Museo di Capodimonte

Museo di Capodimonte

 

Il Museo di Capodimonte, si trova nel maestoso palazzo omonimo, una delle maggiori attrazioni di Napoli, uno dei maggiori musei europei che non ha niente da invidiare ad istituzioni come il Prado di Madrid, il Louvre o la National Gallery di Londra, situato sulle alture della città che offrono tra l'altro il quadro di Napoli e della sua baia. Dal 1743, l'edificio, oggi come Museo Nazionale, ospita, per espresso volere di Carlo III di Borbone la collezione d'arte di Elisabetta Farnese (sua madre). Il re non si fermò al museo, ma per suo volere furono anche creati i laboratori di Capodimonte, officine di ceramiche artistiche.

 

Sala 12 Museo CapodimonteTra gli straordinari capolavori opere di Raffaello, Caravaggio, Pieter Bruegel il Vecchio, Tiziano (nove sue opere), Parmigianino, Tintoretto, Perugino, Mantegna, Velasquez, Goya, Van Dyck, Mattia Preti, Luca Giordano, Carracci, El Greco, Simone Martini, Taddeo Di Bartolo, Bernardo Daddi, una Crocefissione del Masaccio, proveniente dal Polittico di Pisa (che stava nella Chiesa di Santa Maria del Carmine nella città toscana) (un'intera sala a lui dedicata), Masolino, Botticelli, Luca Signorelli, Perugino, Pinturicohio, Lippi, Correggio, il Giambologna. In più l’esposizione dedicata all’arte contemporanea (secondo e terzo piano), ospita capolavori di artisti di fama internazionale, tra cui Andy Warhol, Mimmo Jodice, Alberto Burri, Mario Merz, Joseph Kosuth, Enzo Cucchi, Michelangelo Pistoletto. Dalle finestre e al terrazzo da cui si osserva un quadro anch'esso bellissimo, la città con l'azzurro mare, i Campi Flegrei e le Isole in una inquadratura che non si dimentica.

 

Composizione nel tempo della Collezione Farnese

 

Sala 17 Museo CapodimonteIl nucleo principale delle raccolte conservate nel Museo di Capodimonte è costituito dalla straordinaria Collezione Farnese, composta da opere d'arte provenienti dai palazzi di famiglia di Piacenza, Parma, color no è Roma. La famiglia Farnese originaria di Tuscania e diffusasi nell'orvietano, a partire dal 1400 divenne molto potente fino a che le sue vicende si consumarono fra Parma e Roma. Il primo a elevare la casata a rango superiore fu il cardinale Alessandro Farnese vissuto tre 1468 e il 1549. Avviato alla carriera ecclesiastica a soli 15 anni, a Roma il prelato si dedicò con passione agli studi umanistici sotto la guida di Pomponio Leto. Fu tuttavia coinvolto in alcune vicende politiche che videro contrapporsi la sua famiglia a Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo): preso in ostaggio, fu rinchiuso a Castel Sant'Angelo da dove evase il 25 maggio del 1486. Abbandonata Roma, si rifugiò a Firenze sotto la protezione di Lorenzo de' Medici . Nella città toscana poté assistere anche alle lezioni di Marsilio Ficino e conoscere Giovanni Pico della Mirandola e due futuri papi Giovanni e Giulio de' Medici. Il periodo dell'esilio forzato si trasformò quindi in un'occasione di incontro con la celebre Accademia Neoplatonica sostenuta da Lorenzo il Magnifico. Nel 1490 il mutamento del quadro politico riportò il cardinale Alessandro Farnese a Roma. Rimasto unico maschio di casa Farnese, il prelato, per assicurare la continuità dinastica, strinse un legame con Silvia Ruffini, vedova dalla quale ebbe ben quattro figli. Il progetto di rafforzare il potere della famiglia continuò con maggior vigore dopo la sua elezione al soglio pontificio con il nome di Paolo III, il 13 ottobre del 1534. Fu il papa, tra le altre cose fu acerrimo nemico dell'imperatore Carlo V, promotore del Concilio di Trento e della Controriforma e dell'istituzione dell'ordine dei Gesuiti di Ignazio da Loyola, di cui faceva parte anche il papa Francesco.

 

In campo culturale Paolo III mostrò una forte passione per la scultura antica, tanto da impossessarsi di molti dei pezzi rinvenuti durante i continui scavi che venivano intrapresi a Roma. Forte della sua autorità, il pontefice mise insieme una superba raccolta di antichità, l'unica a Roma in grado di tenere testa a quella del Vaticano (la raccolta oggi è conservata nel Museo Nazionale Archeologico di Napoli). Alcuni dei pezzi più importanti di questa collezione provengono dalle Terme di Caracalla, dove 1545 si scavò per reperire materiale da impiegare nella costruzione della nuova Basilica di San Pietro. Arbitrariamente Paolo III fece trasportare le sculture nel palazzo di famiglia, Ritratto di Paolo III Tizianodove furono sistemate in parte nel giardino e in parte sotto le le arcate del cortile. Fino a qui emerge un gusto collezionistico diretto esclusivamente la scultura antica. In effetti Paolo III si occupò di pittura solo occasionalmente e l'acquisizione di opere di eccezionale valore fu un fatto del tutto casuale. A tale proposito è significativo ricordare come il pontefice riuscì ad ottenere quadri da Tiziano che, in quel periodo, era il pittore maggiormente conteso dai sovrani più potenti d'Europa. L'artista si impegnò a rispettare le commissioni ricevute, in prevalenza ritratti, purché Paolo III affidasse al figlio Pomponio, che al mestiere del padre aveva preferito la vita ecclesiastica, una prestigiosa diocesi veneta. Ma il pontefice venne meno al tacito accordo tanto che Tiziano interruppe ogni rapporto con lui (nella foto potete vedere un ritratto di Paolo III dell'artista veneziano ospitato nel Museo di Capodimonte). All'età di ottantun anni la sua salute peggiorò improvvisamente: un violento alterco con i nipoti Ottavio e Alessandro riguardante l'annessione del Ducato di Parma e Piacenza gli causò una grave infermità dalla quale non si risollevò più.

 

Alla morte di Paolo III, nel 1549, la fortuna di Farnese a Roma segnò una momentanea battuta d'arresto. A riportare alla ribalta quel nome furono i nipoti del pontefice, entrambi cardinali, il già citato Alessandro, vissuto tra 1520 il 1589 e Ranuccio vissuto tre 1530 e il 1565. Il primo mostrò grande sensibilità verso l'arte; fu un fervido sostenitore dei gesuiti che a lui devono la costruzione della loro chiesa più importante, quella Chiesa del Gesù oggi considerata come una delle più significative testimonianze del barocco romano.

 

Palazzo Farnese a RomaTutti Farnese a Roma abitarono nella residenza di Palazzo Farnese, che è oggi sede dell'ambasciata di Francia. Il palazzo era stato commissionato da Paolo III, ancora cardinale, ad Antonio da San Gallo il Giovane nel 1514. Alla morte dell'architetto fiorentino i lavori proseguirono sotto la direzione di Michelangelo. Della sua decorazione si occupò il cardinale Odoardo Farnese vissuto tra il 1573 e il 1626, che nel 1594 chiamò a Roma Annibale Carracci. A partire dall'anno successivo l'artista bolognese affrescò la cappella privata con Cristo e la donna di Cana, il "camerino" e la celebre galleria con scene ispirate agli Amori degli dei. Il cardinale Odoardo fu l'ultimo "inquilino" di palazzo Farnese. Negli anni dopo la sua morte la residenza fu abbandonata e spogliata degli arredi più preziosi, in parte chiusi nel guardaroba e in parte spediti a Parma. Le sculture antiche, forse per la difficoltà a trasportarle, continuarono ancora per un secolo ad arredare il giardino e ad essere oggetto di ammirazione degli stranieri di passaggio a Roma per quello che sarebbe divenuto il Grand Tour (vedere a tal proposito il Viaggio in Italia di Goethe).

 

I Farnese a Parma

 

Ritratto di Pier Luigi Farnese di TizianoA seguito delle complesse vicende politiche, nel 1545 Paolo III investì Parma e Piacenza del titolo di ducato affidandone il governo all'ambizioso figlio Pier Luigi Farnese (nel ritratto a sinistra sempre dipinto da Tiziano, ospitato anch'esso a Capodiponte) vissuto tra 1503 e il 1547. Tuttavia, il nuovo duca non fu mai riconosciuto dall'imperatore Carlo V che anzi rivendicò i suoi diritti su quel territorio, una diatriba che si concluse con l'omicidio di Pier Luigi Farnese (la cosiddetta Congiura di Piacenza, ordita da Ferrante Gonzaga). La morte del figlio non scoraggiò Paolo III che tentò di annettere Parma e Piacenza allo Stato della Chiesa. Ma il pontefice non poteva prevedere il voltafaccia del figlio di Pier Luigi e suo nipote Ottavio Farnese (vissuto tre 1524 e 1586) che a sorpresa si alleò con Carlo V, ottenendone in cambio l'investitura di duca di Parma.

 

Zingarella - CorreggioCon queste vicende inizia la storia di Farnese a Parma. La città emiliana che tra '500 e '600 ebbe lustro proprio grazie a questa potente famiglia. Le prime notizie sulla consistenza della collezione Farnese a Parma risalgono al tempo di Ranuccio I (vissuto tre 1569 e il 1622); nell'inventario del 1587 del Palazzo del Giardino compaiono prezzi di prim'ordine, come la Zingarella di Correggio è il ritratto di Galeazzo Sanvitale del Parmigianino. Nel 1612 alla collezione si aggiunsero altri capolavori, sequestrati agli sfortunati nobili giustiziati perché rei di aver ordito, l'anno precedente, un complotto contro Ranuccio I. L'inventario del 1680 comprende 1095 dipinti, una selezione dei quali trovò posto in una quadreria composta da 53 stanze, allestita nel Palazzo del Giardino. Solo alla fine del Seicento, sotto Ranuccio II vissuto tre 1630 1694, fu intrapreso l'allestimento di una galleria nel cinquecentesco Palazzo della Pilotta, oggi sede della Galleria Nazionale di Parma, dal quale, tuttavia, i duchi continuarono ad attingere per l'arredo di altre residenze. Diverse furono invece le intenzioni di Ranuccio II quando, nel suo delizioso Palazzo di Colorno situato tra Parma e Mantova, fece allestire una "Galleria Ducale", dove la sequenza dei quadri rispondeva ad un più moderno raziocinio. La sistemazione di questo straordinario spazio espositivo fu continuata dagli ultimi discendenti dei Farnese di Parma, Francesco I vissuto tre 1694 1727 e Antonio Farnese vissuto tra 1679 e il 1731, un lavoro vanificato quando il palazzo fu spogliato per ordine di Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese (moglie di Filippo IV di Spagna), ed erede diretto della famiglia che si era estinta.

 

Il trasferimento della collezione a Napoli

 

Ragazzo che soffia su un tizzone acesso - El GrecoLa morte di Antonio Farnese, nel 1731, ultimo duca di Parma e Piacenza, decretò il passaggio di tutti i possedimenti dei Farnese a Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo IV di Spagna. Quando nel 1734 il giovane principe salì al trono di Napoli, dispose che la parte più significativa del patrimonio artistico fosse trasferita a Napoli e quella di minore importanza fosse messa all'asta per pagare i creditori del defunto duca di Parma. Per anni il giovane sovrano lasciò nell'incuria quasi totale le casse contenenti le opere d'arte ereditate, tanto da suscitare l'indignazione dei visitatori stranieri in visita a palazzo reale. Furono forse queste continue lamentele che spinsero il sovrano partenopeo, nel dicembre del 1738, ad affidare ad una commissione di esperti la progettazione di un museo. Dovettero essere costoro a suggerire la ricostruzione in spazi museali di alcuni ambienti del piano nobile della nuova Reggia di Capodimonte che, dal settembre dello stesso anno, l'architetto palermitano Giovanni Antonio Madrano, anch'egli componente della citata commissione, stava costruendo sulla collina di Capodimonte. Nel 1756 il "Museo Farneseniano" era quasi completo, tanto che il re Carlo affidò a padre Giovanni Maria della Torre, in realtà poco esperto d'arte, l'incarico di occuparsi dell'allestimento. Il fatto che trasferimento della collezione Farnesiana in galleria cominciò solo nel 1758 indica che i lavori dovevano andare molto a rilento, probabilmente perché Carlo di Borbone era completamente assorbito dalle questioni politiche che, dal 1759, lo condussero ad assumere la corona di Spagna.

 

La partenza di Carlo di Borbone rallentò ulteriormente i lavori della residenza perché il nuovo re, Ferdinando IV, seguì con maggiore entusiasmo la costruzione della Reggia di Caserta. Tuttavia egli chiamò da Roma l'architetto Ferdinando Fuga, che diresse i lavori di Capodimonte per un decennio. A lui si deve la realizzazione, nel 1760, di un nuovo blocco museale collegato con le sale intorno al primo cortile che già ospitavano parte della collezione Farnese.

 

Da reggia napoleonica a museo nazionale

 

Simone Martini - San Ludovio da TolosaNel 1799 la Galleria di Capodimonte contava 1783 dipinti. Ma la dispersione della collezione era ormai prossima. Nel gennaio del 1799 le truppe francesi entrarono a Napoli proclamando la Repubblica partenopea. Ferdinando IV aveva fatto appena in tempo a trasferire nella sua residenza di Palermo una selezione di opere d'arte custodite nel Palazzo Reale di Portici, ma nulla aveva potuto per salvaguardare il patrimonio di Capodimonte, dove i francesi sequestrarono 325 quadri che presero la via di Roma. Nel 1800, per trattare la restituzione del maltolto, fu inviato a Roma il direttore della fabbrica di porcellana borbonica Domenico Venuti. Fu lui stesso ad occuparsi delle rimpatrio delle opere che, dietro suo suggerimento, tra il 1801 e il 1805 furono sistemate nel Palazzo di Francavilla a Chiaia. A salvare dall'oblio Capodimonte fu Giuseppe Bonaparte, il fratello di Napoleone, che divenuto re di Napoli dal 1806 al 1809, elesse il Palazzo di Capodimonte a principale residenza della corte. Questa decisione comportò il rimaneggiamento degli ambienti del totale rinnovo degli arredi. La collezione Farnese, quindi, fu trasferita a Palazzo degli Studi, lo stesso luogo che già nel 1778 Ferdinando IV aveva indicato come sede ideale per il museo.

 

Flagellazione di Cristo - CaravaggioNel frattempo la ex collezione Borbone andava arricchendosi delle opere d'arte sacra provenienti dagli enti ecclesiastici soppressi tre 1806 e il 1815. Queste acquisizioni aprirono la collezione reale, fino ad allora composta in prevalenza da dipinti del Rinascimento e del Seicento veneto ed emiliano, a significative testimonianze pittoriche napoletane. Inoltre, sia al tempo di Giuseppe Bonaparte che di Gioacchino Murat, suo successore al trono dal 1806 al 1815, furono acquistate molte opere di scuola napoletana, un esperimento questo che servirà molto a motivare giovani artisti locali che imparavano il mestiere presso l'Accademia di belle Arti. A questo contesto va ricondotto il progetto di Gioacchino Murat di allestire presso il Palazzo degli Studi un museo interamente dedicato all'arte napoletana, che però rimase non realizzato a causa dei frenetici avvenimenti politici che nel giro di pochi anni condussero alla caduta di Napoleone e, di conseguenza, di tutti i sovrani da lui imposti.

 

Crocifisione - Van Dick Dopo la caduta di Gioacchino Murat nel 1815, Ferdinando IV ritornò a Napoli come primo re del Regno delle Due Sicilia (Ferdinando I). Affascinato dalle trasformazioni che i francesi avevano compiuto a  Capodimonte, il Borbone mantenne la medesima residenza reale, lasciando integro il museo del Palazzo degli sSudi che assunse il nome di Reale Museo Borbonico. Uno dei primi segnali di ripresa della politica culturale da parte di Ferdinando I fu il sostegno ai giovani artisti napoletani, i più promettenti dei quali furono mandati a Roma a spese del governo. Inoltre, a questi ferventi anni risale l'acquisto del Museo Borgiano di Velletri, oggi riunito nel primo piano del museo di Capodimonte, composto da un'eterogenea collezione messa insieme dal cardinale Stefano Borgia tra il 1731 al 1804. Costui, grazie alla sua carica di Segretario della Congregazione della Propaganda Fide, si era spesso recato in visita nelle missioni cattoliche sparse per il mondo, riportando in patria diversi preziosi manufatti. Nel 1814 gli eredi avevano già avviato delle trattative con Gioacchino Murat, ma l'affare si concluse solo nel 1817. Oltre a un elevato numero di pezzi di antichità greche, etrusche e romane, della collezione fanno parte oggetti d'arte sacra, testimonianze della cultura islamica, egiziana, copta, medievale, nonché poche pitture, come il piccolo trittico di Taddeo Gaddi.

 

Sacra Conversazione - Palma il VecchioNella metà dell'ottocento, sotto il regno di Ferdinando II, ci furono altre due importanti acquisizioni: nel 1842 la raccolta di Domenico Barbaja, impresario del Teatro San Carlo, chee comprendeva, tra l'altro, la Sacra conversazione di Palma il Vecchio; nel 1862 la collezione di Alfonso d'Avalos, Marchese del Vasto e Principe di Pescara, composte in prevalenza da oggetti d'arte decorativa, come la celebre serie di arazzi tessuti nel 1525 su cartoni di Bernart van Orley, oggi al Louvre, con storie della Battaglia di Pavia, e di alcune pitture fra le quali spicca il Sileno ebbro di Jusepe de Ribera.

 

Parabola dei ciechi di Pieter Bruegel il Vecchio, sala 17Nel 1860, con l'unità d'Italia, il palazzo di Capodimonte passò ai Savoia. Sotto i nuovi sovrani il direttore della Real Casa Annibale Sacco sistemò in alcuni ambienti del piano nobile la "quadreria moderna", organizzata avvalendosi anche della consulenza del pittore Domenico Morelli. Nello stesso piano, nel 1864 trova posto l'Armeria Borbonica, comprendete anche pezzi farnesiani, nel 1866 il "Salottino di Porcellana", smontato dal Palazzo Reale di Portici, e tra il 1878 il 1888 i migliori manufatti della Real fabbrica di Porcellane di Capodimonte. Tale riordino delle collezioni non interessò la quadreria Farnese che fu lasciata nel Real Museo Borbonico di Palazzo degli Studi, e dopo l'unità d'Italia assunse il nome di Museo Nazionale (oggi Museo Archeologico). Furono anni bui per le collezioni del museo, abbandonate sulle scale e nei magazzini nel disinteresse generale. Per denunciare tale situazione non mancarono di levarsi voci autorevoli in campo dell'arte, tanto da indurre il governo, nel 1904, ad avvalersi della competenza dell'insigne critico d'arte Adolfo Venturi. Ma i lavori furono presto abbandonati per mancanza di fondi e il museo dovette essere chiuso al pubblico. Nel frattempo il palazzo di Capodimonte divenne per qualche anno dimora di Vittorio Emanuele III, quindi, nel 1906, passò ai duchi d'Aosta che vi risedettero fino al 1945.

 

Le vicende recenti del museo

 

Crocifissione di Masaccio, sala 3Sicuramente Napoli è stata la città più penalizzata dall'unità d'Italia: da grande capitale divenne provincia con gravi conseguenze per il suo patrimonio artistico. Un preoccupante disinteresse emerge dalla disinvolta gestione della contesa fra Napoli e Parma sulla collezione Farnese. Nel 1921 la città emiliana rivendicò la restituzione di quei pezzi farnesiani ritenuti strettamente legati alla propria vicenda culturale. La contesa si risolse a favore di Parma e Napoli si vide costretta a restituire grandi capolavori, come il Ritratto di Ranuccio Farnese del Parmigianino, oggi nella sede della galleria Nazionale di Parma. Dopo questo saccheggio legalizzato i musei napoletani per oltre cinquant'anni, sono stati serbatoio da cui la pubblica amministrazione attinse per arredare ministeri e ambasciate, uffici pubblici locali e romani.

 

Ritratto Cardinale Alessandro Farnese - RaffaelloDurante la seconda guerra mondiale il patrimonio artistico napoletano attraversò anni molto difficili. A causa degli incessanti bombardamenti sulla città, gran parte delle opere d'arte conservate negli edifici pubblici, nei musei e nelle chiese fu rimossa per essere posta al riparo in vari depositi. Molte di tali opere finirono nell'Abbazia di Montecassino, ma, prima che questa venisse bombardata, i nazisti avevano già provveduto alla razzia sia del patrimonio artistico dell'abbazia che di quello giunto da Napoli. Le casse erano state spedite a Spoleto, presso la Villa di Colle Ferretto, dove furono intercettate e riportata a Roma dagli alleati, appena in tempo prima di prendessero la strada per la Germania. Alla fine del conflitto un altro consistente gruppo di capolavori provenienti dal museo nazionale di Napoli fu ritrovato nascosto in una cava di sale nei pressi di Salisburgo. Il rimpatrio dei dipinti fu risposto solo nel 1947, con prima sosta a Roma, dove furono messi in mostra, quindi la definitiva restituzione a Napoli.

 

Ritratto di Francesco Gonzaga - Andrea MantegnaDurante i lavori della ricostruzione, il soprintendente Bruno Molajoli si batté, con risultato positivo, affinché tutta la quadreria reale fosse riunita nel Palazzo di Capodimonte, che dal 1920 era di proprietà del demanio. Il passo successivo fu quello del Ministero della Pubblica Istruzione che nel maggio del 1949 affidò all'architetto Ezio Bruno de Felice la redazione del nuovo progetto. Nello stesso tempo il critico d'arte Ferdinando Bologna si occupò della revisione dei dipinti.

 

Dopo cinque anni di lavori, dal 1952 al 1957, il museo di Capodimonte fu ufficialmente inaugurato il 5 maggio 1957 alla presenza di ministri del governo italiano e del Presidente della Repubblica Gronchi. Il nuovo allestimento era così ripartito: al piano nobile le sale storiche mantennero il loro arredo, mentre nelle 20 stanze del lato occidentale trovò posto la galleria dell'ottocento; nel mezzanino furono ricavate oltre 50 sale nelle quali fu sistemata la Pinacoteca.

 

In anni più recenti il Museo di Capodimonte è stato oggetto di due riallestimenti: il primo dopo il terribile terremoto del 1980, che fortunatamente non causò danni strutturali alla reggia, ma che ha comportato il trasferimento nella Gallerie di molte opere d'arte prelevate dalle chiese napoletane più danneggiate; nel 1995 riaprì il primo piano, mentre nel 1999 riaprì completamente.

 

Museo Nazionale di Capodimonte

Indirizzo: Via Miano, 2, 80137 Napoli
Telefono:081 749 9111
Orari

Aperto tutti i giorni tranne il mercoledì 08:30? 19:30

Costo biglietti

€ 7,50 intero
€ 6,50 dopo le ore 14.00
€ 3,75 ridotto per visitatori di età compresa tra 18 e 24 anni

Gratuito: per minori di anni 18

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