Dante

Dante Alighieri - Biografia e Opere

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Dante Alighieri, il più grande poeta italiano di tutti i tempi, il Sommo Poeta è universalmente conosciuto per il suo capolavoro Divina Commedia, considerato uno dei più grandi poemi della letteratura mondiale. Divisa in tre libri - Inferno, Purgatorio e Paradiso - la Divina Commedia, oltre all'aspetto puramente letterario, presenta una panoramica enciclopedica dei costumi, atteggiamenti, credenze, filosofie, aspirazioni e aspetti materiali del mondo medievale.

 

Dal punto di vista letterario, il Medioevo fu un periodo di grande importanza per lo sviluppo delle letterature europee, perché fu durante questo periodo che buona parte delle lingue dell'Europa occidentale, come lo spagnolo, il francese e l'italiano, nacquero dall'evoluzione differenziata del latino in ogni area geografica. Alla fine dell'Alto Medioevo, tuttavia, l'emergere di letterature nazionali si scontrava ancora con l'immenso prestigio del latino e lo splendore letterario dell'Antichità; le suddette lingue erano lingue "volgari", valide solo per la comunicazione orale.

In Italia, il protagonista di questo cambiamento fu proprio il Sommo Poeta. Dante non solo sostenne l'uso del volgare nel De vulgari eloquentia, ma mostrò tutto il suo immenso potenziale lirico nelle poesie e nella prosa de La vita nuova. E, in seguito, dedicò gli ultimi anni della sua vita alla composizione della sua opera immortale, la Divina Commedia, lasciando in eredità all'allora balbettante letteratura italiana uno dei vertici della letteratura universale.

Biografia

Dante (diminutivo di Durante) Alighieri era figlio del primo matrimonio dell'usuraio e mercante Bellincione d'Alighiero con Gabriella o Bella (probabilmente appartenente alla famiglia Abati). Aveva una sorella maggiore e, dopo la morte prematura della madre (intorno al 1270) e al nuovo matrimonio del padre con Lapa di Chiarissimo Cialuffi, godette anche della compagnia di due fratellastri, Francesco e Gaetana.

Nacque a Firenze sotto il segno dei Gemelli, tra il 15 maggio e il 15 giugno 1265; Dante stesso fece risalire la sua discendenza al trisavolo Cacciaguida, che sarebbe stato nobilitato da Corrado III e ucciso nella seconda crociata in Terra Santa nel 1147. Ma è più certo che appartenesse a una famiglia della nascente borghesia urbana, con poche proprietà, dedita da qualche generazione al commercio. Infatti, sia suo padre che suo nonno Bellincione avevano la reputazione di essere usurai.

Alla fine del XIII secolo, nell'anno della nascita di Dante, Firenze perse il suo carattere di città liberale, fino ad allora sotto l'egida dei ghibellini (sostenitori del potere imperiale contro il papato), e iniziò un periodo di lotte sanguinose con i guelfi, a loro volta divisi in fazioni che, pur riconoscendo la loro sottomissione al papato, ingaggiavano tra loro guerre aperte quanto quelle che li opponevano al nemico comune. Secondo alcuni cronisti, il padre di Dante era stato un ghibellino. Altri attribuiscono la famiglia ai Guelfi. È certo, tuttavia, che Dante appartenesse al partito guelfo e, al suo interno, alla fazione dei "bianchi" moderati.

La sua infanzia e la sua giovinezza coincisero con gli anni più tranquilli che Firenze conobbe all'epoca, soprattutto fino all'ascesa nel 1295 di Bonifacio VIII al trono di San Pietro. Da allora Dante, che aveva già partecipato come soldato guelfo all'assedio del Poggio di Santa Cecilia contro gli aretini (1285) ed era stato cavaliere nella Battaglia di Campaldino (11 giugno 1289), sempre contro i ghibellini, aderì apertamente agli ideali politici guelfi di democrazia e indipendenza comunale.

Vita politica

Tra il 1295 e il 1302 la sua vita politica fu molto attiva, anche se è nota solo da fonti letterarie (le sue stesse allusioni nella Divina Commedia) o da documenti o testimonianze non dirette. Dopo essersi iscritto alla corporazione dei medici e degli specialisti, dal 1295 al 1296 fu membro del Consiglio del Capitano del Popolo, rappresentante dell'autorità popolare in parallelo con l'autorità suprema del podestà; da maggio a settembre 1296, dopo aver lasciato la sua precedente posizione, fece parte del Consiglio dei Cento (parlamento dei cittadini) e votò le leggi contro i magnati.

Con Bonifacio VIII come pontefice, la lotta tra le varie fazioni guelfe si intensificò; i "neri", guidati dai Donati, una famiglia di magnati, ottennero l'appoggio incondizionato del papa, e immediatamente quella che era stata una faida interna fiorentina si trasformò in un conflitto tra la città e il papato. I guelfi "bianchi", guidati dai banchieri e dai mercanti Cerchi, furono sconfitti nel 1301, in una sequenza di ripercussioni drammatiche per Dante: in giugno diede prova della sua opposizione all'invio di cento uomini per aiutare Bonifacio VIII nella sua guerra in Maremma; in ottobre fu nominato ambasciatore presso il pontefice e al suo arrivo a Roma fu da questi trattenuto in città. In novembre, mentre Dante era ancora (probabilmente) a Roma, Corso Donati, capo dei "neri", entrò a Firenze e compì una terribile rappresaglia contro i "bianchi". Seicento di loro furono banditi e il poeta, fu condannato a un esilio di due anni e al bando a vita dagli affari pubblici fiorentini.

Beatrice e Vita Nuova

Nel 1274, all'età di nove anni, Dante incontrò per la prima volta Beatrice, figlia del banchiere Folco Portinari. All'età di diciotto anni la incontrò per la seconda volta; entrambi questi momenti sono ricordati nella Vita Nuova, un'opera molto originale della sua giovinezza, costituita da una raccolta di trentuno poesie, legate da una prosa che è a metà tra il concettuale e l'autobiografico. La sua trama copre i diciotto anni dal primo incontro con Beatrice; le trentuno poesie costituiscono il vertice del Dolce stil nuovo (termine coniato da Dante stesso in un verso del Purgatorio), già praticato dai poeti Guido Guinizelli e Guido Cavalcanti sotto la diretta influenza della poesia provenzale dei trovatori.

Secondo l'usanza del tempo, quando il giovane poeta aveva undici anni, il suo matrimonio fu combinato con Gemma Donati, che sposò probabilmente tra il 1285 e il 1293, e dalla quale ebbe almeno quattro figli: Giovanni, Pietro, Jacopo e Antonia. Quest'ultima gli sopravvisse, e dopo la morte del suo illustre padre entrò in convento con il nome di suor Beatrice. Ma della vita familiare e coniugale di Dante si sa ben poco; il poeta si preoccupò, invece, di registrare per i posteri i dati fondamentali della sua vera vita spirituale e amorosa, legata a Beatrice.

Non meno importanti dei suoi incontri con Beatrice furono i suoi legami intellettuali con l'umanista Brunetto Latini, che era tornato dall'esilio a Firenze nel 1266, e con il poeta e filosofo Guido Cavalcanti. Dal primo, Dante imparò sia i segreti della retorica latina che i piaceri della scrittura in lingua romanza; fu Latini che gli fornì i modelli per le opere della sua giovinezza come Il fiore (1295-1300), in cui Dante adattò il Roman de la Rose in versi italiani. La poesia in lingua romanza aveva solo cinquant'anni in Italia quando Guinizelli e Cavalcanti, sotto l'influenza un po' più lontana del pioniere Guittone d'Arezzo, fondarono la scuola dei fedeli d'amore, inventarono la figura della "donna angelica" (in cui si univano bellezza fisica e purezza celeste) e diedero forma alla grande lirica italiana che sarebbe culminata in Dante e Petrarca. Da lì emerse l'immagine di Beatrice, che avrebbe assunto dimensioni teologiche e filosofiche impensabili nella Divina Commedia.

Si pensa che Beatrice Portinari sia morta dopo un parto nel 1290; quindi, sia il matrimonio di Dante che la pubblicazione de La vita nuova sono posteriori al fatto. Il poeta ricordò l'episodio nell'opera, annunciando allo stesso tempo la successiva trasformazione poetica: quando Beatrice morì, Dante si consolò con una visione in cui l'amata appariva come parte della corte celeste, e il poeta si mise a parlare ancora di Beatrice solo per dire ciò che non fu mai scritto di una donna. Quindici anni dopo, nella Divina Commedia, la portata poetica di questa promessa sarebbe stata rivelata.

Tra il 1302 e il 1307 Dante inizia due opere della sua maturità: Il convivio e De vulgari eloquentia. Il primo contiene alcuni dei temi fondamentali che avrebbe poi sviluppato sui quattro significati della Scrittura, i due tipi di allegorie e la necessità dell'esistenza dell'impero. Il secondo è un manifesto scritto in latino sulla legittimità dell'uso della lingua volgare, in cui difende l'uso del romanticismo per tutti gli stili, compreso quello elevato o tragico.

Si sa molto poco delle sue attività politiche e domestiche durante questo periodo di cinque anni. Nel 1303 Dante era a Forlì come consigliere di Scarpetta Ordelaffi, comandante dei "bianchi", mentre l'anno successivo, dopo la sconfitta dei suoi sostenitori nella Battaglia di Lastra (20 luglio), decise di separarsi dalla sua ex fazione. Nel 1305 potrebbe aver vissuto a Bologna, ambiente privilegiato dal punto di vista intellettuale, dove continuò la stesura delle due opere sopra citate e da dove fu espulso il 6 ottobre 1306, per rifugiarsi prima in Lunigiana, sotto la protezione dei Malaspina; poi, nel 1307, nel Casentino presso il conte Guido di Battifolle (Conti Guidi); e infine, nel 1308 probabilmente a Lucca. Si suppone che mesi prima Dante avesse iniziato a scrivere l'Inferno, la prima parte della Divina Commedia.

Durante i primi anni del suo esilio Dante meditò a lungo sulla questione dei rapporti tra potere temporale e religioso; i primi risultati di queste meditazioni sono le due note lettere (del 1308 e del 1310), una delle quali indirizzata "a tutti i re d'Italia, a tutti i signori della Città Santa, ai duchi, conti, marchesi e città", e l'altra ai "malvagi fiorentini che risiedono in città"; in questa seconda lettera egli propugna la sottomissione al potere imperiale. Ma il risultato finale di queste riflessioni fu il trattato Monarchia (1318), in cui affermò che il potere spirituale e temporale emanavano direttamente da Dio, così che l'impero e il papato erano poteri autonomi.

Se accettiamo il 1318 come data di completamento del De monarquia, possiamo vedere che la sua gestazione fu accompagnata dal progressivo indurimento delle condizioni di esilio del suo autore. Nel 1302, dopo la condanna all'esilio, un'altra sentenza lo condannò ad essere bruciato vivo in caso di ritorno a Firenze; nel 1311 un'amnistia generale concessa ai guelfi "bianchi" non fu applicata a lui; infine, nel 1315, fu condannato a morte per decapitazione in contumacia, quando rifiutò l'offerta di una grazia a condizioni che considerava disonorevoli.

 

La Divina Commedia

Rassegnato a non tornare a Firenze, nel 1318 lasciò Verona e raggiunse i suoi figli a Ravenna; lì produsse due Egloghe in latino (componimenti in forma bucolica) e un trattato sulla questione dell'acqua e della terra. Gli ultimi anni della sua vita furono straordinariamente fecondi: nella dedica del Paradiso nella famosa lettera a Cangrande della Scala (1316) signore di Verona, Dante fissava grandiosamente la portata della sua incomparabile Commedia: "Il senso di quest'opera non è unico, ma si può chiamare polisemico, cioè di molti significati; infatti, il primo significato è quello che viene dalla lettera, l'altro è quello che si ottiene dal significato attraverso la lettera".

 

Com'è noto la "Commedia" è divisa tre libri o canti: Inferno, scritto intorno al 1312; Purgatorio, intorno al 1315; Paradiso, tra il 1316 e il 1321). È composta da 14.233 versi endecasillabi in terza rima (la terzina dantesca o terzina incatenata), raggruppati in 100 canti, uno dei quali è il prologo, così che ciascuna delle tre parti o libri contiene 33 canti. La storia ormai di dominio universale, narra il viaggio del poeta nei regni dell'oltretomba, accompagnato dal poeta latino Virgilio. All'età di trentacinque anni, Dante si trova perso nella foresta (la selva) oscura; da lì viene salvato da Virgilio, inviato dalla Vergine Maria, Santa Lucia e da Beatrice. Entrambi scendono all'Inferno e percorrono i suoi nove cerchi; poi salgono sulla montagna del Purgatorio e lì, all'ingresso del Paradiso, Virgilio cede il passo a Beatrice, che lo conduce all'Empireo, dove per un attimo il poeta gode della visione della divinità.

La "Commedia" deve il suo nome, secondo la conoscenza medievale, al suo "movimento ascensionale", cioè, in parole povere dall'Inferno al Paradiso, si ha un lieto fine (se no sarebbe una Tragedia): il soggetto è tetro e drammatico nel primo libro, ma speranzoso nel secondo e felice nel terzo; l'aggettivo "Divino", con cui è giunta fino a noi, le fu aggiunto dai posteri. Infatti, per il suo incommensurabile valore poetico, l'ambizione e la portata della sua visione filosofica, la bellezza e la precisione delle sue immagini, e la perfezione del suo linguaggio, la Commedia è stata considerata il più grande poema del cristianesimo.

Quando finì di scrivere il Paradiso, Dante era già certo che il suo bando da Firenze fosse definitivo: l'imposizione della condanna a morte del 1315, in seguito al suo rifiuto dell'amnistia, si estese anche ai suoi discendenti. Nel 1319, probabilmente, il poeta era al servizio del signore di Ravenna, Guido da Polenta, forse come segretario o precettore di retorica. All'inizio del 1321, il doge di Venezia minacciò una spedizione punitiva contro Ravenna a causa di una disputa sullo sfruttamento di alcune miniere di sale confinanti con le due giurisdizioni, e Dante si recò a Venezia come ambasciatore di Ravenna per placare i veneziani. Il  viaggio di andata e ritorno a Venezia, fatto in piena estate, prima via terra e poi attraverso le lagune della costa adriatica, fu fatale: al suo ritorno a Ravenna, Dante si ammalò gravemente di malaria contratta durante la sua missioni. Morì tra il 13 e il 14 settembre 1321 e fu sepolto, tra solenni omaggi, nella Chiesa di San Francesco a Ravenna.

 

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