Il cielo sopra Berlino

Il cielo sopra Berlino

 

Nel 1987, due anni prima della Caduta del Muro di Berlino, il regista Wim Wenders esce "Il Cielo sopra Berlino" (Der Himmel über Berlin), film bellissimo e poetico in bianco e nero dove una Berlino ancora divisa e i berlinesi fanno da sfondo alla storia di due angeli, Damiel e Cassiel, che hanno la facoltà di osservare tutto quello che accade in città. Ascoltano, invisibili a tutti, i sentimenti delle persone, sopratutto le loro pene, ma sono solo osservatori, e non possono intervenire con il mondo fisico. Nonostante questo uno di loro si innamora di una trapezista, Marion, che si sente sola, vaga anche lei per la città sulle note di Nick Cave.

Di che cosa parla il film "Il Cielo Sopra Berlino"?Un filone del film, bizzarra storia nella storia, segue Peter Falk, famoso per il suo ruolo nel mitico Ispettore Colombo, che nel film interpreta se stesso. Si trova a Berlino per girare un film sui nazisti e durante la storia si scopre che in passato era anch'egli un angelo che aveva deciso di rinunciare alla sua immortalità per poter partecipare e vivere il mondo e non semplicemente osservarlo. Il film ha vinto la Palma d'Oro al 40° Festival di Cannes per la migliore regia.

Successo di critica e di pubblico al momento della sua uscita, Il Cielo sopra Berlino, ha dato a Wim Wenders un ritorno trionfale sulla scena internazionale del cinema d'autore. Se questo primo film europeo dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti è stato pensato come una radiografia di Berlino dalla fine degli anni Ottanta, Wenders lo ha infine messo in scena con una scala gigantesca (movimenti complessi e ostentati, effetti visivi e sonori di lusso, scene girate in studio) che si sono rapidamente rivelate estenuanti. A trent'anni dalla sua uscita, Il Cielo sopra Berlino appare un po' datato e, nonostante tutti i riconoscimenti critici di cui ha goduto e continua a godere, alcuni lo considerano tra i film di un regista troppo americanofilo, pretenzioso, con troppe venature di autocompiamento nell'opera.

Le riprese sulle nuvole

La storia raccontata da Il Cielo sopra Berlino è come su un biglietto della metropolitana: i due angeli Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander), stanchi della loro esistenza puramente spirituale tra gli esseri umani, sono tentati di scendere sulla Terra per sempre. Questa prima parte è dedicata alla caduta di Damiel, in una Berlino ancora molto segnata dallo spartiacque Est/Ovest, quasi due anni prima della distruzione del muro.

Nel bellissimo bianco e nero - grezzo e un po' irreale - lavorato dal direttore della fotografia Henri Alekan, si aprono le riprese aeree della capitale che aprono Il Cielo sopra Berlino: è evidente che il punto di vista dell'angelo permette qui di abolire, almeno virtualmente, i diversi confini che attraversano la città, qualsiasi animale o essere alato non si cura dei muri. Poi ci si sposta nella parte superiore della Chiesa della Memoria, (la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche) Damiel osserva la vita che brulica ai suoi piedi. Per suggerire il dono dell'ubiquità (fisica e mentale) del personaggio, i suoni del microcosmo urbano sono trasformati in un mormorio mistico dove le voci interiori dei passanti emergono come bizzarri in monologhi disincarnati.

La macchina da presa, dopo un breve soggiorno in un aereo (dove incontriamo tra gli altri Peter Falk), atterra un po' sulla Terra, in particolare in un edificio dove passa da un appartamento all'altro, da una stanza all'altra senza incontrare ostacoli, raccogliendo altri lamenti interni. Wim Wenders ovviamente vuole suggerire che lo spazio, in particolare nella scena della biblioteca diventa una sorta di moderna Babele dove tutte le lingue e le culture convivono senza mai interagire, fino a quando gli angeli entrano in gioco per portare finalmente un po' di umanità in questa indifferenza universale.

La scena molto famosa, considerata di gran lunga la migliore del film è lo "sguardo d'angelo" che, nella scena d'apertura, ha parzialmente abolito le divisioni che attraversano la città. Questa promessa di superamento viene in qualche modo minata in un momento in cui, nella seconda metà del film, Damiel "cade" definitivamente e diventa umano: perché è proprio di fronte al simbolo per eccellenza della disunione - un segmento del Muro - che egli sceglie sul marciapiede. La macchina da presa si muove lentamente verso una barriera di sicurezza che ha mascherato il corpo inerte di Damiel e poi un primo piano del suo volto addormentato ci dice che è ancora vivo. Una specie di armatura metallica gli colpisce improvvisamente la testa: apre gli occhi, li solleva verso il cielo e capisce che l'oggetto è sfuggito da un elicottero che sorvola la zona. Forse per la prima volta, Wim Wenders preferisce il suggerimento alla dimostrazione, osando un po' di autoironia e leggerezza.

Se Il Cielo sopra Berlino si lascia comunque rivedere senza troppi problemi, è soprattutto in contrasto con il sequel grottesco che Wenders realizzerà qualche anno dopo in una Berlino ormai riunificata: Così lontano, così vicino, porta il manicheismo delle ali ad un grado di ridicolo piuttosto sbalorditivo (Bene contro il male, bianco e nero contro i colori, angeli contro gli esseri umani) senza mai produrre nulla di coerente con la Germania del dopoguerra fredda. Nonostante tutta la benevolenza critica di cui gode, questo dittico può quindi essere considerato perfettamente aneddotico, non solo nella filmografia di Wim Wenders, ma anche nella storia del cinema tedesco contemporaneo. Nel complesso, non sorprende quindi che Wim Wenders abbia trovato pochi epigoni nel campo del cinema d'autore tedesco contemporaneo: più che la dissolutezza di stile e gli effetti di firma del "super autore", i registi emersi negli ultimi anni sulla scia della "New Wave tedesca" preferiscono una relativa siccità e si concentrano più sui mezzi strettamente cinematografici (nell'inquadratura, nel montaggio) che permettono loro di raccontare la storia dell'evoluzione del loro paese.

Ritratto di una Berlino che non sa che sta per scomparire. Girato due anni prima della caduta del Muro, il film mostra una città che porta ancora le cicatrici della sua storia: le rovine della guerra, le terre desolate e il Muro, l'onnipresente simbolo della Guerra Fredda su cui la macchina da presa inciampa costantemente. A questa cartografia concreta, fatta di confini e orizzonti bloccati, si sovrappone una cartografia mentale dispiegata dal monologo di Omero, un vecchio che infesta, in compagnia di Cassiel e degli spazi tra due: attraverso i suoi ricordi - e le immagini d'archivio - evoca la memoria di chi è scomparso e di Berlino sotto i bombardamenti.
 

E' anche il film di un ritorno: dopo diversi film fatti all'estero, Wenders decise di girare a Berlino, la città dove si è stabilito tra un viaggio e l'altro. Non essendo lui stesso un berlinese, vuole guardarla da una prospettiva esterna che non è quella di un turista. Il progetto è stato realizzato in pochi mesi e la sceneggiatura, scritta insieme al suo collaboratore di lunga data, Peter Handke, non era finita quando sono iniziate le riprese. Impregnato dalla rilettura delle poesie di Rilke, Wenders vedeva l'idea degli angeli, uno "sguardo libero" capace di attraversare la città, le mura e di circolare fluidamente in questo spazio segnato da confini che si imponevano su di lui. Nonostante il caos della preparazione, l'aggiunta durante le riprese del ruolo di Peter Falk, il film ha vinto il Premio del regista a Cannes e ha avuto un enorme successo.

Nel complesso questo film, attraverso un complesso montaggio di suoni, voci e inquadrature girate come per caso per le strade, appartamenti, lotti vuoti, mescolati a scatti d'archivio di guerra, Wenders ci offre un'immagine della città ma soprattutto dei suoi abitanti, della folla solitaria, degli esseri dal soliloquio in pubblico, delle vite tagliate e spezzate. Tra un racconto filosofico con una dimensione metafisica e una riflessione disillusa sulla situazione in Germania simboleggiata da persone che integrano la frattura della loro città, Wenders cerca la speranza - il colore - in un mondo grigio. Per questo è un film, che comunque la si possa pensare fa ormai parte della storia del cinema, non solo tedesco.

M. Serra per Informagiovani Italia

 

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