Viaggio in Italia - Montesquieu

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Viaggio in Italia - Montesquieu

 

Guido Piovene (1971)

Quando ci si lagnava con lui perché guidava la brigala per svariate strade e paesi ( ) rispondeva che ( ) per conto suo non andava se non appunto là dove si, trovava; che per lui era impossibile sbagliare o allungare la strada, non avendo egli altro progetto se non girare per luoghi sconosciuti.... Parole che Montagnie scrive nel suo Viaggio in Italia, forse il più bello tra i diari di viaggio pubblicati sotto questo titolo. Meraviglioso viaggiatore, ancora ariostesco, Montaigne ha il gusto del viaggiare (cioè del vedere e conoscere) per se stesso. Vi provava un tale piacere "che l'approssimarsi del luogo dove doveva riposare gli era odioso".

 

Viaggio in Italia - MontesquieuUn secolo e mezzo dopo, il barone di Montesquieu è viaggiatore d'altra razza. Col titolo Viaggio in Italia l'editore Laterza ne pubblica i diari riguardanti il nostro paese; ma il curatore, Massimo Colesanti elimina per la prima volta molti orrori del manoscritto, specialmente nei nomi, rimasti anche nell'ultima edizione francese. Il viaggio (1728-29) precede di poco quello di Charles de Brosses, personaggio minore. Goethe arriverà a fine secolo. Quello di Montesquieu (e di Goethe) è un viaggio egocentrico. Completare la propria formazione intellettuale, convalidare è sviluppare le proprie idee al confronto dei fatti, costruire la propria opera, insomma non il viaggio ma il ritorno a casa, sono le ragioni del muoversi, indipendentemente dal piacere che si può trarne.

Gli autori di «Viaggi in Italia» finora nominati avevano un punto in comune. Erano osservatori esatti di politica, di costumi, di tecniche industriali e agricole; la buona educazione antica li teneva lontani, anche Goethe, da ogni genere di confusione tra l'immaginario e il vero. Per così dire, erano tutti anche giornalisti onesti. Nella serie dei grandi autori di «Viaggi in Italia», il primo che traligna è proprio, nell'Ottocento, Stendhal, il più estroso ed amabile. La sua Italia è un romanzo, un pretesto per dare vita a una sua personale mitologia d'artista. La cura principale dì Montesquieu, ragionatore di politica, era definire, distinguere, giudicare città e governi; così Venezia e i veneziani, Torino e i torinesi sotto i Savoia, Ro- laguna che si asciuga ma governata dal Papa. Ogni soggiorno gli forniva illustrazioni nuove ai principi teorici che andava elaborando. Differisce anche in questo dal suo grande predecessore, Montaigne, che cerca soprattutto, con un gusto già d'antropologo, comportamenti, opere, discorsi, invenzioni, tecniche, tradizioni, usanze, e tutto registrato con curiosità equanime come facente parte dello spettacolo del mondo.

 

A Montesquieu l'Italia piace, benché poco vi trovi che sia politicamente stimabile. Giovanni Macchia, un critico che sa cogliere i trasalimenti d'umore che la pagina cela, nella bella prefazione al libro, penetra molto bene questo contrasto. Non si tratta soltanto di tolleranza liberale. Contraddittorio è Montesquieu, diviso tra l'«aspirazione a una dignità incorruttibile», con un «sentimento profondo dei gravi problemi della giustizia e della storia», e una sensualità già libertina per cui, d'una civiltà, lo attrae la forza erotica che sprigiona, ed a Roma lo incanta tutto, musiche, quadri, statue, amori licenziosi, perfino i cantanti castrati che hanno sembianze d'angeli. Un paese, nel complesso, straccione, ignorante, arretrato, con una nobiltà ed un clero tirchi e vanesi, ha dalla sua la bellezza, l'arie di vivere ed una grazia morbida ai limiti dell'oscenità. L'ambiguità di Montesquieu rimane però sotto, come un tremolio d'acque sotto le sue parole, e non modifica i giudizi, non altezzosi ma severi. A parte le inclinazioni segrete, Montesquieu resta un moralista. L'Italia che descrive è un paese senza virtù (senza valori, si direbbe nel linguaggio d'oggi), con molti pregi ma non quelli più nobili, cioè intellettuali e politici; ha i sensi «intelligenti», ma il cervello opaco.

 

A Venezia (dove già si parla dell'umido e del salso che rovinano le pitture; per di più in un momento, dal quale si riprenderà, di decadenza anche come città turistica) i piaceri degli occhi non compensano il vuoto del cuore e dello spirito, anzi cominciano a spiacergli: «Non posso amare una città dove nulla ci imponga di essere gentili e virtuosi». «Non si sono mai visti muti devoti e così poca devozione come in Italia», ma a Venezia l'abilità di mettere insieme in un sacco messe e prostitute è suprema. Tutto vi è permesso, ed è male; «Qualche costrizione bisogna averla; l'uomo è come una molla; più è tesa, meglio va».

 

Milano e l'unica città che pare a Montesquieu (oggi si direbbe) europea. C'è una vera aristocrazia, ricca, con donne belle e colte, perfino dotte. «Signorilità dei salotti milanesi: vi danno cioccolato e rinfreschi, e non si pagano le carte». Torino è ben costruita, ma piccola, «il più bel villaggio del mondo». E' avara, e non si mangia; un pranzo a uno straniero è un avvenimento; una corte meschina la riempie di spie. «Non vorrei essere per nulla suddito di questi piccoli principi! Sanno tutto quello che fate; vi hanno sempre sotto gli occhi; conoscono esattamente le vostre rendite; trovano il modo di jarvelc spendere...». Più avara ancora è GenovaCi sono dei privati ricchi di parecchi milioni, perché non spendono; e in questi bei palazzi spesso c'è una sola serva, che fila »), con signorotte pretenziose che dicono: la duchessa di Modena, (una Borbone-Orléans a cui assomigliano come i pipistrelli alle aquile) non sa il cerimoniale. Firenze: «..Nessun caminetto, e, nel cuore dell'inverno, niente riscaldamento. Dicono che il fuoco è malsano ».

 

L'estrema parsimonia dei fiorentini è però più accettabile dell'avarizia genovese. Non è avarizia mercantile capitalistica; ha invece un certo stile, nascendo dalla sobrietà, da una disciplina antica. Poi Firenze «ha un governo abbastanza mite» e, col granduca Gian Gastone, un buon principe, intelligente, molto pigro, incurante dei suoi ministri e sbevazzone. «Nessuno conosce o avverte la presenza del principe e della corte. Questo piccolo paese ha, da questo lato, l'aspetto di un grande paese». A Roma Montesquieu trova lo stesso pregio, che attira, in mancanza di meglio, il teorico della separazione dei poteri. Tanto più in un paese miserabile, senza né commercio né industria, nel quale i servitori chiedono l'elemosina appena si entra nelle case. Il Papa Benedetto XIIl Orsini, frate triste e zelante e prossimo alla morte, odiato dai romani e disprezzato anche per la sua devozione che li fa morire di fame, viene chiamato «un pazzo che fa l'imbecille». Dice Montesquieu «Non so, se credere infallibile il Papa sia obbligatorio; ma sono certo che è impossibile ch'egli lo creda di sé stesso». L'Italia essendo piena di conventi di monaci, ed essendosi rilassata la loro disciplina, si riversano fuori, e riempiono le strade, a Roma e altrove, le carrozze, le imbarcazioni: girano in perpetuità. Ma Roma, lo abbiamo già visto, affascina Montesquieu. Resta la città eterna, «metropoli di gran parte dell'universo», « un tesoro immenso messo insieme », patria di tutti, la più bella città del mondo.

 

Nessuna ha tanto numerose e splendide opere d'arte. Di fronte all'arte il gusto di Montesquieu ha la parzialità del secolo; e del resto mi chiedo se il liberalismo critico, per cui ci è dato di apprezzare egualmente tutti gli stili e tutte le epoche, non sia il frutto di una breve stagione di cui già vediamo la fine. Il gotico, categoria estesa anche al Duomo di Pisa, per Montesquieu è di cattivo gusto, salvo il gotico fiorentino. Gli piace naturalmente l'antico, il Rinascimento anche tardo (San Fedele a Milano), scendendo fino al Barocco non estremista. Anche nella natura confonde il bello con l'ameno-fecondo, due concetti che una piccola minoranza ha dissociato e solo in tempi più vicini a noi; i monti del Tirolo, sterili e sempre nevosi, gli sembrano brutti. Il più alto vertice dell'arte è per lui Raffaello, «pittore di una eccellenza suprema perché è il solo che non sia manieralo». «Non e pittura, è la natura stessa. Non sono colori artificiali, ricavati dalla tavolozza; sono proprio i colori della natura ». Non tanto quest'ammirazione, ma le ragioni che ne dà, dimostra come ogni epoca e ogni cultura «vede» diversamente la natura e il vero prima ancora d'interpretarli. Lasciamo stare Napoli con San Gennaro e i dottori che «mostrano i luoghi dove Cicerone diceva messa». La conclusione implicita è sempre eguale: molta bellezza e poca testa, intelligenza crepitante, ma ignoranza e nessun rigore.

La ricchezza italiana non ha utilità pubblica. «C'è molta differenza fra la ricchezza degli italiani accumulata con l'avarizia di cinque o sei generazioni, e la ricchezza dei grandi paesi, che si fa in un giorno, e che viene consumata; ( ); lo stesso spirito che porta ad accumulare, porta a conservare». «Le repubbliche italiane non sono che miserabili aristocrazie, che si reggono solo per la pietà che si ha per loro, e in cui i nobili, senza alcun senso di grandezza e di gloria, ambiscono soltanto a conservare il loro ozio e i loro privilegi».

«Non c'è principessa del sangue più orgogliosa di una principessa romana; dipende dal fatto che le nobildonne romane non hanno mai viaggiato ». Altri «Viaggi in Italia» di stranieri sono più belli, ma questo ha una curiosa caratteristica. L'Italia, e specialmente Roma, appare a Montesquieu un paese incantevole, ma scarso d'orgoglio intellettuale, senza conversazioni utili; un paese, cioè, nel quale tra bei monumenti, discorsi spiritosi, condiscendenze erotiche e pigrizia mentale, si potrebbe insabbiarsi nel modo più civile. I tanti italiani che dicono: «Sì, l'Italia è quello che è, però rimane un bel paese: e dotato di poche qualità superiori, ma in compenso è molto umano» non la vedono diversamente. E' un attaccamento un po' imbarazzato di cui questo straniero ci ha dato fin da allora la definizione.

Guido Piovene 1971

 

 

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