Viaggiatori italiani nella Storia

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Viaggiatori italiani nella storia

 

Scrittori, poeti, filosofi e avventure di viaggio prima delle vacanze di massa.

Quei turisti all'estero si chiamavano Petrarca, Alfieri e Foscolo. Il  primo viaggiatore italiano all'estero che ci abbia lasciato il racconto del proprio viaggio fu Giulio Cesare, romano classe 101 a. C, che attraversò una prima volta le Alpi nel marzo del 58 a.C, diretto a Ginevra, dove fece tagliare il ponte sul Rodano. Ci si può azzardare a dire che, fino a tempi recenti, di veri viaggiatori all'estero, partiti come noi per vacanza o per istruzione, non ve ne sono stati più di due o tre. Mentre la ricchezza, il costume o lo spirito riversavano nella nostra penisola i nobili francesi del Cinque e del Seicento, gli illuministi e i romantici inglesi del Grand Tour, i tedeschi malati di archeologia o di agrumi, la povera Italia non aveva che esuli o emigranti, per i quali il viaggio non manca di essere una scoperta, ma all'origine è una necessità, e i luoghi una faccenda seria da affrontare piuttosto che una piacevole realtà.

PetrarcaIl caso del Petrarca e di Vittorio Alfieri è rarissimo, agiati e diversamente inquieti in due differenti stagioni, l'uno alla nascita dell'Europa, l'altro al tramonto del vecchio mondo, l'uno in cittadine di mercanti e frati, l'altro in capitali politiche e sociali, l'uno condendo le sue lettere e la strada di citazioni classiche e bibliche, l'altro incalzando la sua prosa memorialistica quanto i cavalli in Hyde Parka Londra(dove, come ricorderà anche il Foscolo sul posto, nell'ostinarsi a voler saltare una sbarra si spezzò un braccio). Petrarca ci dà nella quarta e Hyde Parkquinta delle Familiari il perfetto bollettino di un itinerario turistico e il programma di un autentico viaggio culturale, compiuto "non per affari ma per il desiderio di conoscere e per ardore giovanile. Così io sono arrivato fino in Germania e sulle rive del Reno, studiando con amore i costumi degli abitanti, dilettandomi alla vista di un paese sconosciuto e facendo confronti con i nostri", per concludere che, "sebbene in ogni luogo abbia visto cose meravigliose, quanto più viaggio più provo ammirazione per la mia terra natale".

AvignonePetrarca visitò allora (primavera-estate del 1333) Parigi "di giorno e di notte" per vedere e controllare la fama di cui godeva la città; passò nelle Fiandre, coperte di filature e tessiture, ad Aquisgrana visitò la tomba di Carlo Magno, a Colonia, "città educata in un paese barbaro",  odorò il profumo e osservò le mani candide delle donne, poi attraversò da solo a cavallo la "cupa e orrenda" selva delle Ardenne, per giungere il 9 agosto a Lione e di lì, in barca, ad Avignone seguendo il Rodano. Subito dopo Petrarca, i prelati come Enea Silvio passano Parigipiuttosto in Svizzera o Germania per missioni e concili, i filologi come il filosofo e umanista Aurispa riportano da Costantinopoli o da Magonza, non vedute ma codici. L'artista viaggia a sua volta per commesse o per lavoro: Leonardo da Vinci finisce ad Amboise in vista non dell'Arno ma della Loira, e Benvenuto Cellini lo segue nel 1537 e poi nel 1540 presso lo stesso re Francesco I, lasciando del primo viaggio un racconto colorito nella sua autobiografia. Decisa la partenza una sera per la mattina dopo, all'alba del 2 aprile 1537 Benvenuto lascia Roma con due garzoni, quattro cavalli e una valigetta; via Bologna-Padova passa attraverso l'attuale cantone dei Grigioni in Svizzera, supera il Bernina e l'Albula ancora coperti l'8 maggio di neve, dice lui, "grandissima", e fra burroni e laghi in tempesta raggiunge Zurigo, città già allora "pulita guanto un gioiello", e di lì, "sempre cantando e ridendo", Losanna, poi Ginevra e, da Ginevra, Lione e la corte francese, sempre ancora "cantando e ridendo".

A Parigi più di mezzo secolo dopo sbarca anche il poeta napoletano Giovan Battista Marino, reduce da un viaggio altrettanto o forse più avventuroso. La sua partenza avviene da Torino al principio del 1615 su invito di Maria de' Medici. Un poeta eccelso, turista di non rara disinvoltura per la sua totale ignoranza del francese, cavalca una cavalla rozza mezzo cieca in un occhio e orba del tutto nell'altro, ma galante di passo. Pranza a Sant'Ambrogio, pernotta alla Novalesa molto stanco. L'indomani, il cambio della cavalcatura butta il quarantacinquenne viaggiatore dalla padella nella brace: scala il Moncenisio in groppa ad "una mulissima votata all'ordine delle pinzocchere riformate" tant'era macerata nella carne, di corpo diafano, e ad ogni passo "inginocchioni baciava la terra". Si aggiunga una bufera di vento che assiderava e "portava via di peso". La discesa, in carretta, avviene di notte tra lo svolazzare di pipistrelli e i rintocchi di barbagianni, capitomboli e un cozzo col naso nei piedi di un impiccato appeso ad un albero in mezzo alla strada. Cena nel piccolo villaggio (di Lanslebourg oggi al confine tra Francia e Italia) con tre uova e dorme in un lurido letto dentro una camera topesca. Attraversata la Savoia, Chambéry accoglie il poeta con sorrisi e baci di dame, Lione coi suoi traffici e la sua opulenza; a Roanne, lasciate le cavalcature, il viaggio prosegue in barca sulla Loira e conduce finalmente "a questi vastissimi abissi di Parigi".

Circa Parigi, che debbo dire? " attacca Marino in una lettera successiva a Lorenzo Scoto a Torino " Vi dirò ch'egli è un mondo, perch'egli è mirabile per le sue stravaganze. Le stravaganze fanno bello il mondo. La Francia è tutta piena di ripugnanze e sproporzioni, le quali però formano una discordia concorde che conserva  costumi bizzarri, furie terribili, mutazioni continue, disordini senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e confusioni: cose insomma, che la dovrebbero distruggere, per miracolo la tengono in piedi...". Anche il clima, "conformandosi all'umore degli abitanti, non ha giàmai fermezza né stabilità", e quanto alla lingua, "l'oro s'appella 'argento', per colazione si dice 'digiunare', le città son dette 'ville', il brodo 'un buglione', come se fossero della schiatta di Goffredo...".

Statua Goldoni a ParigiCarlo Goldoni arriverà invece a Parigi per mare e dal sud della Francia, senza fare del viaggio un esercizio di descrizione della neve o dei ronzini, da semplice "poeta di compagnia" alla Comédie-Italienne. Imbarcatosi a Genova su una feluca dirètta ad Antibes " primavera del 1762 " arriva a Nizza e di lì prosegue alla volta di Marsiglia, città piacevole per posizione, ricchissima per commerci, amabile per abitanti (Marsiglia piacerà anche a Niccolò Tommaseo: brutte chiese ma belle donne: "pensate alla Francia, e al porto di Marsiglia, e all'ultima luce che rosseggiava tra la selva delle navi, e a me che, fermo, guardando il mare, meditava Isaia, l'Italia, e voi": lettera al Capponi del febbraio 1834). A Lione anche Goldoni è colpito dalle manifatture, e il seguito fino alla capitale, per la bellezza della strada e la fertilità delle regioni, lo mette di buon umore e "lusinghiere speranze". (Tommaseo invece, sulla medesima strada: "Dio mio, che natura e che verde povero! che campagna scipita! Questo sole sì vispo sopra una natura sì stupida, mi pare un bell'articolo di giornale sopra un libro cattivo"). Parigi è tutta una meraviglia e un incanto per gli occhi istintivi di Goldoni: l'immensità delle Tuileriescon la grazia delle terrazze, delle fontane e dei parterres fioriti; o dei Giardini di Lussemburgo, ritrovo degli ecclesiastici e dei filosofi; o degli Champs Elyséeslunghi e diritti; o la Sennaintersecata di ponti e i boulevards alberati da cui si scorge la campagna, percorsi instancabilmente da una folla sterminata e da una fila di carrozze, con le sedie dei caffè disposte sui marciapiedi e le orchestrine italiane che rallegrano gli avventori, e pasticcerie, trattorie, ristoranti, marionette, equilibristi, strilloni... "Parigi è bella, i dintorni deliziosi, gli abitanti amabili. Si dice che per goderne occorre gran spesa; non è vero; nessuno ha meno denaro di me, eppure ne godo, mi diverto e sono contento". Un piccolo vademecum di Goldoni: "Ci sono piaceri per tutte le condizioni, limitate i desideri, misurate le forze e qui starete bene; o altrimenti state male dappertutto".

Vittorio AlfieriSempre a Parigi più di vent'anni dopo, nella primavera del 1784, Goldoni viene visto da Vittorio Alfieri di ritorno da Londra: un "buon vecchietto", dice di lui, "ingolfato" proprio nell'impresa di scrivere le sue Memorie. Tre anni dopo è Goldoni ottantenne e malato a riceverlo a Parigi e a ricordare la visita di quel giovane letterato coltissimo, eruditissimo: Alfieri; un viaggiatore precoce, "vandalo perpetuamente spronato e incalzato dalla noja e dall'ozio", com'egli stesso si descrive nella Vita. Già prima dei vent'anni, appena uscito dall'Accademia di Torino, se ne va per diverso tempo: fa i bagni di mare in Provenza, critica Parigi, o "Lutopoli" come la chiama, gli edifici sgraziati quanto le "pessimamente architettate facce" delle donne, mentre ammira subito l'Inghilterra, "fortunato e libero paese" dove s'innamora, per la prima volta, di una baronessa. Nel 1769 è la volta dei paesi germanici: "Vienna mi parve avere gran parte della picciolezza di Torino, senza averne il buono". Era la Vienna del Metastasio, notoriamente disdegnato dal fiero astigiano per le sue genuflessioni a Maria Teresa e per le soporifere letture dei classici latini che teneva in casa; una Vienna fredda insomma.

Vienna in InvernoLe lettere di Metastasio, là trasferito da quarant'anni come poeta cesareo, descrivono una metropoli quasi sempre sotto rigori invernali, coltri di neve e lastre di ghiaccio: "Io so che per reggermi in piedi (inverno 1731-32) ho dovuto far mettere le sòie di feltro alle scarpe, perché in quel solo passo indispensabile che debbo fare per montare in carrozza ho dato solennemente il cui per terra, senza danno però della macchina"; in gita ad un castello di caccia in Moravia, 23 ottobre di diciotto anni dopo: "(Qui) con aria bellicosa vado esercitando la pazienza de'fagiani e delle lepri: delle quali peraltro non ìscemérà molto per colpa mia l'abbondanza... Da quattro giorni in qua è comparso inaspettatamente l'inverno teutonico con tutto il suo magnifico treno. Il fiume, nonché i laghi e gli stagni, si sono in un tratto solidissimamente gelati: ed una sottilissima auretta ci rende i suoi omaggi fin dentro alle nostre più interne e custodite camere, nelle quali ci siamo fortificati... (Ma) mi diletta quell'uniforme candore che per così gran tratto di terreno io mi veggo d'intorno: mi piace quel concorde silenzio di tutti i viventi". Da dietro ai vetri appannati delle finestre, senza abbandonare le fide stufe e con indosso un "mantello badiale" di sua invenzione (13 febbraio 1758), Metastasio contemplava la capitale di un impero con i suoi teatri, i parchi e le parate, da cui confessa di non sapersi più staccare. Appena apre un battente, il 12 aprile del 1782, per osservare il passaggio del papa Pio VI, si busca un raffreddore e trapassa da questa vita.

FinlandiaL'Alfieri invece, via al galoppo. A settembre di quello stesso 1769 corre sulla strada di Dresda poi di Berlino, inorridito dalla Prussia militaresca e schiava; a novembre è ad Amburgo, di lì in Danimarca e Svezia, paese che gli va finalmente a genio, sia per gli abitanti sia per il governo "equilibrato". Le foreste, i laghi percorsi in slitta, l'immensità della natura, lo sciogliersi delle nevi sotto il sole e il riapparire fulmineo del verde lo inebriano. Anche in Finlandia "un certo vasto, e indefinibile silenzio che regna nell'atmosfera" lo fa sentire fuori dal globo, le pianure sterminate e la luce intramontabile lo sottraggono al tempo. Lassù l'Alfieri parla a tratti come Leopardi e certamente come  Foscolo in successivo tuffo in Russia, a San Pietroburgo, lo riammette nella realtà e fa nuovamente scattare la reazione di un viaggiatore ancora più attento alle società e ai regimi politici che ai paesaggi e alle atmosfere. Gli piacciono solo le barbe e i cavalli di quei "barbari mascherati da Europei"; i soldati e la polizia onnipresente lo fanno ripartire presto, "bestemmiando fra me, e Russi, e Prussi", alla volta San Pietroburgo dell'Inghilterra che gli piace sempre più, anche a dispetto di un altro "fierissimo intoppo amoroso" e il rischio, addirittura, di un matrimonio. Per salvarsi l'Alfieri, e per quell'andare che era per lui "il massimo dei piaceri, e lo stare il massimo degli sforzi", lascia le isole britanniche e scende in Spagna lungo l'itinerario: Parigi-Orléans-Tours-Poitiers-Bordeaux-Tolosa, "attraversando senz'occhi la più bella parte della Francia", poi Barcellona e Madrid. Anche questa Spagna alfieriana solitaria e triste, percorsa quasi sempre a piedi "col mio cavallo per mano, facendo insomma una vita da zingaro" e leggendo il Don Chisciotte nell'originale, ha una tinteggiatura di luoghi e d'anima intensissima. Dopo il passaggio a Lisbona, Siviglia nei primi mesi del 1772 fa godere all'Alfieri una "faccia originalissima di spagnolismo...un non so che di elastico, e di amoroso nell'aria", e le donne "con gli occhi protervi" gli faranno tornare alla memoria quel paese più di ogni altro.

Un gran viaggiatore dell'Europa fu anche in quel periodo Giuseppe Baretti, critico letterario, traduttore, poeta, scrittore, drammaturgo. Baretti va a Londra a trentadue anni nel 1751 come insegnante d'italiano e scolaro d'inglese (ma parlerà e scriverà ben presto in inglese, francese e spagnolo con la stessa padronanza dell'italiano, capace di tener testa nella conversazione al dottor Samuel Johnson autore di celebri aforismi al pari di Baretti come "Chi è stanco di Londra è stanco della vita"); nove anni dopo, al séguito di un giovane e "matto" signore inglese percorre la penisola iberica: sino a Plymouth montando su un "cocchio" del servizio postale, poi per mare fino al Portogallo, dove l'assetto degli alberghi e i servizi di trasporto gareggiano in pulizia ed efficienza " e nelle descrizioni barettiane " con quelli francesi del Marino d'un secolo e mezzo innanzi. Il paesaggio, ora piantato a viti ora deserto e infuocato "e questa costante solitudine, col non vedere altro che di quegli arbusti e di quei pini, con quel non sentire altro che quelle meste canzoni de' mulattieri, ... con quel sole che riverbera tanto ardente da quel perpetuo sabbione: tutto questo messo assieme, dico, ne rende il viaggiare tanto doloroso, che bisogna di certo avere una frega estrema di vedere il mondo per sostenere tanto disagio senza smarrirci" (Lettere ai familiari, 18-9-1760). Anche il Baretti preferisce spesso le gambe al calesse. Smonta e procede da solo sotto il sole ardente, osservando la scarsa flora lungo le scorciatoie, finché all'apparire da lontano di qualche città o villaggio si arresta all'ombra di un albero e aspetta il sopraggiungere della vettura per passare i gabellieri e far l'ingresso nelle mura. Va allora squadrando col suo occhialino le donne che si affacciano al davanzale, attratte dal raro rumore degli zoccoli e delle ruote.

Le lettere "odeporiche", cioè i "Racconti di Viaggio" nel Settecento sono addirittura un genere letterario, coltivate dallo scrittore e saggista veneziano Francesco Aigarotti in Russia come dal prestitero e storico Carlo Denina e da Giovanni Ludovico Bianconi in Germania o dal gesuita mantovano Saverio Bettinelli in Inghilterra solo per citarne alcuni; e senza indugiare negli epistolari di viaggiatori come lo scrittore e letterato Alessandro Verri (che fu a Parigi nel 1766 con Cesare Beccaria, poi a Londra).

Chi va più lontano, in opposte direzioni, sono due emuli drammaturghi e affini avventurieri: l'abate e poeta Giovan Batista Casti da Acquapendente e Lorenzo da Ponte, da Cenesa, frazione di Vittorio Veneto, librettista di Mozart per il Don Giovanni, Le Nozze di Figaro e Così Fan Tutte. Alla stesura del libretto del Don Giovanni collaborò anche Giacomo Casanova, grande amatore e altro grande viaggiatore.  Giovan Batista Casti fu trascinato a Vienna da Giuseppe II nel 1769, di lì visitò l'Europa con un giovane signore, poi si trasferì a San Pietroburgo. Ma fece il suo viaggio più ardito, nel 1788, in Oriente, narrandolo in una relazione pubblicata nel 1802. Il 30 giugno di quell'anno il sessantaduenne Casti partì da Venezia con la comitiva dell'ambasciatore Foscarini e approdò a Costantinopoli il 19 ottobre. Gli bastarono venti giorni di permanenza da turista sul Bosforo per tracciare un quadro assai lucido, sobrio e anche pittoresco, di quell'impero su cui invece cavalcava la fantasia degli Europei del tempo. I dervisci (simili agli ordini mendicanti cristiani come i francescani per i musulmani) e i santoni incuriosiscono ma non ingannano il navigato abate viterbese; la società ottomana è resa "seria, taciturna, monotona" dalla rigida separazione dei due sessi, per cui "il soggiorno fra i Turchi non può essere piacevole a quei che son nati e cresciuti fra usi e costumi totalmente diversi. Ordinariamente accade veder gli uomini seduti gravemente in circolo a gambe incrociate colla pipa in bocca, sorbendo di tempo in tempo del caffè senza zucchero, passar gran parte della giornata in ozio spensierato e silenzioso... Le donne turche sono ordinariamente di carnagione bianca, di fisionomia dolce e di occhio espressivo, (ma) poco posso diffondermi su questo articolo che è meno suscettibile dell'esame del forestiero". Al confronto di questi viaggi agiati quelli avventurosi di Lorenzo da Ponte furono peregrinazioni accidentate, che attraversano tutte le sue Memorie. Già esperto di vagabondaggi, il librettista di Salieri e di Mozart nel 1790 dovette lasciare Vienna e tornare a Trieste. Ma già il 12 agosto di due anni dopo, verso le due pomeridiane, all'età di quarantadue anni e cinque mesi, appena avuta in sposa dai genitori una "bella, fresca e amorosa compagna", da Ponte riparte su un calessino alla volta di Lubiana, dove consuma la prima notte sotto gli auspici mitologici di Amore e di Imene (la dea greca tutelare del matrimonio). Persa per strada una borsa con la dote della moglie, ricevuti a Praga ancora da Giacomo Casanova tre consigli in luogo dei quattrini che quel "vegliardo straordinario" gli doveva, le poche buone notizie della Francia insorta (la Rivoluzione Francese) lo dirottano verso Londra con in tasca sei luigi, un orologio e un anellino poi venduto per sei ghinee. Alti e bassi, commerci e cambiali, musiche e incontri e scontri ributtano Lorenzo da Ponte fra Inghilterra e Italia per quindici anni; finché nel 1805, mandati prima di lui i suoi familiari, s'imbarca per l'America. Compie la traversata dell'Atlantico da Londra a Filadelfia su una baleniera comprensibilmente "disastrosa"; per tre mesi non bevve che brodaglia e non mangiò che porco salato, dormendo su tavole di legno. Altri rovesci non tolgono però al da Ponte il piacere dei luoghi e della società statunitensi, della campagna e delle cittadine della Pennsylvania fra colline e alberi multiformi irrorati dai ruscelli, delle valli ampie e profonde con le capanne dei pastori e dei carbonai, della selvaggina copiosa e delle osterie comode, in "una maestosa e solenne solitudine"; e poi vicini colti e dabbene, conversazioni, danze e conviti, donne "quasi tutte amabili, sagge e per la maggior parte assai belle". Un bel vivere insomma, a dispetto dei tanti fastidi, e quasi un bel morire dopo trentatre anni, ben addentro ormai in un secolo che dì tipi come questi ne vede sempre meno. Ma sarebbe stato bello fare il viaggio a Londra con Ugo Foscolo o con Giuseppe Pecchio (che di Foscolo scrisse la biografia e che morì a Brighton), a Parigi con Alessandro Manzoni o con Niccolò Tommaseo,  con Foscolo così imprevedibile, Pecchio così socievole, Manzoni così cauto, Tommaseo cosi notturno. Prima che il viaggio diventasse un'altra cosa, prima che i reportages inaugurati da Edmondo De Amicis gli togliessero sapore. Da Ponte, nella città di Spira in Germania, rischiò di perdere per strada anche la moglie, altro che i bagagli; e Casti rimase fermo per due mesi, nell'Ellesponto, vicino ai resti di Troia aspettando i venti favorevoli per attraversare i Dardanelli e raggiungere Costantinopoli che brillava sull'altra sponda come un miraggio.


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