Gabriele D'Annunzio

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VITA DI GABRIELE D'ANNUNZIO

 

Gabriele D'Annunzio, autore tra i più importanti e "divisivi"  della letteratura italiana, amato e odiato, era come una rock star ai suoi tempi. Cultore di una estetica letteraria raffinata, fu un oratore ammaliante e un seduttore instancabile. Sempre alla ricerca di situazioni e sensazioni nuove per nutrire il suo ego smisurato, di autostima ne aveva assai... quasi fosse caduto da piccolo in una pentola di Panoramix colma di una pozione magica per aumentare la fiducia in se stessi (la pentola dove si preparava la pozione magica dalla quale Asterix ed Obelix, i celebri galli del fumetto di Uderzo, traevano una forza sovraumana).

Gabiele D'Annunzio BambinoFigura dibattuta, Gabriele D'Annunzio ha sempre avuto un ruolo di prim'ordine nello scenario letterario, culturale e storico italiano. E' stato poeta, giornalista, eroe militare e leader politico, uno dei più importanti scrittori italiani di fine Ottocento, inizio Novecento. Fu uno scrittore prodigioso, la cui raccolta di opere, arrivò a contare 48 volumi. Giacomo Puccini voleva lavorare con lui, Proust lo ammirava e Joyce disse che era uno dei tre scrittori più talentuosi del XIX secolo, insieme a Kipling e Tolstoj. Come anche Carducci e Foscolo, fu soprannominato "il Vate" della sua epoca (il poeta sacro). Frequentò i salotti mondani di mezza Europa, e fu uno dei più alti rappresentanti della sua epoca, la Belle Époque (che in Italia equivale ai periodi Umbertini e Giolittiani).

D'Annunzio non corrispondeva certo ai canoni di bellezza del periodo, era calvo, piuttosto basso, dai denti scoloriti e dalla pelle cerata, enfatico in ogni suo gesto. Nonostante questo era capace di affascinare quasi chiunque. Fu un personaggio discutibile, dalle infinite relazioni sessuali, che spesso finirono per distruggere emotivamente e socialmente le donne che lo amavano. Riuscì ad accumulare enormi debiti, e fece largo uso di droghe. Nonostante lo stile di vita dissoluto, e a tratti autodistruttivo, i continui i viaggi, le feste e le mille occupazioni, riuscì a produrre una mole ingentissima di opere.

Gabiele D'Annunzio PagellaSimbolo del decadentismo, movimento artistico e letterario di fine Ottocento centrato sull’eccesso, lo scandalo e l’artificiosità, fu anche figura militare di rilievo nella Prima guerra mondiale. Negli anni di poco precedenti il secondo conflitto mondiale ebbe un ruolo ancor più controverso nel crescente assetto fascista.  D'Annunzio di certo può essere definito un pioniere della moderna cultura della celebrità. Intuì il fantastico e "morbido" potere della fama, della notorietà: un potere non fisico ma che contava e si affermava ovunque.

Le sue poesie, le opere teatrali, i romanzi e il modo di fare giornalismo, trasmettevano il disgusto e la noia per il mondo a lui contemporaneo (paradossalmente la  Belle Époque) e il desiderio dell'avvento di un'epoca più eroica, in cui i superuomini (come lui), non vincolati dalla tradizione, potessero portare arte e bellezza in un mondo che ne aveva disperatamente bisogno.

A 16 anni pubblicò le sue prime poesie, Primo vere (1879) e pochi anni dopo Le poesie di Canto novo (1882). Molto scaltro e determinato, ancora adolescente, pubblicando tali poesie, informò il direttore di giornale a cui si era indirizzato, che il loro autore era morto, assicurandosi così pubblicità nazionale. Già in queste poesie mostrò un dono sorprendente nel rendere con precisione e potenza l'esuberanza e l'intensità giovanile di un ragazzo innamorato della natura e delle donne.  Il romanzo autobiografico Il piacere (1889) introdusse il primo degli appassionati eroi superuomini nietzscheani di D'Annunzio, Andrea Sperelli; un altro superuomo appare in L'innocente (1892), è Tullio Hermil. D'Annunzio era già famoso quando apparve il suo romanzo più noto, Il trionfo della morte (1894). In esso, e nel  successivo grande romanzo, Le vergini delle rocce (1896), compaiono eroi alla maniera di Nietzsche, viziosi e amorali. Sono Giorgio Aurispa nel primo libro e Claudio Cantelmo nel secondo. Quest'ultimo è in pratica l'alter ego di D'Annunzio, un nobile romano che desidera generare un erede degno della sua stirpe di grandi condottieri. Disprezza tutto ciò che appartiene alla sfera comune e sogna di restaurare il grande impero di Roma, riportando il Paese alla sua antica gloria.

Un influencer di altri tempi

D'Annunzio fu capace di influenzare costumi e usi del tempo, tanto che, ancora oggi, si utilizza l'aggettivo "dannunziano" (facendo riferimento alla sua magniloquenza, ai preziosismi espressivi e all'esasperato estetismo negli scritti come nella vita personale, dominata dal  narcisismo, dall'amoralità e dal superomismo). Che la si apprezzi o meno, la sua vita fu indubbiamente interessante ed è certo che la fama raggiunta non fosse dovuta solo alla prodigiosa e apprezzata produzione letteraria, ma anche al personaggio che lui stesso si era cucito addosso. Tutto questo, unito all'incessante auto-promozione che D'Annunzio faceva delle sue opere, contribuì alla sua consacrazione. S'intratteneva con personaggi ricchi e famosi, sfruttava abilmente i mezzi di comunicazione di massa del tempo, riversava recensioni sul mercato e faceva frequenti acrobazie pubblicitarie (una volta arrivando addirittura a diffondere voci sulla sua morte). Da buon megalomane, quando la Gioconda venne rubata (da Vincenzo Peruggia, vedere Il furto della Gioconda) affermò che era stata portata a casa sua. Per qualcuno la sua più grande opera d'arte è stata la costruzione del suo tesso personaggio, Gabriele D'Annunzio. "Il mondo deve essere convinto che io sia capace di tutto", scrisse una volta, e nella sua vita fu senza dubbio all'altezza di questo proposito. 

Vita di Gabriele D'Annunzio

Gabiele D'Annunzio GiovaneGabriele D'Annunzio nacque a Pescara (in corso Manthonè) il 12 marzo 1863, da una famiglia borghese piuttosto benestante. Era il terzogenito di cinque fratelli, il padre Francesco Paolo Rapagnetta d’Annunzio e la madre, Luisa De Benedictis, rappresentarono per lui un punto fermo. Nutrì particolare affetto nei confronti della madre, spesso ricordata negli scritti. Il padre, definito come un uomo dedito ai piaceri, trovò i migliori maestri per il figlio che appariva, fin da piccolo, dotato di vivace sensibilità letteraria. Grazie ad una ricca eredità lasciata dallo zio, Antonio D'Annunzio, all’età di 11 anni il giovane Gabriele lasciò la città natia per gli studi liceali nel collegio Cicognini di Prato, dove ebbe modo di distinguersi per la condotta indisciplinata ma anche per l'accanimento nello studio e la smania di primeggiare ( “Mi piace la lode, mi piace la gloria, mi piace la vita”, disse). Non nascondeva la consapevolezza di essere speciale, di essere un trascinatore, come scrisse, "d’essere uno capace… di poter trascinare in qualunque luogo, in qualunque ora, tutta la mia compagnia alle più folli insubordinazioni”.

D'Annunzio era innegabilmente brillante fin da giovane e all'età di 16 anni era capace di scrivere ai suoi genitori in sei lingue. Alla stessa età pubblicò le sue prime poesie, Primo vere (1879). Sono di pochi anni dopo Le poesie di Canto novo (1882), piene di esuberanza e di descrizioni appassionate e sensuali.

Negli anni del collegio, scrisse a Giosuè Carducci, chiedendogli di leggere una sua poesia. La sua prima raccolta poetica Primo vere fu pubblicata, a spese del padre, e ottenne un certo successo, in seguito al quale D'Annunzio iniziò a collaborare con alcuni giornali letterari dell'epoca (tra cui il Fanfulla della domenica). Del 1880 è la sua prima novella, Cincinnato, con la quale iniziò a farsi conoscere negli ambienti culturali dell'epoca. Fin da allora si intravedeva il carattere egocentrico del poeta, che mise in giro la notizia – inoltrata in modo anonimo al Gazzettino Letterario di Firenze  della sua morte a seguito di una caduta da cavallo. Seguirono necrologi e ovvie smentite, il tutto pensato con lo scopo di creare interesse intorno al suo nome e farsi pubblicità.

Nel 1881 si trasferì a Roma, iscrivendosi alla Facoltà di Lettere. Non riuscì tuttavia a portare a termine gli studi, visto che trascurava la vita accademica per dedicarsi ad amori e avventure. Di Roma non ebbe da subito un impressione positiva, tanto che gli sembrò di trovarsi in un enorme cantiere “…nella logica brutale della prima speculazione edilizia che non risparmia dal degrado e dalla distruzione i luoghi già per tanto tempo sacri alla “bellezza e al sogno”.

In breve tempo, collaborando a diversi periodici, tra cui Capitan Fracassa e Cronaca Bizantina, sfruttando il mercato librario e giornalistico, orchestrò intorno alle sue opere spettacolari iniziative pubblicitarie. Non tardò dunque, il giovane D'Annunzio, a diventare una figura di primo piano della vita culturale e mondana romana.

Maria Hardouin - Gabiele D'AnnunzioNel 1882 scrisse Canto novo e Terra vergine. La prima lirica era dedicata al suo primo grande amore, Giselda Zucconi, detta Lalla, conosciuta a Firenze e figlia di un suo professore del liceo. Nello stesso anno si recò in Sardegna, in visita alla cascata di Sa Spendula, in località Villacidro, componendo una poesia che porta lo stesso nome Sa Spendula, pubblicata nella rivista Il Capitan Fracassa. Nel 1883 ebbero grande risonanza la fuga e il matrimonio di D’Annunzio con la duchessina Maria Hardouin di Gallese, figlia dei proprietari di Palazzo Altemps, sede del salotto mondano che il giovane frequentava assiduamente. Fu un matrimonio da subito contrastato dai genitori di lei, tanto che i due sposi si trasferirono, senza dote, a Pescara, nella Villa del Fuoco, in via Salaria Vecchia. Ebbero tre figli, Mario nato nel 1884, Gabriellino 1886 e Veniero 1887. Nonostante i tre figli, a causa dei continui tradimenti di lui, tra cui quello con Barbara Leoni, l’unione durò solo sette anni, fino al 1890. Con l'amante d'Annunzio soggiornò a San Vito Chietino, sempre in Abruzzo, dove nell’estate del 1889 compose Il trionfo della morte. In questo frangente scrisse nuovamente per alcune riviste, tra cui La Tribuna, sotto lo pseudonimo di Duca Minimo e compose alcuni versi, l'Intermezzo di rime (1883), la cui "mancanza di pudore" scatenò un'accesa polemica. Nel 1886 uscì la raccolta Isaotta Guttadàuro ed altre poesie, poi divisa in due parti L'Isottèo e La Chimera (1890).

Tra il 1885 e il 1927, nacque e si rafforzò l'amicizia tra Gabriele d'Annunzio e Matilde Serao, scrittrice e cronista partenopea celebre all'epoca. Insieme i due contribuirono alla pubblicazione di alcune riviste di Roma e Napoli, incontrarono autori in Europa (soprattutto in Francia) e si scambiarono opinioni e consigli sulle loro opere e anche sulla loro vita privata. Nel 1885 la Serao si sposo con Edoardo Scarfoglio, anch'esso amico di D'Annunzio e cronista d’eccezione dell’evento mondano fu proprio l’amico Gabriele D’Annunzio, la cui cronaca del matrimonio uscì il 3 marzo 1885 sulle pagine del quotidiano romano La Tribuna. Per D'Annunzio la Serao fu una amica presente per gran parte della sua vita matura, una donna forte che gli diede consigli, proteggendo anche la sua relazione con Eleonora Duse, che era anche amica della scrittrice napoletana.

Ricco di risvolti autobiografici, il suo primo romanzo Il piacere (1889) scritto durante una visita all’amico Francesco Paolo Michetti, a Francavilla al Mare, fu un romanzo inusuale per l’epoca, ancorata ai movimenti del Naturalismo e del Positivismo. Il piacere propone un'originale introspezione dei personaggi, ad iniziare dal protagonista, un raffinato esteta dandy. Come la vita del suo protagonista, Andrea Sperelli, anche quella dannunziana è una vita che abbraccia le nuove suggestioni del Decadentismo europeo. Nel 1891 assediato dai creditori, d'Annunzio fu costretto ad allontanarsi da Roma, trasferendosi insieme all'amico pittore Francesco Paolo Michetti a Napoli, dove, collaborando nei giornali locali trascorse due anni di “splendida miseria”.

Caffè NapoletanoGiunto a Napoli, conobbe la principessa Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, già madre di quattro figli. La donna abbandonò il marito e si trasferì con D’Annunzio a Francavilla al mare, in quello che oggi conosciamo come villino Mammarella. Dall’unione con la principessa nacque una figlia, Renata. Lo scrittore amava il lusso e viveva al di sopra delle sue possibilità, e proprio a causa delle difficoltà economiche fu costretto a lasciare anche Napoli.  Si recò con Maria Gravina e la figlioletta Renata, in Abruzzo, nuovamente ospite del Michetti. I due amanti furono anche querelati dal marito di lei per adulterio.

Nel 1894 pubblicò alcune raccolte poetiche Le elegie romane (1892) e Il poema paradisiaco (1893) e i romanzi Giovanni Episcopo (1891), L'innocente (1892), le Elegie romane (1892), e terminò Il trionfo della morte (1894), che scrisse nell’arco di cinque anni ed era parte della cosiddetta trilogia de I Romanzi della Rosa, di cui fanno parte anche Il Piacere (1889) e L'Innocente (1892). I suoi testi cominciarono a circolare anche fuori dall'Italia. Pubblicò diversi altri scritti, tra cui Poema paradisiaco (1893) e Odi navali’ (1893). Nel 1895 uscì a puntate nella rivista Il Convito, La vergine delle rocce, il romanzo in cui si espresse la teoria del superuomo che avrebbe poi dominato tutta la sua produzione successiva. Ispirata alla filosofia di Nietzsche, la teoria del superuomo di D'Annunzio afferma la necessità del superuomo, una personalità forte e di spessore che, andando oltre il vincolo morale e sociale, si distingue dalla massa e si afferma per il bene comune.

D'Annunzio e le donneIl romanzo uscì un anno dopo l’inizio della relazione sentimentale di D’Annunzio con Eleonora Duse, una delle attrici più famose di quegli anni, e il loro legame venne descritto successivamente nel romanzo ‘veneziano’ Il Fuoco (1900). Nel 1895 D'Annunzio si recò in crociera in Grecia e al suo ritorno si stabilì in Toscana. Nel 1897 diede inizio ad una fitta produzione teatrale: Sogno d'un mattino di primavera, composta per la Duse e con una prima rappresentazione a Parigi. Poi fu la volta di Sogno d'un tramonto d'autunno e successivamente La città morta (1898), La Gioconda (1899), La figlia di Jorio (1903). Nel 1898 mise fine al suo legame con la Gravina, da cui ebbe un altro figlio (non riconosciuto). Nel 1899 si recò in Egitto con la Duse, quindi in Grecia, dove nell’isola di Corfù compose Gloria. Seguì un periodo intenso di viaggi con la Duse, per le sue tappe teatrali di lei in varie città italiane, e successivamente in Svizzera e a Vienna. Si stabilì a Settignano, sulle colline di Firenze, nella villa detta La Capponcina, dove visse lussuosamente prima con la Duse, poi con un nuovo amore Alessandra di Rudinì.

D'Annunzio e Eleonora DuseDurante l’estate affittò in Versilia una villa nella località di Secco Motrone, dove nel 1901 compose Francesca da Rimini, dramma in versi. La relazione con la Duse si affievolì, fino a incrinarsi definitivamente. D'Annunzio iniziò a frequentare Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, detta "Nike", che teneva un tenore di vita lussuoso e faceva un uso spregiudicato di morfina, a tal punto da ammalarsi. Dopo averla assistita amorevolmente D'Annunzio abbandonò comunque Alessandra, che come reazione decise di rinchiudersi in convento.

La sua fama di seduttore era sempre più chiacchierata e ammirata: “D’Annunzio era un così grande amante che poteva trasformare la donna più ordinaria e darle per un momento l’apparenza di un essere celeste”, ebbe a dire di lui la ballerina Isadora Duncan. Le sue condotte sentimentali non furono prive di conseguenze per le donne amate, ad iniziare dalla moglie che tentò suicidio gettandosi dalla finestra di casa per finire con Alessandra di Rudinì che si fece monaca.

Egocentrico e seduttore

D'Annunzio si riteneva un seduttore a cui difficilmente una donna poteva resistere, e quando si invaghiva di qualcuna faceva di tutto per conquistarla, ma non sempre l'aveva vinta. Un giorno Liane de Pougy, una delle più celebri cortigiane parigine, ballerina e scrittrice della Belle époque, la Odette de Crecy della Recherche di Proust, visitò Firenze, D'Annunzio le inviò una carrozza piena di rose per accoglierla. Mentre scendeva i gradini, i suoi sottoposti le lanciarono altre rose, ma lei scrisse: "Davanti a me c'era uno gnomo spaventoso con gli occhi cerchiati di rosso e senza ciglia, senza capelli, denti verdastri, alitosi, i modi di un saltimbanco e la reputazione, tuttavia, di essere un signore".

Nella biografia di Lucy Hughes-Hallett, l'autrice lo descrive come un grande erotomane egocentrico e egoista: "Era, senza dubbio, un uomo rivoltante, la cui vanità dilagante e i desideri sessuali non conoscevano limiti. Sebbene andasse a letto con decine tra le donne più belle d'Europa, il suo trattamento era sprezzante; in effetti, ci sono accenni nei suoi scritti che gli piaceva l'idea di violentare le donne della classe lavoratrice. La sua governante avrebbe dovuto fare sesso con lui tre volte al giorno."

Nel finire del secolo d’Annunziò tentò la carriera politica, venendo eletto deputato nel 1897. All’inizio del nuovo secolo, nel 1900, opponendosi al ministero Pelloux, abbandonò la destra, passando all'estrema sinistra. Nel 1901 si avvicinò pubblicamente alla massoneria del Grande Oriente d’Italia, con l’inaugurazione della Università popolare di Milano assieme al Gran Maestro Ettore Ferrari. D’Annunzio diventò massone e fu iniziato più tardi ad altri simili gruppi (tra cui quello noto con il nome di Martinismo).

Nel 1902 pubblicò i testi Le novelle della Pescara (1902), oltre ai primi tre libri delle Laudi (1903). Nel 1906 diede inizio ad un'altra relazione sentimentale con la contessa Giuseppina Mancini. Nel 1910, pubblicò il romanzo Forse che sì, forse che no, e per sfuggire ai creditori, convinto dalla nuova amante Nathalie de Goloubeff, si rifugiò in Francia. Visse tra Parigi e Arcachon, nei pressi di Bordeaux, partecipando alla vita mondana della Belle Époque internazionale. Nel 1910 compose musica, il Martyre de Saint Sèbastien, in collaborazione con il celebre compositore francese Claude Debussy. La messa in scena dell’opera venne fortemente condannata dall’autorità religiosa.

Continuò a comporre opere in francese: al Corriere della Sera fece pervenire le prose Le faville del maglio; scrisse la tragedia lirica La Parisina, musicata da Mascagni, e diverse sceneggiature cinematografiche, come quella per il film Cabiria (1914). Nel frattempo, frequentò diverse altre donne, tra cui la pittrice Romaine Brooks, Isadora Duncan e la danzatrice Ida Rubinstein.

Nel 1912, a celebrazione della guerra in Libia, uscì il quarto libro delle Laudi. Nel 1915, nell'imminenza dello scoppio della Prima guerra mondiale, tornò in Italia, acquisendo un ruolo di primo piano nella compagine politica dell’epoca e tenendo accesi discorsi interventistici, che riscaldarono gli animi. 

La Prima Guerra Mondiale

D'Annunzio MilitareQuando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, D'Annunzio tornò in patria per sollecitare con passione l'entrata in guerra dell'Italia. Era un appassionato sostenitore di azioni militari coraggiose e individuali, e s'impegnò personalmente. Il 23 maggio l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria e lui, a 52 anni, tradusse in realtà il mito letterario di una vita inimitabile, partecipando a ardite imprese belliche, ampiamente autocelebrate. Ottenne il brevetto di aviatore e partecipò ad azioni dimostrative, non tutte fortunate, tanto che durante un atterraggio d’emergenza si ferì, perdendo l’occhio destro. A Venezia, costretto a una lunga convalescenza, scrisse il Notturno, edito nel 1921. Conobbe Olga Levi (Venturina) alla quale si legò in un’appassionata storia d’amore. A Olga seguì la storia con la pianista Luisa Baccara (Smikra) che gli rimase accanto fino alla morte. Per molti anni fu conosciuta come "la Signora del Vittoriale", e oltre a essere una delle muse di Gabriele D'Annunzio ne fu una delle amanti più fedeli e discrete.

D'Annunzio MilitareD'Annunzio contribuì in questo periodo allo sviluppo di un particolare stile di politica - spettacolare, pieno di sfarzo e di marce - che i fascisti avrebbero poi abbracciato in seguito. Nonostante la perdita dell'occhio, d’Annunzio non si fermò, partecipando a celebri imprese, quali la beffa di Buccari e il volo nel cielo di Vienna. Quest’ultima impresa in particolare, avvenuta il 9 agosto del 1918, fu un'azione dimostrativa mediaticamente molto potente, che interferì sensibilmente sull'opinione pubblica dell'Impero asburgico: a capo di aerei Ansaldo S.V.A. dell'87ª Squadriglia Aeroplani, allo scopo di indurre i viennesi alla resa e porre fine alle belligeranze, d'Annunzio distribuì sulla città ben oltre 400.000 volantini:

VIENNESI! Imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.”

Alla fine della guerra, deluso dalla non concessione della Dalmazia, nonostante la vittoria italiana, scrisse una lettera polemica nella rivista allora appartenente a Benito Mussolini, Popolo d’Italia, che nel frattempo stava costituendo il nuovo movimento dei Fasci di Combattimento. Condusse una violenta battaglia per l'annessione all'Italia dell'Istria e della Dalmazia; alla testa di un gruppo di legionari nel 1919 marciò su Fiume e occupò la città, instaurandovi una singolare repubblica, la Reggenza italiana del Carnaro, dove governò, quasi come un dittatore, per 15 mesi, finché la marina italiana non intervenne a cannonate su ordine dell'allora governo Giolitti nel 1920.

D'Annunzio e il Fascismo

D'Annunzio e MussoliniPer motivi di convenienza politica e sociale, per la spossatezza fisica e psicologica a seguito degli avvenimenti di Fiume, D'Annunzio aderì al Fascismo. Come ha scritto lo storico Francesco Perfetti: "L'interventismo, la guerra, la vittoria, la rivendicazione della vittoria mutilata e il futuro da assicurare la nuova Italia, rappresentano il terreno di coltura di un rapporto tra due personaggi diversi tra di loro, diversissimi per formazione politica e per tradizione culturale, che domineranno la scena dei decenni a venire: il poeta immaginifico Gabriele D'Annunzio e il politico realista Benito Mussolini." In effetti, il rapporto di d’Annunzio con Mussolini fu piuttosto ambiguo, fino a quando l’Italia appoggiò il regime nazista. A partire da tale momento D'Annunzio si oppose fermamente, definendo lo stesso Hitler un “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot”.

Negli anni dell'avvento ancor più spregiudicato del Fascismo, confermando la sua diffidenza verso Mussolini e il suo partito, D'Annunzio si ritirò, celebrato come eroe nazionale, presso Gardone, sul lago di Garda fronte bresciano, nella villa di Cargnacco. La villa venne trasformata, man mano, grazie anche ai proventi derivanti dall’Istituto Nazionale per la edizione delle Opere di Gabriele d’Annunzio, in un museo-mausoleo, il Vittoriale degli Italiani, una cittadella monumentale. Muussolini, rendendosi conto della potenza del fascino del poeta in Italia, cercò di "seppellire" D'Annunzio proprio al Vittoriale, sotto il lusso, inviandogli doni sempre più ingombranti per il suo giardino, che culminarono con l'invio di un aereo e della prua di una corazzata.

Hemingway su D'Annunzio

Hemingway scrisse "Gabriele volava ma non era aviatore... Era nella fanteria ma non era un fante... con l’occhio perduto coperto dalla pezza e la faccia bianca come la pancia di una sogliola appena rigirata al mercato, col lato bruno nascosto, e l’aria di esser morto da trenta ore, gridava: "Morire non basta".

Hemingway nel 1922 lo definì "un idiota" (come racconta Lucy Hughes-Hallett, nel suo The Pike moderna biografia di D'Annunzio), nonostante inizialmente avesse trovato in lui un'ispirazione eroica (che aveva tra l'altro influenzato la sua decisione di partire volontario per combattere in Europa). Effettivamente cambiò più volte idea Hemingway, dapprima nella speranza che lo scrittore italiano potesse contribuire all’opposizione di un sempre più potente Benito Mussolini  ("Il più grande bluff d'Europa"), per poi lasciarsi andare a considerazioni opposte: da eroe dell'adolescenza a "figlio di puttana" lo definì. "Sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso che è Gabriele D’Annunzio". La stessa Hughes-Hallett mostra che i legami tra "Il vate" e Mussolini furono più sfumati che sospetti, con D'Annunzio costantemente diffidente nei confronti dell'emergente leader fascista, che lo osservava e imparava dal maestro l'arte dell'auto-promozione e della propaganda.

La vecchiaia al Vittoriale

Il VittorialeIl Vittoriale degli Italiani è un complesso di edifici, con piazze, un teatro all'aperto, giardini costruito tra il 1921 e il 1938 a Gardone Riviera, sul lago di Garda, da Gabriele d'Annunzio stesso, su progetto dell'architetto Giancarlo Maroni. E' un complesso bellissimo e imponente, ubicato in posizione panoramica, dominante il lago. E' stato eretto a memoria della "vita inimitabile" del poeta e delle imprese sue e degli italiani durante la prima guerra mondiale.

Al Vittoriale D'Annunzio visse pressoché in solitudine, benché con la compagnia di un harem di donne che dovevano soddisfare i suoi appetiti sessuali e con una compagna fissa, Luisa Beccara. Nonostante gli onori tributatigli dal regime, si defilò da imprese che lo avrebbero costretto a compromessi non voluti e raccolse qui le reliquie della sua gloriosa vita. Trascorse qui il suo tempo, sino alla morte, avvenuta il 1 marzo 1938, per emorragia cerebrale. Qualcuno adombrò il sospetto che a ucciderlo, in quanto fieramente antigermanico, avvelenandolo lentamente e prostrandolo sessualmente, fosse stata, una spia nazista, l'altoatesina Emy Heufler. Emy era una dipendente della sua villa assunta come infermiera, e in effetti dopo la morte di D'Annunzio andò a lavorare per il ministro degli esteri nazista Joachim von Ribbentrop

La sommità del Vittoriale è occupata dal Mausoleo, monumento funebre realizzato sempre dall’architetto Maroni dopo la morte di d’Annunzio. Il monumento è ispirato ai tumuli funerari di tradizione etrusco-romana. Il Vittoriale oggi è un monumento aperto al pubblico e visitato ogni anno da oltre 200.000 persone. 

I figli

D'Annunzio rimase sempre legalmente sposato con Maria Hardouin di Gallese, sposata con un matrimonio riparatore nel 1883, dalla quale ebbe i tre figli maschi Mario, il primogenito, nato a Pescara (1884-1964), Gabriellino (Roma, 10 aprile 1886 – Roma, 18 dicembre 1945) e Ugo Veniero (Roma, 3 maggio 1887 – New York, 22 aprile 1945). Renata Anguissola infine, l'unica figlia femmina, nacque dalla relazione con una donna sposata, Maria Gravina Cruyllas (sposata al conte Guido Anguissola) nel 1893 a Resina, Napoli e morì nel 1976 sempre a Napoli. 

Mario, il primogenito, nacque a Pescara a Villa del Fuoco, e fu un bambino delicato di salute. Fu presto affidato ai nonni paterni di Pescara. Studiò allo stesso Collegio Cicognini di Prato dove aveva studiato il padre, ma con scarso rendimento. Finì a lavorare presso la Direzione Generale della Navigazione Generale Italiana prima e presso le Ferrovie dello Stato poi, arrivando ad essere Ispettore capo. Non ebbe figli e morì a Roma nel 1964. Non ebbe mai un buon rapporto con il padre, che lo accusava di rivolgersi a lui solo per chiedergli soldi, anche se in tarda età i due si rappacificarono.

Gabriellino nacque a Roma nel 1886, e venne allevato da una balia di Olevano Romano. Successivamente la madre lo portò a Parigi con sé, dove studiò prima al Liceo Sailly e poi, spinto dal padre, al Collegio Cicognini di Prato. In seguito si dedicò all'arte drammatica interpretando alcune opere del padre. Morì a Roma nel 1945.

Ugo Veniero nacque a Roma nel 1887, ha condotto una vita più distaccata dalla famiglia, trascorrendo l'adolescenza tra Roma, Parigi e poi Zurigo dove frequentò la Facoltà di Ingegneria Meccanica. Nel 1924 si trasferì negli Stati Uniti e nel 1930 prese la cittadinanza. Da un primo matrimonio ebbe la figlia, Anna Maria, si risposò poi a New York con Luigia Bertelli, dalla quale nel 1942 ebbe il figlio chiamato Gabriele. Nel 1945 morì a New York per un male incurabile.

Renata Anguissola in Montanarella naque a Napoli (Resina) nel 1893 dalla relazione fra d'Annunzio e Maria Gravina Cruyllas sposata al conte Guido Anguissola. Renata, figlia molto amata dal Poeta, che la chiamava affettuosamente "Cicciuzza", viene ricordata per la sua vicinanza ed assistenza al padre nel periodo in cui era in convalescenza per l'incidente all'occhio. A lei si deve la trascrizione e il riordino dei cartigli scritti usati per la redazione del Notturno, pubblicato nel 1921. Ebbe 8 figli che resero nonno d'Annunzio per la prima volta. Morì nel 1976 e riposa sepolta nel cimitero del Vittoriale.

 

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