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VISITARE MANCHESTER : INFORMAZIONI  PICCOLA GUIDA

Manchester, Tempi moderni
di Elena del Savio
Da città-simbolo della rivoluzione industriale a capitale culturale. Storia di una metamorfosi. Musei ultramoderni e di gran design fra i moli abbandonati, Friedrich Engels, che ci abitò per 26 anni nella prima metà dell’Ottocento (e che con Karl Marx, allora in esilio a Londra, ci scrisse nel 1848 il Manifesto del partito comunista), definì Manchester la prima città industriale del mondo. Una città che, nel giro di settant’anni, fra il 1770 e il 1840, era passata da circa 20mila a 500mila abitanti. All’epoca, qui era il centro dell’attività cotoniera mondiale, con l’ottanta per cento della produzione globale del filato. Per quasi un secolo ininterrottamente, fino al 1925, questo fu il propulsore dell’economia inglese, un cuore pulsante in costante dilatazione, dove il martedì e venerdì, giorni di mercato, il salone neoclassico delle contrattazioni nella Royal Exchange brulicava di almeno 15mila compratori stipati sotto la sua cupola di vetro. Oggi, in quello spazio sorge il più importante teatro della città: una specie di modulo lunare giallo, capace di soli 750 posti ma sul cui palcoscenico - inaugurato da Lawrence Olivier nel 1976 - passano i migliori attori del Paese. Le ultime grida vi avevano avuto luogo solo otto anni prima: trasformazione emblematica di un’evoluzione economica e sociale che non appartiene solo a Manchester, ma che qui sembra riuscita meglio che altrove. Forse per l’orgoglio di una città che di sé dice “And the sixth day God created Man... chester”: E il sesto giorno Dio creò Manchester (in un un gioco di parole con man, uomo).

Rinascimento made in England
Figlia prediletta della rivoluzione industriale, che ha avuto la sua culla alla fine del Settecento proprio in Inghilterra, in quest’ultimo decennio la città sta vivendo un nuovo boom. Un boom urbanistico, prima di tutto, ma anche culturale, che l’ha portata a diventare la terza destinazione più visitata dai turisti stranieri di tutto il Regno Unito, dopo Londra ed Edimburgo. E al termine della sua vita di icona industriale mondiale per tutto l’Ottocento e oltre, superata la crisi di quel modello di sviluppo e la conseguente depressione postindustriale, è giunta all’ultima fase della metamorfosi che nella seconda metà del XX secolo ha visto, un po’ dovunque, le città cambiare faccia.

Un autentico melting pot
Quelli che erano i motori instancabili della civiltà urbana, le fabbriche, i magazzini, i porti, sono diventati i cuori vibranti della cultura del leisure, il divertimento, con i suoi nuovi riti e nuovi templi: tanto che nel tessuto urbano non si distingue più fra le aree storicamente residenziali e quelle un tempo industriali. E così, nel Millennium quarter, il cuore nuovo della città, il museo Urbis celebra questa e tutte le città del mondo in un palazzo che sembra una nave di cristallo pronta a salpare a due passi dal Royal Exchange, accanto alla biblioteca dove Engels trascorreva le giornate. E intanto in periferia, lungo l’intrico di canali che costituivano il sistema circolatorio della capitale dell’industria, si apre il nuovo palcoscenico della vita urbana. Le anime - e le nazionalità - di Manchester si fondono in un autentico melting pot: dove, si dice, si può cenare per un mese senza gustare due volte la stessa cucina; da quella vegetariana (che qui nel 1809 ha avuto il primo ristorante, aperto dal reverendo William Cowherd) a quella cinese, come da Yang Sing, a Chinatown, forse il miglior ristorante cantonese d’Europa. È nei Salford quays che oggi si sente il battito della città, in quelli che un tempo erano i suoi sobborghi occidentali, terminale urbano del Manchester ship canal, dove i moli, le gru, i magazzini sono stati abilmente riscattati dall’abbandono e dal degrado e sono rinati a nuova vita. Con i condomini eleganti e ambitissimi e le papere che nuotano nelle acque, pulite e depurate dei vecchi bacini che, il prossimo giugno, ospiteranno i campionati mondiali di triathlon. E con i due recentissimi poli dell’entertainment culturale cittadino: l’Imperial war museum, una macchina d’acciaio creata da Daniel Liebeskind (autore del Museo della cultura ebraica a Berlino e della nuova Freedom tower, che a Manhattan prenderà il posto delle Twins); e il centro polifunzionale The Lowry, altra creazione di lucido metallo, intitolata a Laurence Stephen Lowry, pittore della Manchester industriale e operaia.

Nella cultura il riscatto dalla fatica L’Imperial war museum, dedicato a tutti i conflitti, costituisce un’esperienza forte e difficile da dimenticare, oltre che per gli allestimenti innovativi anche per le sconvolgenti testimonianze sulle guerre. The Lowry, con le sue attività culturali sempre in corso, dalle mostre ai programmi creativi per i ragazzi, alle rappresentazioni teatrali, ai ristoranti, palpita a tutte le ore di visitatori, che apprezzano anche le sue terrazze soleggiate. Dalle quali, come dalla torre dell’Imperial war museum, si può constatare la rinascita dei vecchi dock e il lento scorrere di quel Manchester ship canal, il maggior canale navigabile interno del Regno, che, inaugurato dalla regina Vittoria nel 1894, fu il vero motore propulsore della città e insieme la più grande opera ingegneristica della rivoluzione industriale. Ma non è solo la cultura dell’intrattenimento, in una specie di catarsi, a fiorire laddove dominavano il duro lavoro e la fatica. Anche shopping e locali si sono impadroniti dei vecchi simboli della civiltà industriale. I bar e i club cosiddetti trendy hanno trovato ospitalità sotto le arcate del viadotto ferroviario, nel quartiere di Castlefield; una location simbolica per una città che vanta la prima stazione passeggeri del mondo, del 1830, ora sede del Museo della scienza e dell’industria. Alberghi e ristoranti, gallerie d’arte, negozi e abitazioni si sono insediati nei vecchi magazzini; oppure, come il multicentro di Printworks, negli impianti dismessi del Daily Mirror, dove la sera, per bere, mangiare o ascoltare musica dal vivo, accorrono fino a ventimila persone. Risultato: vi sono serate in cui le presenze complessive nei vari poli di aggregazione raggiungono le 150mila persone. In cima della torre che sovrasta la Town hall, il Municipio costruito nel 1877 da Alfred Waterhouse nel più puro stile neogotico inglese, un’enorme sfera dorata che rappresenta il sole e il fiore del cotone sintetizza l’orgoglioso motto della città, “Wherever the sun shines, Manchester has business” (dovunque il sole splenda, Manchester ha affari). Oggi, in una città che si vanta di vivere 24 ore al giorno, neanche la luce del sole è più un limite. E, nonostante le crisi passate e archiviate, Manchester rimane, oggi più che mai, fedele alla sua fama di hive of activity (alveare di attività) e al suo simbolo, un’ape operaia.

The Lowry, casa delle arti
Sembra una sorta di Peynet degli operai, Laurence Stephen Lowry (1887-1976), il pittore di Manchester che ha immortalato il passato, ai suoi tempi ancora ben vivo, della Manchester industriale. Orizzonti fumosi di ciminiere, uomini e donne che, curvi, escono dalle fabbriche, la folla che s’avvia allo stadio, i canali, la ferrovia. A questo testimone meticoloso e malinconico è stato intitolato il centro per le arti The Lowry, inaugurato nel 2000 sull’onda delle celebrazioni per il nuovo millennio, che in Gran Bretagna è stato salutato con i progetti più avveniristici. Opera dell’architetto Michael Wilford, ha una pianta più o meno triangolare ed è fasciato da lastre d’alluminio e cristallo; all’interno, segnato da colori brillanti, su vari livelli ci sono due teatri (per prosa, opera, balletto e concerti), un ristorante, quattro bar, una galleria d’arte, due negozi. Informazioni: tel. 0870.1112000; www.thelowry.com.

 

Gentilmente tratto dal Touring Club Italiano

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