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Palazzo Reale di Torino
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La prima e più importante delle residenze reali dei Savoia.
Il Palazzo Reale di Torino, così come appare oggi è stato costruito per
iniziativa di Maria Cristina di Francia, duchessa di
Savoia, nel 1646. L'opera riabilita una prima struttura del
1559, commissionata da Emanuele Filiberto, quando trasferì
la capitale del Ducato di Savoia da
Chambery a Torino. Questo palazzo fu la più importante residenza
reale fino al 1865, quando Vittorio Emanuele II
trasferì la capitale del regno d'Italia prima a
Firenze e poi a
Roma. |
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La decorazione interna
illustra l'evoluzione del gusto dei Savoia dal XV al XIX
secolo. Dal XVII secolo in poi, era consuetudine che il
palazzo venisse "rinfrescato" in occasione di ogni matrimonio
reale. Affreschi trompe-l'oeil, dorature (opera magistrale
degli artigiani piemontesi), una collezione di orologi, la
sala del trono e un prezioso "gabinetto cinese" firmato
da Filippo Juvarra sono i capolavori del palazzo. Un tranquillo
giardino progettato da André Le Nôtre (l'architetto dei
giardini di
Versailles) ospita una curiosa fontana barocca
decorata con strane figure che sembrano indicare la presenza
di importanti reliquie a Torino. Il Caffé Reale è una sala
da tè deliziosamente barocca dove si può sorseggiare un
"bicerin" (una storica bevanda calda e analcolica tipica di
Torino), come se si fosse a corte.
Visto
dall'aereo il Palazzo Reale di Torino è impressionante, non
tanto per la suggestione delle sue linee architettoniche o
perché le sue caratteristiche siano tali da suggerire storie
favolose, ma, piuttosto, perche si tratta di un complesso
davvero imponente di edifici, di corpi di fabbrica, tutti
collegati fra foro, alcuni carichi di storia, altri di
secoli, altri di spiritualità.
Da un lato, a ridosso dei resti della Torino romana, il
palazzo confina con la Cattedrale e con la
Cappella della Santa Sindone, una delle massime reliquie
della cristianità, dall'altro, attraverso lunghe ali di
edifici, si giunge fino al Teatro Regio, inquadrando
Piazza Castello, al centro della quale sorge la mole
di Palazzo Madama, con la facciata di Filippo
Juvarra scenograficamente addossata alla massa muraria
del castello a quattro torri.
Il
"palazzo del re", come lo chiamavano i viaggiatori stranieri
del Settecento, appariva con la sua bella e nobile facciata
arrivando da Piazza San Carlo e le cronache più o
meno si ripetono, riferendo che una bella scala porta agli
appartamenti di parata, quel piano di nobili aule che oggi
si visitano ben guidati da preparati ciceroni. Essi tutelano
severi la reggia dove si è svolta tanta parte della storia
di un'Italia che si andava formando, dove il visitatore
passa di ambiente in ambiente, quasi timoroso nel silenzio
di quelle sale, la cui magnificenza, moderata qua e la da
sani Principi di economia, è piena di dignità e di sussiego.
Nelle
giornate cerimonia, si perveniva alla presenza del re
attraversando prima il Salone degli Svizzeri e,
successivamente, le Sale dei Corazzieri, degli
Staffieri e dei Paggi. Le ultime due erano piene
di lacchè in belle livree scarlatte e di paggi, tutti di
nobile casato, riuniti a conversare sommessamente in questi
ambienti decorati di belle pitture, stucchi, ori, quadri e
arazzi. Il Palazzo Reale di Torino quale noi lo conosciamo
oggi, fu iniziato nel lontano 1645 per volere della reggente
Maria Cristina, come detto francese, madre di Carlo
Emanuele II che allora era un ragazzo di soli undici anni,
essendo nato nel 1634 da Vittorio Amedeo I e dalla
figlia di Enrico IV di Francia, donna di grande
temperamento e capacità, che aveva rivoluzionato il modo di
vivere un po' provinciale della corte piemontese. Non per
niente "Madama" si firmava, con un certo snobismo,
Chrestienne anche nella sua nuova patria, che poi non
era tanto nuova se si tiene conto che sua madre era Maria
de Medici.
Reggente dal 1638, alleata del fratello Luigi XIII, ebbe i
suoi problemi con la famiglia Savoia per ragioni politiche,
fino a trionfare e a governare la sua corte come voleva,
anche dopo che il figlio aveva già preso in mano le redini
del potere. Feste al Valentino e nuovi edifici erano le sue
occupazioni favorite, insieme con la politica.
Madama Reale, come veniva chiamata, dunque, aveva voluto
rifare il vecchio palazzo, detto "di San Giovanni" o
Vecchio, perché mal messo e cadente. Si spianarono, perciò,
vecchi edifici della zona, compromettendo anche il medievale
palazzo del vescovo.
Amedeo di Castellamonte, architetto di corte, oltre
che conte, fu uno dei progettisti e sicuramente disegnò la
facciata, compiuta verso il 1660, mentre il cortile interno
fu a posto solo qualche anno più tardi, per le nozze di
Carlo Emanuele II con Francesca d'Orléans. I
lavori subirono poi una certa stasi alla fine del
Settecento, a causa delle vicende storiche e principalmente
in conseguenza dell'entrata in Piemonte delle truppe
francesi (1799). Altri lavori vedranno il palazzo
trasformato in cantiere sotto Carlo Alberto, in modo un po'
ampolloso e magniloquente, sotto la direzione di
quell'eclettico artista che fu Pelagio Palagi.
La vicenda architettonica è proseguita a fasi alterne nel
tempo, con incidenze più o meno rilevabili, fino ai recenti.
La Cappella della Sindone, se pure legata storicamente e
come struttura all'edificio, ne è però separata e vi si
accede dalla Cattedrale.
Una dimora dalle molte stagioni
Dopo
essere salito dal grande scalane, costruito su disegno di
Augusto Ferri nel 1864 per raggiungere il Salone degli
Svizzeri, il visitatore comincia un itinerario, che si
conlcude davanti alla scala detta "delle Forbici" e
nuovamente nel salone salutati dalla "voce" dello Juvarra
che sembra risuonare nell'armonia di quella scala che
conduce al secondo piano. Ci si trova di fronte a una
situazione più ottocentesca che secentesca, tuttavia di
grande effetto, in cui sale rifatte conservano spesso
ricordi del passato. Cosi, la prima delle tre sale che
precedono quella del Trono conserva arazzi del 1695
tessuti da Philippe Behagle nella celebre manifattura
di Beauvais, creata da Luigi XIV e raffiguranti i
Quattro Elementi (Aria, Acqua, Terra e Fuoco); un
soffitto ligneo intagliato nel 1660 copre la Sala degli
Staffieri, mentre quella dei Paggi accoglie
arredi del XVII e XVIII secolo.
Al
centro dell'interesse generale e, se così si può dire,
popolare del palazzo è la Sala del Trono, come
giustamente si addice a una residenza di sovrani. Sul piano
artistico, la sala è un accostamento eterogeneo di stili e
stratificazioni di opere. Si va dal secentesco soffitto
intagliato da Pietro e Bartolomeo Botto su disegni di
Carlo Morello, con al centro una tela di Giovanni
Miel, dalle porte e imposte decorate a intaglio nel
periodo 1660-62, alla settecentesca elegante balaustra del
trono, fino al pavimento e al lampadario, che risalgono al
secolo scorso.
Il nome di Sala del Trono è relativamente recente. Dapprima
era, infatti, la sala di parata di Madama Reale, e per un
certo tempo venne anche chiamata "della Pace" dal soggetto
del grande dipinto al centro del soffitto. Tra le altre
funzioni, essa servi un paio di volte come camera ardente,
per la regina Polissena Cristina nel 1735 e per
Elisabetta di Lorena nel 1741, entrambe mogli di
Carlo Emanuele III che, prima di loro, ne aveva avuta
un'altra, Anna Cristina di Baviera.
La Sala del Consiglio, tutta disegnata nell'Ottocento da
Pelagio Palagi, evoca uno dei travagliati e gloriosi
momenti della storia nazionale: varcarne la soglia equivale
a leggere un'importante pagina del nostro Risorgimento.
Attraverso la galleria, detta "del Daniele" per via di quel
Daniele Seyter che nel 1690 ne dipinse la volta, si
viene condotti alla scoperta della fastosa atmosfera di
corte, nel suo magico momento di splendore, che aleggia
nell'Appartamento della regina Maria Teresa. Già la galleria
è un biglietto da visita, lunga oltre 30 metri, piena di
specchi e lampadari di cristallo che dominano ben
cinquantaquattro ritratti di personaggi storici che sembrano
voler intimidire il visitatore. Uno quasi si aspetta di
trovare Maria Teresa d'Asburgo, moglie di Vittorio
Emanuele I, dietro l'uscio, sotto il Trionfo di
Venere che il Beaumont dipinse sulla volta della
camera da letto, cui seguono un salotto da lavoro, uno
studiolo, un oratorio privato, una sala d'aspetto per le
dame di corte (o cameriste della regina) e, come curiosità,
quella che ancora oggi viene chiamata Sala delle Macchine,
per il fatto che vi era installato un antenato degli attuali
ascensori, utilizzato come ingresso privato dalla regina
stessa.
Il viaggio fra gli intarsi e i dipinti di numerosi illustri
pennelli continua attraverso la cappella privata della
regina e il Gabinetto delle Miniature, che
conteneva copie di tutti i più famosi autori, da
Raffaello
a
Tiziano,
ridotti in minuscole dimensioni da non meno validi artisti,
come si usava fare nel XVIII secolo. La collezione si
compone di due gruppi di pitture su placche di avorio, la
prima, per l'appunto, come riproduzioni di celebri opere
d'arte, la seconda di ritratti sabaudi di tutti i tempi,
spesso ricostruiti con buona fantasia e non di rado
inventandone non solo la faccia, ma anche l'esistenza.
Miniatori impegnatissimi in questo lavoro furono l'abate
Felice Ramelli e Giuseppe Lavy, autore di molti
dei citati ritratti, fra i quali una terza moglie,
inventata, di Amedeo V. Ancora pochi ambienti e poi
si arriva al Salone da Ballo, dietro la Sala del
Trono, rappresentativo, con la sua unità dì stile del
rinnovamento ottocentesco della reggia. Il visitatore gira,
guarda, ascolta, a volte piacevolmente sorpreso da cose
deliziose, altre volte sgomento davanti agli orpelli più
pesanti.
Una boccata di ossigeno viene dal giardino. In origine
questo aveva un andamento quadrangolare, con al centro una
grande vasca d'acqua del 1563, detta "il rondò" per le
sedici statue che ne contornavano il profilo. Passò il tempo
e, con il sorgere delle nuove fabbriche del palazzo, anche
il giardino subì modifiche sostanziali a opera
dell'architetto Carlo Morello. Ma fu nel 1695 che si
fecero ampliamenti con l'aggiunta di terreni all'intorno,
sistemati poi nel corso della prima metà del Settecento dal
francese Enrico Duparc su schemi ideati da André
Le Nótre, inventore dei giardini alla francese, tra cui
come accennato Versailles, consultato nel 1698 da Carlo
Emanuele III. Nereidi e Tritoni ornano la grande fontana
e contribuiscono a tramandare per lo meno il nome di chi li
scolpi, Simone Martinez, nipote dello Juvarra, allora
considerato grande scultore e oggi appena ricordato.
Le passeggiate reali si svolgevano fra ameni boschetti,
statue, vasi di bronzo finemente ornati, gli stessi che ora
sono prudenzialmente ricoverati nel Salone degli Svizzeri e
certo le varie Madame Reali, avvezze alle meraviglie di
Versailles e del
Louvre, non dovettero soffrire mancanze nel
confronto.
L'architetto che
rinnovò Torino
Le
sorti della città in più occasioni influenzarono l'andamento
dei lavori di estensione e abbellimento del Palazzo Reale,
interrotti, tra l'altro, dall'assedio del 1700 ripresero
solo dopo il ritorno di Vittorio Amedeo II, che dal
1713 al 1718 era stato, per il Trattato di Utrecht,
re di Sicilia, poi scambiata dal 1720 al 1730 con la
Sardegna. E dalla Sicilia il re si era portato a Torino
un architetto raccomandatogli laggiù, di nome Filippo
Juvarra, che negli anni seguenti farà il progetto e lo
scalane di Palazzo Madama, la
Basilica di Superga, la Chiesa del Carmine,
Stupinigi e altre costruzioni minori che diedero un
impronta alla Torino settecentesca. Ovviamente, Juvarra fu
presente anche nel Palazzo Reale, dove lasciò la sua
prestigiosa firma nella citata Scala delle Forbici,
nelle decorazioni della galleria che dal Salone degli
Svizzeri porta alla Cappella della Santa Sindone e in altri
ambienti.
Un tocco qua, un tocco là, la mano sapiente dello Juvarra
domina la scena e, per inciso, ricordiamo che la famosa
scala non si chiama cosi per l'ardita e simmetrica forma
della struttura, ma proprio perché, nelle decorazioni in
rilievo, compaiono un paio di forbici, forse polemicamente
poste a emblema contro quanti pretendevano di censurare
l'opera innovatrice e brillante del siciliano.
Contemporaneamente, decine di artisti lavorarono a corte,
fra i nomi più importanti del tempo. Fra i pittori eccelse,
tanto da di-ventare primo pittore di corte, Claudio
Francesco Beaumont, ritornato verso il 1731 a Torino,
dove era nato, dopo un lungo soggiorno a Roma. Intorno a lui
ruotava tutta una serie di artisti quali Francesco
Demorra, Antonio Milocco, Vittorio Rapous,
italianizzato in Raposo, due Cignaroli,
Scipione e Vittorio Amedeo, paesaggisti, e altri.
Fra i decoratori più specializzati, cioè fra i mobilieri,
ecco un mago, un artefice di mirabili e stupefa-enti cose di
intarsi e intagli, il Piffetti.
Quando si parla di mobili preziosi, anche i più impreparati
antiquari conoscono quell'artista veneto di grande fama che
è Andrea Brustolon (1662-1732), mentre la maggior
parte ignora il nome di Pietro Piffetti (1700-77),
che degli arredi di Palazzo Reale a Torino e della palazzina
di Stupinigi fu non solo artigiano e artefice, ma autentico
mago di finezze e capricciose invenzioni. Grave ingiustizia
davvero, perché Piffetti fu veramente il principe degli
ebanisti, degli intagliatori di materiali pregiati come
ebano, avorio, madreperla, tartaruga, legni policromi,
essenze, si dice, in un'incredibile fantasmagoria di colori
e di artifici di effetto sorprendente. I mobili realizzati
per il Gabinetto della Regina nel periodo 1731-33 e,
via via, fino al 1740 e oltre sono la testimonianza di
un'attività incredibilmente fertile.
Dopo che il palazzo era cresciuto in bellezza di opere per
tutto il Seicento e Settecento, sull'onda perigliosa della
Rivoluzione arrivarono i Francesi e, nel 1799 l'allora
regnante Carlo Emanuele IV si rifugio in Sardegna, mentre la
reggia torinese finiva nelle mani dei conquistatore
d'oltralpe che, sotto le vesti di commissari governativi, si
misero con metodo e rapidità a trafugare le collezioni
sabaude. Il colmo dell'ironia fu che la commissione
incaricata di scegliere i pezzi migliori era composta da
alcuni artisti che avevano lavorato per i Savoia.
Dipinti, sculture, oreficerie, gemme, tutto ciò che nelle
dimore gentilizie era più bello e prezioso scomparve
rapidamente, estendendo le depredazioni ai castelli di
Rivoli, di Govone e ad altri palazzi, quando si trattò di
mettere insieme degli arredamenti di fortuna per il Palazzo
Reale di Torino e per la palazzina di caccia di Stupinigi,
divenute residenze napoleoniche.
Ultimi eventi e
poi il silenzio
Vittorio
Emanuele I, rientrato a Torino, cercò di rimettere ordine e
ottenne da Parigi la restituzione di parte delle sue opere
d'arte. Ma fu sotto Carlo Alberto, che la grande mole
del Palazzo venne restaurata, purtroppo in un periodo in cui
prevaleva il gusto eclettico nell'arte, piuttosto
discutibile se giudicato con gli occhi di oggi. Artisti come
Pelagio Palagi, Francesco Gonin, più
conosciuto per illustrazioni dei Promessi Sposi manzoniani,
e altri imperversarono mescolando il mescolabile, unendo i
resti del passato a ornamenti di pesante decorativismo. Fra
il 1820 e il 1840 l'edificio andò prendendo l'aspetto
freddamente ampolloso che colpisce il visitatore.
Certo, tutta la sua travagliata storia si manifesta
attraverso le misture de stili che ne costituiscono
un'essenza oggi quasi logica, anche se spesso stridente,
legata a tanti eventi storici, oltre che artistici. Lo
stesso scalone d'accesso al piano nobile dovette soffrire di
vicende alterne e deformanti. Nel 1864, si pose mano a un
totale rifacimento ormai improrogabile, dato che, delle due
rampe di scale, una sola era affidabile, tutte le
decorazioni erano malandate e gli affreschi secenteschi di
Simone Formento erano stati "imbiancati". Cosi com'è
attualmente, lo scalone è opera, opulenta e magniloquente,
di due artisti: Augusto Ferri e il Ducloz, e si adatta alla
dimensione espansa dell'ambiente con un suo senso di
grandiosità.
Nel
vestibolo si trova una curiosità, quella che i Piemontesi
del passato chiamavano il "cavallo di marmo", in realtà una
normale statua equestre di Vittorio Amedeo I. Fin qui nulla
di speciale, ma la storia è complicata dal fatto che il
gruppo era stato commissionato da Carlo Emanuele I come
monumento di suo padre, Emanuele Filiberto. Il cavallo, come
si sa dai libri contabili, venne fatto nel 1617 da Andrea
Rivalta o Rivalto, romano, mentre la statua di
bronzo el cavaliere è di autore incerto, come pure i due
schiavi di marmo, un tempo attribuiti al Giambologna, ma più
probabilmente della scuola di Pietro Tacca, cui
talvolta è stato attribuito anche il cavallo.
Andò a finire che il monumento rimase accantonato da qualche
parte, finché Carlo Emanuele II lo volle recuperare
dedicandolo al padre, Vittorio Amedeo I. Per fare questo,
bastò un semplice cambio di testa alla statua.
Tra gli ultimi avvenimenti, prima del trasferimento della
corte sabauda a Firenze, il 31 gennaio 1865, si ricorda una
festa da ballo tenuta nel Palazzo Reale e vivacemente
contestata dalla popolazione, che era molto contrariata dal
trasferimento della capitale del nuovo Regno d'Italia.
La situazione governativa era tesa, quella popolare
drammatica. Tuttavia Vittorio Emanuele II decisa di dare un
ballo assai discusso per opportunità del momento. Infatti,
ricevette una pioggia di lettere anonime piene di insulti.
Perdere la capitale e la corte non andava giù ai torinesi.
La sera della festa, la folla si riversò nelle strade e
nelle piazze e le carrozze dirette a palazzo vennero
bombardate con uova marce, per cui molte preferirono tornare
indietro. Intervennero le guardie e, comunque, il ballo ebbe
luogo, anche se con solo una cinquantina di coppie delle
quasi quattrocento invitate, con un effetto piuttosto
deprimente. Il giorno dopo il re partiva, quasi alla
chetichella, verso la nuova sede. Per la cronaca, il
trasloco costò ben 7 milioni di lire di allora e se Torino
pianse Firenze esultò, anche perché l'arrivo del sovrano
coincideva con le celebrazioni del sesto centenario della
nascita di Dante, e fu proprio Vittorio Emanuele a
inaugurarne il monumento. Le manifestazioni di Piazza San
Carlo e di Piazza Castello, del settembre 1864, i "Tristi
Fatti", come li chiamò Vittorio Emanuele II, lasciarono
sul terreno 47 morti tra i manifestanti.
Da allora, per molto tempo, il palazzo rimase muto e vuoto,
triste nel rimestare dei ricordi di un passato ricco di
eventi ora lontani, del quale restavano, però, concrete
testimonianze. Oggi, tornato al suo antico splendore, cerca
di farvi assaporare un po' la sua storia e le sue atmosfere.
Informazioni e orari
Il Palazzo Reale è aperto da martedì a domenica dalle 8:30
alle 19:30. Biglietto combinato con tutti i musei di Piazza
Castello: 12 €, ridotto 6 €. Gratuito ogni prima domenica
del mese.
Indirizzo
Piazzetta Reale
Torino
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