Clarice Tartufari

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Clarice Tartufari - Biografia e opere

Clarice Tartufari (nata Gouzy) è stata una scrittrice italiana di talento, nonché giornalista, drammaturga, e viaggiatrice, attiva tra fine Ottocento e primo Novecento, tra il periodo della Belle Époque ed il primo dopoguerra. Stimata da Luigi Capuana, da Luigi Russo, da Adriano Tilgher, divenne popolare anche in Francia e Germania. Classe 1868, viene ricordata in particolare per alcuni romanzi dal tratto verista e decadentista. Tra le sue opere più conosciute troviamo Roveto ardente (1905), Rete d’acciaio (1919), Il dio nero (1921), Il mare e la vela (1924), Ti porto via! (1933), e include notevoli pezzi teatrali, una riscoperta che sicuramente allieta il mondo culturale odierno.

Il contribuito alla produzione narrativa italiana fu di rilievo, tanto che illustri letterati del calibro di Benedetto Croce non esiteranno a compararla a Grazie Deledda, premio Nobel della Letteratura nel 1926 , mentre Luigi Capuana, altro illustre italiano, non esiterà a definirla autrice «...di impeto e foga notevolissimi, che parecchie sue consorelle possono invidiarle». Ai giorni nostri arriva quasi sconosciuta, riscoperta autentica di un filone editoriale capace di recuperare autentiche esperienze letterarie di primo ordine, e in un periodo, come quello che si avviava al fascismo, sempre utile da confrontare con il mondo odierno.

Molti dei suoi lavori furono inizialmente pubblicati in riviste e periodici dell'epoca, così come L'eroe (1904) o La salamandra (1906) che infatti costituirono il fortunato repertorio di varie compagnie teatrali. Nell'arte teatrale, la sua padronanza del dialogo fu di indubbio talento: tale da "far parlare il silenzio" e le "cose non dette", l'inespresso come il sottinteso, diventando il perno dell'espressione nell'intreccio della trama narrativa. 

 

Clarice Tartufari - Biografia e opereLa Tartufari nacque a Roma il 14 febbraio 1868 da Giulio Gouzy e Maria Luisa Servici. Il padre di origine francese e di religione protestante, si convertì al cattolicesimo per poter sposare la madre, la cui famiglia - di piccola nobiltà - inizialmente fu molto contrariata all'unione dei due. La piccola passò un'infanzia non facile, perdendo ambedue i genitori in tenera età e fu accolta insieme ai fratelli nella casa del nonno e dello zio, Alfonso, nella località di Novilara, campagna nella provincia di Pesaro. La giovane Clarice ebbe una prima istruzione scolastica di tipo privato, iniziando in modo autonomo ad appassionarsi di letture impegnative, tra cui opere di Metastasio e Rousseau. Venne quindi iscritta alla scuola normale con indirizzo magistrale, dove si diplomò giovanissima. Si sposò presto con Vincenzo Tartufari, un giovane toscano conosciuto a Roma, e si trasferì nella località di Bagnore, in provincia di Grosseto, zona Monte Amiata, dimora che terrà per tutta la vita.

Novilara di PesaroL'inizio della carriera letteraria arrivò in sordina, tra correzioni di bozze per riviste e opuscoletti, collaborando con periodici come Donna, Nuova Antologia e Fanfulla della domenica; già nel 1887, diciannovenne, scrisse una novella, Maestra, che racconta la vita di una donna e dei sacrifici quotidiani per un'istruzione dignitosa e diventare maestra, tra stanze anguste senza luce né aria, silenziose rinunce, dignitosa miseria e Ginevra,  figlia di un portalettere e di una stiratrice.

La collaborazione con le riviste si rese sempre più  intensa, tanto da portarla a scrivere diversi articoli di sicuro interesse su argomenti rivolti al mondo femminile e alla figura della donna nella società dell'epoca. Tra le sue pubblicazioni si citano in particolare: Il concetto della donna nel pensiero del Bonghi; Studio su Ada Negri; Dal finestrino di un treno espresso, pagine di un diario di viaggio; più alcuni componimenti poetici, quali Primavera, E penso al mare, È morto il sole, Mentre piove, La fontana del mistero, Luci e specchi. Un primo volume venne pubblicato nel 1894, Versi nuovi, una raccolta di poesie. Due anni dopo seguì Vespri di maggio, sullo stesso filone.

Bagnore AcquaforteRaccolte di poco successo, ma di sicuro istinto creativo, che successivamente, e per diversi anni, esprimerà in diverse opere teatrali, anche firmate con lo pseudonimo, usando il nome del fratello maggiore, di Carlo Gouzy, morto prematuramente. Modernissima (1900), Logica (1901), L'eroe (1904), La salamandra (1906), vengono rappresentate a teatro nello stesso anno con la compagnia Maggi. Nel complesso vengono sono presenti tematiche legate alla tradizione del dramma borghese, e alle sempre più attuali considerazioni del ruolo femminile nella società di allora. La scenografia è ben descritta in modo preciso e dettagliato, tra abiti, portamento, espressioni di un viso, del fisico, e non ultimi nei dialoghi.

Clarice TartufariNella dialettica narrativa viene descritta un'epoca quasi come una fotografia, tale fu la capacità della Tartufari di riportare l'accuratezza di particolari, nella scenografia, negli abiti come nelle mode, in un guizzo del viso come appunto nel dialogo. Legata al tradizionale filone di letteratura al femminile di fine Ottocento – Primo Novecento, come accadde a nomi come Matilde Serao o Maria Messina, anche la Tartufari pone al centro dei suoi dramma le donne, quelle che sfidato o che desiderano sfidare i pregiudizi di una comunità tradizionalista, ancora invasa dal bigottismo sociale, ma che poi si ritrovano ad accettare i ruoli di sempre, come quello di moglie o di figlia devota.

Il ruolo della donna lo si vede in particolare nel suo romanzo postumo "L'uomo senza volto", dove l'unica donna che appare veramente emancipata, la dottoressa Nice, si laurea in filosofia con una tesi dal titolo 'Noi ragazze di oggi', e che poi aspira ad un marito amante ma anche padre e compagno mentore. A differenza di alcune scrittrici sue contemporanee, nonostante affronti e denunci tematiche come la discriminazione di genere o quella sociale, si dimostra infine poco incline alla risoluzione del conflitto, preferendo adattarsi in modo pragmatico alla morale corrente. Interessante a tale proposito diventa la lettura di Le modernissime, commedia in tre atti, pubblicata con lo pseudonimo di Carlo Gouzy, e ambientata nel mondo borghese di una grande città: narra di due giovani sorelle arrampicatrici sociali, Caterina e Carlotta, che si servono delle loro idee sul ruolo della donna per migliorare la posizione di entrambe nel mondo borghese. Riusciranno nell'intento?

É tutto un mondo di aspirazioni quello della Tartufari, impegnato nell'eterna legge del ciclo sociale, come quello delle famiglie della sua epoca, spinte dall'impetuosa volontà di elevarsi al di sopra della propria condizione (come accade nel suo primo romanzo 'Maestra') e ascendere alla raffinatezza intellettuale; poi accade però che ristagnano e cadono. Sono tematiche molteplici quelle comunque affrontate, e qui sta ancora una volta la vera forza della Tartufari: tematiche come il contrasto tra l' eroismo dei pochi giovani sacrificati alla guerra con impeto, e la vita dei molti, che sul sangue dei primi hanno poi innalzato la loro privata fortuna. Ci sono poi gli stimoli autobiografici, seppur rari, che rivivono, nel Il gomitolo d'oro (1924), con le rievocazioni del paesaggio campestre dominato dal castello di Novilara, dove l'autrice rievoca con affetto la stagione della sua infanzia e prima giovinezza.

Nel 1909 viene pubblicato uno suoi romanzi più conosciuti, Il Miracolo (“sopra le viuzze tacite di Orvieto, sopra gli orti fronzuti, sui fastosi palazzi disabitati ed i vasti giardini sonnolenti, le note delle campane volavano a sciami, sparpagliandosi e disperdendosi, oltre la cerchia delle mura tufacee?), che pone a confronto il modernismo di un epoca agli esordi, contro il cattolicesimo tradizionalista, conditi dalla classica analisi sociale e psicologica, delineata con tratto preciso: viene raccontata la storia di una giovane vedova che vive in un ambiente provinciale di benpensanti cattolici e moralisti, divorata dai rimorsi per essersi lasciata andare alla passione.

I quadri paesaggistici non mancano, così come lo stile narrativo, sempre calibrato ai protagonisti delle vicende man mano descritte. Con sicuro intuito, la scena dei suoi romanzi è collocata in piccole città (Orvieto, Pesaro), che nel presente vivono del passato e che restano pur sempre asilo sicuro (tra religione e morale) dalle grandi città moderne, come Roma, a loro volta rappresentanti di una memoria sempre più incerta. Accade così per Orvieto, in Il Miracolo, città che vive del suo Duomo ricco di marmi e ori, del suo seminario severo, dei suoi antichi vicoli acciottolati, e che partecipa alle vicende dei suoi abitanti, soffrendo con loro quasi fossero un'unica anima. Viene ritenuto uno dei romanzi più rappresentati della Tartufari, che pure catturò l’attenzione della stampa tedesca. In romanzi come in Fungaia, 1908 (con Roma e il periodo degli scandali bancari in sottofondo) e All'uscita del labirinto, 1914 (che narra le vicende di una donna attraversare la solitudine per conquistare una propria autonomia sociale), troviamo confermato lo stile narrativo della Tartufari e la sua capacità di tratteggiare i suoi personaggi, in questo caso ad includere non solo le figure femminili ma anche gli anziani, memoria di una società a cui l'autrice si sente molto legata, pur rappresentandone il confronto con la modernità che andava comparendo.

I personaggi che incontriamo nelle sue opere sono creati dalla fantasia, parte di un contesto realistico e storico di vita vissuta e di aspetti socio-culturali, e che si pone carico di riflessioni utili al mondo moderno di oggi. Intenso il dibattito all’interno della Chiesa tra tradizionalisti e modernisti, da lei espresso, così come quello sull'emigrazione verso Israele da parte degli ebrei romani (che leggiamo in Il mare e la vela – 1924 – dove vengono affrontate le vicende dell’ebreo Gastone Budrio, mentre si reca in viaggio fuori dalla capitale e verso luoghi dove «Da un paese all’altro le campane si chiamano e si rispondono;  le massaie rubiconde, in groppa all’asino, scendono in paese a vendere erbaggi e ad acquistare frottole dai mercanti girovaghi. Intanto la luce si diffonde e tutto allieta in vetta ai colli e nel fondo delle vallate»). Non mancano le tematiche che fanno da sfondo alla Prima guerra mondiale, così come quelle che uno sguardo attento ricerca nel periodo che porta al Fascismo.

I temi affrontati sono vari e liberi da elementi autobiografici: così accade in Suburra, opera teatrale, in prima versione del 1909, in cui è descritto l’ambiente della piccola borghesia romana, e che è anche noto nella versione tedesca, tradotto nel 1911 da Hans Barth con il titolo Das Wunder. Tra gli altri suoi romanzi più importanti troviamo anche Il marchio (1914), Roveto ardente (1901), che Luigi Capuana già definì un «lampo schietto di accesa passione», All'uscita del labirinto (1914), recensito da La donna il 5 marzo 1911 come un'opera dove poter "sentire battere il ritmo inquieto dell’anima femminile di altri romanzi". Tra le altre opere si citano Logica (1900), Arboscelli divelti (1901), Dissidio (1901), Il volo di Icaro (1908), La testa di Medusa (1910), Eterne leggi (1911), romanzo sociale e filosofico e che fu subito tradotto in francese, e che narra della legge imperativa della caducità e del rinnovamento, L'albero della morte (1912), Il giardino incantato (1912), Rete d'acciaio (1919), Il Sentiero (1925), Lampade nel sacrario (1929), L'imperatrice dei cinque re (1931).

Ti porto via! (1933) fu l'ultima opera che la Tartufari scrisse. Morì il 3 settembre 1933, nella sua casa di Bagnore. Negli anni '30 del Novecento, con il fascismo che andava consolidandosi, le sue opere vennero ben presto dimenticate; d'altronde prendevano forma altre tematiche letterarie, rispetto a quelle che esigevano il confronto sociale del primo Novecento, e che infatti preferivano trattare di viaggi coloniali nei nuovi territori italiani, quali l'Etiopia. Oggi, le opere di Clarice Tartufari sono importanti per sviluppare un punto di riflessione sul clima culturale della sua epoca,  e che si avviava alla stagione del fascismo, nonché alla chiusura culturale e all’autarchia del regime.

Condoglianze di MussoliniNel L'uomo senza volto, romanzo postumo uscito nel 1941, si intuisce ancor di più il talento di Clarice Tartufari. Prosa e tematica si uniscono in un connubio di rilievo, psicologico e narrativo. La scelta ricade ancora una volta sull'universo femminile ma anche, in questo caso, sul mondo interiore maschile, riconoscendone il giusto ruolo. Rodolfo, che ritorna dalla guerra e si ricongiunge alla famiglia, dopo un viaggio dalla Polonia all'Italia, in cui il cambiamento degli ultimi anni sembra ripercorrere i meandri della memoria. Il destino sembra improvvisamente diverso da quello immaginato durante la prigionia, incide sulla sua identità e una mente confusa e tiranna. Anche qui fa da sfondo l'ambiente borghese a cui la famiglia appartiene.

La Tartufari fu anche talentuosa dicitrice nella sua attività di conferenziera (confermata almeno su tre appuntamenti, tra il 1911 ed il 1912, a Padova per una conferenza su Dante, e a Roma e Torino sempre sul ruolo della donna nella società).

Opere di Clarice Tartufari

Romanzi

Ebe, Palermo, Sandron, 1902.

Roveto ardente, Torino – Roma, Roux e Viarengo, 1905.

Il volo d’Icaro, Torino, Sten, 1908.

Fungaia, Roma, Voghera, 1908.

Il miracolo, Roma, Romagna, 1909, trad. ted.: Das Wunder, Stuttgart, 1911.

Eterne leggi, Roma, Romagna, 1911.

All’uscita del labirinto, Bari, Humanitas, 1914.

Rete d’acciaio, Milano, Treves, 1919.

Il dio nero, Firenze, Bemporad, 1921.

Il gomitolo d’oro, Milano, Trevisini, 1924.

Il mare e la vela, Firenze, Bemporad, 1924.

La nave degli eroi, Foligno (Perugia), Campitelli, 1927.

Lampade nel sacrario, Foligno, Campitelli, 1929.

Imperatrice dei cinque re, Roma-Foligno, Campitelli, 1931

«Ti porto via!», Milano – Roma, Rizzoli, 1933.

L’uomo senza volto, Roma, Tosi, 1941.

Novelle

Maestra, Roma, Perino, 1887.

Il giardino incantato, Roma, Armani e Stein, 1912.

L’albero della morte, Roma, Voghera, 1912.

Poesie

Versi nuovi, Roma, Loescher, 1894.

Vespri di maggio, Roma, Loescher, 1897

A Giuseppe Verdi in morte della moglie, Milano, E. Loescher, 1897.

Teatro

Dissidio, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1901.

Logica, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1901.

Le modernissime, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1902.

L’eroe, Torino-Roma, Roux e Viarengo, 1904, Trad. ted. da J. Mager: Mammon, München, 1906.

L’opinione di Balzac, Scherzo comico in 1 atto, 1904.

Altri tempi. Commedia in tre atti, Roma, 1905.

Salamandra, Commedia in tre atti, 1906

Il marchio, Commedia in tre atti, 1906.

Lucciole sulla neve, Dramma 1 atto, 1907

La testa di Medusa, Torino, Unione Editoriale, 1910.

Arboscelli divelti, Milano, Barbini, 1913.

Altri scritti

Italia Vitaliani, Palermo, Biondo, 1902.

La rivelazione di Beatrice, Firenze, Olschki, 1913.

Lettera autobiografica di Clarice Tartufari a Onorato Roux

Dai dodici ai quindici anni la mia vita trascorse in modo assolutamente inusato per una bambina di quella età. Mi avevano sbalzata, di punto in bianco, alle abitudini cittadine dall'esistenza quasi selvaggia della campagna, dov'ero vissuta durante l'infanzia, correndo pei solchi, inerpicandomi pei greppi, sforacchiandomi le mani ai pruni delle siepi e incrostandomi di salsedine i piccoli piedi scalzi, allorché mi sollazzavo, per intieri pomeriggi, sopra un lembo deserto della spiaggia adriatica.

Dietro le mie spalle s'innalzava a picco il monte Ardizio, ossuto e nudo come lo scheletro di un gigante; dinanzi ai miei occhi si distendeva il mare, e io, presso la riva constellata di pietruzze e conchiglie, attendevo le onde che si avanzavano dal largo rapide e turgide; poi, quando, arruffate di spuma sulle creste mobili, si accostavano al lido per ivi frangersi con voce sonora, io fuggivo a tutta corsa e mi volgevo, con gioia orgogliosa, a irridere il mare, che era tanto grande e che pure non sapeva raggiungere me tanto piccola oltre la zona della sabbia bagnata e si ritraeva mugghiante, minaccioso, eppure impotente dalla zona della sabbia asciutta, mentre io, a un tempo spavalda e pavida, mi avanzavo di nuovo con l'acqua fino ai malleoli e di nuovo fuggivo al sopraggiungere delle onde ed allo sparpagliarsi fra l'alghe della spuma sempre rinnovata e candida.

In città era tutt'altra cosa. Di giorno bisognava passeggiare e mangiare ad orario fìsso; di notte bisognava affondarsi dentro un vasto letto troppo morbido e, destandoci, bisognava ascoltare nel silenzio le voci dei passanti o il rumore di qualche carrozza, anziché il canto dell'usignolo o l’affrettato zirlìo acuto dei grilli o, durante le notti lunari, l'abbaiare furibondo dei cani irritati contro la luna. Il mare bisognava guardarlo dalla piattaforma di uno stabilimento e condannarsi a udire, fra il bisbiglio dei madrigali e il cicaleggio della maldicenza, l'alta voce delle acque che si muovono perennemente da opposte plaghe, portando a noi la eco

del vento quando urla e della tempesta quando si sfrena.

Io non sapevo raccapezzarmi. Ero disorientata, ero melanconica; gli abiti assettati m'impacciavano le membra; la tirannia dell'orario mi vincolava il pensiero e spesso scendevo sola in cortile per contemplare il cielo e invidiare le rondini elle volavano al di sopra dei tetti. Mi aggrappavo allora ai ferri del cancello e lo scuotevo, simile a un aquilotto prigioniero che batta rabbioso delle ali contro le sbarre della sua gabbia. Avrei voluto morire e in pari tempo sentivo in me una sete ardentissima di vivere, un bisogno confuso d'impiegare l'esuberanza della mia forza; avrei voluto che qualcuno m'amasse e mi consolasse, mentre io stessa, a mia volta, avrei voluto amare e consolare qualcuno; desideravo con ardore tesori di gioia e di tenerezza per dispensarli; mi sentivo schiava nelle mie azioni, libera nel mio pensiero, e la schiavitù delle mie azioni mi umiliava, dandomi la misura della mia debolezza, e la tumultuosa in- dipendenza del mio pensiero mi esaltava, dandomi la misura della mia forza.

Passavo ore ed ore seduta immobile sui gradini della scala, che da una stanza isolata conduceva ad un cortile silenzioso angusto. Talora avrei voluto che qualcuno di me più possente mi avesse preso per mano e mi avesse condotto via, facendomi camminare interminabilmente lungo a una strada senza fine, dove la luce avesse scherzato tepida e bionda fra i rami penduli dei lilla in fiore e i ciuffi del biancospino dall' odore amarognolo; talvolta avrei voluto esser io a prendere per mano qualcuno di me più debole e trascinarlo con impeto attraverso cespi di rovi, saltando burroni, sfidando torrenti, per attingere la cima di qualche rifugio inesplorato e quindi deporre in salvezza Tessere di me più debole, per riprendere da sola il mio cammino aspro, in mezzo ai pericoli, in mezzo all'orrido degli elementi in

ira per trovare la gioia nell'esercizio pieno del mio coraggio. Invece nessuno si occupava di me e io non avevo nessuno di cui occuparmi.

I miei Genitori erano morti da tanti anni; i parenti di mio Padre vivevano e vivono in Francia, estranei a me per differenza di religione e di lingua; il mio povero nonno materno, già così imperioso, languiva in campagna abbattuto dalla paralisi, come una quercia schiantata dal fulmine; i miei due fratelli avevano le loro scuole, i loro compagni, i loro sollazzi; le cuginette a me quasi coetanee, avevano i genitori da cui farsi amare e proteggere; gli zii, presso i quali vivevo, avevano i loro proprii figliuoli, a cui largire il fiore dei loro afi'etti e il meglio dei loro pensieri. Non ero maltrattata, oh! no dav-

vero, anzi tutt'altro; ma non ero nemmeno accarezzata. Si aveva gran cura che io non ponessi piede oltre la soglia del portone di casa, che non mi facessi alla finestra, che nessuno mi avvicinasse, che io non avvicinassi nessuno, che non mandassi ne ricevessi alcuna lettera, che non frequentassi alcuna festa, che nulla, insomma, velasse nemmeno di un alito l'innocenza de' miei tredici anni; ma, intanto, le idee mi germogliavano nel cervello con la fioritura libera dell'erbaglia dentro un recinto incolto, senza che nessuno al mondo si desse briga di estirparne il troppo ed il cattivo; e leggevo libri su libri, romanzi, storie, poemi, trattati di filosofìa, commedie, tragedie, vite di Santi, biografie di scrittori, senza discernimento un metodo, passando dalle vicende acrobatiche del Conte di Montecristo alle prose, spesso per me incomprensibili, di Giosuè Carducci, dal rivoluzionarismo grossolano, a luce di bengala, di Eugenio Sue nei “Misteri del popolo? alle pagine meditate, profonde e lucide di Niccolò Machiavelli.

Ed è strano come tutto mi appassionasse ugualmente. I romanzi mi appassionavano per la ricca e assurda varietà delle loro avventure; le storie mi appassionavano perchè io vedevo gli eserciti muoversi, i cortigiani intrigare, i sovrani legiferare come attraverso ad una nebbia, che ne rendeva imprecisi i contorni, abbellendo quei personaggi realmente vissuti dei colori iridescenti, onde si adornano le creature belle generate nel mondo dei sogni dalla commossa fantasia dei poeti. Quantunque io fossi e sia abitualmente meditativa e mi piaccia fare sosta ad ogni nuova impressione per indagarne l'origine e misurarne la portata, pure l'elemento fantastico è quello che predomina in me. I personaggi dei libri che io leggo vivono materialmente d'intorno a me; i personaggi dei libri che scrivo assumono per me una fisonomia, una voce, un accento, un'andatura e mi accompagnano nelle mie passeggiate e si frappongono tra me e la realtà delle vicende giornaliere, oscurando coi loro volti tristi o ridenti i volti delle persone vive, coprendo con le loro voci il suono delle voci che nella realtà mi parlano e che spesso io non ascolto. Nel corso di una conversazione, mentre io sono tutta presa dall'interesse dell'argomento intorno a cui la conversazione si aggira o dal fascino personale del mio interlocutore, mi basta che nel dialogo guizzi una parola evocatrice di paesaggi lontani, il titolo di un libro a me caro, il nome di una persona scomparsa, una inflessione di voce udita altra volta su altre labbra ed in circostanze remote; mi basta che a me giunga l'alito di un profumo dalla finestra aperta o il trillo di un canarino echeggiante

fino a me da qualche gabbia invisibile, perchè l'immagine di cose lontane o mai esistite prenda immediata consistenza e importanza immediata e cada nel vuoto ogni parola della conversazione presente.

Mi studio, per gentilezza, di mostrarmi tuttavia attenta al dialogo, vi prendo anche parte con parole brevi o interiezioni buttate a caso; ma divengo distratta, impaziente, apro e chiudo il ventaglio, se è di estate; stringo forte le mani, al riparo del manicotto, se è d'inverno; la fisionomia mi si foggia involontariamente a una espressione dolorosa; se mi trovo in casa d'altri mi alzo e me ne vado affrettatamente; se mi trovo in casa mia assumo un tale contegno preoccupato che il visitatore è costretto, alla sua volta, di alzarsi e di andarsene. È più forte di me. Il mio pensiero può docilmente, e anche per lungo tratto, correre sopra le linee di un binario tracciato, ma se lo coglie l'estro di galoppare senza guida ne freno attraverso le plaghe sconfinate del sogno, esso mi trascina, mi travolge e io debbo seguirlo docilmente nel paese delle nuvole. Se questo mi accade oggi figurarsi quel che mi doveva accadere a tredici anni.

Passavo nella vita a guisa di sonnambula! Mi davano grande vanto di docilità, perchè ero indifferente; credevano che io fossi passiva ed io, intanto, maturavo in me i germi di future ribellioni, che strabiliarono tutti, quando, all'inprovviso, mostrai di possedere una tenacia incrollabile, a sostegno della mia volontà e talora anche de' miei capricci; mi giudicavano melanconica, taciturna, apatica, e invece, quando mi trovavo sola, ben certa di non essere né veduta, ne ascoltata, mi davo a correre sfrenatamente, a cantare, a parlare ad alta voce, a dire per mio conto mille cose amene, che mi divertivano e

mi facevano ridere.

Il giorno in cui compivo i miei tredici anni io ero in letto da oltre un mese, coi poveri piedi sanguinanti e turgidi per i geloni; ero in letto la oltre un mese nella stanza più appartata della vasta casa, una stanza tetra, fredda, illuminata male, e ricordo che nevicava a piccole falde lievi e le falde danzavano per l'aria opaca e venivano a posarsi sui vetri della finestra, sciogliendosi subito e convertendosi in acqua.

Tranne che nell'ora dei pasti, nessuno si preoccupava di me. Era stato chiamato il medico, il quale aveva sentenziato, spiritosamente, che, per guarire i geloni, ci vuole la primavera; tutti avevano riso e tutti, me compresa, avevano stabilito di aspettare il mese di maggio con rassegnazione. La mattina, dunque, del mio tredicesimo anniversario, i miei fratelli si presentarono in camera a portarmi un pacco di dolci e un canestrino di frutta secche; mia zia mi portò due lire in argento; le mie immaginette mi portarono la loro attiva collabora- zione nel rosicchiare canditi e nel succhiare caramelle; poi la stanza ricadde nello squallore dell’abituale solitudine. Eppure io ripenso anche oggi a quella giornata tetra come a una fra le più gaie della mia vita. Stavo leggendo «Angelo Pitou» di Alessandro Dumas e vivevo in mezzo agli eroi della rivoluzione francese.

Correvo dalla reggia di Luigi XVI a piazza della Bastiglia; ne smantellavo i muri fra il clamore della moltitudine; danzavo la Carmagnola sotto l'albero della libertà; ero ad un tempo regina e rivoluzionaria, m'infiammavo per il popolo; congiuravo per il re; ero tutto, ero tutti, e la mia piccola anima si sentiva tanto ricca, tanto agile, che la camera tetra diventava ampia, che la solitudine si affollava di gente in moto e risuonava di grida e di canti. D'altronde, chi era Luigi XVI? Dov' era Parigi? Quale numero di anni mi separava da quegli avvenimenti e quale distanza mi separava dai luoghi dove quegli avvenimenti si erano svolti? Non sapevo, nè mi curavo di sapere. La mia ignoranza era talmente fenomenale che a descriverla sembrerebbe inverosimile. Geografia e cronologia erano per me lettera morta, e io non avevo idea, nemmeno approssimativa, della vastità dello spazio. Vedevo fatti e personaggi di epoche e luoghi disparatissimi sopra una linea sola, priva .li sfondo, e il passato mi si presentava come un quadro a un solo ripiano, dove le figure stavano le une accanto alle altre, nelle proporzioni stesse e con lo stesso rilievo. Andromaca era per me coetanea di Maria Antonietta ed Oreste era per me altrettanto vivo e vero quanto Garibaldi.

Avevo letto Omero nella traduzione del Monti, avevo letto Virgilio nella traduzione del Caro; mi ero appassionata sino alla frenesia per Ettore ed Achille; avevo odiato Enea, che io insultavo da sola, chiamandolo sacrestano; avrei voluto che Lavinia si fosse fatta rapire da Turno magari in ferrovia; ma non m'importava all'atto di sapere dove o quando quella gente era vissuta; per me viveva lì, nell'ora presente, dentro le pareti della mia stanza, e ciò mi bastava. Avevo letto a quindici anni quello forse che un uomo discretamente colto non ha letto a trenta, e, non pertanto, sentendo dire che una signorina di nostra conoscenza era andata a Como in visita presso certi parenti, ne rimasi sgomenta, impensierita, quasiché Como fosse un paese misterioso ai limiti estremi dell'universo, e, sentendo che la famiglia del maggiore dei carabinieri abitante al secondo piano della nostra casa era di Napoli, io attendevo furtiva sulla scala per vedere salire e scendere le signore, stupita di scorgerle simili a noi nella foggia delle vesti.

E interpretavo a mio modo molte parole; ad esempio, leggendo la «Storia delle repubbliche italiane» del Sismondi e sentendo che i principi tedeschi si erano adunati per una dieta, io credetti fermissimamente che si fossero uniti insieme per digiunare. Insomma, l'edificio della mia istruzione divenne qualcosa d' ibrido e di assurdo, fabbricato a casaccio, senza disegno, senza misura, senza linee, senza concetti di praticità. Su taluni punti le fondamenta di tale edificio si sprofondavano tanto da toccare e abbarbicarsi all'essenza medesima del mio essere; in certi altri punti era un edificio campato in aria e doveva inevitabilmente crollare al primo urto, ingombrandomi l’intelletto con alti cumuli di macerie; in talune parti esso era elegante e saldo, in certe altre oscillante e barocco, dimodoché, quando più tardi, dopo  maritata, ho voluto rimettere in ordine, per utilizzarlo, il materiale ammassato, mi sono trovata di fronte a una tale confusione di buono e cattivo, di roba vecchia e nuova, servibile ed inservibile, che spesso mi sono arrestata, vinta dallo sconforto, e talvolta ho gettato via qualche ornamentazione squisita, talvolta ho serbato qualche ferraglia caduta in disuso e, non ostante la disciplina ferrea che mi sono imposta e gli studii rigidissimi a cui mi sono sottomessa, anche oggi trovo lacune nel mio pensiero, anche oggi mi vedo condannata ad arrestarmi o deviare per la mancanza di qualche piccolo ponte di passaggio che mi permetta di varcare difficoltà irrisorie in se stesse e per me insuperabili. E, quantunque io abbia sortito da natura un gusto sottilissimo e il mio gusto io abbia affinato con lo studio indefesso dei classici, scorgo alle volte nell'opera mia un non so che di eccessivo e di gonfio, che m'irrita, mi umilia, che io percepisco e di cui non riesco a liberarmi. Ed è così anche pel mio carattere.

Io posseggo un temperamento arditissimo, di ottima tempra. Il pericolo mi esalta: dove c'è da combattere io mi sento allegra e franca. Sembra che il mio passo diventi più svelto via via che il sentiero diventa più scosceso e che il mio braccio diventi più forte via via che più inaccessibile appare la vetta su cui piantare il mio vessillo. Le critiche più acerbe mi hanno servito di sprone; gli ostacoli non mi hanno fatto mai indietreggiare, o, seppure, mi hanno fatto indietreggiare per meglio prendere lo slancio nella mia corsa. Io mi sento fiacca e triste quando nessuno sta contro di me; una via larga e piana che mi si apra dinanzi fa nascere subito in me il desiderio del riposo. Ho bisogno di guardare in alto, di vedere montagne e dirupi per sentirmi alacre, e, se vivessi nel mondo delle favole, io sarei la piccola eroina che va, cantando, tra mostri ed insidie, a raccogliere i pomi preziosi dentro il giardino guardato dal drago vomitante fiamme dagli occhi e dalle nari. Ebbene, con un temperamento così audace, con un'anima così pronta ad accendersi alla fiaccola dell’orgoglio e del coraggio, io, nelle minute contingenze della vita, ho timidezze inconcepibili, strane paure. Un viso nuovo da vedere mi sgomenta; una visita da fare a persona sconosciuta mi preoccupa per una intiera giornata.

Se tutto un pubblico mi fischia con furore una commedia, io rimango assolutamente tranquilla al cospetto degli altri e, quello che più vale, al cospetto di me stessa; invece, se mi presento a un capocomico con un copione ovvero a un editore con un manoscritto, io cerco le parole; il respiro mi vien meno e per poco che il mio interlocutore mi appaia freddo o indeciso, io scompagino tutto con l'espressione del mio viso tra punto e spaurito e con l'insieme del mio contegno fra intimidito ed offeso. Ciò avviene, perché intellettualmente e moralmente mi fanno difetto le note medie, quelle legature, quei passaggi, che servono a dare unità e morbidezza così alle opere d'arte come nelle vicende della vita. E simili manchevolezze, di cui ho subito e subisco le conseguenze gravissime, io le debbo ripetere dalla mia infanzia troppo selvaggia, dalla mia adolescenza troppo sfrenatamente libera nelle mie letture, troppo claustrale nelle mie abitudini.

 

Clarice Tartufari. (11 aprile 1908)[1]

 


 

[1] Illustri italiani contemporanei; memorie giovanili autobiografiche di letterati, artisti, scienziati, uomini politici, patrioti e publicisti, Onorato Roux, 1908, Firenze Benborand

 

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