Andrassy, nome che ritroviamo oggi) che è la più grande arteria del centro di Budapest. Ad uno ad uno cominciarono ad annientare i capisaldi ungheresi che erano stati installati per difendere gli edifici governativi. Il fuoco d'artiglieria e il crepitio delle mitragliatrici si ripercuoteva da un capo all'altro della città. La lotta era troppo impari. Gli abitanti di Budapest attaccavano i carri russi con bottiglie di benzina. I russi si servivano di proiettili al fosforo. Gli operai erigevano delle barricate per fermare i carri armati. Le esplosioni scuotevano gli edifici, e i lampi delle scariche illuminavano le colline. A Buda si svolsero combattimenti particolarmente accaniti. L'azione militare sovietica si scatenò simultaneamente anche in provincia. Alle dieci del mattino, Szombathely, una grande città dell'Ungheria occidentale, era già in mani russe. Violenti combattimenti erano in corso a Pecs Szekesfehervar, Dunaföldvár, Veszpres.

 

In complesso i sovietici avevano gettato nella battaglia quattromila carri armati, di cui mille, vale a dire quattro divisioni corazzate, a Budapest. Senza dubbio si erano serviti di forze cosi ingenti per annientare d'un sol colpo una resistenza che non poteva essere che sporadica.

 

Nella serata del 5 novembre, l'alto comando sovietico si rivolse agli operai con un proclama in cui si diceva: "Lavoratori ungheresi, respingete le calunnie di coloro che vogliono aizzarvi contro di noi, vostri sinceri amici. Noi siamo i soldati dell'amicizia fra i popoli. Noi lottiamo per una causa giusta, che è anche la vostra. Noi ci rivolgiamo ai soldati e agli ufficiali dell'esercito ungherese affinché collaborino al nostro fianco per ristabilire la libertà è la democrazia e per schiacciare gli elementi reazionari. Noi facciamo appello a tutti gli ungheresi affinché prendano parte attiva alla difesa della democrazia popolare e alla vittoria del loro paese. Questa è la sacra causa del popolo."

 

A questo appello, i cinquantamila operai della casa automobilistica ungherese Csepel, barricati nelle loro fabbriche insieme alle loro mogli e ai loro nipoti, risposero: "Noi non siamo dei reazionari, ma noi non vogliamo la vostra democrazia popolare, né la vittoria del nostro Paese che voi ci proponete sulla bocca dei vostri cannoni".

 

La rivoluzione ungherese durò ufficialmente dal 23 ottobre al 10 - 11 novembre 1956. Venne alla fine repressa dalle truppe sovietiche del maresciallo Ivan Stepanovi? Konev. Ci furono circa 2.700 morti ungheresi di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione, e 720 soldati sovietici. I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 ungheresi lasciarono il paese (il 3% della popolazione) rifugiandosi in Occidente.

 

 

 

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